Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

Coordinamento: Luigi Nacci & Lello Voce

Redatta da:

Luca Baldoni, Valerio Cuccaroni, Vincenzo Frungillo, Enzo Mansueto, Francesca Matteoni, Renata Morresi, Gianmaria Nerli, Fabio Orecchini, Alessandro Raveggi, Lidia Riviello, Federico Scaramuccia, Marco Simonelli, Sparajurij, Francesco Terzago, Italo Testa, Maria Valente.

pubblicato martedì 19 novembre 2013
Blare Out presenta: Andata e Ritorno Festival Invernale di Musica digitale e Poesia orale Galleria A plus A Centro Espositivo Sloveno (...)
pubblicato domenica 14 luglio 2013
Siamo a maggio. È primavera, la stagione del risveglio. Un perfetto scrittore progressista del XXI secolo lancia le sue sfide. La prima è che la (...)
pubblicato domenica 14 luglio 2013
Io Boris l’ho conosciuto di sfuggita, giusto il tempo di un caffè, ad una Lucca Comics & Games di qualche anno fa. Non che non lo conoscessi (...)
 
Home page > e-Zine > ATELIER - Numero monografico "Poesia e conoscenza"

ATELIER - Numero monografico "Poesia e conoscenza"

a cura di Giovanni Tuzet

Articolo postato martedì 24 giugno 2008

E’ già in distribuzione il numero 50, anno XIII (Giugno 2008) della rivista trimestrale Atelier, diretta da Giuliano Ladolfi e Marco Merlin. Il numero è stato curato da Giovanni Tuzet e compare sotto il titolo di copertina "Che ne sanno i poeti", ma con un ancora più esplicito titolo d’indice "Poesia e conoscenza". Contiene venti interventi di poeti e critici, divisi in quattro sezioni: "Analisi", "Storia e pensiero", "Affondi", "Nell’agone". Altri interventi già in palinsesto, che non è stato possibile inserire in questo fascicolo per motivi di spazio, saranno pubblicati nei prossimi numeri della rivista, così come le eventuali reazioni agli scritti di questo numero.

Qui di seguito l’editoriale che apre il numero della rivista.

CHE NE SANNO I POETI?

Spesso i poeti hanno l’aria di chi sa certe cose, magari non molte ma importanti. Spesso i lettori si affidano a loro come a fari d’esperienza o astucci di pensieri preziosi. Ma davvero la poesia ha un ruolo o un compito conoscitivo? Che ne sanno i poeti del mondo che rappresentano e della vita? Fate questa prova. Leggete una poesia e chiedetevi cosa vi insegni. Avete imparato qualcosa dai suoi versi? Se no, è una poesia da buttare? Se sì, che conoscenza vi ha trasmesso? Chiedetevi che genere di teatro ha dischiuso. Non di rado si parla della poesia come forma di conoscenza, ma di rado c’è chiarezza su cosa si intenda; quindi non è facile capire quando sul punto ci sia un accordo o disaccordo. Chiediamocelo apertamente allora. In che senso la poesia potrebbe costituire una forma di conoscenza? In che senso potrebbe assolvere a un compito conoscitivo? Da quali poeti si può apprendere qualcosa? Alcuni incarnano più di altri un’istanza conoscitiva? Le risposte sono varie. Si va dalle istanze realiste per cui la poesia contribuisce alla conoscenza di un periodo storico, alle istanze umaniste secondo cui permette la conoscenza di certe verità “umane”, alle istanze metafisiche secondo cui permette una speciale conoscenza di tipo spirituale. Ma ovviamente la conoscenza di uno spaccato storico non ha gli stessi caratteri della conoscenza dei sentimenti umani o della conoscenza trascendentale o ancora spirituale. Dunque va chiarito che la domanda è da porre innanzitutto in termini critici. Se lo è, in che senso la poesia è una forma di conoscenza? Se no, perché non lo è o non può esserlo? E cosa ci sarebbe di importante nel riconoscerlo? Per rispondere a questa selva di interrogativi abbiamo raccolto contributi di filosofi, critici, poeti. Li abbiamo selezionati secondo la loro qualità, la ricchezza di contenuti e la pertinenza rispetto al tema proposto. Infine li abbiamo divisi in quattro sezioni. Nella prima, di taglio filosofico, è compiuta un’analisi severa della domanda posta. Prima di saltare alle risposte, è bene accanirsi sulla domanda. Carlucci distingue due funzioni conoscitive della poesia; Guarda si chiede se poesia e conoscenza abbiano una relazione ontologica; Frixione distingue gli aspetti semantici e pragmatici di un testo poetico; Palmigiano intende la poesia e la relativa conoscenza come acquisizione di abilità; Tuzet distingue varie forme di conoscenza chiedendosi a quale di esse possa contribuire la poesia. Nella seconda sezione, il discorso si apre a una prospettiva storica e a una riflessione non disgiunta dalla tradizione e dal contesto in cui siamo collocati. Ladolfi si interroga sulla poesia nell’età globalizzata, nel suo legame con la storia, con le situazioni in cui operano autori e pubblico, in un’opera comune e in un dialogo continuo fra varie discipline; Casadei, compiuto un excursus storico, si chiede se la chiave della poesia come conoscenza stia nei motivi interni della sua genesi; Ferrari si concentra invece sulla poesia nell’epoca della simultaneità e intende la conoscenza poetica come capacità di visione; Ponso si interroga infine sulla moderna separazione della poesia dall’esperienza e riflette sul simbolo e il rito come luoghi di conoscenza. Nella terza sezione prevale il profilo critico su autori determinati. Masetti rilegge Sereni alla luce del suo progetto di recensione e interpretazione della realtà; Lauretano dispiega l’apice paradossale della conoscenza in Caproni, quale conoscenza dell’inconoscibile; Ritrovato risale a Dante e rileva la modernità di quella figura assetata di conoscenza che è Ulisse. Nella quarta sezione parlano i poeti in prima persona, nell’agone delle rispettive poetiche ed esperienze, facendo valere le ragioni delle proprie scelte, difficoltà, insoddisfazioni o speranze. Nota e Fantuzzi fanno appello alla poesia come conoscenza di uno spaccato storico o di vicende umane che abbiano un senso non solo per chi scrive; Sannelli nega radicalmente che la poesia possa costituire una forma significativa di conoscenza, asserendo che quasi tutta la conoscenza che viene dalla lettura di un nuovo poeta si riduce al nome del poeta; per Febbraro la conoscenza che dà la poesia è legata alla piacevolezza degli incontri fra parole, ma anche alle verità umane che essa conduce; per Fratus è preziosa la conoscenza microscopica della vita che la poesia ci dischiude, laddove per Guglielmin la poesia conosce una vertigine e pensa l’infondato, mentre per Fichera è la conoscenza di un nodo, della vivente contraddizione ma anche di un’acqua organica; infine per Testa è un’istanza di giustizia. Che bilancio trarre? C’è chi alla domanda posta in principio risponde positivamente (ed è la maggioranza) e chi risponde negativamente (negando cioè che la poesia abbia un ruolo o un compito conoscitivo). C’è chi fa delle analisi e distingue, c’è chi prende la domanda in blocco. Ci sono idee più convincenti, altre meno. E ci sono temi ulteriori che sbocciano o fluiscono da quello proposto. Al che non sta a noi ponderare questa detonazione gnoseologica, anche perché il discorso non si chiude qui. I materiali raccolti e di qualità eccedevano le pagine qui disponibili: i contributi pubblicati ora non sono che una parte del dibattito innescato su poesia e conoscenza e nei prossimi numeri di «Atelier» daremo spazio a quei contributi che già scalpitano e ad altri che eventualmente verranno. Mi si lasci concludere con una nota: se i poeti sanno molto, è bene abbeverarsi alle loro fonti; se sanno poco e niente, è meglio saperlo che illudersi.

Giovanni Tuzet

Commenta questo articolo


moderato a priori

Questo forum è moderato a priori: il tuo contributo apparirà solo dopo essere stato approvato da un amministratore del sito.

Un messaggio, un commento?
  • (Per creare dei paragrafi indipendenti, lasciare fra loro delle righe vuote.)

Chi sei? (opzionale)