di Gabriele Frasca

Gabriele Frasca è nato a Napoli nel 1957. Ha pubblicato in versi: Rame (Milano 1984 e Genova 1999), Lime (Torino 1995), Rive (Torino 2001) e Prime. Poesie scelte 1977-2007 (Roma 2007).
I suoi romanzi editi in volume sono: Il fermo volere (Milano 1987 e Napoli 2004) e Santa Mira (Napoli 2001 e Firenze 2006). Sono apparsi anche suoi testi teatrali (Tele. Cinque tragediole seguite da due radio comiche, Napoli 1998) e svariati saggi, fra cui: Cascando. Tre studi su Samuel Beckett (Napoli 1988), La furia della sintassi. La sestina in Italia (Napoli 1992), La scimmia di Dio. L’emozione della guerra mediale (Genova 1996), La lettera che muore. La «letteratura» nel reticolo mediale (Roma 2005) e L’oscuro scrutare di Philip K. Dick (Roma 2007).
Con il gruppo musicale «i ResiDante» ha inciso il cd Il fronte interno (Roma 2003). Ha tradotto Philip K. Dick (Un oscuro scrutare, Napoli 1993 e Roma 1998) e Samuel Beckett (Watt, Torino 1998; Le poesie, Torino 1999; Murphy, Torino 2003; In nessun modo ancora, Torino 2008).
Dal 2008 al 2010 ha pubblicato a fascicoli, solo per sottoscrizione, il suo terzo romanzo Dai cancelli d’acciaio (che apparirà in volume unico agli inizi del 2011).
Ha curato nel giugno del 2008 per il Festival del Teatro di Napoli le messe in scena de L’assedio delle ceneri.
Insegna Letterature Comparate e Media Comparati all’Università degli Studi di Salerno.

pubblicato giovedì 5 maggio 2011
Che cosa succede la notte fra il venerdì e il sabato nella megadiscoteca Il Cielo della Luna, sorta in un niente, come un bubbone o un fungo, a (...)
pubblicato domenica 6 febbraio 2011
Farabutti o buffoni, a filare nel discorso del padrone, nessuno escluso? Sì, ma avendo innanzi tutto l’accortezza di aggiungere un posto per le (...)
pubblicato giovedì 9 dicembre 2010
Ne segue sùbito un’altra, a meno che non sia un inciso. Non c’è che dire, il reverendo Sterne, a furia di procedere elicoidale fra pulpito e pressa, (...)
 

di Stefano La Via

aggiornato giovedì 24 marzo 2011
 

di Massimo Rizzante

aggiornato venerdì 29 luglio 2011
 

di Cecilia Bello Minciacchi,
Paolo Giovannetti,
Massimilano Manganelli,
Marianna Marrucci
e Fabio Zinelli

aggiornato domenica 18 marzo 2012
 

di Rosaria Lo Russo

aggiornato sabato 21 maggio 2011
 

par Pierre Le Pillouër

aggiornato giovedì 17 maggio 2012
 

di Luigi Nacci & Lello Voce

aggiornato domenica 13 novembre 2011
 

di Massimo Arcangeli

aggiornato martedì 30 agosto 2011
 

di Sergio Garau

aggiornato lunedì 6 febbraio 2012
 

di raphael d’abdon

aggiornato sabato 2 aprile 2011
 

di Claudio Calia

aggiornato venerdì 2 dicembre 2011
 

di Yolanda Castaño

aggiornato martedì 9 novembre 2010
 

di Giacomo Verde

aggiornato sabato 4 giugno 2011
 

di Domenico Ingenito & Fatima Sai

aggiornato mercoledì 10 novembre 2010
 

di Chiara Carminati

aggiornato giovedì 13 gennaio 2011
 

di Gianmaria Nerli

aggiornato giovedì 16 settembre 2010
 

di Maria Teresa Carbone & Franca Rovigatti

aggiornato giovedì 17 marzo 2011
 

a cura di Massimo Rizzante e Lello Voce

aggiornato domenica 27 novembre 2011
 

Alle gegen Alle

Articolo postato giovedì 29 luglio 2010

Una guerra per uscire dalla crisi, rilanciare la produzione, rifondare i limiti da aggirare e tornare in recessione… Sa un po’ di versione economicistica dell’Ecclesiaste, dato il respiro generazionale e desolatamente ciclico che gonfia e affloscia il corpo del capitale; ma globalizzato il mondo, cioè ricondotto ai suoi ultimi invalicabili confini, fra fuga schizo e controfuga paranoica (per ricordare la sistole e diastole di Deleuze e Guattari) non è che si possa poi per davvero, a dispetto della fede cieca degli ultraliberisti, schizzare via fra le galassie. Ce ne fossero a portata di mano! E invece no: esiste un punto, varcato il quale (ed è questa la globalizzazione) il pianeta ripiega su se stesso. E concluso il mondo, per continuare a deterritorializzare e riterritorializzare, bisogna ripercorrere le stesse strade, se mai rendendole sgombre quel tanto da dare agl’intrepidi esploratori del già-noto l’ebbrezza di cartografare un deserto. Anche il regno dell’economia liberale non è di questa terra, se non a patto che questa torni una buona volta a far rima con guerra («Knock knock. War’s where!», per ricordare le busse con cui l’incubo della storia si ripresentava vichiano nella notte mediale del mondo del Finnegans Wake). Una guerra, dunque... e perché no una pandemia, se nell’ultimo decennio ne contiamo almeno tre di prove generali; e non sarà certo il caso di sottovalutarle, con tutte le loro propaggini in ogni dove, le industrie farmaceutiche, che dài e dài non sono nemmeno più seconde al famigerato «military-industrial complex» (che però di suo ha sviluppato, a partire dagli anni Ottanta, un inedito ramo frondoso: quello del settore dei videogiochi). Un sofisticato complotto, dunque, degno delle pagine di Thomas Pynchon, e perché no di un war game, se mai in versione MMORPG? No, la più desolante delle necessità nel circo dei micropoteri metastabili e della deresponsabilizzazione generale degl’infinitesimali godimenti. Se ognuno ne trae il suo tornaconto, per quanto micragnoso, non c’è conto che non torni al mittente. «Paga tu, per favore; al momento non mi trovo contante».

Una guerra anche qui, nella Zone (aveva ragione Pynchon in Gravity’s Rainbow: dobbiamo ancora sentire il fragore del tuono, in Europa, eppure ci hanno già fatto a pezzi). Non uno dei tanti soliti conflitti pulviscolari e periferici per mantenere solvente e in attivo la grande industria bellica (e dunque videoludica) mondiale: una guerra che attraversi il mercato fantasma, dove si spacciano fantasmi, cui da tempo si è ridotta l’Europa. Perché combatterla qui allora, fra gli spettri, questa guerra, o meglio anche qui? Per due motivi, e il primo è dinanzi ai nostri occhi da tanto di quel tempo che neanche più riusciamo a distinguerlo. Quando una qualche potenza in credito di risorse e in debito d’immaginario, il Nuovo Mondo di un tempo (ben presto l’America), o il Terzo solo di ieri (che so, la Cina), accarezza il suo sogno, è nell’Europa delle nazioni che, per sognare quel sogno, si dorme (lo ricordò alle democrazie occidentali Hitler a Monaco, convinto di avere intorno a sé, come in un vecchio western, praterie da sottrarre ai selvaggi nativi: «vado avanti dritto come un sonnambulo», proclamò, e segnò la strada del deserto americano su cui si sarebbe incamminata la politica europea). E non c’è mica da stupirsi che l’Europa sia la torre del mondo, e del suo imprigionato Sigismondo. Il capitalismo è nato in questo continente localistico e universalista; e se pure, finito l’ultimo conflitto mondiale, sembrerebbe essersene andato (ma solo per farvi ritorno, diciamo così, con le armi di Belisario), l’emorragia del suo immaginario continua a scorrere come fosse linfa. La questione è così evidente, ed è altrettanto fondante, che non era sfuggita persino nel suo sorgere a un cinico acuto come Calderón de la Barca: il capitalismo sopravvive incatenato e sognante, e non appena lo si libera per davvero, va avanti senza più sentire ostacoli, dritto come un sonnambulo al macello, e di lì all’anticamera della solita torre. E così moriremo probabilmente dissanguati ma capitalisti e ultraliberisti, e non ci parrà vero, ove mai per davvero scoppiasse una guerra (quale che sia lo stato canaglia, o opportunamente incanaglito, a provocarla), di tornare a essere il centro spettrale del mondo.

L’Europa del resto le guerre sa come farle, e se si cercano antecedenti alla cosiddetta globalizzazione, non è mica azzardato ritrovarli in quell’aggettivo «mondiale» posposto al sostantivo che ha fatto e rifatto le sostanze (per lo più traumatiche) del continente (che nel più trasparente sintagma inglese «world war» è un sostantivo in funzione di modificatore che suona come un sinistro consonantismo pronto a rimartellare, knock knock, il sostantivo modificato). Era spettato proprio a questo aggettivo (perché tocca sempre a ciò che non ha sostanza farlo) slatentizzare del resto il virus dispotico, l’Urstaat, l’intramontabile sanguinaria forma statuale asiatica, nel necessario (e assai peloso) umanitarismo delle pretese universalistiche della nuova religione europea della merce (eh già, un’esposizione rimarrà universale solo fin quando non verrà una guerra a ritagliarvi invalicabili i confini del pianeta). Il continente, lo sappiamo, centro di un mercato senza centro, la cui mano nascosta ha sempre a sua volta nascosto un’arma, se mai ha finito col trovare pace, lo ha fatto solo in quella sorta di ghiacciaia cui è stato ridotto quando, dopo l’ultimo conflitto che si è fregiato di quell’aggettivo, è divenuto confine fra i blocchi. Dobbiamo tutto, come europei sopravvissuti alla mattanza, alla guerra fredda. Ci avevano, e ci eravamo, fatti a pezzi: ma il rombo di tuono era così al di là da venire che abbiamo trascorso cinquant’anni a congratularci per lo scampato pericolo.

Certo, al suo interno negli anni che seguirono Yalta l’Europa ha continuato a dilaniarsi, a Est come a Ovest, fra epurazioni e terrorismi, e all’esterno, o meglio nell’intimo, ha potuto persino giocare coi suoi servizi segreti, deviati quel tanto da ritornare sullo stesso giro di ruota, come i criceti; ma se non altro tutto doveva nell’equilibrio generale rimanere compresso, mascherato, contenuto, e gli europei hanno fatto in tempo ad ammantarsi una volta per tutte delle toghe purpuree della civiltà, sinceri democratici o leali comunisti com’erano stati ridotti. Ma è bastato che crollasse la lamiera che divideva il frigorifero dal congelatore, e la vecchia Europa si è ripresentata per quella che era; e non è un caso che a godere in prima battuta di questo risveglio, appena un anno dopo il crollo del muro al rombo del tuono, sia stata l’unica nazione dichiaratamente sovranazionale e pluriconfessionale (come aveva coi suoi miti fondativi professato di voler divenire, ma sempre solo in prospettiva, la CEE), che come se non bastasse poteva vantare l’indubbio privilegio di non ospitare da tempo truppe d’occupazione, americane o sovietiche che fossero. Magari l’unica nazione veramente europea (non occidentale e non orientale), in quegli anni. E rispetto a quanto abbia detto di noi, del ritorno del rimosso che è il nostro destino, confesso che non finisce di stupirmi quanto sia stata sottovalutata la questione iugoslava.

Che l’Europa, incredula al riapparire dei suoi amati fantasmi, abbia preso parte al banchetto che ha straziato la vecchia Federazione è fin troppo evidente, dato quanto poterono in quell’occasione il fascino del mercato del vecchio marco (in quelle che sarebbero diventate, balconi della grande economia liberista tedesca, la Slovenia e la Croazia) e le sirene dell’ancora più remoto mito panslavo della grande madre Russia (soprattutto fra i serbi), finalmente (cancellato il comunismo) riabilitata al suo destino di sempre, ortodosso e barbarico. Ma è altrettanto indubbio, per come precipitarono le cose quando toccò il suo apice nove anni più tardi la crisi kosovara, che al continente, e persino al Bel Paese della responsabilità occidentale, dell’amore e del mandolino (diamo a Prodi e D’Alema quello che dobbiamo loro; e diamo ad Apicella quello che è di Apicella: vedrete che gli storici del futuro ne faranno un Tigellino...), non paresse vero di riprendere le armi (dopo, con le «missioni di pace», e quelle dei volenterosi, il tutto sarebbe diventato più agevole), sia pure sotto la copertura della NATO. Sebbene, a onor del vero, Clinton nicchiò in quell’occasione fino all’ultimo, alquanto insospettito dalle pressioni che subiva da molti stati europei, a partire dall’appena ridestato leone britannico... magari in cuor suo l’allora presidente americano si sarà in quei frangenti ricordato che ogni qual volta l’Europa ha trascinato l’America in una guerra, sono stati dolori.

Quanto insomma è successo nella ex Iugoslavia a partire dal 1990, con tutte le sue guerre fratricide, gli stermini per fede (calcistica, innanzi tutto... non dimenticatele mai le origini degli eventi, per quanto ridicole e poco «soprannumerarie» possano apparire) e le «pulizie etniche» (in Bosnia, nel solo ’92, ricorderete, si contarono 150.000 morti... poi dal ’94 in poi avrebbe cominciato a pensarci la NATO), e soprattutto con le inspiegabili contorsioni delle diplomazie europee impegnate in un nostalgico valzer balcanico (la CEE, grazie alla pressione tedesca, e a quella del Papa, riconobbe con sospetta celerità la secessione di Slovenia e Croazia...), la dice a mio parere lunga sulle ferite ancora aperte del continente, che sono ancora quelle che portarono alla prima guerra mondiale. E dunque di tutta la fase d’industrializzazione, e di sviluppo di un mercato senza limiti politici o nazionali, che le aveva via via inferte nel secolo precedente. Per quanto possa sembrare paradossale difatti, dissolta la logica di Yalta, non è che sia riemerso il trattato di Versailles; anche perché, come ci ricordano non pochi storici, prima e seconda alla fin fine sono un’unica guerra. Si lacera una sfoglia, e ne esce sùbito un’altra, abbastanza remota da sorprenderci. Per come vanno oggi le cose in Europa, possiamo volendo seguire ancora le nostre illusioni comunitarie, ma risulterebbe difficile negare l’evidenza: nel continente che ha sviluppato nella fase industriale del capitalismo il suo mercato fino al punto di non riuscire più a contenerlo, svaniti gli effetti della guerra, riemergono come da un museo delle cere le miopi risoluzioni con cui il Congresso di Vienna credé di impedire l’insorgenza di altri rivolgimenti sociali e conflitti, a braccetto se mai con gli stessi elementi dissolutori che le resero irrealizzabili. È la solita storia, qui da noi, eppure ogni volta ci sorprende: a una generazione in debito di miti fondativi, e disposta a trovarli in ogni dove per risolvere le sue crisi, segue sempre la generazione di «scurdammece ‘o passato» che ne gode i benefici, e viceversa. E ogni volta si ricorre al solito trucco. Ma a poco vale allargare le barriere doganali: i motivi del contendere raggiungeranno presto il nuovo confine. Perché il capitalismo (non è il suo male perverso, è la sua identità) chiede solo limiti da aggirare per spingersi fuori.

La coazione all’irredentismo in Europa ha di volta in volta rivestito un’armatura religiosa, ideologica, persino etnica e linguistica (Joyce in politica, anche solo a leggere come si dovrebbe l’Ulysses, la sapeva più lunga dei suoi critici): ma l’anima, l’anima vigorosa e vigile di ogni presunto popolo che si ridesta, persegue il suo unico sogno, che è fiscale (l’autonomia fiscale, da contrabbandare in pieno delirio anarcoliberista come abolizione stessa dei tributi, e libertà di schizzare chissà dove). Nuovi popoli sono pronti a sorgere dal nulla (dalle nebbie druidiche e dai templi remoti), per compiangere e impugnare le proprie catene (che poi non sono altro che i soliti «lacci e laccioli»). L’Europa comunitaria, potete esserne certi, rischia di subire un’ennesima ondata d’invasioni, ma non dagl’immigrati che attira e sfrutta: sono gli stessi nuovi «popoli» che genera al suo interno, come un’idra, che finiranno prima o poi col rovesciare le loro orde barbariche sulle sue sempre allo stremo risorse. Popoli nuovi, direttamente eletti dal mercato che il continente non contiene più (e che forse non ha mai contenuto, se è stato l’oro delle colonie a determinare la prima recessione da cui è sorto il capitalismo). Gente fresca, tribale quel tanto da radicarsi, spettrale quel giusto per fare affari al di là del vecchio contenitore. E non è detto che la cartina politica d’Europa, che già dopo il crollo del muro di Berlino sembrò sfogliare a ritroso l’atlante storico, non ci riservi da qui a poco la sorpresa di tanti ulteriori stati, dai nomi pittoreschi quanto quelli inventati dalla vecchia Hollywood per le sue commedie principesche ambientate in un romantico ridicolo continente di granducati e divise sgargianti. Se non più la grande rivoluzione internazionalista ritenuta imminente dal povero Karl, la guerra lampo di Groucho, Chico, Zeppo e Harpo è a portata di mano.

Una guerra in Europa, dunque? Non necessariamente... ma almeno una guerra che tocchi e rimescoli l’Europa, se non altro quella che ha voluto dopo il secondo conflitto mondiale consorziarsi non certo in una confederazione, e men che meno in una chimerica «società delle nazioni», ma in un mercato, anzi in uno Stato-mercato. L’esempio, anzi il modello che guidò gli estensori del Trattato di Roma (ci sono nato in quell’anno, è la mia storia), era apparentemente fulgido, ed era quello dell’allora Germania Federale, quanto meno nella visione di colui che l’aveva resa un «miracolo», vale a dire il cristianosociale Ludwig Erhard (con la sua schiera di collaboratori, neanche a dirlo entusiasti ordoliberalisti). E che in questione, nell’atto di fondare la nostra Europa, fosse la Germania non è strano, se si pensa che non solo nello smembramento di quella nazione correva il confine interno alla logica dei blocchi, ma che nell’inevitabile «ripensamento» dell’immediato passato cui venne calorosamente invitata si dovevano lavare tutti i panni sporchi di sangue della guerra (e dei suoi reali responsabili, primi fra tutti coloro che consentirono, e persino aiutarono, l’ascesa dei regimi fascisti). Per la DDR, coi comunisti al potere, uscire da quella guerra, si sa, fu ideologicamente più semplice. Se i comunisti avevano combattuto i nazisti (a parte quella sciocchezzuola del patto Molotov-Ribbentrop), e quella Germania era diventata comunista, allora... beh, sì, si era vinta la guerra (e non si era responsabili di tutte le atrocità commesse dal nazismo). Per la Germania federale, invece, lo ricordava il solito Foucault, la questione fu estremamente più complessa, e si risolse nella creazione di una nazione che non toccava letteralmente terra (alla faccia della sua precedente ossessione allo «spazio vitale»), e non era nient’altro che il fantasma del mercato. Quella logica, nell’atto di gettare i semi della nuova (ennesima) Europa, parve a tutti vincente (e non è difatti quella che sostanzia l’intero Sacro Romano Emporio?): uno Stato, grazie ai buoni offici dell’implicazione reciproca (che è un vizio logico, non economico) può essere solo legittimato come garante dell’economia che legittima lo Stato.

Certo, perché tale messa-in-stato del tutto spettrale funzionasse in Germania Federale, è inutile girarci intorno, c’è stato bisogno di consistenti aiuti americani, generosamente elargiti per impedire agli ex nemici di essere attratti dall’altra Germania (i cui intellettuali, fin quando non si videro i primi effetti del piano Marshall, non avevano mica tutti i torti a ripetere: «certo, siete più liberi di noi, ma solo di affamare i vostri concittadini»). Insomma: una messa-in-stato spettrale (una patina complessiva d’immaginario che irreggimenti i corpi e lasci schizzare i debiti con cui investire in... sogni) può funzionare solo con un’economia drogata, altrimenti al primo (anemone?) che chiederà di vedere le carte, seguirà la catastrofe. L’Europa, nella lunga stagione in cui ha ospitato la linea di confine fra i blocchi, ha goduto l’indubbio vantaggio di essere un oggetto di desiderio, cosa che le ha consentito (persino a Est) di vivere ben oltre le sue possibilità, e le sue stesse risorse. E se non ha avuto più bisogno di colonie da impoverire (prima le ha perse tutte, poi è divenuta addirittura il simbolo dell’anticolonialismo, maestra di tolleranza fra i popoli...), è perché lo era diventata, una colonia, di qua e di là; ma non una colonia da sfruttare, da vezzeggiare piuttosto, e persino da tenere all’ingrasso (un animale da stalla, è facile immaginarlo, dovrà ritenersi ben fortunato, prima di avviarsi al macello).

È da questo mondo di sogni (sia pure cattivi, ma sogni), che si dicevano (di qua e di là) interdetti nella loro realizzazione dalla presenza dell’altro, ed è da questo sonnecchiare fra coccole e bamboleggiamenti («via, civili come siete diventati, non state meglio qui con noi, che coi barbari?») che si è risvegliata l’Europa all’indomani del crollo del muro di Berlino. Quel risveglio, lo ricorderete, durò però solo il tempo di formularsi un’unica domanda, ben presto svanita in attesa dell’impossibile risposta: ora che è finito il comunismo, e si è liquidato lo spettro di uno scontro fra le due superpotenze, perché non si realizza la grande cuccagna promessa? Certo può apparire singolare, ma di che cosa avrebbe voluto dire, da quel momento in poi, vivere in un’economia non più drogata dalla contrapposizione con l’altro, non vorrei sbagliare ma credo se ne sia accorto per tempo (e proprio dalla ex Federazione martoriata) solo il consort di guastatori mediali conosciuto col nome di Laibach: era il 1992 quando questo insolito gruppo nato punk, e cresciuto industrial, licenziò un disco intitolato beffardamente Kapital, e invase l’Europa liberata con il ritmo dance del suo hit Wirtschaft is Tot (altro che comunismo, ripetevano nel loro video in puro stile Metropolis, anzi «Retropolis», è l’economia che è morta...). Da quell’oggetto del desiderio che era, l’Europa si è ritrovata insomma improvvisamente costretta a tornare a desiderare, solo per accorgersi che quei desideri da tempo sopiti che avevano fatto la sua grandezza e la sua miseria erano rimasti inguaribilmente gli stessi. «Siamo ancora noi, siamo sempre i soliti», abbiamo dovuto ripeterci: e siamo stati messi nelle condizioni, pur di tornare a dare un senso a quel pronome, di resecare il “noi” leali comunisti o sinceri democratici (senza dimenticare quanti si opponevano da sinceri democratici negli stati comunisti, e quanti leali comunisti contavano i paesi democratici) in cui ci avevano stipato. Da quel momento in poi, abbiamo ripreso a sfogliare l’immaginario delle nostre precedenti messe-in-stato come una margherita. Quando una crisi la investe, la generazione di «scurdammece ‘o passato» si ritrova a sua volta in debito di miti fondativi, e li ritrova dove può, magari nelle radici cristiane, o nell’humus celtico, o nella broda primordiale barbarica. Ciò che è capitato alla Iugoslavia, non facciamoci soverchie illusioni, può capitare all’Europa, che in quanto a tribalizzazioni di ritorno, ne fa fede la sua storia, non è seconda a nessuno. Anche perché non c’è tribalizzazione che torni, con tanto di nascita di un nuovo popolo o di un’inedita «etnia», che non abbia il suo ritorno fantasmatico nella presunta scorciatoia che porta più rapidamente al mercato che si è fatto remoto. Anche questo è un sogno, ma se volete è quello fondativo. Del resto, come l’impero di Carlo Magno non aveva «capitale» ma solo la sua brava barbarica corte itinerante, così l’unico centro del Sacro Romano Emporio è quello che ogni volta si sottrae…

L’Europa non ci mette mica molto, e ritrova facilmente tutte le sue divisioni, e di inedite ne inventa, secondo la vecchia prassi capitalistica di dividere dentro ciò che andrà congiunto fuori (nel centro che non c’è). Il liberismo non drogato, non programmato cioè all’esterno del suo presunto laissez faire, schizza ai confini del pianeta ma inevitabilmente ci batte la testa... e rimbalza alla ricerca di un nuovo strato di mondo. Il sistema a presunta «classe unica» della sempre penultima fase del capitalismo («anch’io sono un servo, dice oggi il padrone», ricordavano Deleuze e Guattari) ha fatto presto a scoprire le vecchie corporazioni medievali (e fasciste), e a metterle l’una contro l’altra (ogni corporazione viene sentita tale in virtù del di-più-di-godere del suo «corpo», che è ovviamente causa del godimento interdetto a ogni altro «corpo»). Ancora prima, mentre già si delocalizzava qui da noi il lavoro (dividere dentro per ricongiungersi fuori), con un gioco di prestigio si è trasformato il lavoro sottratto (perché fuori è più conveniente) in lavoro rubato (da tutti quei miserabili che vengono dentro). Ora, fiaccata la cosiddetta società civile con le guerriglie corporative, rinfocolate con identità micragnose le più inedite etnie, grazie alla guerra in atto fra lavoratori ridotti allo stremo che si contendono (a forza di rinunce e di diritti negati) i flussi imprenditoriali, persino il presunto pretesto dei privilegiati da abbattere e degl’immigrati da respingere non funziona più, e si farà presto qui in Europa a guardarsi in cagnesco rispolverando le smunte ma comunque più consolidate identità nazionali (lo si è visto da come taluni degli stati più eminenti della CEE volevano liquidare quegli “straccioni” dei greci, fino addirittura a mettere in questione, lo hanno fatto per davvero nel corso di una notte, la moneta unica per cui tanto si erano battuti). Alle gegen Alle, tutti contro tutti. È questo il secondo motivo per cui una guerra potrebbe scoppiare anche qui, così da ridare se mai ai Balcani il loro consueto destino di prolessi d’Europa. E del resto: dov’è che minaccia di delocalizzare un po’ di produzione il solito Marchionne? In Serbia, naturalmente. Ma tu guarda...