Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

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Andrea Inglese

Inventari di un Indomestico in bilico, ovvero Quello che si vede: bildungsroman di un punk

Articolo postato venerdì 30 marzo 2007
da Maria Valente

Andrea Inglese



Inventario delle imprese chirurgiche

Dal carcinoma dozzinale al morbo
raro di Basedow – metastasi ossea
o sanguigna- tutto si curva e cava,
il retto moto della morte
mutuando in lento giro d’agonie
e magnifiche sorti accompagnano
viaggi cerusici di pinze e lenze
il soma setacciando, in selve
operatorie, tra anse di tubi
e cavi, leve e luci, gli arti
disserrati e ritessute fibre.

Carne d’argilla, malleabile
d’uomo sottocutaneo tra ferri
e fari: sguantato e rovesciato
dall’intrico intimo di milze
a calzare un panno lindo, nuovo
d’epidermide. Branchie e gangli
molari e glandi come freschi
petali s’incollano (se marci
o decaduti).

E l’ardua mente
seppure diafana come aria
si palpa sotto palmi, in grigia
polpa cerebrale volta, coppa
di chimere, orme, rumori, ansie
fascio di confusi scopi contusi
caglio che la chimica scioglie.

Lume di ragione tremulo
che erige un tondo mordersi
di fatti, innerva d’amore il ghiaccio
patisce malattie del niente
ma è fungo di nervi, ragnatela
neuronale che forbici tagliano
e aghi appositi, laser cuciono
sistemando nelle retina cose
e colori in giuste proporzioni
e pensieri in salde maglie
nel senno il mondo compresso
goccia a goccia infitto, misfatto
per misfatto, tutto assorbito
nel neurone e assolto, assopito
assolto, assopito, assolto…

Inventario delle prove

se proviamo attraverso la gran nube barocca
e il chiasso di scena, trattieni il respiro
poi soffia, come un corpo al buio usa l’olfatto
e disimpara il punto e la riga, sogna
la bibbia sul banco d’un analfabeta,
se qualcosa ci salva è l’accidia, il passo falso
del cieco, se così mi assilli, risalgo, non c’è
altro modo, se vuoi toccare con mano
sai che i segni sono i sogni più forti, anche
i colori mentono, e la lingua non è mai
un dono, ma tutto lavoro, frase per frase
viene fatta e rifatta, negli anni, con sudore
pensata, collaudata, venduta a paragrafi,
accumulata in blocchi d’elastica dottrina
(giusto clima di serra in cui orbitare
sempre, calore ed erba, luce ed ombra per farci
sussistere nel gioco dei tempi, per pomparci
l’essere se manca, la luna, il cuore, la sabbia,
per darci un amore di cacao e canditi,
la rabbia stilizzata in grida adorne, battiti
di denti, morsi di serpi alla coda)

e tu insisti, dici che esisto, le prove ti rispondo
non bastano i nomi, le cose le cose, capisci?
anche tu confondi preda e ombra, senti dolore?
certo se pizzichi e mi pungi, ma credi che basti
la certificazione nervosa, alberi ne abbiamo
ma il bosco il bosco, ho prodotto e consumato,
poco, e questo non si perdona, si salverà
chi corre, chi occupa un vano, chi ha la mano
dentro il tritacarne, fuori da questa febbre
non siamo che fame, allora parla parla parla,
vivi in giochi di parole, nei lisi fili di frasi,
reti di rame, schermi che il tempo calcificano
e muri di presente accesi sempre, un nemico
calmerebbe l’ansia, una lotta, una breccia,
ma tolte le tracce, i pittogrammi, le foto, il fato
cosa resta? tolte le scarpe, le chiavi di casa,
i vasi d’erica, cosa resta? tolti i segni
che appiccico su carta da parati, i romanzi
in bottiglia, i segnali morse col cucchiaio,
e se tolgo pure te di mezzo, cosa resta?
in quale tempo e luogo, in quale pelle
sono nato e vissuto, in quale stagione
umana ho seminato corti gesti, ho perso
le prime proprietà (corpo e fiato) mai messe
a registro, le attese spastiche, le tua
e la nostra fioritura, e assieme a noi il bosco?

(e potrò dire un giorno, saprò
dire, ma dopo, non ancora, dopo:
trovandomi per strada: “è quasi buio”
ecco, e se non basterà, dirò così:
“sono stanco” oppure “accendiamo
anche quella luce”, non ora, no)

(da Inventari, Zona Ediz., 2001)

Scrivi,mano esitante,
una data, stendi le cifre,
poni il tratto tra giorno
e mese, poi tra mese
e anno, e chiuditi
pugno adesso
che il tempo è convocato
e attendi tu, ombra
seduta, contorno,
soffio che sfugge
da un corpo e vi ritorna.

Attendi il lusso
di avere spessore
e volume: un nome
legato a dei nomi, in un luogo
legato a dei luoghi, una rete
dunque
che ti tenga da qualche parte
sospeso
ancora un poco
lontano dal vuoto.

(da Bilico, Ediz. d’if, 2004)

Quello che si vede, poco,
è sempre di nuovo sotto gli occhi,
come ripetendosi, ma non è
lo stesso, non tornerà mai
così, radente, evasivo,
come ora, non sarà quindi
mai visto, anche se
ci metterai anni a leggerlo,
anni per capirlo
qualunque cosa fosse,
anche solo da vicino,
in prossimità, un labbro,
i solchi della pelle, un’iride,

quando quel che si vede
scivola sotto la visione
e morde silenzioso
o sfiora, tutta la mente
è invasa, lo sguardo fitto,
gremito di traiettorie colorate,
i caratteri cubitali, i simboli
nitidi: animali, montagne
a cono, alberi di ginepro,
remi, scafo, o solo un sacco
di plastica lacerato
da cui filtra un suolo impossibile
senza luce o spazio, una fossa
forse, se poi uno
a forza di lanciare sguardi
avanti, finisse fossile
a camminare fermo
nel niente

(da Quello che si vede, Arcipelago Ediz, 2006)

Vita

Non posso non raccontare la mia storia.
Chiamo questo: calamità autobiografica.
Doversi fare una storia, andarla ad estrarre
come una scheggia, tra i tessuti fragili
della pelle, a rischio di

sbriciolamento,

farla nascere, imprimere un’esasperante lentezza
a questa cosa mai accaduta, mai appianata,

a questa x

pulviscolare, interrotta,
istantanea,

di cui si hanno dintorni a perdita d’occhio,
coltri che circondano,

di cui si ha un infinito accerchiamento

senza possibilità di approssimarsi
di dire: bambino, io, mia pelle, caduta sulla ghiaia.

Ci sono in compenso radiografie
molte, a partire dai quattro anni
rimangono quaderni di scuola,
copertine di quaderni,
rimangono dintorni, paesaggi documentati, scontrini.

Di quale storia si parli non è chiaro,
renderla mia è rallentare,
dare il controdocumento, dall’interno, dal buio della x

dare qualcosa dal centro, inventare che ci sia centro
mettendo in prospettiva e simmetria e successione
e comparando tutte le ferite, i punti di sutura.

Quel ferimento è il lato interno
di quello che fuori è pura traccia,
puro ritardo,

perdita,

documento. Anagrafe.

(inedito)

Andrea Inglese è nato a Torino nel 1967. Lettore presso l’università di Parigi. La sua tesi di dottorato in Letterature Comparate è confluita nel volume ‘L’eroe segreto. Il personaggio della modernità dalla confessione al solipsismo’, pubblicato nel 2004 dalle Edizioni del Dipartimento di Letterature Comparate dell’Università di Cassino,2003. Suoi interventi sono apparsi su varie riviste e nei volumi ‘Ákusma. Forme della poesia contemporanea’ (Metauro, 2000), ‘Scrivere sul fronte occidentale’(Feltrinelli, 2002) e ‘Ritmologia. Il ritmo del linguaggio. Poesia e traduzione’, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2002) Ha pubblicato la raccolta poetica ‘Prove d’inconsistenza’, con prefazione di G. Majorino nel VI Quaderno italiano (Marcos y Marcos, 1998),‘ Inventari’ (Zona 2001) con postfazione di B. Cepollaro, ‘Bilico’ (d’if, 2004). Nel 2005 è apparso l’E-book, ‘L’indomestico,’ Biagio Cepollaro E-dizioni . Una sezione di ‘Inventari’ e altre poesie sono pubblicate in ‘Poesie dell’inizio del mondo’(Sossella, 2003), che raccoglie i finalisti del premio Antonio Delfini. Alcuni testi inediti sono apparsi sulla rivista ‘Avanguardia’ (n°22, 2003), accompagnati da saggi di Cecilia Bello e Giovanni Palmieri sul suo lavoro poetico. Traduzioni in francese dei suoi testi appaiono nella rivista ‘Action poétique’ (n°177, settembre 2004), nella sezione dedicata alla poesia italiana contemporanea. È presente nell’antologia di poesia italiana contemporanea ‘Parola Plurale’ (Sossella 2005). Ha partecipato a diverse manifestazioni di poesia in Italia e all’estero, tra cui Ricercare ’97 (Reggio Emilia), Romapoesia (1999 e 2005), Festival Internazionale di Poesia del Mondo Latino Ars Amandi tenutosi in Romania (2005), 34ème Rencontre québécoise internationale des écrivains a Montreal (2006) e Milano Festival Internazionale di Poesia (2006). Suoi testi sono stati utilizzati dal compositore di musica elettronica Giovanni Cospito: Supra Modum, per soprano, suoni elettroacustici e live electronics (1996) e Prologo da “Le camere di Orfeo”, per elettronica (1993). È autore con la videoartista Rosanna Guida del video ‘La buiosa’ (1997), Prix de la Création Vidéo 98 al Festival “Art contemporain” di Clermont-Ferrand (Francia 1998). Con il gruppo Sincretica ha presentato due spettacoli multimediali: Memorie dell’immediato (1996, Milano e Venezia) e Spot-city: esercizi di persuasione urbana (1998, Genova e Milano). Collabora al blog di romanzieri e poeti Nazioneindiana alla rivista on line L’Ulisse e Italianistica online.

11 commenti a questo articolo

Andrea Inglese
2007-03-30 14:08:42|di maria

Negli ultimi giorni mi è capitato di osservare con più attenzione e di passare un po’ in rassegna il lavoro poetico complessivo di Andrea Inglese, che comincia a diventare notevole, almeno quattro raccolte pubblicate alla soglia dei quaranta, senza contare opere sparse sui blog o su riviste…e la mia prima impressione è stata quella di trovarmi di fronte ad opere molto diversificate tra di loro: dalla furia famelica degli Inventari, rovesciati a dirotto con procedimento cumulativo, una lingua che sembra divorare le parole-cose, un fiume che ha rotto gli argini e travolge tutto ciò che incontra al suo passaggio, incontinente, non riesce a resistere al vizio di nominare, a trattenersi dal chiamare le cose per nome, come per popolare un mondo di parole per fare rumore, che si mettano a sbattere i piedi per terra, ad urlare più forte di tutto il vuoto e tutta l’aria che le tradisce, perché non sono cose, infine, sono solo parole

“credo fermamente nell’indicibile/ c’è molta roba ineffabile ovunque/ ed è per questo che parlo senza sosta/ da anni instancabili, non trovando/ per puro caso ostacoli, validi attriti/ tutto cede per miracolo al blaterare/….
…la morte in tutte/ le salse, e taccio per fame o per sonno…”

parole a manciate, che ricoprono le cose ossa spolpate, delirio di niente urlate per riempire e per coprire e seppellire tutto il niente e tutto il male di quelle due parole sfuggite al niente, sopravvissute e sfinite sotto una coltre d’aria spessa e irrespirabile, di solito nella chiusa degli inventari ritroviamo le parole smarrite, ossute e spigolose, spuntate a bucare l’aria, le orecchie, gli occhi, il senso delle cose strappate di bocca alle parole, un grido lacerato

“non so se cura la sua carezza/ se spezza il collare, non so/ se salva, se assolve, se è moneta/ felice di tutte le brame, se è pane/ e vino di fami e seti sterminate/ è una pura follia dell’aria/ gravidanza dell’aria, feconda/ sepoltura del seme: non guarisce/ fa di certo impazzire)”

Lo stesso soggetto- sfondo di tutte le trame, quell’io, quello che si vorrebbe uno, dovrebbe essere uno, ha tutto uno stuolo di manipoli e cortei di maschere e caravanserraglio, un’intera legione di lesioni che alla storia affiderebbe il compito di unificare, ma è moneta falsa, la storia tradisce e si sottrae, spezza le righe, confonde i percorsi della memoria con un passato inutile da barattare, di sentieri interrotti e passaggi sbarrati, vicoli ciechi dove non resta che:

“annullare l’esperienza in un pugno/ di notti e vomiti, e si rimane uguali/ al dolore e s’impara come pugili/ ad incassare, si ha fame di tutto il male/ e si adora la spina quando penetra/ e resta, unica fiamma, sottocute/ finché l’ossesso si separa e tradisce/ e spia e imita, ama negli altri le altre vite…
mentre anche il qualcosa/ crolla, parte il qualcuno amato, scompare,/ ciò che resta è lo sguardo, l’arco sul vuoto/ il puro desiderio, la mancanza che lega”

il soggetto è quello fuori campo, quello che resta sul campo a guardare, a spiare gli altri vivere, finché anche l’ultimo attore scompare e l’uno resta lo sguardo perso nel vuoto. Il salto nel vuoto.

In Bilico la prospettiva è significativamente mutata, alla poesia non si chiede più di delirare, si ricerca una misura nel dire, un equilibrio ancorché piuttosto precario e instabile. La sintassi si distende calma, il ritmo non è più concitato, ma lento, orizzontale, anche se le sezioni restano staccate, scomponibili, non c’è compattezza, solidità, massa inerte, da una sezione all’altra può mutare il tono, il tempo, si perde il filo e poi lo si recupera, descrizioni e riflessioni, dialogo a più voci e cambi di scena improvvisi, resta la crudeltà e la rabbia ma in pose misuratissime, registrate in sequenze e fermo –immagine mentre

“vanno nel pendio dolce/ a un civilissimo e meditato schianto”

anche il soggetto sembra deciso a riconquistare quell’equilibrio a prezzo d’imprimere

“il mio inconfondibile tocco/ nella macelleria del mondo”

tornare a far parte dell’insieme e tuttavia lasciarsi sempre una via di fuga laterale – e rimanere, appunto, in bilico perché:

“il vero problema della vita/ sta nel sopravvivere ad un inseguitore/ armato. Bisogna riuscire a seminarlo/ salendo senza esitazione/ sulla scala antincendio. E mai/ voltarsi indietro/ Mai osservare/ le crepe di vernice sul corrimano”

Dall’Indomestico alcuni testi sono confluiti in Quello che si vede, il tono prosegue in direzione filosofica, Wittgenstein ma anche la pagina più bella di Heidegger quella dell’Origine dell’opera d’arte, …l’Heidegger che sfonda la tela di Van Gogh per comprendere di cosa sono fatte le scarpe, la fatica del contadino, lo strumento e la fiducia, la saldezza della terra sotto i piedi e del proprio mondo a portata di scarpe e del gesto quotidiano e ripetibile, la certezza della vita che si consuma, la certezza della vita e della morte, delle cose perdute e di quelle custodite dal tempo…il segreto svelato nel quadro è lo stesso custodito nel gesto semplice di calzar le scarpe...ma il soggetto poetico di Inglese conosce anche il gesto contrario di togliersi la scarpe e rimanere in bilico.

Quello che si vede, è tutto centrato sullo sguardo, un gioco di prospettive e superfici e fondali sommersi, molto Merleau – Ponty: nell’immagine come relazione percettiva e corporea tra io e mondo, solo l’arte è capace di ricondurre il pensiero a quella coappartenenza io-mondo, compito del pittore ( e qui dello sguardo del poeta) è mostrare il mistero di passività del visibile.

“Tutto avviene nella superficie/…
l’esistenza inconcepibile scorre/ anch’essa su superfici, dentro/ le si formano cisti nel buio/…
come ricordi, globi onirici, pagode/ di bianchissimo nulla. Non / guardare nei piatti il rimasuglio…
Rimani alla superficie, anzi/ al bordo…”

“…nel vecchio sogno, quando nudo/ scendi a ritroso nel tempo/…
perché la mia nuca poggi su terra smossa e la bocca/
ingoi l’aria della notte, e le pupille si brucino/
a riassorbire le centinaia di stelle migratorie.”

“…piedi nudi/ che cercano ancora e ancora /aderenza…
oltre…lo sguardo morto al quadrante”

“quello che si vede…una fossa/ forse, se poi uno/ a forza di lanciare sguardi/
avanti, finisse fossile/ a camminare fermo/ nel niente.”

“quando tutto si riempie allora tutto sta fermo
…la vista/ esausta ne sanguina.”

“gli occhi s’imbevono beati/ di un paesaggio che l’abitudine/ finemente insabbia,
cancella”

“nel fuoco fisso dell’immagine mai attinta”
“la poca residua pietà dell’occhio”

Un progressivo rallentamento del ritmo da una raccolta all’altra, mi ricorda tanto la trilogia beckettiana da Molloy che, pure claudicante, riusciva addirittura ad andare in bicicletta, a Malone Muore che era costretto a letto ad avvicinare le cose a sé con un bastone all’Innominabile che è feto in una lettiera, cui l’unico movimento e segnale di vita ancora consentito è quello delle palpebre: aprire e chiudere gli occhi.
Dell’ultimo inedito in cui mi sono imbattuta su rivista (L’Immaginazione), osservo l’asciuttezza, la quasi totale immobilità, le parole escono fuori con pesantezza e fatica, i punti fermi, gli spazi bianchi pesano almeno quanto le parole, che escono rotte, è l’Innominabile che può dirsi (vivo)solo per quel movimento degli occhi, è l’indicibile, quello citato nella prima raccolta, quello sepolto sotto un ammasso di parole, come nell’Innominabile di Beckett che tace solo davanti davanti alla porta che si apre sulla sua storia, "ciò mi stupirebbe, se si apre, sarò io, sarà il silenzio” ma l’ultima parola sul silenzio di Beckett è "io continuerò" e, allora, continuando, se dovessi scegliere un verso che sopravvive, che resiste sotto la pressione di tanto scritto e tanto parlare, io ne ho trovato uno solo che si trova ripetuto in due opere diverse e credo anche distanti negli anni: una poesia della giovinezza che si può leggere sul sito di Poetilandia, dal titolo Bildungsroman di un Punk e una poesia che Inglese pubblicò qui, quasi agli inizi di Absolute
e il verso lo lascio scoprire a voi.


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