Absolute Poetry 2.0
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Andrea Raos

da Aspettami, dice alle Api migratori

Articolo postato mercoledì 7 marzo 2007
da Maria Valente

Andrea Raos

Nato nel 1968, ha esordito con la raccolta Discendere il fiume calmo nel Quinto quaderno italiano diretto da Franco Buffoni (Crocetti, Milano 1996). È presente nel progetto ákusma. Forme della poesia contemporanea, (Metauro, Fossombrone 2000). Ha pubblicato Aspettami, dice. Poesie 1992-2002 (Pieraldo, Roma 2003) e Luna velata (cipM - les Comptoirs de la Nouvelle B.S., Marsiglia 2003). Ha curato l’antologia bilingue di poesia contemporanea italo-giapponese Chijô no utagoe - Il coro temporaneo (Shichôsha, Tokyo 2001).
Presente nel VI Quaderno della rivista on line Poesia da fare di Biagio Cepollaro.
Con Andrea Inglese ha curato Azioni poetiche. Nouveaux poètes italiens, in Action poétique, 177, settembre 2003 e Le macchine liriche. Sei poeti francesi della contemporaneità, in Nuovi Argomenti, dicembre 2005. È membro di Akusma e di Nazione Indiana.
Suoi testi sono apparsi sull’antologia Il presente della poesia italiana a cura di Stefano Salvi e Carlo Dentali (LietoColle, 2006).
Suona il basso elettrico nella band del poeta francese Eric Suchère, di cui ha tradotto numerosi testi.
Di prossima pubblicazione Le api migratori (Liquid, Oedipus Edizioni).

Testi tratti da Aspettami, dice -poesie 1992-2002, Pieraldo Editore.

Nel vortice che cade addosso ai fari
all’ esterno del parcheggio ogni cristallo
pare vivo in questo vento.
Adesso da lui a me
da me a lui
parte neve parte neon
glas è
neve in senegalese,
quel bianco che discese e ci coprì.

*

Non posso dirne chiaro, ben tagliato
il profilo stretto di faina, arrossato
dal vento. Scivola dal cotto della scala
di ringhiera in ringhiera, è già disceso
alle assi sconnesse del vestibolo
senza un respiro, senza trasparenza
della sera alle sue spalle. Ogni sera
ne è vena, ridere, fluidità.
Ogni vena
e poi venne lì, ad attaccarmi la febbre.

*

Ho, ben sai, crudeltà bastante, pure
mai ti immaginai campo di ghiaccio
chine le foglie al soffio, tu stormire
rauco nel bosco di cannule e timer,

i contatori abbarbicati ai solchi
tubolari nei due bracci, grida
verdi, disegnate, delle arterie
ferite a simulare ogni singulto,
gli sbalzi vascolari: tic tic tic.
Cos’hai imparato a imprimere il tuo stare
immobile su una distesa immobile
brina, irta? Fuori, you prick, e di corsa.

*

Ma scende verso quale dove il fondo
Immergersi dell’acqua nella sfera
A dare al temporale, a dare sfondo
A pochi oggetti nella buia sfera?

Né ricordo una pioggia più incredibile,
Che sradicasse anche i neri tronchi
Svanenti oltre i confini del visibile
E rapinasse l’aria via dai bronchi.

Ma ora che stanno terminando i lampi
In cielo, le acque correnti la terra,
Se sta soltanto un uomo e fugge ad ampi

Giri e scortoli nell’immensa serra
Che in afasia della volta sferra
Botte, chi spera allora che la scampi?

*

Eppure, la massa del respiro non è più plasmata dal volu-
me della stanza in modo da contrarvisi flutto per flutto. Non è
adeguata più al moto del mare che la insegue. Si colorano inve-
ce di uno stesso virare verso il sangue e verso bolle di saliva. E’
il mare addosso al mare, contro il mare. Forse che stiano colan-
do l’uno verso l’altro per riunirsi stretti da una sola mano, ab-
bracciati ed individui dentro al tremito in cui trema chi li lega.

*

Dobbiamo distruggere o creare? tu che pensi?
Questo stesso ponticello di sabbia, cumulo di qualche giorno
e un po’ di vento, che abbiamo guardato, è creatura
umana adesso, è caso della mia intenzione
o d’un ancor più grande
caso? Già se appunti lo sguardo su una foglia si tramuta in
foglia; premi contro il muschio il viso
e non accade nulla. Fissata allora questa sabbia
la chiamavamo sabbia mentre senza dirne il nome il formicaleone
vi ha fatto ciò che doveva fare, che tuttora fa e che smetterà di fare
un giorno. Perciò come io vedo
l’ineternità nei suoi frantumi così l’antica roccia
mi risugge e mi odia. Distruggere, creare…l’odio
non è stato per l’uomo, sono io.

Allego in esclusiva, parte dell’atteso Le api migratori in uscita ad Aprile in tutte le librerie.

Portfolio

13 commenti a questo articolo

Andrea Raos
2007-03-09 10:40:02|di maria

Grazie a te, Andrea, per le tue poesie perché sono autentiche, per il tuo lavoro, perché dura ormai da almeno un quindicennio e che ritengo sia stato anche troppo sottovalutato finora.
Sai, mi ricordo quando un anno fa, più o meno, lessi qualche tuo inedito su Poesia che recensiva Marco e mi ricordo che la mia ammirazione fu immediata... ricordo anche che feci degli errori grossolani, come non capire affatto la scrittura di Bortolotti o non capire a fondo quella di Inglese (autori oggi da me altrettanto stimati)e, tuttavia, sono altrettanto certa, oggi, a distanza di un anno, di non essermi affatto sbagliata sul tuo conto e sono felice di avere avuto io l’onore di presentare qui le tue poesie.
Ti faccio i miei più sinceri auguri per l’uscita del tuo nuovo libro.


ars
2007-03-08 22:26:48|di Andrea Raos

Sei molto gentile Maria, grazie di cuore.


Andrea Raos
2007-03-07 22:07:06|di maria

Se posso, esprimo tutta la mia ammirazione per queste poesie che pur muovendosi ancora sulla falsariga della tradizione, mostrano già piena insofferenza nei confronti delle gabbie metrico-stilistiche in cui si attanagliano, è l’autore stesso ad ammettere che: "nessuna forma, nessuna scelta lessicale è in grado di esprimermi naturalmente [...]guardo più in fondo che posso ed ogni volta sento il contenuto e i versi dietro, più titubanti, proprio slittare".
Stile sorvegliatissimo e mai pacifico, parole misuratissime, densità, accumulo e mai senso di appagamento, o ripiegamento su di sé, tensione sempre alta sempre viva e non c’è stasi.
Il sovraccarico semantico non è sterilmente rivolto all’interno, perché capace di imprimere un dinamismo, di innescare un moto sinattico, a suo modo un flusso che non si traduce né in moto
rettilineo, né in quello circolare, procedendo piuttosto a sbalzi o per oscillazioni o come un percorso sismico, per vibrazioni, per scosse telluriche che disegnano un percorso fuori di sé, anche se si tratta di un percorso accidentato, ingolfato, per sfondamento e occlusione di valvole, perché nulla è definito una volta per tutte, fedele all’antimimetismo, le cose, le scene si illuminano in rapidi flash, confusi, indecifrabili, con violenza allucinatoria: un letto di ospedale che assomiglia ad uno strumento di tortura, un precipitare dalle scale, un violento temporale dove infuriano venti e batte botte, un rombo di motori accelerati dall’abbaglio dei fari, l’istante spezzato e congelato in una pioggia di vetri (glas è neve in senegalese e glass è vetro in inglese) ...ogni tentativo di comprensione razionale e composizione dei nessi logico-causali è deluso, frustrato, nessuna sequenza narrativa che regga, solo squarci. Il contatto con l’altro è un cortocircuito, lo sforzo irriducibile di un mare addosso al mare e contro il mare, non c’è equilibrio che tenga, anche la musica è continuamnete franta, interrotta, rovesciata, brusca.


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