Absolute Poetry 2.0
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CARMELO BENE

o della critica dell’economia politica del teatro

Articolo postato martedì 6 marzo 2007
da Nevio Gambula

Quanto c’è di spietato nel teatro di Bene?
Carmelo Bene, l’attore, il poeta della scena, grandiosamente irresponsabile di fronte al teatro costituito. La sua balbuzie ha rovesciato il teatro di prosa.
Sempre rivolto al di là della scena ufficiale, il suo delirio è l’esaltazione del dilettante, del recitare per gioco. Radicalmente anti-professionistico.
L’unica forma per uscire dalla crisi del teatro è il dilettantismo: il teatro non ha bisogno di lavoratori, gridava inascoltato. Riconoscerlo, coltivare il dilettantismo, significa
non perdere l’arte, non prendere parte, mettersi da parte
con arte: conservare l’incapacità, dimenticare quanto appreso,
ricordarlo solo talvolta, errare così senza mediazioni, a piacere, e sempre come
e quando si vuole, sempre fuori tempo, a perdere tempo, sospendendo il tempo
e mostruosamente contro il tempo, non per vincolo contrattuale,
ma per piacere. Inevitabilmente legato
al tempo, con sommo disgusto
Bene ne smontava l’apparato spettacolare, l’apparato del tempo
capitale, o del Capitale, come scrisse e scrisse più volte, appartato.
Ogni forma di rappresentazione
è statale, ogni (diceva). Anche quella più sperimentale. Perché è, il teatro,
una istituzione sociale.
Ninnoli immedesimati, gadget da ginnastica povera e vuota, accessori (o assessori?) della narrazione, tutti superflui e decorativi, al pari di ogni moda, sono sempre
promiscuità ad una logica di potere. Attraverso la scena parla
una società dominata dal denaro, dal denaro, dal denaro,
dallo scambio, dal profitto. Parla la nostalgia dell’oro.
La grandiosità di Bene è averlo detto.
Solo un dilettante può farlo.
Perché il professionista segue la tattica del rispetto. Altrimenti
è fuori, è l’ostracismo, è la marginalità. Farsi identificare
come critica radicale al sistema è pericoloso, significa
voler essere incompresi, emarginati, assenti.
Solo un dilettante può farlo.
Carmelo Bene lo ha detto in modo chiaro: nel tempo del denaro ogni ricerca è impossibile.
Il dilettante esalta lo spreco. È crudelmente e irrudicibilmente assente.
Si dimentica del gioco perverso della domanda e dell’offerta.
Non sa cosa sia l’intrattenimento. Il dilettante ha orrore
del pubblico. Non gli interessa lo spettacolo,
soltanto il teatro, ovviamente informe.
Un teatro grezzo, ma necessario.
Esagerato, indisciplinato.
Incomprensibile.
Allora proprio in questo Carmelo Bene è grande, per la sua inattendibilità dilettantesca.
Il teatro è il regno del dilettante.
Spensierato, ardentemente incomprensibile, ignorante, senz’altro scopo se non quello di rovesciare se stesso, in quanto dilettante e in quanto teatro. Non è civile, non è impegnato, non è narrativo. Semplicemente non è. Un non-attore.
Guarda con tenerezza coloro che si impegnano:
professionisti e amatoriali.
Il dilettante non ha bisogno di produrre, egli si diletta.
I professionisti vengono assunti in funzione di un risultato.
Gli amatoriali seguono lo stesso equivoco.
Ma nella ricerca è il processo che conta.
La sala vuota, la sala piena, il teatro sperimenta nel vuoto
il suo malessere per l’obbligo di risultare. Vive di questo malessere.
Carmelo Bene. O del suono barbarico.
Nella “dura sordità del mondo”, nello squallore dei cantastorie, ha fatto rimbombare il suo brontolio, impugnando una patetica spada di legno ha dato fuoco al rito. Tremendo è stato il colpo. Tremendo è ora il silenzio. Parlarne è misera convenzione.
Bene sapeva recitare, ma non professionisticamente.
Da dilettante. Non era accademico, e aveva in odio ogni accademia, ogni paolo grassi, ogni premio hystrio, ogni voce impostata, ogni ronconismo, ogni dariofoismo, ogni albertazzi-fascismo, ogni sparire dentro un altro da sé, ed anche ogni spettacolo barboso di barba o di mister mistico grotowski, e odiava anche la regia, oddio quanto odiava l’idea di una regia esterna all’attore!
Sulla sua scena c’era soltanto il poeta, che in tono frastagliato, epico, in una lingua non più comunicabile, smentisce la tragedia del teatro senza catarsi, senza consolazione, senza pedagogia.
Un segno oscuro, la sua voce. Bestiale. Insieme suono di liuto e bombarda. Accarezzava il silenzio, lo aggrediva. Oscena, la sua voce. Afasia e canto, parola terribile e cenere sonora, irraggiungibile, senza concordia, intrigante. Lui era un vulcano. E un inganno.
Fingeva di saper recitare, di avere un teatro da fare.
Fingeva di conoscere i nessi, la sintassi della scena, le astuzie. Mentiva, sapendo di mentire.
Era un dilettante. E in quanto tale, l’unico che potesse incrinare il linguaggio, mentire dicendo la verità, l’unico che senza interesse tracciava segni significanti nel vuoto della scena.
Era l’ultimo situazionista.
Praticava la deriva come strategia creativa.
Sapeva praticare il disordine come offerta di senso.
Si appropriava delle creazioni altrui. Non per correggerle, ma per aprire nuove opere.
Praticava il détournement. Triturava Shakespeare e Petrolini, Gadda e Gasmann.
Lasciava agli imbecilli l’originalità. Il plagio
come strumento di liberazione del soggetto desiderante.
Il plagio come critica del linguaggio.
Il plagio come tentativo di scrittura disalienante.
All’attore è indispensabile copiare, diceva Brecht.
E lui lo faceva, tranquillamente.
Praticava lo spiazzamento continuo dei rifiuti della società dello spettacolo.
Decontestualizzazione rivoluzionaria.
Mentre lo spettacolo applaudiva forme inoffensive e ben fatte, lui praticava, con tutti i mezzi che trovava, la distruzione sistematica della prima della seconda della terza e della quarta parete.
Fragile, come il situazionismo.
Ma la sua fragilità era la sua forza. Era il suo errore evidente. L’errore dei geni.
Fingono di averlo capito, ora.
Mentono.
Ora lo applaudono. Ma cosa applaudono di lui? L’unicità della sua voce, forse.
Il suo sarcasmo demolitore, non credo. Forse la sua sapienza scenica.
Lo storicizzano. Per imbalsamarlo.
Per neutralizzarlo.
Il museo avvilisce l’arte che contiene. Seconda morte di Carmelo Bene.
Era il negativo dell’epoca. Ora gli danno una bonaria pacca sulle spalle.
Che cosa è rimasto di quella splendida sovversione?
Oggi la “ricerca”, la “sperimentazione”, il “nuovo teatro”, sta senza ambasce nelle sale dei musei-teatro, civettante, sculettante. È parte del rito, del grande spettacolo della merce.
È in crisi, ma non riesce a proporre un teatro della crisi.
Si lamenta. Ma non si rivolta.
E poi tratta. Tratta con gli stessi che lo stanno uccidendo. Si inerpica lungo le strade scoscese delle città, per farsi spazio nel grande gioco della rappresentazione di stato. Sgomita. Mercanteggia. Si difende dalla disoccupazione. Niente sfugge al denaro, al capitale, alla merce. Tutto il resto è teatro. Appunto, il resto.
Carmelo Bene è morto due volte.
Fine del teatro come luogo di verità, di dubbio, di sangue. Di liberazione.
Fine del teatro. Comincia lo spettacolo.

(Da Per labbra recitanti nella febbre)

(Cliccando qui si può ascoltare un frammento tratto dalla versione radiofonica di “Nostra signora dei turchi”. Il brano è una parodia, in buona parte improvvisata, del rapporto regista-attrice secondo il canone-Stanislaskij. Insieme a Carmelo Bene recita Lidia Mancinelli.

Raro Video ha da poco riversato in dvd il film “Nostra signora dei turchi”. Nel cofanetto è anche compreso il cortometraggio “Hermitage”.)

1 commenti a questo articolo

CARMELO BENE
2007-03-07 09:40:27|di Christian

Triturare! Triturare!


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