Absolute Poetry 2.0
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Canzone di Spalato

Articolo postato martedì 22 agosto 2006
da Christian Sinicco

"tutti fanno enormi calcoli concettuali, e degli assiomi semplici non sanno nulla"
Adriano Pavlicevic, fotografo

"quando la soluzione è semplice, dio sta rispondendo"
Albert Einstein, fisico


entra nel pantheon senza volta, a Spalato
il cuore sono le cicale
e una canzone d’amore, una chanson
sola come te, è la ragazza che ti serve
con il tatuaggio, al belvedere; sulla terrazza rialzata
sotto San Nicola e Sant’Antonio,
le chiese, e vicino lo zoo,
i cicalecci e tutte le botaniche
di un palo, di una bandiera, di una vedetta

tu chiedi il caffè, dell’acqua;
lei parla le tue lingue lavorando l’uncinetto
dal sorriso, capisce che sei italiano
dalla pelle, anche se parli l’inglese:
le chiedi un sandwich, poi prendi una crema

l’America non si sa mai da che molo partì,
i suoi immigrati e le sue carte sono in vendita sulle pietre:
a vedere la città
dall’alto, il mondo da basso,
lo scrittore con la sigaretta si è seduto
come te ne sei andata, e con la bocca
ne gira una: senza sapere se vincerà
illude nuvole, batte i bastoni
nel rosa, nella torcida
le rarefazioni incistite nei Balcani
che ripagano il cielo (sulle bancarelle,
tra le voci del mercato, suonano
le magliette di Gotovina - Heroj!)

all’alba
credi di sapere cosa sia la guerra,
la birra della tradizione, la Karlovacko
ancora sulla panchina; o credi alle donne
dal viso a patata sugli scagni, ai clochard
di marmo, agli occhi di Diocleziano
rannicchiati tra il cardo e il decumanus di un pub
nelle sue catacombe; e i cardinali
di questa disseminazione
non è che parlino

piuttosto a levarsi è l’omelia
dei datteri schiacciati dalle scarpe,
la puzza dei calli del contadino
nella sala d’attesa della stazione,
il dolce nell’odore
dei fichi in decomposizione,
e al fresco delle palme
il fuck off, o il fuck in shit
del turista del tempio
di Giove

la signora dal completo viola
sotto altri scalini, catapultata
dalla corriera, ad una polacca
spiega, nel dialetto nobile di Trieste,
la facilità degli slavi a recuperare strutture,
metrica del parlato, in una pausa, prima
di riprendere il viaggio

e al chiosco di un parcheggio, la limonata
è tanto dissetante quanto distante
è la tua bella faccia, o i baci rubati alla terrazza:
un setter avvicina chi saluta,
chi salta in macchina e parte;
due donne chiaccherano, un pallone vola via;
lo fermo e lo ridò alla bambina stupita.
quel baracchino, al centro della storia

23 commenti a questo articolo

> Canzone di Spalato
2006-08-28 22:58:57|

Mi piacerebbe sapere, così, en passant, e prima di ritirarmi in clausura, se sono:

a) "una persona incontrata per caso, e che per caso si è messa in ascolto";

b) "un saggio del paese che suona la stessa campana da una vita";

c) "un battitore libero che sente ancora profondo nel bosco...".

Ti prego, rispondimi, ne va dei fondamenti della mia stessa "vocazione" e, soprattutto, della scelta dell’ "ordine" in cui devo entrare.

Un saluto. Troverò il modo di farti avere l’indirizzo del convento dove potrai inviarmi questo lavoro, quando sarà ultimato. Spero che la "regola" non sia tanto rigida da impedirmi di leggerlo. ,)

fm


> Canzone di Spalato
2006-08-28 22:15:25|di Christian

Si sta lavorando in quella direzione.

Per quanto mi riguarda, preferisco i commenti di una persona incontrata per caso, e che per caso si è messa in ascolto, perché le orecchie tra i saggi del paese suonano le stesse campane da una vita, e tanto battono che il timpano gli si è sfondato (tranne i battitori liberi e liberatisi che sentono ancora profondo nel bosco il ticchettio del picchio sul pino senza vederlo).


> Canzone di Spalato
2006-08-27 23:26:55|

Christian, prova a trasformare in "valore" questa "differenza" e a coltivare qualsiasi progetto "esattamente" nelle forme e nelle intenzioni stilistiche in cui la materia poematica ti si presenta: questo percorso, che non mira a nessun eclettismo fuori stagione e senza futuro, può essere una modalità espressiva (un insieme di) attraverso la quale la tua "voce" cerca di indagare, a volte a tua stessa insaputa, i suoi confini, l’arco della sua estensione.

Questa può essere, anche, una (possibile) risposta ai tanti interrogativi che vai seminando da un bel po’ di tempo coi tuoi commenti e i tuoi interventi. Io credo che per progettare delle ipotesi percorribili, degli itinerari di "ricerca", in poesia, sia necessario riandare, con l’occhio saturo delle suggestioni che il Novecento ha attraversato, soprattutto di quelle che nella sua corsa ha scartato o relegato ai margini, a chi quella letteratura l’ha inventata (Dante) e a colui il quale l’ha scaraventata nella modernità, suggerendo, contemporaneamente, le chiavi della sua interpretazione e del suo superamento (Leopardi). Voglio dire che la pretesa, oggi, di un’opera "globale", nel senso di una "disseminazione" (come tu dici) che si fa "esplorazione" del suo stesso operare "multi-verso", sia nell’ordine delle cose, e qualcuno, giustamente (dal mio punto di vista) si sta muovendo in questa direzione. Non sto parlando né di delirio di onnipotenza (quello si può benissimo lasciare agli idioti), né, tantomeno, sto prefigurando un "valore", in termini assoluti, della proposta: dico solo di una scelta "eretica" che, rifiutando di uniformare al conosciuto/conoscibile/praticato il campo delle possibilità, restituisce al corpo della poesia, attraverso un’indagine nel cuore stesso della parola e delle sue infinite forme, la libertà complessiva del suo sguardo e dei suoi orizzonti.

Sto solo ragionando intorno a un’ipotesi, sia chiaro, ma io non la scarterei, e non la scarto, anche per evitare la caduta verticale nel pozzo senza fondo, e senza possibilità di risalita, dell’autocompiaciuto calligrafismo: quella pratica, oggi tanto in voga (soprattutto nei quartieri "alti" -sic!- del palazzo), che si risolve nell’esercizietto narciso-onanistico da mostrare agli amici, ai discepoli o ai sodali: in una sorta di tenzone, di gara senza fine, e senza seme, a chi ce l’ha più lungo.

Ammesso che possa servirti a qualcosa, percorri fino in fondo questa strada: scardina e spiana, a partire dalle tue stesse certezze, senza aver paura domani, al risveglio, di ritrovarti con abiti inaspettati, con una nuova pelle e in nuove forme.

Un saluto.

fm


> Canzone di Spalato
2006-08-27 12:20:12|di Christian

Francesco, non riesco a dirti di no, per quanto oramai i progetti di "raccolta" (3), si presentano dissimili, e sento che non riesco a lavorare ad un’ "opera che mi contiene e appaga". Non a caso parlo di disseminazione, oltre il motivo antropologico che pone alla nostra attenzione una domanda "tra tutti questi stimoli, plurivocità, come costruire un senso?"; e devo, concretamente, questa raccolta, a delle persone con cui ho discusso i termini di questa composizione come se ad un certo punto la poesia, e la determinazione della sua scrittura, si traslasse nella realtà e viceversa ma senza alcun punto di sutura, e quello che c’è qui sopra è solo un cerotto, trasparente. Lo dico perché ho l’impressione che la questione del "simbolo/fatto dello scrivere" sia da esplorare criticamente: mi spiego: qualsiasi costruzioni affronti può girare grazie ad una miscellanea di simboli (anche personaggi simbolo), che siccome fanno parte di un immaginario tra il comune e il personale comunicano da sé: optare quindi per una scrittura del genere, stendendo plurivocità di simboli, come in parte ha fatto nel migliore delle ipotesi De Angelis, non mi soddisfa, e nemmeno mi soddisfa la dimensione del personaggio costruita "geometricamente" da Cucchi e dalle differenze del soggetto da una realtà frammentata, recuperata da materiali di quotidiano che diventano lingua (questo per parlare di due autori a tratti intoccabili, ma cos’è che manca a me se devo tracciare una linea da queste esperienze?): innanzitutto il problema è il soggetto che stende, che si determina o che si dissemina, che si riscopre, più una realtà che si delinea con funzionalità proprie, un mondo ricostruito dal linguaggio: ed io (?) non posso optare per un me stesso, o un soggetto, che determina o si determina un linguaggio in un mondo, che determina o si determina in un linguaggio un mondo, e dunque come costruire l’interpretazione?
Vediamo cosa accade da questa raccolta. E che il dio di einstein me la mandi buona:-)

Qui sotto di nuovo il testo ricorretto, prima di cancellarlo:-)

entra nel pantheon senza volta, a Spalato/
il cuore sono le cicale/
e una canzone d’amore, una chanson/
sola come te, è la ragazza che ti serve/
con il tatuaggio, al belvedere/
sotto San Nicola e Sant’Antonio,/
le chiese, e vicino lo zoo,/
i cicalecci e tutte le botaniche/
di un palo, di una bandiera, di una vedetta/

tu chiedi il caffè, dell’acqua;/
lei parla le tue lingue lavorando l’uncinetto/
dal sorriso, capisce che sei italiano/
dalla pelle, anche se parli l’inglese:/
le chiedi un sandwich, poi prendi una crema/

l’America non si sa mai da che molo partì,/
i suoi immigrati e le sue carte sono in vendita sulle pietre:/
a vedere la città/
dall’alto, il mondo da basso,/
lo scrittore con la sigaretta si è seduto/
come te ne sei andata, e con la bocca/
ne gira una: senza sapere se vincerà/
illude nuvole, batte i bastoni/
nel rosa, nella torcida/
le rarefazioni incistite nei Balcani/
che ripagano il cielo (sulle bancarelle,/
tra le voci del mercato, suonano/
le magliette di Gotovina - Heroj!)/
/
all’alba/
credi di sapere cosa sia la guerra,/
la birra della tradizione, la Karlovacko/
ancora sulla panchina; o credi alle donne/
dal viso a patata sugli scagni, ai clochard/
di marmo, agli occhi di Diocleziano/
rannicchiati tra il cardo e il decumanus di un pub/
nelle sue catacombe; e i cardinali/
di questa disseminazione/
non è che parlino/
/
piuttosto a levarsi è l’omelia/
dei datteri schiacciati dalle scarpe,/
la puzza dei calli del contadino/
nella sala d’attesa della stazione,/
il dolce nell’odore/
dei fichi in decomposizione,/
o al fresco delle palme/
il fuck off, o il fuck in shit/
del turista del tempio/
di Giove/
/
la signora dal completo viola/
sotto altri scalini, catapultata/
dalla corriera, ad una polacca/
spiega, nel dialetto nobile di Trieste,/
la facilità degli slavi a recuperare strutture,/
metrica del parlato, in una pausa, prima/
di riprendere il viaggio/
/
e al chiosco di un parcheggio, la limonata/
è tanto dissetante quanto distante/
è la tua bella faccia, i baci rubati su alla terrazza:/
un setter avvicina chi saluta,/
chi salta in macchina e parte;/
due donne chiaccherano, un pallone vola via/
- lo fermo e lo ridò alla bambina stupita./
quel baracchino, al centro della storia


> Canzone di Spalato
2006-08-27 10:54:39|

Credo, pensando anche a tuoi testi più o meno recenti, che tu stia lavorando, consapevolmente, a un progetto complessivo di scavo e di decostruzione di "epos" e "poema", in tutte le loro declinazioni e stratificazioni, scorticando dalle loro pareti ogni incrostazione, per riportarli alla loro vocazione originaria di canto diffuso, di oralità partecipata: epos e poema, allora, non in quanto generi, ma in quanto strutture e contenitori dell’immaginario, capaci di accogliere storia e coscienza al loro lento riaffiorare - malate, dolenti, ma ancora in grado, forse, di prefigurare una rotta e un cammino - dalla maceria. Il percorso è tutto discensionale, mi sembra, senza aspirazioni ideali o verità già date, verso le pieghe, e le piaghe, di una quotidianità ferita che cerca una voce fraterna per farsi vicenda comune, storia condivisa.

fm


> Canzone di Spalato
2006-08-26 18:01:48|

"con il tatuaggio, al belvedere /sotto San Nicola e Sant’Antonio,"

"due donne chiaccherano, un pallone vola via /- lo fermo e lo ridò alla bambina stupita."


> Canzone di Spalato
2006-08-26 17:59:14|di Christian

"con il tatuaggio, al belvedere; sulla terrazza rialzata
sotto San Nicola e Sant’Antonio,"

LO MODIFICO IN

"con il tatuaggio, al belvedere
sotto San Nicola e Sant’Antonio,"

sulla terrazza rialzata è un po’ una specificazione che, mentre sto riguardando questa stesura, non mi suona più bene, e non è che specifichi molto

mentre

"due donne chiaccherano, un pallone vola via;
lo fermo e lo ridò alla bambina stupita."

lo cambio così

"due donne chiaccherano, un pallone vola via
- lo fermo e lo ridò alla bambina stupita."

per l’esattezza:-)

per Lorenzo: non so perché ma immaginavo che potessero essere gradite da te, anche se dopo aver scritto questi versi c’è qualcosa che mi ha fatto pensare ad un poema sull’airone di Antonio Porta, ma non c’entra nulla:-)


> Canzone di Spalato
2006-08-25 23:15:34|di lorenzo

bello, christian, niente male! "canto spiegato", liberato (finalmente! -rispetto alle tue cose che ho letto in precedenza) dalle ingombranti meccaniche, dalle idee metalliche, dal farraginoso. e coscientemente (le citazioni iniziali lo "dichiarano"). si sente infine un "disorientamento" reale, umano, dolce,
che troverà forse una direzione soltanto nel susseguirsi dei canti, nella forma dispersa e riunita. un genuino esser colto di sorpresa dalle cose, che dà valore al testo, al suo nuovo respiro.

lorenzo


> Canzone di Spalato
2006-08-25 20:57:06|

mah!
io son qua a non far niente
e un’altro conduce l’airline of american off intelligence
io son qua a non fare assolutamente nulla
e un’altro alza la torre eifeel per spostare un cicca di celtic o marlboro
e porta i figli alla’annuale seduta dei figli fortunati
contro quelli sfortunati
e non si fa’ del male in un cinema
vivere a reggio emilia
per chi vola basso
e lavora
e scruta ogni passo
se pesta una specie di defecazione ovvia
o altro
sa’ del certo adombrarsi
non per lui
lui manco s’adira
stacca il collo alla bottiglia
stappa il vino di giugolare.


> Canzone di Spalato
2006-08-25 09:56:06|di luca paci

non vedo l’ora di leggere la continuazione.. intrigante...


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