di Luigi Nacci & Lello Voce

Luigi Nacci (Trieste, 1978) è poeta e performer. Nel 1999 ha co-fondato il gruppo de “Gli Ammutinati”. Ha pubblicato in poesia: Il poema marino di Eszter (Battello stampatore, 2005), poema disumano (Cierre Grafica, 2006; Galleria Michelangelo, 2006, con CD), Inter nos/SS (Galleria Mazzoli, 2007; finalista Premio Delfini e Lorenzo Montano), Madrigale OdeSSa (Edizioni d’if, 2008; Premio Mazzacurati-Russo), odeSS (in Decimo quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2010). Ha pubblicato inoltre il saggio Trieste allo specchio (Battello stampatore, 2006) e ha curato con G. Nerli Le voci la città. Racconti e poesie per ripensare spazi e accessi (Cadmo, 2008, con CD). Ha organizzato molti eventi letterari e dal 2008 collabora stabilmente alla realizzazione del Festival Absolute Poetry. Redattore della rivista di arti&linguaggi “in pensiero”, ha un piccolo blog: www.nacciluigi.wordpress.com.


Lello Voce, (Napoli, 1957) poeta, scrittore e performer è stato tra i fondatori del Gruppo 93 e della rivista Baldus. Tra i suoi libri e CD di poesia ricordiamo Farfalle da Combattimento(Bompiani,1999), Fast Blood (MFR5/SELF, 2005) e L’esercizio della lingua (Le Lettere, 2009). I suoi romanzi sono stati riuniti ne Il Cristo elettrico (No Reply, 2006).
Ha curato L’educazione dei cinque sensi, antologia del poeta brasiliano Haroldo De Campos.
Nel 2001 ha introdotto in Italia il Poetry Slam ed è stato il primo EmCee a condurre uno slam pluringue (Big Torino 2002 / romapoesia 2002).
Ha collaborato, per la realizzazione delle sue azioni poetiche, con numerosi artisti tra cui Paolo Fresu, Frank Nemola, Luigi Cinque, Antonello Salis, Giacomo Verde, Michael Gross, Maria Pia De Vito, Canio Loguercio, Rocco De Rosa, Luca Sanzò, Ilaria Drago, Robert Rebotti, Claudio Calia.
E’ Direttore Artistico di Absolute [Young] Poetry - Cantieri Internazionali di poesia.

pubblicato domenica 13 novembre 2011
Ei fu ( e speriamo mai più sia...) Per festeggiare (in attesa di iniziare a piangere per chi lo sostituisce) piace al sottoscritto offrirvi (...)
pubblicato giovedì 21 luglio 2011
C’è un aspetto particolarmente interessante nel dialogo che, a proposito di poesia, si è sviluppato tra Bordini e Mariani su queste medesime (...)
pubblicato domenica 6 marzo 2011
Da quando, nell’ormai lontano marzo del 2001, introdussi in Italia il Poetry Slam, a proposito di Slam ne ho viste di cotte e di crude. Dal (...)
 

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a cura di Massimo Rizzante e Lello Voce

aggiornato domenica 27 novembre 2011
 
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Contro i ciofani poeti

di Luigi Nacci

Articolo postato mercoledì 15 settembre 2010

Contro i ciofani poeti


Nasci! Sii madre e padre per te stesso!
Attila József


Ho cominciato a scrivere l’anno in cui si è sciolto il Gruppo ’93. L’anno in cui è morto Emilio Villa. L’anno in cui Berluskaiser è sceso in campo per appoggiare un missino che oggi gli ha voltato le spalle. Quando sono approdato all’Università, nella seconda metà degli anni Novanta, non ero che uno studentello alle prime armi di una città di confino, di una Facoltà di Lettere decadente, che leggeva Ungaretti, Apollinaire, Govoni, Prévert, Pavese, Ginsberg, Kerouac, e che in cuffia ascoltava De Andrè, Fossati, Guccini, il primo Venditti, il primo Ruggeri, nient’altro che i soliti cantautori. I soliti poeti da Oscar Mondadori, e se non da Oscar da antologia adolescenziale. Sapevo nulla o quasi – il quasi dei manuali sottoscolastici, dell’infrasentito dire, del rapido mezzoletto in piedi in biblioteca – dei Caproni, Sereni, Fortini, Pasolini, Porta, Giudici, Rosselli, Zanzotto, Villa, Balestrini, Sanguineti, Pagliarani, Raboni, Roversi, Spatola, Vicinelli, Costa, e ancor meno – nemmeno un sentitodiresottovoce – della generazione dei FrascaMagrelliValdugaVoce (e di quelli venuti dopo nemmeno l’ombra di un borino fuoristagione). Informarsi su quanto stesse accadendo nel resto dell’Itaglietta attraverso internet was niet possible (ché Internet non c’era, e se c’era, era per me come il Cubo di Rubik; per non parlare dei mobile phones: il primo Motorola di mezzo chilo mi passò tra le mani alla fine del 1997), e le poche letture che venivano organizzate nella mia ridente necropoli erano per lo più sfoghi ottocenteschi, rigurgiti pocomitteleuropei, in un italiano malmasticato o in un annacquato vernacolo da oratorio.

Tutto è cambiato quando ho incontrato altri disperati scriba come me, nel 1999. Coetanei che vagavano incazzati e senza pace, saltando da un’oscura via di città vecchia all’altra. Non ci conoscevamo, eppure tutti desideravamo la stessa cosa. Cresciuti in un cimitero a cielo aperto, rivolto ad un gloriosasburgico passato che forse così gloriousfranzjoseph non era mai stato, volevamo mettere le parole nella voce, e volevamo che la voce cacciasse le lapidialvalorletterario e i bustidibronzo sei o sette piedi sottoterra. Volevamo tirar fuori la voce, e pure la faringe all’occorrenza, e pure lo stomaco, e gli intestini. Abbiamo iniziato a leggere in pubblico perché ne sentivamo la necessità, era una questione fisica, muscolare, duodenale. Pensavamo che le nostre parole avrebbero potuto rovesciare i volti tristi e cadenti che incrociavamo sugli autobus, avrebbero potuto mettere sottosopra i caffè storici, avrebbero svegliato le menti migliori della nostra generazione dal torpore che avvertivamo diffondersi mediaticamente. Niente di nuovo sul fronte euocentricoccidentale: pensavamo che la poesia avrebbe potuto ribaltare il mondo, come un devastante refolo di bora nera (Visions! omens! hallucinations! miracles! ecstasies!). Non sopportavamo la poesia da torretta d’avorio, da salottino volemosebbene, da iniziati orfici, da specializzandi in filologia romanza. Sì perché un po’ di poesia italica del secondo Novecento avevamo iniziato a leggerla anche noi. E ci sembrava spesso così lontana, spesso così muta, spesso così romanomilanese, spesso così arrogante nella propria pretesa di essere illuminante e foriera di chissà quale veritas accessibile a quattrogatti. A me (forse potrei dire a noi) piaceva gente tipo Majakoskij, gente che non le mandava a dire. Non solo gente così, anche gente che le cose le diceva pianopiano, o che le sussurravasssst, ma mai gente che le mandava a dire. E così nemmeno noi ce le mandavamo a dire. Ci criticavamo, ci facevamo male assai, ci distruggevamo, perché nella voce avevamo nidiate di Fenici, e ci piaceva abbattere l’opera altrui per vedere nascere qualcosa di nuovo dalla cenere. Avevamo poco, poco o niente in comune poeticamente, ma avevamo tutti la stessa cupiditas fremente di comunicare, fosse in strada o in un’osteria o in un teatro, dovevamo parlare a qualcuno, anche se oltrelerighe, anche se con parole imprecise, ritmi sbagliati, rime facili. Il passo successivo, quello di organizzare dibattiti, rassegne, festival, è stata la naturale prosecuzione del cammino precedente. Volevamo confrontarci, guardare in faccia gli altri poeti che leggevamo in riviste o antologie, parlare con loro, ascoltare le loro voci, volevamo criticarli e volevamo da loro essere criticati. Abbiamo chiesto finanziamenti, imparato cos’è la burokrazia, cercato spazi, noleggiato attrezzature, prenotato alberghi, riempito ristoranti, portato a zonzo poeti ciofani e non, li abbiamo sistemati nei nostri letti, gli abbiamo offerto i nostri vinelli, regalato i nostri versi ciclostilati e li abbiamo pagati (quasi sempre, anche se poco, anche se un misero rimborsospeseminime). Pensavamo che la poesia non fosse solo lì, nella pagina, e nemmeno solo lì, nella voce, ma anche nel corpo del poeta, ragion per cui del corpo del poeta avevamo bisogno (e rispetto!), lo dovevamo toccare, dovevamo mangiare alla stessa tavola, espletare i nostri bisogni nello stesso bagno.
Se non avessi incontrato quegli scribammutinati, se non li avessi cercati, se non ci fossimo cercati a vicenda, forse avrei smesso di scrivere a vent’anni (e forse sarebbe stato meglio, starete pensando, e non fate peccato a pensarlo). Perché di essere pubblicato su “Poesia” non me ne fregava un cazzo. Volevo fare come Cecco: il mondo arderlo, tempestarlo poi annegarlo poi mandarlo a picco. E poi rifarlo.

Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del nuovo millennio bombarolo molti ciofani poeti italioti sono venuti allo scoperto. Alcuni volevano solo mettersi in vetrina, altri invece no, avevano cose da dire, alcuni addirittura sapevano dirle bene, le cose. Basti pensare al furor antologico di quegli anni (e mi fermerò al 2006, perché mi pare – ma smentitemi pure – che di lì a poco la spinta si sia smorzata): L’opera comune. Antologia di poeti nati negli Anni Settanta, 1999; I cercatori d’oro. Sei poeti scelti, 2000; I poeti di vent’anni, 2000; Gli Ammutinati, 2000; Nodo sottile, 2000; Nodo sottile 2, 2001; Dieci poeti italiani, 2002; Nodo sottile 3, 2002; Parco poesia. Primo festival della Giovane poesia italiana 2003; Quattro poeti, 2003; Tutta la forza della poesia. Il talento, l’esperienza, la scintilla, 2003; Lavori di scavo. Antologia di poeti nati negli Anni Settanta, 2004; Di sale, sole e di altre parole. La nuova generazione in poesia a Trieste. Iz soli in sonca in drugih besed. Nova generacija v tržaški poeziji, 2004; Nuovissimi poeti italiani, 2004; If music be the food of love, play on, 2004; Oltre il tempo. Undici poeti per una metavanguardia, 2004; Nodo sottile 4, 2004; Parco poesia 2004; Conatus. L’utopia come bisogno, la poesia come soluzione, 2005; Poeti circus. I nuovi poeti italiani intorno ai trent’anni, 2005; Samiszdat. Giovani poeti d’oggi, 2005; La qualificazione urbana e altre poesie, 2005; Il presente della poesia italiana. Nuova antologia di poesia contemporanea, 2006; Poeti italiani underground, 2006; Incastri metrici, 2006. E come non menzionare i Quaderni di poesia italiana curati da Franco Buffoni, usciti a partire dal 1991 e arrivati quest’anno al decimo volume? Si potrebbero aggiungere alla lista altre antologie, nonché quelle che hanno messo accanto ad autori ciofani autori più maturi, come ad esempio Ma il cielo è sempre più blu. Album della nuova poesia italiana (2002), Poesia del dissenso I e II (2004, 2006), Nuovi poeti italiani (in "Nuova Corrente", n. 52, 2005), o La linea del Sillaro (2006). Che si tratti di antologie generiche, in cui gli autori vengono selezionati sul gusto easy del curatore, attraverso criteri localistici, anagrafici, oppure antologie di movimento, nate per sostenere un’idea forte di poetica, poco importa. Un montón de jóvenes aveva voglia di tirare la testa fuori dal fango e dire ‘oh, estoy aquí y tengo palabras para vosotros!’ (cfr.: qui). E c’erano anche ciofani che avevano voglia di tirare fuori dal limo le mani, gli avambracci, i bicipiti. Per fare riviste, o metter su convegni, reading (e negli ultimi anni anche slam). In Piemonte il gruppo della rivista “Atelier” e Sparajurij; in Lombardia Dome Bulfaro, che è riuscito a coinvolgere molti ciofani attorno al progetto di PoesiaPresente; in Veneto il Porto dei Benandanti; in Friuli Venezia Giulia Gli Ammutinati e i Trastolons; in Emilia Romagna il gruppo della rivista “Daemon”, e poi iniziative promosse da ciofani come Matteo Fantuzzi, Stefano Massari, Alessandro Ansuini, Isabella Leardini; in Toscana si sono dati da fare ciofani come Francesca Matteoni, Marco Simonelli, Alessandro Raveggi, Martino Baldi; nelle Marche Luigi Socci, Valerio Cuccaroni e il gruppo NieWiem, Alessandro Seri e il gruppo di "Licenze poetiche"; nel Lazio i ciofani che hanno collaborato a Romapoesia, oltre a "La Camera Verde"; in Puglia Rossano Astremo e Luciano Pagano. Et cetera et cetera. Sono nomirandom, i primi che mi sono venuti in mente (non si offendano quelli che ho dimenticato), ciofanpoeti che ho conosciuto, che ho visto lavorare alacremente per un’idea, non per soldi e nemmeno per gloria, ché la gloria transit e la poesia non ti fa andare in television, né trasforma un contratto a progetto in uno a tempo indeterminato. Molti dei citati continuano ancora, hanno ancora voglia di sporcarsi le manine e, a dire il vero, più tanto ciofanpoeti non sono. Stiamo tutti veleggiando verso i 35, i 40, 45. Per il mercato del lavoro siamo fuoritarget, invece per il pascolo della poesia nostrana, dicono i pastorelli attempati, siamo ancora vitellini che si devono fare (e poi un giorno, d’un tratto, ci diranno in quarta di copertina che siamo manzidamacello, ah).

Quello che mi domando è dove si siano ficcati i ciofani poeti d’oggi. Quelli di 20, 25 anni, per intenderci. Oh ciofincelli, dove siete finiti? A parte scrivere versi, leggiucchiare, studiacchiare all’Università, lavoricchiare precariamente (uh, non vi lamentate mica, perché anche noi, che abbiamo più artrosi di voi, c’abbiamo dei contratti da sputarci su fino a esaurire la saliva), scribacchiare su feisbuk e sui vostri privateblogs, farvi anche giustamente i cavolfiori vostri, aparteciò, in do’ state?
Le letture, i dibattiti, i convegni, i festival, li organizzate?
Le riviste, di carta o sul web, le case editrici, clandestine&senzaschei, le fondate, le fate?
Con altri poeti, per demolirvi amorevolmente, vi incontrate?
I poeti che vi hanno preceduto, li leggete?
Le poesie degli altri, le recensite, le stroncate?
Una poetica, ce l’avete?
Il mondo, lo volete fare a pezzi?
Rispondete a queste domande, ciofinetti, e solo poi dite se avete pubblicato un libro. Il libro viene alla fine. Serve a mettere un punto. Se pensate che il poeta debba starsene tutto il dì placidamente disteso sul sofà di casetta a rimuginare sul destino proprio e delle altrui genti, allora non rispondete. Se pensate che il compito del poeta si esaurisca nella scrittura, non rispondete. Se pensate che il poeta non debba insudiciarsi le mani, non rispondete. Lo so che vi provoco. Ma vi provoco perché vi voglio vedere in faccia. Perché mi interessa sapere se esistete. E per piacere, non dite che tutto è cambiato, che apparteniamo a generazioni differenti, che la vita l’è dura. Non dite che avete spedito i vostri dattiloscritti a qualche seniorpoet e non avete ottenuto risposta. Non dite che avete chiesto a qualche seniorpoet di essere invitati e non siete stati invitati. Non dite che i seniorpoets non vi danno spazio. Non dite quello che gli altri non vi danno. Dite se voi date qualcosa. Se avete braccia per sgomitare. Se avete orecchi per seguire il consiglio del dèmone (Stănescu): trasforma il tuo occhio in parola / il naso e la bocca / l’organo virile della procreazione, / i piedi che corrono, / i capelli che hanno preso a imbianchire / la troppo spesso curvata spina dorsale – / trasformati in parole, in fretta, finché c’è tempo!
Dite se avete la forza di lottare per quello che desiderate o se (Guy Debord) vi accontentate di desiderare quello che trovate.

106 commenti a questo articolo

Contro i ciofani poeti
2010-09-16 23:26:41|di fabio teti

un ultima cosa, poi torno ai posteri: da domande stupide non si può che ottenere risposte stupide, non vedo perché - sinceramente, candidamente - è sotto il culo di lei Nacci e del Fantuzzi che dovrei (dovremmo) (si dovrebbe) impegnarsi a metter pepe. c’è ben altro da fare, mi sembra.

hail.


Contro i ciofani poeti
2010-09-16 23:23:35|di fabio teti

"non sarebbe meglio", pardon.


Contro i ciofani poeti
2010-09-16 23:22:14|di fabio teti

Nacci,

qui nessuno tira i remi in barca, non possedendo una barca, né si scrive per i posteri, faticando già a farsi capire dalle persone che abbiamo accanto. non puoi cavartela, dopo un post tanto sbilanciato verso il grottesco, con delle battutine. ma appunto: tu hai mai letto una soltanto delle mie poesie? perché è di questo che si parla: tu cosa ne sai di quello che fanno TUTTI i poeti sotto i (fatidici, a quanto pare) venticinque? e poi: è concesso a qualcuno "imparare", leggere i poeti precedenti, prima di iniziare a fare caciara, o sarebbe meglio che prima di sputare su stoviglie varie se ne avesse un minimo di conoscenza? ma no, tu mi dici, apri un blog subito, donaci i tuoi peti di cui nessuno ha bisogno. va bene, mi sporco subito le mani, dono questi due commenti-peto di cui sentivano inenarrabile impellente necessità.


Contro i ciofani poeti
2010-09-16 23:04:43|di Luigi Nacci

Andando in ordine.

@ Falconi

Non condivido la ‘filiera corta’: il fatto che la critica stia attraversando un periodo nero – e non solo per ragioni riconducibili alle mancanze dei critici – non vuole dire che si possa a fare a meno della critica. Semmai il contrario: abbiamo bisogno di più critici preparati e attenti, in grado di analizzare opere che abbisognano di parametri meno datati (spesso in questo blog si è discusso, ad esempio, sulla necessità di critici che sappiano leggere opere che si avvalgono - non come mero accompagamento - anche di supporti audio e video). Poi: la poetica sabiana è del tutto rispettabile, ma potresti dirmi cosa significa, nella pratica, oggi, fare una poesia onesta?

@ Mazziotta

Cos’è un convegno di poesia “alto”? Davvero non ne ho idea. So cos’è un convegno. E ti posso dire, tanto per battere il ferro, che la rassegna organizzata in Sicilia dalla Fondazione Presti non era un convegno. Gli autori e gli artisti invitati partecipavano con le loro opere, non con saggi. Anyway: essere invitati o non invitati a un convegno o a un festival non dipende dall’età, né, in molti dei casi, dalle capacità o dal talento. La cosa ti fa incazzare? Bene. Incazzati. Hai ragione. E poi, esaurita la rabbia, organizza tu (magari lo fai già?).

@ Rash

Mi spieghi cosa vuol dire “creare un alter-ego senza punti di riferimento può essere un giusto viatico”?

@ Scarcia

Mi hai fatto venire in mente l’uno di Frasca, che finisce che si sveglia un giorno e dice ma che cazzo ci sto a fare, sente che c’è qualcosa di sbagliato, si guarda tutt’intorno e non vede niente niente, s’accorge che c’è qualcosa che non quadra, e finisce che non s’alza più dal letto nemmeno per pisciare. Ma alla fine – e questo conta – occorre invece ai sensi dar di frusta. Se la poesia “è un’arte piuttosto morta”, delle due l’una: o sei piuttosto morto pure tu o la tua non è che una posa. Preferisci ascoltare le canzoni. Non capisci i reading ma vi partecipi. Scarcia, ti assicuro che ci sono molti poeti in giro che dicono le stesse cose che dici tu. Ce ne sono, pourparler, di ben noti che sputano sui reading e sugli slam, ma poi salgono sul palco, e di corsa. O che dicono che la poesia è morta. Eppure sfornano un libercolo all’anno. Quindi se in buona compagnia, se quella compagnia ben t’aggrada…

@ Terzago

Alla poesia bisogna essere educati, non iniziati. Mettere in discussione l’identità poetica che ti ha assuefatto. Nessuno di noi si può dire salvo. La rivoluzione parte dalla consapevolezza. L’umano è sempre al centro. La superiorità del metodo rispetto alla nozione. Immaginare una cura. Avere il coraggio di ribadire che la poesia è una forma di intrattenimento e di comunicazione, che è persuasione, che è politica, che è militanza. Scrivere con ferocia e passione. Scriviamo qui e ora. Coraggio-lavoro-impegno-responsabilità.

Ho provato riassumere il tuo intervento. Perché lo condivido. Questa è de facto una piattaforma dalla quale partire. Sulla cura possiamo dissentire, ma non conta: la cura si immagina insieme. Terzago, se avessi incontrato anche solo dieci (giovani) poeti come te, non avrei scritto questo pezzo.

@ Mari

E’ il fuoco sotto il culo che voglio, che vuole anche Fantuzzi. Stiamo parlando esattamente di questo. E poi come dici tu, saggiamente: più resistenze e meno spille da bavero…

@ Teti

Sono addolorato di averle fatto perdere del tempo prezioso. Ma non se la prenda, su, visto che lei scrive per i posteri, avrà ancora molto tempo di fronte a sé. Mi aspetto gradi cose dal suo silenzio!

@ De Paola

Non riesco proprio a digerire la postura del: a chi rivolgermi-tutti vanno di fretta-a chi far vedere che sei diverso. E poi (nel commento alle poesie di Scarcia): sono così stanza di sentir parlare, dire, sancire, disquisire-la confraternita dei poeti-le angherie, la gavetta, le risate in faccia. Cara De Paola, a me suona come vittimismo. Spero di sbagliarmi. Sei già stanca di sentir parlare? Non ti va di fare la gavetta? Per te, dunque, il mondo della poesia è uno spazio senza parole, attraversato da corpi muti, in assenza di dissidi. Eppure, quello che a te pare un gran favellare, non è niente confrontato a pochi decenni fa. Chiedi ai seniorpoets. Ti racconteranno di battaglie a pesci in faccia negli anni ’60 e ’70. Di gente che alla fine di un dibattito si toglieva il saluto per sempre. Di letture finite a lanci di arance e contestazioni. Di attacchi feroci attraverso le colonne di quotidiani o riviste. E sai perché accadeva? Perché c’era quello di cui parlava Terzago: passione&ferocia. Tu sei libera di desiderare una realtà senza conflitto. Ed io sono libero di pensare che senza il conflitto non si dia nozione di realtà.

@ Luigi B.

A me frega dei poeti giovani perché da loro posso imparare. Mi possono far capire meglio il posto e l’ora in cui vivo. Chiedi: come mi salta in mente, con le difficoltà enormi che abbiamo avuto con il festival, a rimproverare i poeti giovani di non darsi da fare? Ecco, bravo. Proprio perché ci sono mille difficoltà bisogna darsi da fare. O pensi che si debba tirare tutti in remi in barca e contemplare il mesto affondo del Titanic? Sei liberissimo di godere nel vedere che questo paese va a puttane, ed io sono altrettanto libero di combattere questo tuo godimento. Dici: cosa dovrebbero fare i poeti giovani? E io ripeto quanto detto sopra: farsi il culo. A me sembra molto semplice e lineare, a te no? E per chiudere sulla tua email: è arrivata la bellezza di 2 giorni fa. Ma come, prima predichi il laissez-faire e poi ti incazzi se uno non ti risponde immediatamente? Io l’ho vista la tua email. Il vostro progetto (di cui mi aveva accennato qualche mese fa Stefano Guglielmin) è senza dubbio condivisibile e interessante. Ma forse non sai cosa vuol dire lavorare in un luogo dove a decidere non è una sola persona. Tu nella email parli di "intercambio tra le vostre e le nostre attività, da collaborazioni incrociate a vere e proprie collaborazioni". Che credi, che una collaborazione così strutturata si risolva in un botta e risposta via email? Anche qui devo ricitare Terzago: è una questione di metodo. Questo sito è espressione di più persone. Le persone discutono e poi prendono assieme una decisione. Si chiama democrazia partecipata - esercizio umano molto, molto complicato, e difatti galleggiamo nell’Itaglietta del ghepensimi. Neppure, permettimi, puoi pensare di instaurare su due piedi una relazione con un poeta ‘maturo’. Non vanno così le cose tra gli esseri umani, e non hai di certo bisogno di un precettore che te lo faccia notare. Così va in facebook. Nella realtà i rapporti si coltivano negli anni. Io ho la fortuna di poter annoverare tra i miei amici poeti di altre generazioni, poeti che stimo sinceramente. Sono amicizie nate quasi sempre nelle letture, nei dibattiti, nei festival. Non sono nate via email. Né al telefono. Se qualcuno non avesse organizzato (translate: non si fosse fatto il culo) quegli incontri, non li avrei mai conosciuti (avrei continuato a leggerli, quello sì, ma non è esattamente la stessa cosa, no?).

E termino con la chiusa del post di Matteo Fantuzzi, che sta in contemporanea su UP:

fate anche meglio, fate qualcosa che vi ha preceduto non è riuscito a fare, innovate: nella comunicazione, nel linguaggio, nel verso, nel modo, nella captazione. Usate strumenti che vi ha preceduto non è in grado di utilizzare. Ma fate qualcosa, vi prego. Perché di continuare a leggere poco e male di voi mi sono (ci siamo) sinceramente rotto il cazzo. Tirate fuori le palle. State bene.


Contro i ciofani poeti
2010-09-16 20:16:33|di Luigi B.

Caro Nacci,

Qui è un ciofane nonpoeta che ti parla. Tu, però, ascolterai?

E sempre con la solita sega... ops... solfa dei poeti giovani: e dove sono i poeti giovani, e cosa fanno i poeti giovani, e dove vanno i poeti giovani. Ma io mi domando e dico: che cazzo ve ne frega dei poeti giovani? Magari i tempi sono cambiati e magari ai vicendevoli insulti preferiscono orge, masturbazioni di gruppo o collezionare amici su Faccialibro. Ma questo cosa ha a che vedere con la poesia?

Ci si riduce sempre a parlare di poeti gay, poesia femminile, antologia di ciofani poeti. Non ci si può limitare a parlare di poesia e basta? Il carro cammina lentamente (per fortuna!) e chi ne avesse voglia fa sempre in tempo a saltarci su. Il problema è se troverà un posto a sedere (o anche in piedi) o se chi vi è già sopra lo lascerà aggrappato al bordo della cassa con i piedi che strisciano per terra appoggiando cinicamente sulle dita che sporgono la pila della propria bibliografia, o un gomito.

Cosa volete dai poeti giovani? Con le decine di migliaia di centinaia di milioni di riviste di ogni genere volete che ne fondino altre? Non sarebbe più semplice spalancare loro le porte di quelle già esistenti evitando loro di ricominciare tutto da capo, sempre da capo? Ma dico io: con le difficoltà enormi che avete avuto voi con l’ultimo Poetry Festival: ma come – per dinci – ti salta in mente di rimproverare ai poeti giovani se non si organizzano in serate culturali stile anni 70 quando almeno c’erano spazi più o meno grandi accessibili in un modo o nell’altro?

Questo del “dove sono i poeti giovani” mi pare un poco il piagnisteo degli intellettuali che ultimamente ha agitato (inutilmente) le pagine di giornali e riviste: far ricadere sui “figli” le colpe dei “padri”.

A questo si aggiunge il vizio (posseduto anche dal sottoscritto) di pensare di voler cambiare il mondo e di essere l’unico a volerlo fare. Invece, basta solo guardarsi un poco intorno: di gente che vuole cambiare il mondo (con la poesia e non solo) ce n’è a pacchi.

Sinceramente avrei preferito leggere una “provocazione” ai poeti (ciofani e non) piuttosto che un j’accuse che sembra scritto dal PD: 100 critiche, 0 proposte. Cosa dovrebbero fare i poeti giovani che non fanno? (Ti prego di eliminare l’opzione rivista nuova e l’opzione festival per i motivi di cui sopra).

Sai, Luigi, quando sarei disposto ad accettare una critica come questa o ancora più dura e con molte meno parole? Quando i poeti “affermati” chiamassero a raccolta i poeti “ciofani” e questi ultimi non rispondessero. Allora, sì, ti darei ragione. Ma non mi pare che ciò sia mai accaduto.

Ora, io spero sinceramente che tu non abbia controllato la casella di posta di absoluteville prima di postare il tuo articolo, altrimenti sarebbe un doppio negare l’evidenza. Poiché nella casella di posta di absoluteville, se tutto è andato a buon fine, c’è una mail partita da un sito web che si chiama Poesia2punto0 che vi chiama al supporto e vi invita alla collaborazione, allo scambio, alla condivisione (non sto qui a dire, ché è tutto scritto nella mail).Poiché alcuni poeti ciofani e meno ciofani sono ancora abbastanza folli da pensare che sia utile e buona cosa moltiplicare i già numerosi spazi dedicati alla poesia.

Tutto nacque da una estenuante discussione sulla “morte” della poesia, dallo struggimento causato dal fatto che al mondo importa una sega della poesia e soprattutto dei poeti. Ora, si sarebbe potuto continuare a discuterne indefinitamente. Si è scelto di fare. Anche lì, nel momento del fare, in molti hanno chiamato in causa i poeti ciofani. Ma non si può evidenziare un problema e pretendere che lo risolvino altri che paiono sbattersene altamente del medesimo.

Alcuni si sono uniti al nostro fare, altri hanno preferito rimanere a guardare. Nessun problema, ognuno fa ciò che meglio crede. Il fatto è che molti di coloro che si tirano indietro sono gli stessi che periodicamente tirano in ballo questioni come “i ciofani poeti”, “la morte della poesia” etc etc. A quel punto gli si potrebbe ricordare che una possibilità almeno l’hanno avuta (sicuramente molte di più) e l’hanno rifiutata: dunque, possono anche smettere di fracassare gli animi dei poveri lettori.

Proprio a questo proposito, ti giro la domanda e ti chiedo: caro Luigi, dove sono i poeti “vecchi”? I maestri? Quelli che non distruggono le poetiche ma armati di scalpello tolgono tutta la grossolanità per lasciare solo l’essenziale su cui meditare, riflettere, lavorare? Dove sono i poeti vecchi con cui un poeta giovane, se è anche una persona intelligente, desidererebbe confrontarsi?

Il progetto di Poesia2punto0 chiama in causa tutti: poeti, autori, editori, direttori di riviste, critici. Sai quanti hanno detto di si? Sai quanti hanno glissato? Sai quanti non si sono degnati nemmeno di una risposta? Eppure gli inviti non sono stati mandati solo via mail: io i poeti, se mi dicono dove sono ed ho la possibilità, li vado a cercare con gli aerei (ché vivo abbastanza lontano). Eppure molti di coloro che hanno passato il giro sono quelli che puntualmente si lamentano dello schifo generale che ricopre di merda la poesia.

C’è qualcosa che non va o mi sbaglio?

Attendo con ansia le tue impressioni, sinceramente e senza sarcasmo.

A presto,
Luigi B.

P.S.: chapeau Teti!


Contro i ciofani poeti
2010-09-16 20:11:01|di azzurra de paola

"scrivete, giovani!" "non state su facebook a dire MI PIACE" "non fatevi un’ossessione del libro, del successo, del vostro orticello".
e chi non le sottoscrive parole del genere?
poi, arrivo io. giovane poeta. e della vita (da poeta) io, no, non ne so niente. parlo male, non so a chi rivolgermi, tentenno. però scrivo. scrivo, sì sì. e ho pure "le palle" (cit. La generazione che ci seppellirà). ma arrivo, con le mie poesie - valide o meno - e con un lungo percorso davanti che so di dover compiere. la necessità di confrontarmi, di migliorarmi, di evolvermi, di cambiare pelle.
ed eccolo qui, il nodo: un po’ come quando ti presenti ad un colloquio dopo la laurea. devi essere giovane, laureato, formatissimo, intelligente, con ottima proprietà di linguaggio, voglia di lavorare in un team, determinazione, indifferenza allo sfruttamento. e soprattutto, già esperienza!
così, tu hai le tue poesie - e non pensi di essere il padreterno ma hai le tue poesie e ti va, ti va di sopportare tutto, perchè scrivere è il tuo modo di stare al mondo.
arrivi ed è come camminare in una stazione. tutti che vanno di fretta, hanno le loro conferenze, le loro letture, i convegni. però tu - giovane poeta - fregatene dei convegni, delle conferenze, delle letture. fregatene. scrivi per non essere una pedina di facebook, del sistema e della religione. tu fai vedere che sei diverso.
ma a chi?


Contro i ciofani poeti
2010-09-16 19:04:53|di fabio teti

Nacci,

anche, forse, è lecito avere soltanto sette anni quando il gruppo 93 si scioglie, come è lecito lavorare più silenziosamente che nei festivàls, come è lecito osservare che il mondo è già a pezzi, come è lecito pensare che non ci salverà un’elenco di antologie, come è lecito avere bene in immagine (e in iscritto) l’apporto che si può e vuole dare, prima di urlarlo ai quattro venti. come è lecito considerare questo post aria fritta, che da ventiquattrenne ho letto, (perché qualcuno dovrà pure leggerle le migliaia di parole che vengono continuamente prodotte), che mi ha portato via del tempo, e che non mi ha dato in cambio
nulla. forse, Nacci, come ha scritto da qualche parte Michele Marinelli, anche dal silenzio è lecito aspettarsi grandi cose (o cose effettive, almeno).

Hail


Contro i ciofani poeti
2010-09-16 16:48:26|di lorenzo mari

Beh, beh, sono contento di leggervi, Luigi Nacci e Matteo Fantuzzi...

Condivido l’impalcatura del ragionamento, perché constato la mancanza di risposte poetiche e critiche, di risposte che fanno, da parte delle *generazioni* che vi stanno davanti.

La frammentazione delle esperienze poetiche, iniziata qualche tempo fa (con voi, Nacci e Fantuzzi, sì, e prima di voi), continua indisturbata nell’oggi e rischia ad ogni passo di diventare autoreferenzialità pura. Induce a coltivare speranze assurde, iperboliche, di entrare in qualche modo, attraverso qualche pertugio, nel canone, e con questo tentativo abnorme e ridicolo oscura il fare che (comunque) si fa. E non si fa solo "poco e male", come cerca di affondare, in ultimo, Matteo.

E’ certamente vero che a volte ci si rifugia nel "precariato", anzichè denunciarlo, e così facendo si mortificano la parola e le sue possibilità. Oppure, "per andare avanti", perchè tutti teniamo famiglia, si accetta la cooptazione: a sinistra, a destra, in alto, in basso...
I ciofani sono il materiale umano preferito dei vecchi, forse anche il vostro, Nacci e Fantuzzi, dimostratemi il contrario. (In questo senso, Mazziotta illumina bene un’altra parte del quadro.)

Infine, la reazione a sfondo etico (del tipo "la poesia è altro da me, non mi arrischio a definirla, faccio il mio lavoro e cerco di comunicare, e basta") che anche qui leggo, come in altri contesti mi è capitato di sentire o leggere, mi pare un esempio di condotta morale ineccepibile, eppure ne rimane poca cosa.
Viceversa, la chiamata alla responsabilità, intimamente connessa al fare, di Francesco Terzago, mi intriga molto, anche se alcune proposte rinviano a tentativi già fatti e di cui non vedo una grande efficacia, in termini di innovazione.

Pars costruens. Riviste, gruppi, movimenti, letture, dibattiti, laboratori: è vero quel che dice Fantuzzi, non è poi così difficile cimentarsi con la burocrazia. E nuovi mezzi, come indica Terzago, ma senza cadere nel loro elogio: si è vista la fine che hanno fatto, che stanno facendo blog e Facebook... Rimettere al centro dello scambio di parole qualsiasi cosa, ma non il canone e la volontà di entrarci a tutti i costi. Iniziare a mettere il fuoco sotto il culo dei Nacci e dei Fantuzzi, perchè direi che per entrambi il tempo del semolino non è ancora arrivato, ma anche dei seniorpoets, che si sveglino e capiscano di essere monadi che non parlano più a nessuno, prendano in carico anche la loro parte di responsabilità. Scrivere bene, come si sta facendo, ma senza cadere nel tranello della scrittura semi-accademica, buona per il critico amico e pochi altri, scrivere bene perchè aiuta a fare il resto. Uno dei primi passi, forse: capire la differenza tra la resistenza portata all’occhiello e resistere.


Contro i ciofani poeti
2010-09-16 14:43:54|di matteo fantuzzi

posto anche il mio promesso articolo sempre a riguardo, come promesso a suo tempo questa estate
http://universopoesia.splinder.com/...

piccolo inciso: non è la poesia che è morta, al massimo qualche persona.


Contro i ciofani poeti
2010-09-16 13:12:57|di Francesco Terzago

Non capisco la logica della domanda, se io rispondo eccomi vengo ’iscritto’ nel codex dei salvati?
Voglio in ogni caso ragionare per punti:

1) Alla poesia bisogna essere in qualche modo educati, non iniziati - il problema attuale è che la scuola dell’obbligo ci inizia a una poesia identitaria, una poesia del canone, una che risponde a certi crismi stabiliti dall’Accademia; tutto il resto non esiste. La cosa divertente e amara allo stesso tempo è che questa Accademia è la stessa che ci consegna alla precarietà del mondo della scuola, proprio per questa sua posa da Angelo della Storia.

- così, se uno vuole avvicinarsi a un altro tipo poesia deve mettere in discussione l’identità poetica che lo ha assuefatto - è difficile, perché si tratta, all’inizio, di una sovrapposizione totale. Un parassita inestirpabile, un cancro dell’animo che parla e parla. E parla per sua bocca - con i tratti di quel codice che sono i limiti del suo mondo, "i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo".

2) il problema dei poeti ciofani, e dei giovani poeti ciofani, è di non poter trascendere dal fatto di venire da questa cultura. Nessuno di noi su può dunque dire salvo, siamo tutti vittima dello stesso male, a più gradi, cronici. Siamo tutti abitanti di questo stesso mondo delle lettere e non ci accorgiamo di fare parte di un mondo molto più grande e meraviglioso - quello della quotidianità, con tutte le sue stratificazioni, con tutti i suoi luoghi, eventi, storie, suggestioni. Questo si potrebbe dire il nostro peccato originale. Non ce ne potremo mai del tutto liberare.

Così il problema per molti giovani ciofani è il mero ’senso di appartenenza’ il ’rifugio’ di cui parla Nietzsche: questo è il modello culturale al quale sono stati abituati e ai quali, colpevoli, si sono voluti abituare - il nostro nemico è la comodità del pensiero.
La casa tranquilla e confortante del remoto sprawl, con la facciata rivolta verso il centro del potere, il centro cittadino - un giorno anche io sarò là, in cima a quei grattacieli (questo è il sogno del servo, il grande inganno che ci viene venduto - non solo in poesia), non si conosce progresso ma quiete, non si conosce rottura ma continuità, il giovane ciofano sta con il naso all’insù, felice e confortato dell’ombra degli immensi palazzi che lo sovrastano, è una oscurità imposta, e diviene ben voluta. Il domandare è un peccato, o sgomitare è sbagliato, una giornata di pioggia è un evento da ricordare; qui è dove restano i giovani poeti ciofani, guardano verso un orizzonte di antologie da scuola superiore perché hanno accettato di buon grado il sogno di essere un giorno loro stessi annoverati in una antologia da scuola superiore - il sublime, questa è la loro "immobilità pensosa". Questo è lo stesso principio per il quale accettiamo come unico nostro sogno l’accumulo di capitale, perché è il capitale che rende liberi?
Solo alcuni di questi giovani poeti ciofani si accorge della stortura, dicono ehi è tutto un inganno, è tutto un ’controllo’, siamo stati ’addestrati’. Solo questi potranno iniziare un percorso di rivoluzione. Si opporranno a una realtà dove non esiste più auto-determinazione, dove il processo creativo viene limitato alla compilazione del già detto, del già pensato, dove tutto è appartenente a un sistema complesso e colloso, multiforme, insidioso, che esorcizza l’umanità all’uomo.
Questa realtà che conosciamo è una realtà facile e ricca di attrattive, perché non può conoscere l’errore, perché non ci consente di "prendere la via meno battuta", entro i confini di questa realtà saremo sempre in buona compagnia, non ci mancheranno tette in televisione, sbronze con gli amici, grandi narrazioni strappa-lacrime che ci parleremo di quello che non siamo più.
Ribadiremo con ogni nostro respiro il dogma: una litania senza fine. Continueremo per lungo tempo a guardare quei sordidi palazzi di vetro ripetendoci, un giorno saremo là, all’ultimo piano, a giocare a golf.
Queste sono le vestigia del post-modernismo, dello storicismo, del pensiero debole. E io a questo punto preferisco scientemente tornare all’ignoranza, essere fuori (come in Brave new world), ribadire che in poesia come in filosofia si parla sì sempre della stessa cosa ma è il percorso che uno intraprende che è latore di significato, la vita umana con i suoi limiti è sempre al centro. Meglio essere primitivisti allora, meglio ripercorrere a ritrovo il corso del fiume fino alla sommità di Sumeru.

3) Bisogna allora ribadire la superiorità del metodo, della conoscenza dello strumento, rispetto alla nozione; a noi vengono date nozioni-preghiera, non ci viene impartito un metodo - a meno che noi non si voglia sostenere che un sistema di nozioni sia un metodo di nozioni. Avere la ragione e non ragione, avere seduto sempre al nostro fianco il dubbio, essere scettici, in primo luogo nei nostri confronti.

La cura?
Non esiste una cura che vada bene per tutti, ognuno ha dentro di sé una cura, la sua cura. Posso dirvi quella che sto provando io e non ha a che fare con grosse pillole gialle o verdi - passare sempre più dalla conoscenza della storia della letteratura alla conoscenza dei mezzi della letteratura, in termini squisitamente linguistici. Passare dal testo al mondo "e mi dedicai alla lettura del libro del mondo". Operativamente muovermi in tutte quelle realtà dove la poesia è ’anfibia’, vicino alla pittura, vicino alla poesia esposta, vicino al mondo dei graffiti, vicino al mondo delle istallazioni, quei luoghi dove si è più liberi perché di confine tra due mondi.

Avere il coraggio di ribadire che la poesia è una forma di intrattenimento e di comunicazione, che è persuasione, che è politica, che è militanza. Per il semplice fatto che ogni azione che non vuole essere militante fa una scelta di carattere militante, che ogni azione che non vuole essere politica sta facendo politica, la politica peggiore: quella dell’abbandono, dell’attesa, dell’auto-estromissione dalla società. Che ogni atto comunicativo che non vuole essere persuasivo sarà involontariamente persuasivo - scialbo.
Che dobbiamo rivoluzionare quei modelli che ci ha consegnato la storia fino a renderli irriconoscibili alla storia stessa, che un poeta non è poeta perché ha pubblicato un libro di versi né perché ogni tanto fa una lettura in pubblico, ma, semmai perché se proprio deve fare queste cose le fa al meglio, perché semmai verrà ricordato, verrà ricordato proprio perché ha scritto un libro, proprio quel libro, e che lo ha scritto con ferocia e passione come se si trattasse dell’ultimo atto di un essere sul punto di morire. E se legge in pubblico vale lo stesso discorso.

- Il giovane ciofano deve rendersi conto che scrive poesia qui e ora, e che nel suo percorso può utilizzare ogni strumento che la modernità mette a sua disposizione.

- scrivere poesie sui muri, dentro un bus, sulla vetrina di un negozio con un pennello o una bomboletta non è disdicevole, è una via percorribile perché resa percorribile dalla realtà nella quale viviamo. Renditene responsabile.

- proiettare poesia sulle facciate dei palazzi è una via percorribile. Renditene responsabile.

- leggere nel metrò, a squarciagola, quattro poesie scritte sulla carta da imballaggi è una via percorribile. Renditene responsabile.

- creare pagine di wikipedia o dei social-network che parlino del tuo lavoro è una via percorribile. Renditene responsabile.

- Insultare, essere arroganti, sboccati, auto-determinarsi linguisticamente e negli atti, crearsi una lingua propria e personale, essere un poeta-punk è una via percorribile. Renditene responsabile.

- piazzare nella notte un’istallazione nel centro della tua città che parli della tua poesia, di sangue, di bombe, di merda è una via percorribile. Renditene responsabile.

- andare a una lettura di poesia della ’vecchia guardia’ e lanciare pomodori, fumogeni, uova marce è una via percorribile. Renditene responsabile.

- Vendere è una via percorribile. Renditene responsabile.

- Andare in televisione è una via percorribile. Renditene responsabile.

- Cortocircuitare ogni realtà mediatica, essere virale, fare guerrilla marketing è una via percorribile. Renditene responsabile.

- "Le cose vanno dette a bassa voce perché cambino il mondo", urlalo spesso.

- Il giovanle poeta ciofano può fare, in pratica, quel cazzo che vuole, basta che se ne prenda la responsabilità, gli basta, forse, sfacciataggine, coraggio, tanto lavoro, tanto impegno, tanta responsabilità.


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