di Gabriele Frasca

Gabriele Frasca è nato a Napoli nel 1957. Ha pubblicato in versi: Rame (Milano 1984 e Genova 1999), Lime (Torino 1995), Rive (Torino 2001) e Prime. Poesie scelte 1977-2007 (Roma 2007).
I suoi romanzi editi in volume sono: Il fermo volere (Milano 1987 e Napoli 2004) e Santa Mira (Napoli 2001 e Firenze 2006). Sono apparsi anche suoi testi teatrali (Tele. Cinque tragediole seguite da due radio comiche, Napoli 1998) e svariati saggi, fra cui: Cascando. Tre studi su Samuel Beckett (Napoli 1988), La furia della sintassi. La sestina in Italia (Napoli 1992), La scimmia di Dio. L’emozione della guerra mediale (Genova 1996), La lettera che muore. La «letteratura» nel reticolo mediale (Roma 2005) e L’oscuro scrutare di Philip K. Dick (Roma 2007).
Con il gruppo musicale «i ResiDante» ha inciso il cd Il fronte interno (Roma 2003). Ha tradotto Philip K. Dick (Un oscuro scrutare, Napoli 1993 e Roma 1998) e Samuel Beckett (Watt, Torino 1998; Le poesie, Torino 1999; Murphy, Torino 2003; In nessun modo ancora, Torino 2008).
Dal 2008 al 2010 ha pubblicato a fascicoli, solo per sottoscrizione, il suo terzo romanzo Dai cancelli d’acciaio (che apparirà in volume unico agli inizi del 2011).
Ha curato nel giugno del 2008 per il Festival del Teatro di Napoli le messe in scena de L’assedio delle ceneri.
Insegna Letterature Comparate e Media Comparati all’Università degli Studi di Salerno.

pubblicato giovedì 5 maggio 2011
Che cosa succede la notte fra il venerdì e il sabato nella megadiscoteca Il Cielo della Luna, sorta in un niente, come un bubbone o un fungo, a (...)
pubblicato domenica 6 febbraio 2011
Farabutti o buffoni, a filare nel discorso del padrone, nessuno escluso? Sì, ma avendo innanzi tutto l’accortezza di aggiungere un posto per le (...)
pubblicato giovedì 9 dicembre 2010
Ne segue sùbito un’altra, a meno che non sia un inciso. Non c’è che dire, il reverendo Sterne, a furia di procedere elicoidale fra pulpito e pressa, (...)
 

di Stefano La Via

aggiornato giovedì 24 marzo 2011
 

di Massimo Rizzante

aggiornato venerdì 29 luglio 2011
 

di Cecilia Bello Minciacchi,
Paolo Giovannetti,
Massimilano Manganelli,
Marianna Marrucci
e Fabio Zinelli

aggiornato domenica 18 marzo 2012
 

di Rosaria Lo Russo

aggiornato sabato 21 maggio 2011
 

par Pierre Le Pillouër

aggiornato giovedì 17 maggio 2012
 

di Luigi Nacci & Lello Voce

aggiornato domenica 13 novembre 2011
 

di Massimo Arcangeli

aggiornato martedì 30 agosto 2011
 

di Sergio Garau

aggiornato lunedì 6 febbraio 2012
 

di raphael d’abdon

aggiornato sabato 2 aprile 2011
 

di Claudio Calia

aggiornato venerdì 2 dicembre 2011
 

di Yolanda Castaño

aggiornato martedì 9 novembre 2010
 

di Giacomo Verde

aggiornato sabato 4 giugno 2011
 

di Domenico Ingenito & Fatima Sai

aggiornato mercoledì 10 novembre 2010
 

di Chiara Carminati

aggiornato giovedì 13 gennaio 2011
 

di Gianmaria Nerli

aggiornato giovedì 16 settembre 2010
 

di Maria Teresa Carbone & Franca Rovigatti

aggiornato giovedì 17 marzo 2011
 

a cura di Massimo Rizzante e Lello Voce

aggiornato domenica 27 novembre 2011
 

E la letteratura?

Articolo postato giovedì 26 agosto 2010

D’accordo, mi si potrebbe obiettare... Obiettare? E in che modo, se ho a bella posta chiesto che il blog fosse chiuso ai commenti? E come se non bastasse, sebbene l’avessi promesso, non ho ancora spiegato perché. Lasciate che rimandi ancora la questione a uno dei prossimi invii, se mi riuscirà almeno una volta di stornare lo sguardo da quello che, eretti i cancelli, non ho più smesso di scorgere nel deserto politico dell’ultimo capitalismo: un intreccio di micragnosi micropoteri, persino ridicoli, non per questo meno nefasti. Perché è pur sempre attraverso i discorsi, di norma disarticolati, che ho dovuto tessere nel romanzo, non certo per un improvviso abbaglio, né l’accensione di un’estasi, che si è messo a fuoco, quanto meno ai miei occhi, il presunto paesaggio permanente del Sacro Romano Emporio. Ed è già un segno, o un sintomo. Che abbia «fatto» il romanzo all’incrocio di questi discorsi, piuttosto che lasciarlo filare sul binario morto di una sua storia? No, che ne sia consapevole. Parlare in nome di un’opera, per come intendo io la questione, non è parlare del proprio operato; è piuttosto farsi parlare dall’opera, cui per tanto tempo si è pure creduto di prestare parole, sebbene a riascoltarla non c’è voce che non suoni contraffatta. Bella roba. Anzi, bellissima, perché è la questione stessa dell’arte, come forma d’avversione. Se un’opera funziona, è così che la penso, deve incrociare i suoi discorsi fino a espellere l’autore, prim’ancora che questi, dichiarandola chiusa con un atto di proprietà assai controverso, e dunque «facendola finita», l’abbandoni a sua volta. Da ciò consegue che quando un’opera riesce a prendere il sopravvento alienandosi l’autore, prima che questi a sua volta se l’alieni, può letteralmente non finire più, mettendosi per così dire all’ascolto di un altro che possa parlare a suo nome. È l’immagine della paziente zecca cara a Deleuze, se non a Guattari, in attesa non già di un qualsiasi animale ma del giusto tasso di umidità. Nel Settecento, in Inghilterra, all’alba della nascita di quello che da noi chiamiamo romanzo, la sapevano lunga: milza o non milza, è solo questione di umori.

Non che ciò voglia dire che l’opera faccia a meno dell’autore, se mai per flirtare col primo fruitore che passa: è un vecchio mito letterario, questo del reale che si parla da sé, e credo che nessuno, dopo tanti sonnambuli che hanno creduto di fare la voce grossa a suo nome, ne senta la mancanza. D’altra parte, quanto più un’opera apre mondi, e attraversa saperi, più si chiude nel suo discorso di fondo, che è, per inciso, quello del legame sociale in atto: ciò che in essa resta aperta, è la nostra incapacità di concluderne qualcosa. Piuttosto, se a forza di stilizzare e ripetere, come tutte le cose dell’arte, dell’arte artigiana, se ne sta come dicevo in attesa di rimettere in funzione chi la mette in funzione, un’opera costringe il suo autore, se davvero vuole farsene carico, a essere altro, che lo voglia o meno; nel migliore dei casi, ripeto, prim’ancora che accampi il suo diritto, che è quello d’autore per l’appunto. Le opere che funzionano, lo sappiamo, lo fanno innanzi tutto per altri; se un autore non è disposto a farsi alienare per tempo, tornerà preda dell’horror vacui del brontolio della sua banale storia psichica, senza volgerlo nel rombo di quell’amor infiniti che Gombrich attribuiva al più modesto degli artigiani.

Insomma ho le mie idee, non dico di no, quella che si dice una visione del mondo (cioè, alla lettera, un delirio), ma non so quanto tutto ciò abbia influito nella stesura di un’opera che, poste le basi del suo funzionamento, siatene certi, si è mossa ben presto sui suoi piedi. Come autore, del resto, per quanto ne prenda progressivamente distanze, se è ancora quella stessa voce che sento, non sono proprio in condizione di capire chi fra di noi sia stato il fantoccio, e chi il ventriloquo. L’opera resta lì, e fortunatamente, se mi parla, mi chiede orecchie e voce, ma respinge ogni sguardo che non sia attraverso. Posso usarla come un paio di occhiali, questo sì, magari gli occhialini di Quevedo da cui ho cominciato queste conversazioni in scatola, ma da bravo astigmatico, divenuto con gli anni presbite, provo un certo fastidio a scrutarli quando me li tolgo dal naso, se mai solo per dar loro un’energica pulita. Guardare il proprio paio di occhiali, quando è solo attraverso le lenti che si è recuperata la vista, è votarsi alla nebbia, se non alla nausea. E per arrivare a vedere cosa? La propria visione divenire remota. Oppure, a fronteggiarle opportunamente rovesciate, solo una specie d’immagine sfocata del proprio punto di osservazione ridotto all’osso, che poi è quello che in fin dei conti ciascuno di noi, pur senza ammetterlo mai, sa di essere nel fondo del proprio borbottio: una montatura. Senza contare quello che dismisura, o diviene piuttosto un nonnulla, invertendo le lenti. Meglio tenerli su, sporchi come si sono ridotti, gli occhiali, e continuare dunque a dare un’occhiata a quello che c’è fuori. Non che questo blog si prefigga di essere il séguito all’aria aperta del romanzo, ci mancherebbe altro. Siamo tutti al chiuso qui: possiamo, volendo, inanellare come grani di rosario le nostre camerette al momento attraversate da un unico fascio di luce, ma al più si fa un alveare, non un prato cosparso di fiori. D’altra parte, se non stessimo tutti a incerare la nostra celletta, non scivolerebbe nemmeno via come fa, non l’arte, badate bene, ma la letteratura. Che poi era giusto l’obiezione da cui volevo partire.

Cioè: d’accordo, ho dato in questi invii un’occhiata di qua e di là, ho raccontato quello che mi sembra di vedere, un paio di scenari da brivido non c’è che dire, ma dal momento che dovrei essere ritenuto un letterato... no, scusatemi se mando per le terre il periodo, non riesco proprio a sentirmi un letterato, se mai un letterrato, come ognuno di noi; perché io stesso, e tutti voi, per essere, e solo grazie a tutte le chiacchiere necessarie, di questa terra, e per farla venire su, questa terra, una chiacchiera dopo l’altra, siamo troppo pieni di segni per lasciare che ce li leggano altri, così da ridare a ciascuno il posto assegnato nel grande, si dice, romanzo della vita. Senza il blabla, il blabla che siamo, di questo possiamo pure essere certi, vivremmo ancora in un mondo senza confini che non siano quelli ineluttabili e cangianti della scena fenomenica. Non c’è discorso, lo dicevo in un inciso, perché più s’incide e più si moltiplica e si riconnette, che non legga il legame sociale; a non volerne sapere si rischia di mancare il proprio voto, che manco a dirlo è il proprio vuoto, fluttuando per sempre (Dante aveva per davvero la vista lunga) fra le «postille» di un paradiso di manchevolezze. L’arte, invece, quanto più s’«inciela» nel cosmo, se per davvero ne stilizza e ripete il desiderio, quell’amore d’infinito che è di ogni maestro artigiano, non fa altro (anche questo lo insegna Dante) che tornare ad atterrare. Se non lo facesse, che cosa potrebbe mai ridire, del ben che vi trovò? E, soprattutto, cosa avrebbe da ridire, del male che lo spinse dritto come un razzo? Va bene, passi pure per il letterrato (che manco si sa, a mettersi in orbita con un simile bauletto, se uno si vota più a Joyce o a Lacan)... ma con questa obiezione, che conta già troppi incisi, devo decidermi a farla finita. (Per inciso: non c’è procedimento d’arte che non proceda per incisi).

La questione insomma che ritengo di pormi, e giusto nel simulare di percepire la presenza di chi mi legge (che è per l’appunto presunzione d’autore), resta: che cosa c’entra, con tutti gli scenari che ho fin qui attraversato, la letteratura? Beh, detta così, la risposta è semplice: niente. E allora la riformulo, la domanda, e la lascio nel vago, come ho fatto per il titolo di quest’invio, convinto che proprio alla luce di quanto detto in precedenza potesse trovare, come suona la frase fatta, il posto giusto al momento giusto. E dunque ci riprovo. D’accordo, mi si potrebbe alfine obiettare, ci hai parlato di questo e di quest’altro, e se mai hai privilegiato nei precedenti invii un discorso, con tutta l’ironia del caso, è stato quello (a sua volta molto più «letterario» di quanto non si creda) degli economisti... E la letteratura? Già, la letteratura...

La letteratura continua a svolgere il cómpito che le fu assegnato in culla, quando ancora se ne stava avvinghiata al suo gracile gemello, il copyright, che avrebbe però, una volta cresciuto, avuto ben più fortuna di lei, estendendo il suo diritto di nascita in ogni campo di quella vaporosa schiuma tipografica che si chiama libero pensiero. Più che di un cómpito, si tratta in verità di un mandato (o se volete di una lettera di cambio), e la letteratura, da quando è apparsa come un evento di Badiou (qualcosa in soprannumero cui mancava solo un nome), non ha mai smesso di adempierlo: delimitare e periodizzare per un’intrapresa di anonimi una messa-in-stato fantasmatica, almeno quanto il discorso che (non) regola l’economia, in cui far scorrere i voti (mancati) di un’appartenenza. È la solita logica del capitale su cui mi sono già soffermato: separare qui (un terzo stato da un eventuale quarto, al quale lasciare in eredità il proprio destino innominabile) per ricongiungere altrove (e in mancanza di meglio persino ai primi due, stati intendo, che pure si erano voluti sovvertire: come mostra quella sorta di sindrome di don Chisciotte che è la nobiltà napoleonica). Batte e ribatte lo stesso chiodo, dal suo nascere, la letteratura, che è quello di dare un nome a chi non ne ha, Robinson Crusoe o Moll Flanders; batte e ribatte, ed è per questo che stupisce, e stupefà. La classe innominabile che si sarebbe poi letta borghesia (per istupidirsene), e il collante di stupori ancora senza etichetta che sarebbe stato detto letteratura, i nomi, come càpita in simili circostanze, se li sono dati l’uno all’altro (l’implicazione reciproca, praticamente sul nulla di un credito, l’avrete oramai capito, ha nel capitalismo la funzione che Aristotele affidava al primo motore immobile: corri corri, e finisci sempre lì).

Attualmente, certo, se pure continua a svolgerlo, questo mandato, è indubbio che la letteratura, strictu sensu, lo faccia su scala ridotta (magari su questo ci torneremo in un prossimo invio), ma comunque in buona compagnia, vale a dire con quell’allegra famigliola di strumenti di comunione ben più generalisti di cui ritiene (non del tutto a torto) di essere la primogenita (per inciso, l’ennesimo: ogni medium che voglia essere di massa, deve innanzi tutto dirsi familista, quanto l’economia che, è noto, lo denuncia nel suo stesso etimo quanto non sia altro che una faccenda di casa, e uno sporco segretuccio). Ma se credete che la lallazione letteraria, come tutte le altre coccole mediali (non è giusto il suo nome, o la pletora dei suoi soprannomi, che si ripete ipnoticamente al bambino quando lo si bamboleggia?), sia nient’altro che un po’ d’intrattenimento («è sempre festa nell’asilo globale», notava acutamente McLuhan), vi sbagliate di grosso. Da quando ha ricevuto il suo nome dalla classe cui ha dato un nome, non c’è mai stato niente come il sistema letterario che abbia fatto filare dritti come sonnambuli. E per due motivi: innanzi tutto perché è esattamente il modo in cui le logiche del capitale, partendo dalla prima catena di montaggio (che è quella della tipografia) si sono annesse l’al di là verso cui ha sempre spinto l’arte del discorso (per «arte del discorso», a scanso di equivoci, intendo tutti i sistemi «narrativi» nati per avversare il discorso del mo’, cioè la frase da idiota, in senso etimologico, che ogni parlante deve ripetere per legarsi al destino designato; da questo punto di vista, non c’è alcuna differenza fra l’Iliade, la Commedia, o un canto popolare: puntano tutti verso un al di là dell’idiozia). E poi, perché al sistema letterario il laissez faire, già nelle sue fasi sorgive, ha chiesto niente di meno che assorbire il soprannaturale (pochi ricordano che una delle questioni principali di Robinson Crusoe, presunto alfiere dell’empirismo dominante, sia quella di trovare sull’isola la presenza di Dio), per svincolare per così dire l’economia da un’ingerenza tanto ingombrante. Alla crisi della fede nel soprannaturale (crisi necessaria perché sorga un Sacro Romano Emporio), la letteratura ha supplito con un sistema di credenze a tempo («fin quando siete qui, credete a quello che vi dico», ripete dalle pagine dei suoi tomi il solito Robinson). La letteratura, primogenita col copyright del pensiero liberale, non può dunque che tornare ad avanzare la richiesta propria di chi le assicurò i natali: «datemi credito». E credere, sia pure per una momentanea sospensione del giudizio, è già obbedire e combattere.

Il mondo conteso dalle nazioni (trovatemi una sola nazione, non dico uno stato, che non nasca, o quanto meno si riconosca, in un romanzo) nelle ultime due guerre, se l’economia non gradisce confini (e non assicura dunque appartenenze), da dove avrebbe potuto del resto mai stagliarsi, se non dalle pagine della letteratura? Persino coloro che si sono correttamente definiti nel secolo scorso dittatori, non hanno fatto altro, incantati come a loro volta erano, che sentirsi «dittare dentro» storie, per significarle ad altri, a che altri le significassero. Il rinnovato Impero di Roma, il Millennio del Terzo Reich, la Grande Madre Russia... Vi potrà sembrare strano, ma per quanto Goebbels abbia saputo come pochi piegare all’ideologia nazista la radiofonia (e con minore «genialità» il cinema), Hitler, basterebbe dare un’occhiata al sua guardaroba, resta un personaggio del peggiore romanzo di formazione. E se vi va di pensare all’oggi, badate che la televisione con i suoi show sgangherati non regola flussi di voti; se mai, e se proprio, lo fa la sua fiction (che, ci intendiamo, è letteratura latu sensu). Quiz e ballerine non hanno nulla a che fare col presunto potere berlusconiano; le vite dei santi teletrasportati fin nel nostro salotto dalle retrovie siderali, magari qualcosa in più.

Ma facciamo un passo indietro. Il problema comunque resta il solito, ed è quello su cui mi arrovello da un po’ di tempo: la letteratura, o meglio il sistema letterario, ha scarsi tre secoli di vita (e prima solo un altro paio d’incubazione), eppure continuiamo a coprire con questo termine tutto ciò che è stato prodotto dall’arte del discorso, prima e dopo che la letteratura abbia compiuto il suo mandato. Magari ripeterò cose note, ribadite in più occasioni da studiosi provenienti da aree diverse, a partire dal già citato McLuhan (sulla scia dell’economista Harold Innis), fino a un grecista come Eric Havelock (via Milman Parry), o a un filologo romanzo come Paul Zumthor (e questi, a sua volta, sulla scorta di alcune interessanti notazioni di Curtius), senza dimenticare il solito Foucault (per cui, ad esempio, la «comparsa delle letteratura» è direttamente uno dei «segni», con la costituzione delle «scienze positive», il «ripiegarsi della filosofia sul proprio divenire» e «l’emergere della storia come sapere [...] e modo d’essere dell’empiricità», della «frattura profonda» verificatasi nello «spazio del sapere» fra il 1775 e il 1825). Non è però del tutto inutile ricordare (visto quanto poco si frequentino da noi questi autori) che perché si ritrovi in uso il termine letteratura nell’accezione divenuta comune (per i latini litteratura era l’alfabeto, o al più la grammatica), bisogna in realtà attendere (sebbene la «cosa», ancora indegna di un nome, avesse già fatto capolino) gli ultimi decenni del XVIII secolo (come ha scritto in un suo saggio Zumthor, la letteratura «ancor più dell’idea di Natura, appartiene all’arsenale dei miti che la società borghese in espansione si è costruita poco a poco, all’alba dei Tempi moderni»). Che poi, a ben vedere, è lo stesso periodo in cui il capitalismo, grazie proprio al diffondersi del sistema letterario che se n’è fatto pellicola, scoprì la fino ad allora inedita possibilità di estendere i propri mercati su ciò che per la specie è sempre stato di tutti e di nessuno: il linguaggio, appunto, e la sua effervescenza discorsiva che diciamo pensiero.

Il copyright, fratello gemello della letteratura, fa dunque dei processi di pensiero (che sono un bene comune) innanzi tutto un bene di classe, e dunque (visto che c’entra la borghesia) non solo quanto c’è di più domestico, ma addirittura il quid stesso di tutto ciò che è «privato». Ogni processo di pensiero, nell’ottica del copyright, è qualcosa che un Tal dei Tali (che vi trova il suo nome) assume dalla dispensa del sapere comune, metabolizza e poi espelle dichiarandolo proprio, come le feci. Non a caso al solito Joyce, che pure ne ha vissuto, non era certo sfuggita la sua natura escrementizia, se per designare il fenomeno preferiva usare la grafia copriright (nella nostra lingua potremmo cavarcela con qualcosa tipo un «digeritto d’autore»). Il sistema letterario (che col diffondersi in altri campi del copyright spartisce e riveste il mondo) ripete unica la classe che (per ricoprirsene e assimilarlo fino a espellervi il proprio nome) lo ha ritagliato e astratto dal fibrillare dei discorsi che ci vivono. Per questo la letteratura non è un legame sociale (la borghesia, nella sua fase capitalistica, si dichiara in verità una classe di fuoriclasse) ma una messa-in-stato (messa in terzo stato) fantasmatica (qualcosa, che non si può trattenere, in grado però d’intrattenere). Ai marxiani flussi del lavoro e della conoscenza, si aggiunge insomma con il sistema letterario (una costellazione di romanzi, non poesia ma poeti, periodizzazione e individualizzazione delle modalità di lettura, non autori ma editori, e neanche un lettore che non sia a sua volta letto dal suo romanzo) quell’eccesso di produzione che Deleuze e Guattari hanno definito «flux de connerie» (flusso di stronzate, o, se preferite, coglionate); che poi è il «flot de merde» contro cui, a costo di morirne, Flaubert prometteva (impegnato nella faticosa stesura di Madame Bovary) di voler far argine. Se lo si prende per il momento come esempio, il nostro homme-plume, non si può dire che non abbia lottato per davvero per tutta la vita per il risveglio dall’incantesimo da tale sistema.

Ma come, non faceva Flaubert a sua volta riferimento al sistema letterario? A leggerne i romanzi non parrebbe; l’arte del discorso faticosamente perseguita (è una questione di stile, o di stiletto avrebbe detto lui) è tutta una declinazione di forme d’avversione che mettono a giorno l’istupidimento letterario. Eppure è indubbio che proprio nelle storie letterarie sia finito (e ne era consapevole: la stupidità da bulimia tipografica di Bouvard e Pécuchet, scriveva in una lettera del 1877, «è la mia, e ne crepo»). E come lui tutti i grandi autori cui siamo soliti pensare quando pronunciamo la parola «letteratura» (che è tutto un défilé di esangui dagherrotipi), che poi, a seguirne anche sul più tedioso dei volumi scolastici i cosiddetti «profili», sono esattamene coloro (con rare eccezioni a confermare la regola) che per tutta la vita l’hanno avversata, o che quanto meno non si sono mai riconosciuti nel suo sistema. È un paradosso, ma come tutti i paradossi funziona. Vivo Flaubert, il sistema letterario non sapeva proprio che farsene delle sue opere (giusto il processo destò, ma solo per il tempo della sua durata, un po’ d’attenzione sul suo lavoro): erano altri, non credo che lo ignoriate, gli autori di cui si discuteva nelle pagine culturali dei giornali dell’epoca, erano altri insomma coloro che venivano ritenuti in quel sistema letterario coloro che davano lustro alla Francia, se mai molandone le armi che sarebbero occorse ai suoi gloriosi destini. Di molti di costoro non ricordiamo nemmeno il nome, ma farebbero bella mostra di loro nelle tabelle di certi nostri studiosi assai seri che indagano giustamente con un piglio fra il sociologico e il merceologico l’intera faccenda. Molti si annoiano fra quei cataloghi di nomi e cognomi e titoli senza sugo, ma hanno ragione loro: è quella la letteratura, perché un sistema letterario vive del mo’; e le genealogie che restituiscono foscolianamente le armi del povero Aiace alla sua tomba, servono solo a rendere più pervasivo il sistema letterario in atto.

Il procedimento è semplice, e lo conosciamo tutti: un sistema letterario, per poter funzionare, non solo assorbe ma pone in esponente le opere degli autori che lo hanno in buona sostanza combattuto, non appena queste siano state opportunamente edulcorate dal discorso dell’università (che è una consegna, per la piccola borghesia che ancora lo incarna, di strumenti di carriera, nel nome di un sapere senza maitre, che non sia piuttosto il «saperci fare» di un mastro-don). I pallidi dagherrotipi finiscono così, accigliati come sono, fra i ricordi di famiglia dei discendenti di quei sempre più accomodanti autori responsabili della messa-in-stato fantasmatica della loro epoca, che si ritrovano però solo nelle tabelle, quando giunge il tempo delle genealogie (con cui cancellare il male della banalità che hanno contribuito a diffondere). Quella che viene definita storia letteraria tradisce sistematicamente il sistema letterario precedente, ma solo per garantire il persistere di quello in atto, e praticamente sulle stesse basi. Strano destino, quello di questi autori che imperversano coi loro nomi nel sistema letterario di un’epoca, per poi guadagnare l’anonimato che fu non a caso l’insegna di coloro che (se c’entra come c’entra il copyright) ne furono i progenitori, lì dalle parti di Grub Street (ai quali il nostro Giuseppe Baretti, aprendo le vie gastriche che sarebbero giunte fino al joyciano copriright, attribuiva non a caso il nome di «grubstritici»). Una giusta nemesi? Per nulla, perché le genealogie, lo ripeto, sono sempre servite a garantire la persistenza del sistema letterario del mo’, e sono stati gli autori che lo hanno di volta in volta incarnato a farsi carico del collante ideologico del mondo. Qualcuno, lo sapete, amava ripetere che si sarebbe magari evitata la guerra franco-prussiana, se si fosse letto più diffusamente Flaubert. Non so se ciò possa dirsi, ma ove mai si potesse, immaginatevi da cos’altro avremmo potuto scampare, se gente come Joyce avesse fatto parte del sistema letterario dell’epoca sua.

Permettetemi allora di chiudere con un’ulteriore notazione personale. Quest’anno, il mio corso per la strana (ma assai intrigante) disciplina che insegno alla laurea magistrale, Media Comparati, verteva sull’Ulisse di Joyce e L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov. Brrr. Niente paura, ho cercato di farne omogeneizzati, al meglio che posso; e a dar credito all’esito degli esami mi pare che non sia andata tanto male (in questo lavoro, per inciso, c’è di bello che i miei studenti mi deludono molto difficilmente). Ora, durante una lezione interamente dedicata all’episodio cui ci si riferisce, secondo lo schema Linati (o Gilbert), come quello di Nausicaa, ancora con l’eco delle parole grosse (un po’ alla Borghezio per intenderci) del Cittadino/Ciclope del capitolo precedente, ho richiamato l’attenzione sul fatto che nel romanzo non ci fosse personaggio (fatta eccezione per la piccola trinità gnostica così sciaguratamente, per loro, e fortunatamente per noi, anti-edipica) che non risulti incantato dai media (a partire da quello tipografico, ovviamente): c’è chi parla giornali, chi parla romanzetti, chi parla poesie, chi proclami politici, chi canzoni (d’amore o patriottiche) e via discorrendo. Non ce n’è uno, insomma, che si situi al di fuori della messa-in-stato del sistema letterario di riferimento, a meno che non sia un extracomunitario come Bloom, un artista dell’avversione come Stephen o una soprannumeraria come Molly. Insomma, stavo chiacchierando di tutto questo, sulla scorta dei pensieri in rosa della povera Gerty McDowell, quando ho d’improvviso abbandonato lo stile scherzoso con cui cerco di alleggerire i «mattoni» che propongo. Ho mandato all’aria la traccia che seguo sui miei appunti, e mi sono ritrovato una volta tanto ad affrontare una questione veramente seria. Perché, mi sono chiesto, dopo tanti anni che ho dedicato a un autore dichiaratamente post-traumatico come Samuel Beckett, che ha vissuto insomma la sua stagione più produttiva negli effetti della guerra (e dunque nel mio terreno di coltura), avevo sentito urgente il bisogno di ritornare a Joyce? E soprattutto perché, nel tornarvi, avevo provato qualcosa di assimilabile a un «ordine del giorno»? E poi, come mai a distanza di quasi un secolo ci era sembrato un po’ a tutti, sì anche ai miei studenti, di essere a casa nelle pagine dell’Ulysses, e di incontrarvi inaspettatamente i nostri vicini, i parenti, gli amici, per non parlare dei personaggi televisivi, tanto da lasciarci cullare facilmente nel ronron dei loro discorsi? Com’era possibile che questo accadesse per un romanzo scritto in buona sostanza durante la prima guerra mondiale, e immediatamente dopo, quando cioè era già perfettamente avvertibile, almeno per uno come Joyce, ciò che si stava preannunciando per l’Europa, e per quello che, grazie alle sue crisi e ai suoi conflitti, cominciava a dirsi mondo? Devo confessarvi che è in quel momento che ho sentito con forza quanto si fossero in verità esauriti gli effetti della guerra.

Su quel discorso ci sarei tornato a proposito dell’episodio detto Circe, perché proprio in quel capitolo, con tutte le sue allucinazioni flaubertiane (siamo dalle parti della Tentazione di sant’Antonio, dove persino un’allucinazione può avere le sue allucinazioni) per alcuni commentatori si scavalla la mezzanotte, si lascia insomma il «giorno qualunque» oggetto del romanzo, e si finisce in quello dopo. La domanda non è da poco, e attraversa interamente un’opera così poco letteraria come l’Ulysses: si tratta di stabilire niente di meno se il nuovo giorno, quello in cui si sarebbe risvegliato l’Occidente, e suo malgrado il mondo, insomma il giorno successivo a quello magnificato qualunque dalla rivoluzione permanente dell’arte (del discorso o della macchina da presa: su questo per davvero Joyce e Vertov procedevano a braccetto), si apra con gli sbadigli in indiretto libero dell’episodio successivo (Eumeo), così come avranno sicuramente pensato i pochi lettori dell’opera quando questa apparve nel 1922 (e i tanti di più che l’avrebbero letta solo dopo il secondo conflitto), o invece piuttosto nel frenetico delirio mondiale, patriottico, patrilineare, e così esplosivamente letterario in cui, come scriveva a commento del capitolo Anthony Burgess (che pure di quei deliri ne seppe incarnare parecchi), «quella regione di sogni aveva influenzato la realtà».

Qualcuno ricorderà come si chiude l’episodio. Bloom, riverso su Stephen malmenato da un soldato inglese, proprio mentre crede di dar séguito a un’impossibile filiazione non patrilineare, ha un’ultima allucinazione: il figlio morto pochi giorni dopo la sua nascita, il piccolo Rudy, gli appare con l’età che avrebbe se fosse sopravvissuto, vestito con l’uniforme di Eaton (ah!) e con un libro in mano, che legge da destra a sinistra, come un rabbino, sorridendo e baciando ogni pagina. «Rudy!», grida Bloom. Qui i commentatori solitamente si commuovono tutti, anche quelli infastiditi dall’andamento alquanto sadiano dell’episodio: il figlioletto morto, che scena straziante, alla fin fine Joyce, spietato come appare, mostra un po’ di sentimenti! E invece no, riponiamo i fazzoletti. Bloom, lo sapete, è un ebreo, nella cattolicissima Irlanda, e per questo tutti lo trattano con un’avversione appena trattenuta (è l’unico, ad esempio, che gli altri chiamano sempre per cognome); in quanto ebreo è fuori squadra, ma lo è due volte, perché è un ebreo che ha rinunciato alla fede e alla sua «letteratura» (Rudy non è stato nemmeno circonciso). È troppo materialista, e persino troppo empatico, per credere a qualsivoglia messa-in-stato che non riguardi immediatamente il sistema gravitazionale (o se volete sessuale) dei corpi. E allora? Niente, si allucina il figlioletto, certo, ma questi non lo degna di uno sguardo, continuando piuttosto a leggere, vestito come un bravo rappresentante del sistema scolastico inglese, il suo libro che bacia come un bravo ebreo ortodosso, mentre sorride vacuo, con indosso tutti i segni delle possibili religioni, dall’esile bacchetta d’avorio all’agnellino bianco che gli fa capolino dal taschino. Quell’uomo-non-qualunque (che sa, lui sì, che cosa veramente vuole una donna) aveva preso la decisione di delirare dall’idiozia del discorso, e offrirsi come padre «innaturale» a Stephen, l’artista che si era prefisso niente meno di risvegliarsi dall’incubo della storia (e della letteratura)… e invece gli appare un ultimo fantasma. Alla faccia del giorno qualunque del povero Bloom, la tradizione patrilineare si rinsalda, nella consegna della lettera (che fu della religione, e poi, una volta ridotta a quella cosiddetta «di cambio», della letteratura). L’Europa non avrebbe in verità fatto altro. E via tutti a filare come sonnambuli!