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Luca Baldoni, Valerio Cuccaroni, Vincenzo Frungillo, Enzo Mansueto, Francesca Matteoni, Renata Morresi, Gianmaria Nerli, Fabio Orecchini, Alessandro Raveggi, Lidia Riviello, Federico Scaramuccia, Marco Simonelli, Sparajurij, Francesco Terzago, Italo Testa, Maria Valente.

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ESISTONO ANCORA I CRITICI MILITANTI? E LA STRONCATURA?

(se lo chiede Massimo Onofri, che salva gli scomparsi Baldacci, Raboni e i vivi e vegeti Berardinelli, Manica, Ficara, Febbraro e, in parte, Cortellessa; a seguire si riesuma un articolo del Baricco nazionale)

Articolo postato martedì 25 dicembre 2007
da Luigi Nacci

Posto un articolo apparso il 28 novembre scorso sul "Corriere della Sera" a firma di Cristina Taglietti. Il tema è all’ordine del giorno negli ultimi anni. Esistono ancora i critici militanti? E chi sono? Prova a rispondere Massimo Onofri, docente di critica letteraria all’Università di Sassari.


***


Dibattito - Il pensiero militante nell’ epoca del conformismo. Interviene Massimo Onofri

Critici, essere faziosi è un dovere

«Né piacevoli né corretti». I modelli restano Baldacci e Raboni


«La critica, quando è vera, è sempre militante e quindi antagonista». Così si potrebbero riassumere le tesi di La ragione in contumacia (sottotitolo La critica militante ai tempi del fondamentalismo), breve e appassionato pamphlet di Massimo Onofri, in questi giorni in libreria (Donzelli, pp. 122, 15), che ben si inserisce nel dibattito aperto dal Dizionario della critica militante di Filippo La Porta e Giuseppe Leonelli, appena uscito da Bompiani. Nel saggio Onofri si rifà alle radici illuministiche della critica («ma non nel senso di quel revival dell’illuminismo che, riproponendo la lex naturale, va nella stessa direzione di Ratzinger», precisa), parla del «ri-uso», come teorizzava Franco Brioschi, in chiave contemporanea dei testi, riafferma la necessità di concetti come «valore» e «canone», di un «giudizio di gusto» che vive della retorica dell’argomentazione. Onofri non considera l’Autore morto, anzi lo interpreta come «un’entità non riconducibile né alla vita né alla scrittura, ma quale risultato della loro misteriosa contaminazione». Degli aggettivi che La Porta, nel Dizionario, gli attribuisce, e cioè «fazioso umorale e rissoso» (ma scrive anche che «leggere le sue pagine è come prendere una boccata d’aria nel nostro ingessato sistema culturale»), Onofri riconosce come suo soltanto il primo, anzi lo rivendica. La faziosità, e cioè la scelta, è insita al mestiere del critico, altrimenti si è un’altra cosa: storici della letteratura, filologi, scrittori. «Negli anni Settanta, quando io andavo a scuola, Soldati non esisteva nei manuali. Credo di essere stato il primo a dargli in un manuale scolastico uno spazio pari a quello di Moravia per esempio. È chiaro che una ricollocazione di Soldati può significare sacrificare qualcun altro, magari Calvino». Onofri sposa l’idea di Giulio Ferroni di «un’ecologia della letteratura»: «Inorridisco quando sento dire che c’è posto per tutti. Non è così: il critico ha il dovere di denunciare "l’ecomostro", anche quando ha successo». Non solo: c’è un altro male: «Il piacere del testo è diventato l’elogio della piacevolezza. Abbiamo dimenticato tutta una tradizione umanistica per cui la bellezza era un processo che passava anche attraverso la sofferenza. Personalmente voglio leggere libri che facciano soffrire, che mi costringano a mettermi in discussione, il piacevole mi annoia». L’intrattenimento, il successo, sono concetti che per Onofri poco hanno a che fare con la critica. «Prendiamo Guido Da Verona e Federigo Tozzi: il pubblico premiò il primo, del secondo soltanto Giuseppe Antonio Borgese riconobbe subito la grandezza. Chi aveva ragione? Oggi, la stessa contrapposizione si può fare tra Tabucchi e la Ramondino. Il primo, soprattutto negli ultimi romanzi, è rassicurante, corretto, la seconda è aspra, misteriosa, di grande eleganza. La sfida delle copie la vince Tabucchi». Un critico militante, secondo Onofri, deve essere necessariamente polemico, «deve saper dire di no ai testi». Molti invece non lo sanno fare. «Carlo Bo, per esempio: paradossalmente era la negazione della critica militante. Un po’come oggi Emanuele Trevi, che ha certamente una bella penna ma è troppo camaleontico, trova preoccupante scrivere di qualcosa che non gli piace. Così come non capisco perché Roberto Cotroneo si sia pentito di aver praticato, negli anni giovanili, la stroncatura. Oggi si è lasciato andare a una certa pratica del consenso, recensendo solo scrittori celebrati e politicamente corretti. Critici militanti per eccellenza sono stati Luigi Baldacci e Giovanni Raboni che nel suo I bei tempi dei brutti libri, giocava sui parallelismi, su coppie di autori da mettere in contrapposizione e tra cui fare una scelta». E se, a differenza di quanto scrivono La Porta e Leonelli nel Dizionario, non possono essere considerati critici militanti Pietro Citati («lo è stato negli anni Cinquanta, adesso ci parla solo dei classici») o Roberto Calasso («un ginnasta degli assoluti»), oggi, secondo Onofri, la categoria gode di buona salute: «La rappresentano bene Alfonso Berardinelli, Raffaele Manica, Giorgio Ficara, Bruno Pischedda, Massimo Raffaelli, il giovane Paolo Febbraro. Anche Andrea Cortellessa ha una grande attrezzatura tecnica, ma, anche lui, a volte, rischia di dire troppi sì».


***


A proposito di PRATICA DEL CONSENSO & STRONCATURA, posto un altro articolo, a firma di Alessandro Baricco, apparso su "La Repubblica" il 1 marzo 2006.


Cari critici, ho diritto a una vera stroncatura


Questo è un articolo che non dovrei scrivere. Lo so. Me lo dico da me. E lo scrivo. Dunque. La scorsa settimana, su queste pagine, esce un articolo di Pietro Citati. Racconta quanto lo ha deliziato mettersi davanti al televisore e vedere i pattinatori-ballerini delle Olimpiadi. Lo deliziava a tal punto - scrive - che "dimenticavo tutto: le noie, le mediocrità, gli errori della mia vita; dimenticavo perfino "l’Iliade" di Baricco, e la vasta e incomprensibile ottusità dei volti di Roberto Calderoli e di Alfonso Pecoraro Scanio". Io ero lì, innocente, che mi leggevo con piacere l’esercizio di stile sull’argomento del giorno e, trac, mi arriva la coltellata. Va be’, dico. E, giusto per mite rivalsa, lascio l’articolo e vado a leggermi l’Audisio.

Qualche giorno dopo, però, vedo sull’"Unità" un lungo articolo di Giulio Ferroni sull’ultimo libro di Vassalli. Bene, mi dico. Perché mi interessa sapere cosa fa Vassalli. Malauguratamente, alcuni dei racconti che ha scritto sono sul rapporto tra gli uomini e l’automobile.

Mentre leggevo la recensione sentivo che finivamo pericolosamente in area "Questa storia" (il mio ultimo romanzo, che parla anche di automobili). Con lo stato d’animo dell’agnello a Pasqua vado avanti temendo il peggio. E infatti, puntuale, quel che mi aspettavo arriva. Al termine di una lunghissima frase in cui si tessono (credo giustamente) elogi a Vassalli, arriva una bella parentesi. Neanche una frase, giusto una parentesi. Dice così: "Che distanza abissale dalla stucchevole e ammiccante epica automobilistica dell’ultimo Baricco!". E voilà. Con tanto di punto esclamativo.

Ora, nessuno è tenuto a saperlo, ma Citati e Ferroni sono, per il loro curriculum e per altre ragioni per me più imperscrutabili, due dei più alti e autorevoli critici letterari del nostro paese. Sono due mandarini della nostra cultura. Per la cronaca, Citati non ha mai recensito la mia "Iliade", e Ferroni non ha mai recensito "Questa storia". Il loro alto contributo critico sui miei due ultimi libri è racchiuso nelle due frasette che avete appena letto, seminate a infarcire articoli che non hanno niente a che vedere con me.

È un modo di fare che conosco bene, e che è piuttosto diffuso, tra i mandarini. Si aggirano nel salotto letterario, incantando il loro uditorio con la raffinatezza delle loro chiacchiere, e poi, con un’aria un po’ infastidita, lasciano cadere lì che lo champagne che stanno bevendo sa di piedi. Risatine complici dell’uditorio, deliziato. Io sarei lo champagne.

Potrei dire che non me ne frega niente. Ma non è vero. Mi ferisce poco la gomitata assestata a tradimento, ma mi offende molto il fatto che sia tutto ciò di cui sono capaci. Mi sorprende il loro sistematico sottrarsi al confronto aperto. La critica è il loro mestiere, santo iddio, che la facciano. Cosa sono queste battutine trasversali messe lì per raccogliere l’applauso ottuso dei fedelissimi? Vi fa schifo che uno adatti l’Iliade per una lettura pubblica e lo faccia in quel modo? Forse è il caso di dirlo in maniera un po’ più argomentata e profonda, chissà che ci scappi una riflessione utile sul nostro rapporto con il passato, chissà che non vi balugini l’idea che una nuova civiltà sta arrivando, in cui l’uso del passato non avrà niente a che fare con il vostro collezionismo raffinato e inutile.

E se trovate così stucchevole un libro che centinaia di migliaia di italiani si affrettano a leggere, e decine di paesi nel mondo si prendono la briga di tradurre, forse è il caso di darsi da fare per spiegare a tutta questa massa di fessi che si stanno sbagliando, e che la letteratura è un’altra cosa, e che a forza di dare ascolto a gente come me si finirà tutti in un mondo di illetterati dominati dal cinema e dalla televisione, un mondo in cui intelligenze come quelle di Citati e Ferroni faranno fatica a trovare uno stipendio per campare.

Si dirà che è un diritto dei critici scegliersi i libri di cui scrivere. E che anche il silenzio è un giudizio. E’ vero. Ma non è completamente vero. Lo so che per persone intelligenti e colte come Citati e Ferroni i miei libri stanno alla letteratura come il fast-food alla cucina francese, o come la pornografia all’erotismo. Per usare una frase di Vonnegut che mi fa sempre tanto ridere, mi sa che per loro i miei libri, nel loro piccolo, stanno facendo alla letteratura quello che l’Unione Sovietica ha fatto alla democrazia (non si riferiva a me, Vonnegut, che purtroppo non sa nemmeno che esisto).

Ma quale arroganza intellettuale può indurre a pensare che non sia utile capire una degenerazione del genere, e magari spiegarla a chi non ha gli strumenti per comprenderla? Come si fa a non intuire che magari i miei libri sono poca cosa, ma lì i lettori ci trovano qualcosa che allude a un’idea differente di libro, di narrazione scritta, di emozione della lettura? Perché non provate a pensare che esattamente quello - una nuova, sgradevole, discutibile idea di piacere letterario - è il virus che è già in circolo nel sistema sanguigno dei lettori, e che magari molta gente avrebbe bisogno da voi che gli spiegaste cos’è questo impensabile che sta arrivando, e questa apparente apocalisse che li sta seducendo?

Non sarà per caso che la riflessione nel campo aperto del futuro vi impaurisce, e che preferite raccogliere consensi declinando da maestri mappe di un vecchio mondo che ormai conosciamo a memoria, rifiutandovi di prendere atto che altri mondi sono stati scoperti, e la gente già ci sta vivendo? Se quei mondi vi fanno ribrezzo, e la migrazione massiccia verso di loro vi scandalizza, non sarebbe esattamente vostro degnissimo compito il dirlo? Ma dirlo con l’intelligenza e la sapienza che la gente vi riconosce, non con quelle battutine, please.

Per quello che ne capisco, i miei libri saranno presto dimenticati, e andrà già bene se rimarrà qualche memoria di loro per i film che ci avranno girato su. Così va il mondo. E comunque, lo so, i grandi scrittori, oggi, sono altri. Ma ho abbastanza libri e lettori alle spalle per poter pretendere dalla critica la semplice osservanza di comportamenti civili. Lo dico nel modo più semplice e mite possibile: o avete il coraggio e la capacità di occuparvi seriamente dei miei libri o lasciateli perdere e tacete. Le battute da applauso non fanno fare una bella figura a me, ma neanche a voi.
Ecco fatto. Quel che avevo da dire l’ho detto.

Adesso vi dico cosa avrei dovuto fare, secondo il galateo perverso del mio mondo, invece che scrivere questo articolo. Avrei dovuto stare zitto (magari distraendomi un po’ ripassando il mio estratto conto, come sempre mi suggerisce, in occasioni come queste, qualche giovane scrittore meno fortunato di me), e lasciar passare un po’ di tempo. Poi un giorno, magari facendo un reportage su, che ne so, il Kansas, staccare lì una frasetta tipo "questi rettilinei nella pianura, interminabili e pallosi come un articolo di Citati". Il mio pubblico avrebbe gradito. Poi, un mesetto dopo, che so, andavo a vedere la finale di baseball negli Stati Uniti, e avrei sicuramente trovato il modo di chiosare, in margine, che lì si beve solo birra analcolica, "triste e inutile come una recensione di Ferroni". Risatine compiacenti. Pari e patta. E’ così che si fa da noi. Pensate che animali siamo, noi intellettuali, e che raffinata lotta per la vita affrontiamo ogni giorno nella dorata giungla delle lettere...

Purtroppo però non è andata così. Il fatto è che l’altro giorno ho visto il film su Truman Capote. Si impara sempre qualcosa spiando i veri grandi. Lui in quel film è così orrendo, spregevole, sbagliato, megalomane, imprudente, indifendibile. Mi ha ricordato una cosa, che talvolta insegno perfino a scuola, e che però mi ostino a dimenticare. Che il nostro mestiere è, innanzitutto, un fatto di passione, cieca, maleducata, aggressiva e vergognosa. Posa su una autostima delirante, e su un’incondizionata prevalenza del talento sulla ragionevolezza e sulle belle maniere. Se perdi quella prossimità al nocciolo sporco del tuo gesto, hai perso tutto. Scriverai solo cosette buone per una recensione di Ferroni (no, scherzo, davvero, è uno scherzo). Scriverai solo cosette che non faranno male a nessuno.

Insomma è tutta colpa di quel film su Truman Capote. D’improvviso mi è sembrato così falso starmene lì, come una bella statuina, a prendere sberle dal primo che passa. E’ una cosa che non c’entra niente col mestiere che è il mio. Vedi, se me ne stavo a casa a vedere Lazio-Roma, oggi eravamo tutti più sereni e tranquilli. E penosi, of course.


***


Chiedo a voi, cari lettori e redattori di Absolute: qual è l’ultima stroncatura su un volume di poesia contemporanea che ricordate? Chi sono a vostro giudizio, sempre in ambito poetico, i critici migliori, sia per bagaglio tecnico che per - si sarebbe detto un tempo - onestà intellettuale?


32 commenti a questo articolo

ESISTONO ANCORA I CRITICI MILITANTI? E LA STRONCATURA?
2007-12-29 22:54:33|di Tommaso Lisa

Ringrazio Luigi per la mail, che segnala questa discussione, e per i link, e le recensioni. Partecipo con questo singlo intervento, fatto di alcuni aneddoti e considerazioni sparse. Probabilmente non replicherò, dato che non amo molto i blog. Dieci anni fa, al mio primo anno di lettere, ho seguito l’ultimo corso di Luigi Baldacci, sulla lirica italiana dalle origini a oggi. Esperienza forte, entusiasmante, travolgente, per quell’età. Finì a primavera, leggendo Montale, Non chiederci la parola: una stroncatura memorabile, certo non l’unica ma sicuramente la più evidente durante l’anno di lezioni. Senza mezzi termini sottolineava l’incongruenza delle immagini, la cripticità, foriera di tanto, successivo, deteriore ermetismo italiano. Nonostante la mia ammirazione per Baldacci, che dura ancora oggi, nonostante tutto, leggo ancora Montale, con piacere. Per quanto autorevole fosse, e amata, la voce del critico, non mi ha impedito di percorrere anche strade diverse. Per anni ho provato a esercitare la critica, soprattutto in poesia, e ai tempi dell’università sono stato capace anche di pronunciarmi in stroncature. Sempre a quei tempi, ho letto Ingrati maestri di Onofri, condividendolo, e la rivista "Atelier" di Ladolfi e Merlin, alla quale allora ho partecipato, ha fatto una rilettura critica del novecento poetico, più o meno condivisibile, ma di sicura forza. Poi qualcosa è cambiato: il metodo si è fatto ora più filologico, poi teorico e infine quasi filosofico, attraverso la lezione di Luciano Anceschi, che raccomanderei a chiunque voglia affrontare in modo razionale il problema dello statuto ontologico del critico e della critica. Ma non voglio, qui, adesso, soffermarmi sul dato tecnico; vorrei se possibile parlare del ruvido privato. Mi è successo anche che, conoscendo di persona gli scrittori, si sono verificate situazioni di pagine immonde scritte da persone deliziose e individui insostenibili capaci di ammirevoli virtuosismi, con conseguente imbarazzo nell’esprimere valutazioni obiettive. Ha ragione anche Baricco, a proposito dell’egotismo autistico dello scrittore (si scrive per pura presunzione, sempre), come a proposito della lotta per la sopravvivenza, nel panorama culturale italiano, che è fatta spesso di frecciate critiche sussurrate, di malignità buttate lì con leggerezza, alle quali non si ha la possibilità di replicare se non a distanza di molto tempo, talvolta addirittura... da posteri. Ma è anche vero che il successo editoriale non è garanzia di qualità; tuttavia a sedici/diciassette anni ho letto anch’io Oceanomare, mentre traducevo sonetti di Baudelaire, e mi è servito, tutto quel poeticume, per rafforzare qualcosa, dentro, direi una vocazione. Ora Baricco non lo rileggo, ma ha avuto la sua parte, per me come per altri compagni di scuola, per iniziare, magari anche poi per prendere le distanze. La critica militante serve, e resiste. Prendo il caso di Cortellessa, che ho conosciuto nel 2001 e col quale mi sono spesso incontrato positivamente: lo ho ammirato proprio per la sua militanza, la difesa e l’elogio di Manganelli, Landolfi, Gadda, Sanguineti, Zanzotto, Rosselli, Villa, e poi Frasca, Ottonieri, Valduga... di un’idea precisa di scrittura. Dietro la sua oltranza vibra(va) l’entusiasmo, una idea (ideologia) precisa, certo, da prendere o lasciare. Così come Fausto Curi, per certe questioni sanguinetiane e metodologiche, resta una autorità indiscutibile, fenomenale. Si fa critica, e militante, ogni giorno, nei nomi detti e in quelli taciuti nelle mail e nei blog, nelle conversazioni. Anzi, trovo sospettoso, preoccupante, proprio ogni tentativo di imparzialità, di onnicomprensività, di ecumenismo, buonismo, obiettività. Per fare un esempio, a proposito di due antologie di poesia uscite nel 2005, di Parola Plurale mi infastidisce quella pluralità, che non esiste - e non può esistere - fino in fondo; dell’antologia curata da Piccini per BUR la disonestà intellettuale, di offrire obiettivamente un panorama del "meglio", di mascherare dietro un impianto filologico solido, imparziale, la scelta parzialissima dei nomi che chiudono il volume. La critica militante tende a sconcertarmi quando perde la sua militanza, parzialità, dinamica violenza, per edificare un canone statico, una norma scolpita nel marmo (che non è più militanza). Molti dei mali della critica, come della scrittura, passano attraverso la redazione delle antologie scolastiche: chi verrà tramandato ai posteri, chi potrà assurgere nel pantheon delle patrie lettere? Da qualche tempo, personalmente, ho tralasciato la critica, non solo per ragioni di lavoro (altro rispetto alle questioni strettamente letterarie). Da una parte, in passato, l’erudizione accademica, e il cerimoniale connesso, mi ha impedito una presa di posizione netta; dall’altro mi ha infastidito scoprire che, dietro posizioni critiche forti, si celano ragioni extraletterarie (negli anni Cinquanta si sarebbe detto: non leggete Céline perché era fascista) talvolta incondivisibili (o almeno non condivisibili dal punto di vista della scrittura). Adesso tento, privatamente, di ricostruirmi un’identità, anceschianamente, da critico-scrittore. Esercito l’atto di critica in prima istanza nei miei confronti (cosa voglio scrivere, come, per quale ragione) e, di conseguenza, selezione una bibliografia utile alle mie personali esigenze, secondo un canone e un gusto specifici. Va da sé che, oggi, preferisco ancora rileggere magari Sanguineti o Pagliarani, ma non per questo, a priori, disdegno di curarmi di Luzi o finanche Parrochi. Penso che chiunque (si fa per dire...) se ha il coraggio di arrivare ai ferri corti con se stesso e con il linguaggio, può scrivere qualcosa che meriti di essere letto e ricordato. Non ho il coraggio di rileggermi, altrimenti non posterei neanche queste righe, che spero comunque, quale testimonianza direi esistenziale, possano essere utili a qualcuno. Buona notte. Tommaso Lisa


ESISTONO ANCORA I CRITICI MILITANTI? E LA STRONCATURA?
2007-12-29 16:17:03|di lorenzo

anche in rete? cambia blog...

lc


ESISTONO ANCORA I CRITICI MILITANTI? E LA STRONCATURA?
2007-12-29 16:08:03|di Luigi



Tra le notarelle per l’Annuario, Matteo, hai in serbo anche qualche stroncatura?


ESISTONO ANCORA I CRITICI MILITANTI? E LA STRONCATURA?
2007-12-29 15:30:43|di matteo fantuzzi

la critica militante esiste, non gode di ottima salute ma c’è... è che molti hanno fifa di dire quello che pensano perchè non sanno di che campare se fanno un torto a tizio o caio. purtroppo è un nostro grande "malcostume". detto questo sottolineo che per fare uscire certe notarelle critiche militanti sono dovuto andare sull’annuario castelvecchi, perchè comunque (anche in rete) è mera utopia trovare spazio per le critiche aspre, se le si ritiene necessarie.


UniversoPoesia

ESISTONO ANCORA I CRITICI MILITANTI? E LA STRONCATURA?
2007-12-29 14:48:01|di Luigi



Rossano Astremo ha postato sul suo blog "Vertigine" un articolo del critico Massimo Raffaeli apparso su "Il Manifesto" del 27 dicembre dal titolo Il giudizio di valore? È fuori mercato. Riporto un passo a mio parere significativo:

È il presente come orizzonte invalicabile, è l’intangibilità dei rapporti di classe e la rescissione del legame sociale, è una concezione edificante ed esornativa della cultura, è la politica come governance ed è la via televisiva all’eternità. È, insomma, l’ideologia italiana, da tempo metabolizzata dalla maggioranza dei cittadini, lettori e scrittori inclusi, quasi abitassero nel paese del dottor Pangloss e vivessero perciò nel migliore dei mondi possibili: una simile teologia dell’esistente non solo marginalizza il discernimento critico ma ritiene il giudizio di valore una indebita intrusione del singolo, un gesto esagerato e scientificamente infondato, quasi un abuso da dilettanti, a meno di non potersene appropriare nella forma della apologia indiretta. Tutto questo significa che spesso anche un no pronunciato da un critico può essere perfettamente riassorbito divenendo, nella strategia pubblicitaria, il no di un sì: Freud la chiama «denegazione», ossia una affermazione enfatica travestita suo malgrado nell’esatto contrario. Pertanto la pronuncia di un giudizio di valore equivale oggi a una scommessa, o meglio a una scommessa consapevole del massimo rischio: quello di provare ogni volta, nell’isolamento (di singoli o di piccoli gruppi) a distinguere ciò che è il semplice riflesso del mercato e/o del museo da ciò che invece corrisponde a un’esigenza di necessità; o, parola temeraria, di verità. Provare a restituire l’integrità di un’esperienza, cioè a distinguere, come si diceva una volta, il valore d’uso dal valore di scambio.


ESISTONO ANCORA I CRITICI MILITANTI? E LA STRONCATURA?
2007-12-29 10:37:48|di Giuseppe Caliceti



L’1 Marzo del 2006, Alessandro Baricco scrisse su “Repubblica l’intervento “pratica del consenso & stroncatura”, dove si incazzava perché critici della stazza di Citati e Ferroni, invece di degnare la sua “Iliade” e il suo “Questa storia”, avevano liquidato le due imprese con pungenti fra sette, battutine sprezzanti. Senza degnarle neppure di una seria recensione/stroncatura. Poi
affermava, vanesio: “E se trovate così stucchevole un libro che centinaia di migliaia di italiani si
affrettano a leggere, e decine di paesi nel mondo si prendono la briga di tradurre, forse è il caso di
darsi da fare per spiegare a tutta questa massa di fessi che si stanno sbagliando, e che la letteratura è un’altra cosa, e che a forza di dare ascolto a gente come me si finirà tutti in un mondo di illetterati dominati dal cinema e dalla televisione, un mondo in cui intelligenze come quelle di
Citati e Ferroni faranno fatica a trovare uno stipendio per campare”.

Baricco è uno di quei rari scrittori italiani che ama tenere il piede in due staffe: quella del mercato, quelle del baronato pseudo-militante, della critica spesso criptica e cricca. E, periodicamente, si barcamena. Quando è stroncato o preso poco in considerazione dai critici letterari, ci ricorda – come in questo caso – che “lui vende”. E viceversa.

A me ricorda un po’ alcuni amici-nemici di pseudo-Sinistra di Berlusconi, che da decenni sempre ricordano a se stessi e agli altri:”Berlusconi sarà quel che sarà, ma se in tanti lo votano, non si possono non prendere in considerazione i suoi voti, i suoi elettori, il suo consenso, ciò che lui rappresenta per tanti italiani”.

Spesso, fanno questo discorso dimenticandosi che Silvio è padrone di una gran fetta dei mezzi di
comunicazione del Paese.

Allo stesso modo, Baricco ricorda che lui “vende”, con giusto orgoglio, dimenticandosi di dire la
cosa più importante: ciò che “vende” ha un legame profondo – e non sempre sano, – con il sistema
di vendita e ciò che vende.

A ogni modo, furori e delusioni di Baricco a parte, forse è anche grazie a lui se, in questo fine 2007, si è ritornato a parlare – personalmente, soprattutto a sproposito – di “critica militante”. “La critica, quando è vera, è sempre militante e quindi antagonista”. Così si potrebbero
riassumere le tesi di La ragione in contumacia (sottotitolo La critica militante ai tempi del fondamentalismo), breve e appassionato pamphlet di Massimo Onofri, in questi giorni in libreria (Donzelli, pp.
122, 15), che ben si inserisce nel dibattito aperto dal Dizionario della critica militante di Filippo La Porta e Giuseppe Leonelli, appena uscito da Bompiani. “Il piacere del testo è diventato l’elogio della piacevolezza”, scrive Onofri, “Abbiamo dimenticato tutta una tradizione umanistica per cui la bellezza era un processo che passava anche attraverso la sofferenza. Personalmente voglio
leggere libri che facciano soffrire, che mi costringano a mettermi in discussione, il piacevole mi annoia». Insomma, l’intrattenimento, il successo, sono concetti che per Onofri poco hanno a che fare con la critica; un critico militante, secondo Onofri, deve essere necessariamente polemico,
«deve saper dire di no ai testi».

Sentir parlare Onofri e Ferroni che parlano di “critica militante” a noi fa venir in mente Giuliano Ferrara e Giovanni Lindo Ferretti di Dio e di democrazia. Ma è sempre Baricco il nostro numero uno, che vorrebbe essere celebrato di più sia dal pubblico che dalla critica. Vorrebbe, insomma, basta leggere le sue parole, una critica letterario supina ai numeri delle vendite. Almeno le sue.


ESISTONO ANCORA I CRITICI MILITANTI? E LA STRONCATURA?
2007-12-28 21:01:18|di Luigi



Rari versi memorabili, hai ragione Gianfranco...

la vita non è cambiata, però mi son stupito di trovare questi bei versi nella "bianca":

Con le mani nel ventre

di una puledra zoppa,

dentro la sua merda ci sono tenie

fili d’erba cipollina

chicchi purpurei di bacche

e un pezzetto di vetro screziato,

in quel caldo silenzio di melma

c’è superbia.

*

Su un oceano colorato malamente

galleggiava una piccola isola

le onde spargevano le origini

i coralli cicalavano al tramonto

e i pesci si rigeneravano alla fonte.

Era una goccia di sperma

cadutami nella vasca del sangue

in una mattina

di forte macellazione.

(I. Ferrari, Macello, Einaudi, 2004)


ESISTONO ANCORA I CRITICI MILITANTI? E LA STRONCATURA?
2007-12-28 13:11:42|di gianfranco

Negli ultimi anni ho letto più narrativa che poesia. Il problema rimane lo stesso: da quanto un’opera non mi cambia la vita? Da quanto tempo non incontro versi che mi rimangono impressi a fuoco in memoria? Libri brutti ne ricevo. Non massacro le edizioni piccine, è troppo facile. Quella bruttezza la chiamo semplicità, o linearità, o prevedibilità. Leggo, medito, glisso, m’allineo al sentimento, accantono. E il tempo si dissolve.
La bruttezza si fa prepotente quando s’aggroviglia all’ambizione, alla circolazione di massa, all’arroganza. Alle edizioni pervasive. Cosa c’è di peggio dei versi di un’attrice dei sexy Ottanta in Mondadori? Letti e calciati via di collo pieno. Rimossi.
***
E poi mi ritrovo a cercare qualcosa di degno e di vero tra i laterali. Per esempio ho appena rimediato - e leggerò chissà quando - i versi di Massimo Scaligero. Unico libro di versi di chi ha scritto soltanto antroposofia. Cosa m’attendo? Altro. Da tutti i punti di vista. Cosa troverò lo immagino. Cosa sogno è facile dire: che sappia ricordarmi cosa significava scrivere versi. Credendo nella poesia.
*
(mi contento di poco, vedi. Ho già capito che il tempo nostro non cambierà)


ESISTONO ANCORA I CRITICI MILITANTI? E LA STRONCATURA?
2007-12-28 11:26:36|di Luigi



Gianfranco, visto che sei un lettore accanito e attento, mi piacerebbe sapere quali sono i più brutti libri di poesia che ti sono capitati per le mani ultimamente...

(e segnalo, visto che non l’ha fatto lui, LANKELOT.EU - LETTERATURA E SOGNI, blog collettivo fondato da Gianfranco Franchi nel 2003)


ESISTONO ANCORA I CRITICI MILITANTI? E LA STRONCATURA?
2007-12-28 02:25:27|di gianfranco

Caro Luigi,
oggi il ruolo della critica dovrebbe essere più importante che in passato. Orientarsi nelle nuove uscite è complicato, causa imperversare delle logiche dell’industria editoriale; al contempo, decifrare le appartenenze di certa critica non è complesso, ma non è di pubblico dominio.
*
La pagina di Baricco è divertente, e piuttosto onesta.
Rimango della scuola senza maestri, quella che vede modelli della critica gli autori prestati alla critica, gli autori soltanto; i Landolfi, i Borges, i Pontiggia. Per dire. Leggendo loro ho scelto la mia strada.
*
Memorabili, dal vivo, Cortellessa e Mazzarella - come critici puri. Quanto al resto... ho creato un’isola perché non tolleravo il continente. Sai come la penso;)

ti abbraccio. (pardon per i refusi, sono quasi le 3)


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