Absolute Poetry 2.0
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Erminia Passannanti
Il torsolo del ventre e altre fandonie

INTRODUZIONE DI FRANCESCO MUZZIOLI

Articolo postato giovedì 7 dicembre 2006
da Adriano Padua

Francesco Muzzioli

Per una poesia del corpo

Contro la tendenza dominante della poesia dell’“anima”, che continua ad ammorbare i nostri climi letterari con i suoi irrespirabili incensi, e a monopolizzare le residue presenze della poesia nella cultura diffusa e nell’immaginario collettivo (si pensi alle caricature cinematografiche di banalissimi personaggi-poeti, come pure ai rari ma purtroppo significativi, riconoscimenti ufficiali), e si conserva saldamente radicata nel senso comune anche giovanile, tanto da apparire a volte - in una di quelle “false alternative” che ci circondano - quasi che fosse lei, addirittura, l’antitesi al capitalismo (come se il guaio del capitalismo fosse di aver perso l’anima e non di essersi “smaterializzato”, proprio, nei cieli del “puro spirito”), mentre si riduce a fungere da pallido sintomo sublimatorio; contro questa tendenza, dunque, credo che si debba prendere radicalmente posizione.
Il comico involontario a cui vanno incontro i poeti dell’“anima”, evidentemente, non è sufficiente. «Pensate a X, o a Z! Come sarà buffo!», diceva già ai suoi tempi Baudelaire di quei poeti che raccogliessero l’aureola e se la rimettessero in capo, dopo che la modernità l’aveva fatta rotolare inopinatamente nel fango. Ma niente da fare: il “restauro dell’aureola”, con il recupero connesso dell’atmosfera sacrale dell’aura (teste Benjamin) non ha ceduto di un centimetro nemmeno con l’incalzare della modernità più spinta e potremmo comodamente sostituire gli X e gli Z di Baudelaire con nomi a noi contemporanei, ora ingenuamente sprovveduti, ora invece sottilmente muniti con misticismi di nuovo conio (magari heideggeriano o derridiano, perfino). Che fare? Contro la poesia come lingua dell’anima, ben venga allora l’esercizio del testo come poesia del corpo! Ciò significa riflettere sul corpo della parola.
Nelle avanguardie del Novecento, il corpo della parola veniva identificato nella materia del significante. Si trattava, per i futuristi, per i dadaisti e poi per i verbovisivi e i “telquelliani”, di assaporare il suono, di gustarne l’impasto, la grana, fino a separarne le singole componenti oppure fino a creare una neolingua, passandosene del legame “ragionevole” con il senso. Questa fungibilità della parola nel suo lato “vocale” rappresenta implicitamente l’utopia di una libertà verbale “a pronta presa”, che è possibile acquisire subito, qui-e-ora, semplicemente sciogliendo il segno dalla sua convenzione significativa. Ma il mondo post-novecentesco, ormai, ha ben presente la difficoltà di ogni libertà immediatamente disponibile (la libertà “a pronta presa” è, nel capitalismo “drogato” in cui viviamo, quella del liberismo, del potere che si fa le leggi da solo, ecc.: l’anarchia berlusconica); la libertà è invece tutta da conquistare, la libertà è nel conquistarla. Allo stesso modo, la corporeità non è data (la corporeità data è il corpo-oggetto della profilassi medica e delle cure estetiche, oppure dell’eros prefabbricato dell’immaginario di massa), ma va strappata alla “sussunzione reale” della merce. Nel caso del corpo della parola, ciò significa che dobbiamo tornare a cercarlo nei nodi e nelle intercapedini dei codici, dei generi, degli usi e dei contesti, in una parola dei sensi del linguaggio.
Queste riflessioni mi sono state suggerite dalla lettura del Il torsolo del ventre di Erminia Passannanti, la raccolta poetica che qui si presenta. In questo ultimo testo, ma un po’ in tutta la linea di ricerca di questa autrice, la centralità del corpo si presenta e si articola su diversi livelli che proverò a distinguere brevemente. In primo luogo, la corporeità si manifesta nella propensione al prosastico. Il prosastico vuol dire corpo tematizzato e incremento percentuale della terminologia relativa al corporale. Si può partire dal «ventre» che dà il titolo alla raccolta e via via inventariare; e si vedrà che la tendenza è massiccia. E però qui prosastico vuol dire di più: vuol dire anche, precisamente, uso della prosa. È vero che la prosa è un semplice strumento, è un mezzo e non un genere, e che essa è perfettamente abilitata ad adempiere pure, al buon bisogno, ai compiti della lirica.
Tuttavia, in questa recente raccolta della Passannanti, la prosa sembra affermarsi a discapito, non solo della forma più tradizionale del verso, ma anche a totale detrimento della liricità e della sua spinta verso l’alto e il sublime. Curiosamente - e a differenza da altri precedenti usi in poesia, come, ad esempio, nel cosiddetto poema in prosa - l’impiego della prosa non è accompagnato dalla liricizzazione e dalla ricerca di clausole metriche, ma fa entrare nel testo il tono di un linguaggio pseudo-argomentante, di tipo trattato, che mette in scena uno sragionare sproloquiante, con forte tendenza alla parodia. Il ritmo, qui, non è la musicalità facile delle sillabe; è lo scricchiolio di una macchina che gira a vuoto, come già annunciava l’opera prima, del 2000, Macchina.
In secondo luogo, vorrei sottolineare l’impiego della lingua “storica”. Questo impiego è esattamente connesso a quel rimuginare prosastico della “trattazione maltrattante” e della tendenza alla parodia. Ecco allora che il linguaggio chiamato in essere è una parola tinta di passato, che riemerge dalla storia con la connotazione letteraria di un prestigio perduto. Non c’è, si badi, nessuna pietas conservativa, qui, né alcun valore antiquario. Il linguaggio della tradizione è semplicemente un relitto tra gli altri, un fantasma che viene agitato polemicamente di fronte all’impoverimento della “lingua di plastica” delle comunicazioni di massa. A cospetto del mito della trasmissione immediata di significati, che oggi presiede alle attività dell’industria culturale, si pone e si ammassa, qui, in una sorta di freudiano “ritorno del superato”, una lingua letteraria che rischia ormai di apparire “ostrogota”, incomprensibile ai più.
Da questo punto di vista, lo strato “alto” della lingua aulica si congiunge allo strato “basso” del dialetto, in quanto entrambi estremi ormai degradati, espunti e respinti ai margini dalla medietà dei media. In un tono “popolaresco” tutto reinventato (d’altra parte, oggi, il “popolare” ha cambiato di segno ed è, precisamente, la cultura dominante e la lingua normalizzata e globalizzata), in un impasto grottesco e straniato, la Passannanti mette sulla sua scena poetica tutta una serie di personaggi-maschere, che diventano protagonisti di un insensato brulicare di azioni-e-reazioni, di un “teatrino” in cui è possibile riconoscere la mimesi distorta della nostra politica-spettacolo (e talvolta, qualche personaggio lo si riconosce proprio, senza ombra di dubbio, dietro le teste di legno). Gente come il «Deus Ex Machina», il «Merda», oppure l’«Hommo de Sale» o lo «Sciaguratiello», animano contese e offese sul palcoscenico del «roboante pianetucolo». Non era sufficiente - obietterà qualcuno - “dire le cose” e puntare direttamente il dito sulle malefatte dei mariuoli al potere o sulle nefandezze dalla guerra preventiva? Perché questo passaggio attraverso l’attrezzatura della finzione? Ma certamente - rispondo - perché gli strumenti della testimonianza o della denuncia sono facili a svilirsi in merce da informazione, a farsi consumo patetico del vittimismo, e allora l’impegno civile deve approntarsi una forma deformante per stigmatizzare l’atteggiamento, il gioco delle parti, la modalità burattinesca dei fantocci che infestano il mondo.
Infine, in terzo luogo, il corpo non può emergere, nel linguaggio della poesia, altro che come enigma e come conflitto. Il corpo sfugge ai saperi costituiti (è la «cosa sconosciuta»); si pone al punto di rottura dell’ordine (è scritto che «Il Torsolo del Ventre s’identifica con il Tafferuglio Massimo»); si situa contraddittoriamente al «centro di un Travaglio» (triangolabile secondo le coordinate della «Sopravvivenza», della «Resistenza» e della «Dissidenza»). Gli è che, da un lato, il corpo è pur sempre in intreccio con la psiche (è Psychosoma), innervazione di pulsioni e di investimenti; dall’altro lato, è corpo-mondo, ingrediente di cucina nel calderone globale. La sorte del corpo nella globalizzazione trionfante (o capitalismo “drogato” che dir si voglia) dà da pensare. Il corpo è esaltato, ma solo dentro i parametri dell’immagine patinata. Altrimenti è in esubero. Che il corpo sia raggiungibile, oggi, solo cercando tra i margini e i resti (come «Rimasuglio di Vita») balza agli occhi dalle pagine poetiche della Passannanti. In esse il corpo, per sfuggire alla fantasmagoria che lo riveste, si manifesta strappando la seconda pelle del linguaggio; cioè emerge come non-senso, sregolatezza, follia, in rivolta contro l’addomesticamento culturale che permea le false libertà vigenti.
Questi diversi livelli di discorso si riflettono bene nelle ambivalenze del titolo, che mi ha colpito fin dall’inizio: Il torsolo del ventre. Il «torsolo» rimanda a qualcosa di nucleare e basico, ma è nello stesso tempo un residuo, ciò che si butta via dopo avere mangiato il frutto. Il «ventre», a sua volta, è il segnale dell’ingordigia e la sua gonfiezza, è soprattutto un luogo centrale della comicità “classica” (e allora si connetterebbe al torsolo come “ventre bitorzoluto”); ma significa anche, ovviamente, la parte del corpo specificamente femminile, il luogo della produzione-riproduzione della vita, come nella poesia, "La macchina ricordi"(Parte IV, Senso [de l’apparente] ):

Canonizzate così la smemorata
ragione con dati che conficcano
aghi e pinzette nelle forme dei miei obliati automatismi.

Che attività mnemonica è questo passare
da un lessico a un altro
il buio tradotto che da un congegno interno
la mia vicenda largamente esposta trasferisce
a luminari, intenti alla codifica?

Perpetuamente immemore, trasportata
per successivo allestimento
del materiale necessario
all’analisi del trauma operante
nell’archivio dell’umanista
elettronico, che sogno.

Organizzate il tangibile testuale
nella parte bassa del mio corpo
per il riscatto delle informazioni ricercate.

Concordanze, indici, frequenze
superano il livello del riconoscimento
per stringhe nere e dati di carattere,
consentendo accuse di varia natura
nella fosca barbarie della macchina. (p. 80)

La rivendicazione del femminile attraversa tutto il libro e, in alcuni punti, si enuncia esplicitamente (si vedano, ad esempio, Femmina, svolto in tono di preghiera; e l’«insperata specie femminile», in Da vecchia). Eppure, il lato comico-parodistico, con le sue intemperanze linguistiche e il suo mescolamento di stili e di voci (tutto il coté bachtiniano del libro), fa sì che ogni protesta sia sempre lì lì per rovesciarsi in finzione esibita, nell’avviso a non prendere troppo sul serio un testo che è «fandonia», «baggianata» e quant’altro, secondo i segnali di palese autoironia.
La “panza” si fa “panzana”, ovverosia riscrittura, scoronamento, abbassamento, critica della letterarietà stessa. Sicché, a differenza della vulgata, che vuole la scrittura al femminile minimalisticamente attesa a una corporeità che è quella del quotidiano, qui la faccenda si rovescia. La concretezza non sta nel vissuto, ma nel delirio. Mentre il vissuto si attiene ai fantasmi ricevuti e alla fine se ne accontenta senza forzarne l’assetto profondo, anzi rafforzando con la narrazione l’“io sono” più codificato, il delirio tenta di toccare il “torsolo” del corpo negato dall’ordine delle cose e dei discorsi. Insomma se dobbiamo, come dobbiamo, cercare il corpo, i testi poetici di questo libro ci insegnano a prendere la strada più lunga; anzi, a passare dalla parte opposta. Precisamente: la parte opposta al senso comune.

Roma, 2006

Francesco Muzzioli insegna Teoria della letteratura presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Oltre a vari studi critici su autori del Novecento e in particolare sulle avanguardie, ha pubblicato alcuni volumi di discussione e di orientamento metodologico: Le teorie della critica letteraria, Carocci, 1994 (ora in edizione aggiornata, 2005); Teorie letterarie contemporanee, Carocci, 2000; L’alternativa letteraria, Meltemi, 2001; Le strategie del testo, Meltemi, 2004. Cura attualmente, con Mario Lunetta, l’Almanacco Odradek di scritture antagoniste.

Erminia Passannanti. Vincitrice, nel 2003 del primo premio della terza rassegna di poesia Davide Maria Turoldo, e nel 1995, del primo premio della Rassegna Nazionale di poesia “Laura Nobile” (Siena), la sua seconda raccolta di poesia, Macchina, è pubblicata da Manni Editore (2000) nella collana La Scrittura e la Storia, in cui è anche compreso il poemetto In Iugoslavia con i piedi a terra. Una selezione di sue poesie, dalla raccolta Noi Altri, è inclusa in “5 Poeti del Premio Laura Nobile” (Vanni Scheiwiller, Milano 1995). Del 2003, Mistici (Ripostes) e Ex-stasis (Lietocolle). Del 2004, La realtà (Ripostes) e Il Roveto (Troubador). Nel 2005, ha pubblicato, nella traduzione di Brian Cole, Machine. Sue poesie sono comprese nelle antologie Clandestini (Lietocolle, 2003), East of Auden (Poetry Direct, 2003), La poesia salverà il mondo (Nuovi Mondi Editore, 2003), Il segreto delle fragole (Lietocolle, 2004).

Portfolio

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21 commenti a questo articolo

> Erminia Passannanti
Il torsolo del ventre e altre fandonie

2006-12-15 13:34:04|

Mi pare di averti visto scrivere a mano questa riscrittura durante la conferenza di Rea...o sbaglio?

Adal.


> Erminia Passannanti
Il torsolo del ventre e altre fandonie

2006-12-15 11:59:05|

Fine dei dubbi

L’Io, un pezzetto di legno

conficcato tra le mammelle, duole.

Duole!

Oh, malvagia, atroce punizione, vero persecutore. Mio

dio, l’essere o il non essere un Io,

maschile o femminile, che schifo.

Morire, l’ostacolo?

Sia solo il trapassare nostro assillo, nulla più,

a mani disgiunte. Oh, respinto mortale

gravato di immane fardello imprecando e sudando

sotto il peso questa vita fiacca.

Se non fosse il timore di questo

stracco Io, persistente

dopo la morte, a intimorire la fermezza e

a suggerirci di non sostenere oltre il peso dei nostri mali,

questo corpo di stracci tornerebbe

ad essere quel ch’è.

Così ci fa vigliacchi la coscienza.

Così l’essere un Io - oh sublime,
disgustosa, insussistente impresa,

cui a vuoto è attribuita rilevanza e fasto -

è distratta dal suo originario

svolgimento:

e perde finanche il senso dell’ esistere.

15.12.2006

Erminia Passannanti:
(libera versione del monologo di W. Shakespeare, "Essere o non essere".


> Erminia Passannanti
Il torsolo del ventre e altre fandonie

2006-12-14 20:59:28|

AMELIA ROSSELLI

Da “VARIAZIONI”:

Per il parolaio ch’io fui domando d’essere viva. Nel parolaio
che vive domando d’essere iscritta. Nel parolaio che muore
muore la noia. Tu sarai innocente sì: ma l’alba ha un tiro
a segno più forte.

La tua invisibile faccia pernottava nella cabina
della mia anima. Io pernottavo nel vuoto della mia
ribelle anima.—


> Erminia Passannanti
Il torsolo del ventre e altre fandonie

2006-12-14 20:37:48|

L’io con la I maiscuola è la torre del Self. Ha un disturbo della personalizzazione. Ovvio.

Dissociato perché non si crede e sente autocompreso nella sua fetta di anima, come la chiami tu....

L’Io torreggiante dissociato dall’ "io" pronome...modesto, autoriflessivo, nella sua semplice rappresentabile grammatica universale.

....spesso parla di psicologia morale in crisi, patologia che conduce alla morte.

...non lo conosco...Comunque, contempla scienza e teologia, in modo esemplare.

Qualche volta è la donna, qualche volta è l’uomo (che glielo dà....)

Al di là delle chiacchiere che l’individuo fa, a proposito dell’Io e dell’io, per esempio, e che li costituisce in quanto oggetti, esse (le chiacchiere) sarebbero insignificanti, come portatrici del germe Io/io contenitore vuoto.

La soluzione di questo vecchio problema non si deve ricercare in termini dicotomici meno che tra sfera mitica e sfera del reale....

Taluni oggi ancora sostengono: L’io ha un senso.
Tal altri obiettano: L’io non ha alcun senso a sé.

(erminia)


> Erminia Passannanti
Il torsolo del ventre e altre fandonie

2006-12-14 19:25:22|di lorenzo

non capisco... che significa "Io dissociato" (con la maiuscola)?

lorenzo


> Erminia Passannanti
Il torsolo del ventre e altre fandonie

2006-12-14 10:04:15|

Parlo del suo Io: è dissociato...non se lo sente...La sua prima raccolta quando era ancora infante si intitolava Noi-altri. Si sentiva più padre e madre che se stessa, al limite. Viveva, facendo finta di essere loro, ormai defunti.

Anche ella chiese alla Befana di portarle un Io. Dovette imparare da Cartesio cosa farne - ma Cartesio se lo era letto abbondantemente e non l’aveva affatto convinta di avere egli stesso un Io.

Montaigne : forse sì...quando uno scrive troppo di filosofia è un Io dissociato, come il suo. “Chi diventa veramente un Io si getta dalla finestra”, pensava. “Stare alla larga dall’Io....E’ impossibile convivere con il Self, questo mostro egocentrico....se mai dovessi acquisire un Self, lo mal-tollererei a tal punto da volerlo ricacciare indietro tutto il tempo.”, ragionava.

Dunque meglio restare come era: contenitore vuoto.

La convinceva di tutto questo Amleto....

Quanto a...Babbo Natale, riteneva non esistesse, ovvero....non l’aveva mai visto: credeva si trattasse di un fantoccio di pezza...

Ma chi assicurava a costei di essere nel giusto?

(erminia per interposta persona)


> Erminia Passannanti
Il torsolo del ventre e altre fandonie

2006-12-14 08:20:52|di lorenzo

Buoni propositi sotto l’albero:

Comincio ad essere sempre più perplesso circa la questione dell’ "io", e della sua "abolizione", questione che spunta sempre più spesso, di qua e di là. Trovo che venga affrontata con grande superficialità. Forse bisognerebbe applicare più rigore ((ri)leggersi Kant? Cartesio? Spinoza? etc.). Esiste per fortuna un "set" di concetti e strumenti per l’analisi offerto da secoli di tradizione filosofica e religiosa, "set" dal quale non si può prescindere per parlare di certe cose. Forse si dovrebbe guardare un po’ oltre l’orticello della retorica letteraria e parlare più seriamente. Altrimenti si rischia il nonsense (quale "io"? eliminare in che senso? come? perché? etc.).

lorenzo

letterina a babbo natale: porta(mi) ti prego un io, e un pezzo d’anima.


> Erminia Passannanti
Il torsolo del ventre e altre fandonie

2006-12-14 08:09:56|

uh no no... intendi "farabutto" e "cattivone"? erano rivolti al "poeta dell’anima" (secondo Muzzioli). forse ho scritto male.

lorenzo


> Erminia Passannanti
Il torsolo del ventre e altre fandonie

2006-12-14 01:43:37|

Mi dissocio da questa sebbene scherzosa, offesa che Lorenzo rivolge all’assente. Avviene, mio malgrado...Mi scuso con Muzzioli che questo post sia occasione di una scortesia verso la sua gentilissima persona.

Chiederei a Lorenzo il piacere di rettificare e spiegare si trattava di un "ungrounded attack".

I would appreciate, Lorenzo, if you found a second to rectify these rude assertions you made at the expense of professor Muzzioli.

Thanks you very much.
erminia


> Erminia Passannanti
Il torsolo del ventre e altre fandonie

2006-12-13 23:11:30|

Piacere d’esser compresa, Lorenzo. E’ evento raro...
Esatto, Jarry, ed Artaud: due miei modelli dai tempi dell’università, fortemente interiorizzati. Sì, certo dici cose vere: "inattaccabile", perchè svuotata di passione, solisistica in senso formale, ed indifferente, ovvero senza pretesa di anima e Self. In tutto il libro manca assolutamente l’Io del poeta.
Questo è l’inzio del Torsolo del Ventre:

"Il torsolo del ventre si aggira nelle obliquità del Merda, nel sospetto di uno sguardo in tralice. Attende su una soglia di sapere dove andare et nel frattempo riflette il suo ghigno beffardo allo specchio di colui il quale in esso si rimira.Scriveva il Francese Irreprensibile: “Che la concretezza umana sia carenza basterebbe a provarlo la vitaccia de il torsolo del ventre come accidente umano... " *****

****Da Il torsolo del ventre ed altre fandonie, 2005. All Rights Reserved.


Il torsolo del ventre nelle obliquità del Merda, Una teoria in versi

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