Absolute Poetry 2.0
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Erminia Passannanti
Il torsolo del ventre e altre fandonie

INTRODUZIONE DI FRANCESCO MUZZIOLI

Articolo postato giovedì 7 dicembre 2006
da Adriano Padua

Francesco Muzzioli

Per una poesia del corpo

Contro la tendenza dominante della poesia dell’“anima”, che continua ad ammorbare i nostri climi letterari con i suoi irrespirabili incensi, e a monopolizzare le residue presenze della poesia nella cultura diffusa e nell’immaginario collettivo (si pensi alle caricature cinematografiche di banalissimi personaggi-poeti, come pure ai rari ma purtroppo significativi, riconoscimenti ufficiali), e si conserva saldamente radicata nel senso comune anche giovanile, tanto da apparire a volte - in una di quelle “false alternative” che ci circondano - quasi che fosse lei, addirittura, l’antitesi al capitalismo (come se il guaio del capitalismo fosse di aver perso l’anima e non di essersi “smaterializzato”, proprio, nei cieli del “puro spirito”), mentre si riduce a fungere da pallido sintomo sublimatorio; contro questa tendenza, dunque, credo che si debba prendere radicalmente posizione.
Il comico involontario a cui vanno incontro i poeti dell’“anima”, evidentemente, non è sufficiente. «Pensate a X, o a Z! Come sarà buffo!», diceva già ai suoi tempi Baudelaire di quei poeti che raccogliessero l’aureola e se la rimettessero in capo, dopo che la modernità l’aveva fatta rotolare inopinatamente nel fango. Ma niente da fare: il “restauro dell’aureola”, con il recupero connesso dell’atmosfera sacrale dell’aura (teste Benjamin) non ha ceduto di un centimetro nemmeno con l’incalzare della modernità più spinta e potremmo comodamente sostituire gli X e gli Z di Baudelaire con nomi a noi contemporanei, ora ingenuamente sprovveduti, ora invece sottilmente muniti con misticismi di nuovo conio (magari heideggeriano o derridiano, perfino). Che fare? Contro la poesia come lingua dell’anima, ben venga allora l’esercizio del testo come poesia del corpo! Ciò significa riflettere sul corpo della parola.
Nelle avanguardie del Novecento, il corpo della parola veniva identificato nella materia del significante. Si trattava, per i futuristi, per i dadaisti e poi per i verbovisivi e i “telquelliani”, di assaporare il suono, di gustarne l’impasto, la grana, fino a separarne le singole componenti oppure fino a creare una neolingua, passandosene del legame “ragionevole” con il senso. Questa fungibilità della parola nel suo lato “vocale” rappresenta implicitamente l’utopia di una libertà verbale “a pronta presa”, che è possibile acquisire subito, qui-e-ora, semplicemente sciogliendo il segno dalla sua convenzione significativa. Ma il mondo post-novecentesco, ormai, ha ben presente la difficoltà di ogni libertà immediatamente disponibile (la libertà “a pronta presa” è, nel capitalismo “drogato” in cui viviamo, quella del liberismo, del potere che si fa le leggi da solo, ecc.: l’anarchia berlusconica); la libertà è invece tutta da conquistare, la libertà è nel conquistarla. Allo stesso modo, la corporeità non è data (la corporeità data è il corpo-oggetto della profilassi medica e delle cure estetiche, oppure dell’eros prefabbricato dell’immaginario di massa), ma va strappata alla “sussunzione reale” della merce. Nel caso del corpo della parola, ciò significa che dobbiamo tornare a cercarlo nei nodi e nelle intercapedini dei codici, dei generi, degli usi e dei contesti, in una parola dei sensi del linguaggio.
Queste riflessioni mi sono state suggerite dalla lettura del Il torsolo del ventre di Erminia Passannanti, la raccolta poetica che qui si presenta. In questo ultimo testo, ma un po’ in tutta la linea di ricerca di questa autrice, la centralità del corpo si presenta e si articola su diversi livelli che proverò a distinguere brevemente. In primo luogo, la corporeità si manifesta nella propensione al prosastico. Il prosastico vuol dire corpo tematizzato e incremento percentuale della terminologia relativa al corporale. Si può partire dal «ventre» che dà il titolo alla raccolta e via via inventariare; e si vedrà che la tendenza è massiccia. E però qui prosastico vuol dire di più: vuol dire anche, precisamente, uso della prosa. È vero che la prosa è un semplice strumento, è un mezzo e non un genere, e che essa è perfettamente abilitata ad adempiere pure, al buon bisogno, ai compiti della lirica.
Tuttavia, in questa recente raccolta della Passannanti, la prosa sembra affermarsi a discapito, non solo della forma più tradizionale del verso, ma anche a totale detrimento della liricità e della sua spinta verso l’alto e il sublime. Curiosamente - e a differenza da altri precedenti usi in poesia, come, ad esempio, nel cosiddetto poema in prosa - l’impiego della prosa non è accompagnato dalla liricizzazione e dalla ricerca di clausole metriche, ma fa entrare nel testo il tono di un linguaggio pseudo-argomentante, di tipo trattato, che mette in scena uno sragionare sproloquiante, con forte tendenza alla parodia. Il ritmo, qui, non è la musicalità facile delle sillabe; è lo scricchiolio di una macchina che gira a vuoto, come già annunciava l’opera prima, del 2000, Macchina.
In secondo luogo, vorrei sottolineare l’impiego della lingua “storica”. Questo impiego è esattamente connesso a quel rimuginare prosastico della “trattazione maltrattante” e della tendenza alla parodia. Ecco allora che il linguaggio chiamato in essere è una parola tinta di passato, che riemerge dalla storia con la connotazione letteraria di un prestigio perduto. Non c’è, si badi, nessuna pietas conservativa, qui, né alcun valore antiquario. Il linguaggio della tradizione è semplicemente un relitto tra gli altri, un fantasma che viene agitato polemicamente di fronte all’impoverimento della “lingua di plastica” delle comunicazioni di massa. A cospetto del mito della trasmissione immediata di significati, che oggi presiede alle attività dell’industria culturale, si pone e si ammassa, qui, in una sorta di freudiano “ritorno del superato”, una lingua letteraria che rischia ormai di apparire “ostrogota”, incomprensibile ai più.
Da questo punto di vista, lo strato “alto” della lingua aulica si congiunge allo strato “basso” del dialetto, in quanto entrambi estremi ormai degradati, espunti e respinti ai margini dalla medietà dei media. In un tono “popolaresco” tutto reinventato (d’altra parte, oggi, il “popolare” ha cambiato di segno ed è, precisamente, la cultura dominante e la lingua normalizzata e globalizzata), in un impasto grottesco e straniato, la Passannanti mette sulla sua scena poetica tutta una serie di personaggi-maschere, che diventano protagonisti di un insensato brulicare di azioni-e-reazioni, di un “teatrino” in cui è possibile riconoscere la mimesi distorta della nostra politica-spettacolo (e talvolta, qualche personaggio lo si riconosce proprio, senza ombra di dubbio, dietro le teste di legno). Gente come il «Deus Ex Machina», il «Merda», oppure l’«Hommo de Sale» o lo «Sciaguratiello», animano contese e offese sul palcoscenico del «roboante pianetucolo». Non era sufficiente - obietterà qualcuno - “dire le cose” e puntare direttamente il dito sulle malefatte dei mariuoli al potere o sulle nefandezze dalla guerra preventiva? Perché questo passaggio attraverso l’attrezzatura della finzione? Ma certamente - rispondo - perché gli strumenti della testimonianza o della denuncia sono facili a svilirsi in merce da informazione, a farsi consumo patetico del vittimismo, e allora l’impegno civile deve approntarsi una forma deformante per stigmatizzare l’atteggiamento, il gioco delle parti, la modalità burattinesca dei fantocci che infestano il mondo.
Infine, in terzo luogo, il corpo non può emergere, nel linguaggio della poesia, altro che come enigma e come conflitto. Il corpo sfugge ai saperi costituiti (è la «cosa sconosciuta»); si pone al punto di rottura dell’ordine (è scritto che «Il Torsolo del Ventre s’identifica con il Tafferuglio Massimo»); si situa contraddittoriamente al «centro di un Travaglio» (triangolabile secondo le coordinate della «Sopravvivenza», della «Resistenza» e della «Dissidenza»). Gli è che, da un lato, il corpo è pur sempre in intreccio con la psiche (è Psychosoma), innervazione di pulsioni e di investimenti; dall’altro lato, è corpo-mondo, ingrediente di cucina nel calderone globale. La sorte del corpo nella globalizzazione trionfante (o capitalismo “drogato” che dir si voglia) dà da pensare. Il corpo è esaltato, ma solo dentro i parametri dell’immagine patinata. Altrimenti è in esubero. Che il corpo sia raggiungibile, oggi, solo cercando tra i margini e i resti (come «Rimasuglio di Vita») balza agli occhi dalle pagine poetiche della Passannanti. In esse il corpo, per sfuggire alla fantasmagoria che lo riveste, si manifesta strappando la seconda pelle del linguaggio; cioè emerge come non-senso, sregolatezza, follia, in rivolta contro l’addomesticamento culturale che permea le false libertà vigenti.
Questi diversi livelli di discorso si riflettono bene nelle ambivalenze del titolo, che mi ha colpito fin dall’inizio: Il torsolo del ventre. Il «torsolo» rimanda a qualcosa di nucleare e basico, ma è nello stesso tempo un residuo, ciò che si butta via dopo avere mangiato il frutto. Il «ventre», a sua volta, è il segnale dell’ingordigia e la sua gonfiezza, è soprattutto un luogo centrale della comicità “classica” (e allora si connetterebbe al torsolo come “ventre bitorzoluto”); ma significa anche, ovviamente, la parte del corpo specificamente femminile, il luogo della produzione-riproduzione della vita, come nella poesia, "La macchina ricordi"(Parte IV, Senso [de l’apparente] ):

Canonizzate così la smemorata
ragione con dati che conficcano
aghi e pinzette nelle forme dei miei obliati automatismi.

Che attività mnemonica è questo passare
da un lessico a un altro
il buio tradotto che da un congegno interno
la mia vicenda largamente esposta trasferisce
a luminari, intenti alla codifica?

Perpetuamente immemore, trasportata
per successivo allestimento
del materiale necessario
all’analisi del trauma operante
nell’archivio dell’umanista
elettronico, che sogno.

Organizzate il tangibile testuale
nella parte bassa del mio corpo
per il riscatto delle informazioni ricercate.

Concordanze, indici, frequenze
superano il livello del riconoscimento
per stringhe nere e dati di carattere,
consentendo accuse di varia natura
nella fosca barbarie della macchina. (p. 80)

La rivendicazione del femminile attraversa tutto il libro e, in alcuni punti, si enuncia esplicitamente (si vedano, ad esempio, Femmina, svolto in tono di preghiera; e l’«insperata specie femminile», in Da vecchia). Eppure, il lato comico-parodistico, con le sue intemperanze linguistiche e il suo mescolamento di stili e di voci (tutto il coté bachtiniano del libro), fa sì che ogni protesta sia sempre lì lì per rovesciarsi in finzione esibita, nell’avviso a non prendere troppo sul serio un testo che è «fandonia», «baggianata» e quant’altro, secondo i segnali di palese autoironia.
La “panza” si fa “panzana”, ovverosia riscrittura, scoronamento, abbassamento, critica della letterarietà stessa. Sicché, a differenza della vulgata, che vuole la scrittura al femminile minimalisticamente attesa a una corporeità che è quella del quotidiano, qui la faccenda si rovescia. La concretezza non sta nel vissuto, ma nel delirio. Mentre il vissuto si attiene ai fantasmi ricevuti e alla fine se ne accontenta senza forzarne l’assetto profondo, anzi rafforzando con la narrazione l’“io sono” più codificato, il delirio tenta di toccare il “torsolo” del corpo negato dall’ordine delle cose e dei discorsi. Insomma se dobbiamo, come dobbiamo, cercare il corpo, i testi poetici di questo libro ci insegnano a prendere la strada più lunga; anzi, a passare dalla parte opposta. Precisamente: la parte opposta al senso comune.

Roma, 2006

Francesco Muzzioli insegna Teoria della letteratura presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Oltre a vari studi critici su autori del Novecento e in particolare sulle avanguardie, ha pubblicato alcuni volumi di discussione e di orientamento metodologico: Le teorie della critica letteraria, Carocci, 1994 (ora in edizione aggiornata, 2005); Teorie letterarie contemporanee, Carocci, 2000; L’alternativa letteraria, Meltemi, 2001; Le strategie del testo, Meltemi, 2004. Cura attualmente, con Mario Lunetta, l’Almanacco Odradek di scritture antagoniste.

Erminia Passannanti. Vincitrice, nel 2003 del primo premio della terza rassegna di poesia Davide Maria Turoldo, e nel 1995, del primo premio della Rassegna Nazionale di poesia “Laura Nobile” (Siena), la sua seconda raccolta di poesia, Macchina, è pubblicata da Manni Editore (2000) nella collana La Scrittura e la Storia, in cui è anche compreso il poemetto In Iugoslavia con i piedi a terra. Una selezione di sue poesie, dalla raccolta Noi Altri, è inclusa in “5 Poeti del Premio Laura Nobile” (Vanni Scheiwiller, Milano 1995). Del 2003, Mistici (Ripostes) e Ex-stasis (Lietocolle). Del 2004, La realtà (Ripostes) e Il Roveto (Troubador). Nel 2005, ha pubblicato, nella traduzione di Brian Cole, Machine. Sue poesie sono comprese nelle antologie Clandestini (Lietocolle, 2003), East of Auden (Poetry Direct, 2003), La poesia salverà il mondo (Nuovi Mondi Editore, 2003), Il segreto delle fragole (Lietocolle, 2004).

Portfolio

Copertina.jpg

21 commenti a questo articolo

...e altre
2006-12-13 20:55:43|di lorenzo

egregia erminia, ero ben consapevole del fatto che il nostro "dialogo" stava assomigliando sempre più alle tue prose, e ti confesso che la cosa mi divertiva un po’.

Per continuare:

"Come sai, Muzzioli è uno studioso della poesia di ricerca e in Italia, autorità nel campo..."

Non so, non so, lo ignoro. Lo apprendo con gioia da te.

"sarebbe preferibile andare a leggere la prima parte per capire esattamente cosa intenda Muzzioli con “poesia dell’anima”"

Per quanti differenti criteri io mi sforzi di applicare, non mi riesce di suddividere il testo di Muzzioli in modo tale da individuare una "prima parte" in cui leggere una spiegazione dell’espressione "poeta dell’anima".
E’ chiaro però e fuor di dubbio che costui debba essere un farabutto e un cattivone.

"La mia poetica, invece, nel libro Il Torsolo del Ventre ed Altre Fandonie, è ideologicamente e stilisticamente concepita nello spirito della Dada Art, ha debiti verso un tipo di assurdismo alla Beckett e Ionesco e [...] verso le teorie di Bachtin"

Dunque il senso di "vecchiume" è del tutto - esteticamente - giustificato.
Ho pensato anche ad un Jarry evirato della sua ironia (i.e. dell’anima sua), cfr.,e.g., "Siloques, superloques, soliloques et interloques de pataphysique".

Invito:

"Pertanto ti prego di non cercare come stai facendo il rigore logico nelle argomentazioni che propongo anche qui nello stile della pseudo-trattatistica settecentesca, poiché sono nello stesso spirito di quelle presenti nel libro, dove appunto do loro il nome di Fandonie."

Avevo già intuito che la tua scrittura era inattaccabile (in quanto formalmente solipsistica) e perciò - anche - indifferente. [Una via breve per l’inattaccabilità è certo desiderabile per chiunque scriva senza anima.]
Ora mi fai comprendere che lo stesso vale per il tuo discorrere intorno alla letteratura.

stay classy,

lorenzo


> Erminia Passannanti
2006-12-13 20:02:32|

Caro Lorenzo,

grazie dell’interazione.

L’espressione "poeta dell’anima" non è una mia proposta o invenzione, ma di Francesco Muzzioli, che la discute sul piano teorico nello scritto non breve che procede Il Torsolo del Ventre. La commentavo, semplicemente, cercando di capire cosa volesse dire e per rispondere alle obiezioni verso questa distinzione fataty da Muzzioli del primo commento di anonimo.

Come sai, Muzzioli è uno studioso della poesia di ricerca e in Italia, autorità nel campo...
Ho avuto il privilegio e il beneficio, in questo mio libro, che accettasse l’ invito a presentarlo non solo concentrandosi su quello che vi è proposto da me, ma anche approfittando dello spazio per presentare delle sue opinioni su questa fase storica della poesia in Italia.

Tuttavia, almeno questa è la mia impressione, la distinzione tra "poesia dell’anima" e "poesia del corpo" non è il suo punto centrale del suo mini-saggio: credo che questa distinzione sia antica quanto è antico il mondo della poesia (per rispondere all’anonimo).

Siccome Adriano ha postato tutto il saggio di Muzzioli dove si parla delle tendenze odierne della poesia direi che sarebbe preferibile andare a leggere la prima parte per capire esattamente cosa intenda Muzzioli con “poesia dell’anima”.

La mia poetica, invece, nel libro Il Torsolo del Ventre ed Altre Fandonie, è ideologicamente e stilisticamente concepita nello spirito della Dada Art, ha debiti verso un tipo di assurdismo alla Beckett e Ionesco e, come rileva Muzzioli, verso le teorie di Bachtin nel noto scritto Rabelais e la coscienza popolare. Dunque verso avanguardie storiche dai contorni inequivocabili.

Pertanto ti prego di non cercare come stai facendo il rigore logico nelle argomentazioni che propongo anche qui nello stile della pseudo-trattatistica settecentesca, poiché sono nello stesso spirito di quelle presenti nel libro, dove appunto do loro il nome di Fandonie.

ciao, buone feste,

erminia


> Erminia Passannanti
Il torsolo del ventre e altre fandonie

2006-12-13 18:50:50|di lorenzo

Domanda generale: perché non si cita MAI lo zaum russo quando si parla di avanguardie storiche?

lorenzo


...e altre fandonie
2006-12-13 16:32:59|di lorenzo

cara erminia, il mio commento riguardava soltanto un errore logico di un tuo asserto, non la sostanza della tua poetica. ovviamente il "parallelismo" tra:
"non voglio essere un poeta dell’anima implica non credo che l’anima esista"
con "non sono (o non voglio essere) pazzo implica non credo di essere pazzo" è totalmente insussistente. Un parallelismo
più esatto (ma non del tutto) sarebbe tra "non sono (non voglio essere) pazzo implica non credo che esista la pazzia" (che, tra l’altro,
è una falsa implicazione, come la tua originale).

o forse tu con "poeta dell’anima" intendi "poeta con un’anima". se è così, l’unica implicazione che sussiste è "dunque non credo di avere un’anima" (non "dunque non esiste l’anima").

comunque, è una notazione di poco conto, per amor di logica.

auguri,

lorenzo


> Erminia Passannanti
Il torsolo del ventre e altre fandonie

2006-12-13 14:54:46|

Mi si obietta: "perché "non essere (e non voler essere) poeti dell’anima" deve "implicare" "il dato non trascurabile di non credere assolutamente nell’anima? forse qui "implicare" è usato in senso animistico piuttosto che logico?"

Viene spontaneo un parallelismo: che il non dirsi e soprattutto il non volere essere pazzo implichi il non credere nell’essere pazzo, da una parte, e, dall’altra, non credere che esista la pazzia....

Siccome il dire di non essere (e il non volere essere) pazzo implica il dato non trascurabile di non credere nella "pazzia", questa convinzione, anche in caso di comprovata malattia mentale, oggi autorizza il pazzo a non sentirsi, dirsi o considerarsi tale.

Nel caso del poeta o dell’intellettuale che non gradisca la poesia dell’anima, non credendo all’esistenza dell’anima, implica da una parte l’escludere che la poesia possa adeguatamente rappresentare questo concetto in termini chiari, inequivocabili, ovvero rappresentare in modo attendibile qualcosa in cui comunque non si crede e che si ritiene non esista, e, dall’altra, rischiare, nel negare questa prerogativa, di evocarla.

Il poeta e l’intellettuale non del tutto all’oscuro di questi paradossi, insiti nel “farsi” dell’opera d’arte, in realtà, sanno che la poesia che non si crede poesia dell’anima, così come il pazzo che non si crede pazzo, possono riuscire con successo a rappresentare ciò in cui non credono (Hamlet) e dunque tradire (ad esempio, l’arte Dada) lo stesso procedimento logico che negherebbe alla parola pazzia, come alla parola anima, un nesso significativo con quello si crede sia o non sia la pazzia o l’anima, sfociando nel nucleo della contraddizione di cui si alimenta la belva poetica ....

Come dicevo, questo potrebbe accadere nei versi di chi, pur pensando di non volere essere, o non essere, poeta dell’anima (e quindi di non scrivere poesia dell’anima) la evochi in absentia, come paradosso proprio della materialità dell’essere corpo non aspirante all’anima, e tendente, in questa sua negazione, forse proprio a questa. Infatti, la poesia che si pone in contrasto con la poesia (squisitamente) dell’anima, nel suo uso delle antinomie del caso, heaven and hell, body and soul, corre un rischio altrettanto alto di sovrintendere le parole delle cose che nomina, evocando nessi diversi da quelli concreti, materiali, dialettici, che a prima vista sembrerebbe volere sollecitare.

Tuttavia, non pensiamo più per un attimo al pazzo da legare che non si crede pazzo da legare, e al poeta lirico che non vuole essere poeta lirico (Sanguineti): costoro cadono, in modo sublime, in contraddizione con i propri credi. Piuttosto, pensiamo a chi punta a condurre avanti in modo impiegatizio poetiche e discorsi coerenti, che autocelebrino la ponderata vocazione ad una poesia dell’anima (con questa espressione, Muzzioli forse intende la falsa poesia lirica, la pretesa di elezione...).

Non vorrei qui descriverlo per antagonismi, ma il “poeta dell’anima”, come teoricamente lo presenta Muzzioli, lotta e infine entra all’interno di un circolo espressivo-ermeneutico, il cui processo è decodificabile secondo un dato numero di parametri fissi (e non altri). Questi parametri sono imposti dall’alto, e dettano legge. Ciò dipende dall’imposizione di valori dell’assoluto all’interno del circolo lirico-ermeneutico. Tuttavia, credo, che pur abbandonandosi alla “magia” dell’ispirazione, l’accettazione assoluta dell’assoluto tipica del poeta lirico, è troppo perfino per il “poeta dell’anima” (che non sono la stessa cosa).

L’Anima, come nucleo spirituale interno anche alle cose umane, suggerisce vicinanza all’essenza del dio. Paradossalmente, la mancanza d’immediatezza della poesia dell’anima scaturisce dal suo sottostare a questo “assolutistico” punto prospettico - che è in alto, estraneo, al di fuori del corpo. Questa poesia impone allo scrivente un atto di fede ( si crede o meno nell’anima ) e necessità di un ambiente, di un’atmosfera incensata, come la chiama Muzzioli.

Il “poeta dell’anima” che si programma come tale e autoincensa, eleggendo la propria persona a vate (sempre dall’introduzione di Muzzioli) è - aggiungo io - poeta soprattutto della “propria anima”, e non dell’Anima Mundi, come ad esempio Yeats. È poeta persuaso che esista un’unità d’origine che è quella del Verbo con l’Ente, di cui l’anima sarebbe il riflesso.

Il lato comico, insolente, antiborghese della funzione del poeta, tale poeta difficilmente lo contempla, perché il comico destabilizzerebbe la ferrea certezza di cui ha bisogno per redigere la propria autobiografia - certezza che Muzzioli ritiene produca una comicità perfino maggiore di quella volontaria , del comico professionista. E non c’è bisogno di arrivare alle poetiche di Tristan Tzara e Hans Arp per figurarsi nella mente cosa annunci questo genere di prospettiva.

[Erminia]


> Erminia Passannanti
Il torsolo del ventre e altre fandonie

2006-12-12 00:35:44|di lorenzo

a vero il dire, non vedo perché "non essere (e non voler essere) poeti dell’anima" debba "implicare"
"il dato non trascurabile di non credere assolutamente nell’anima".

lorenzo

p.s. forse qui "implicare" è usato in senso animistico piuttosto che logico.


> Erminia Passannanti
Il torsolo del ventre e altre fandonie

2006-12-11 21:56:13|

Immagino che non essere (e non volere essere, come me) poeti dell’anima implichi ad esempio il dato non trascurabile di non credere assolutamente nell’anima e dunque escludere che la poesia possa adeguatamente rappresentare questo concetto in termini piani e positivi, ovvero rappresentare qualcosa che si ritiene non ci sia, pur sapendo che la poesia, tuttavia, può rappresentare ciò in cui non si crede, e dunque tradire lo stesso procedimento logico che nega questa idea, sfociando nel nucleo della contraddizione di cui si alimenta la belva poetica .... (erminia)


> Erminia Passannanti
Il torsolo del ventre e altre fandonie

2006-12-09 16:28:03|di Andrea Margiotta

In effetti anche a me, che siano tendenze o spartiacque, mi paiono eccessivamente schematici...
Ho risposto con l’ultimo post nel mio blog...

andrea m.

http://supermargiotta.blogspot.com/


http://supermargiotta.blogspot.com/

> Erminia Passannanti
Il torsolo del ventre e altre fandonie

2006-12-08 10:14:00|

Il commento n. 1 è anonimo e anche volendo non saprei a chi indirizzare una risposta, giustificando il tipo di analisi proposta da Muzzioli sulla poetica de Il torsolo del ventre.

erminia


> Erminia Passannanti
Il torsolo del ventre e altre fandonie

2006-12-07 14:46:35|

Si parla di tendenze e non di spartiacque, credo. MF


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