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FRANCESCO TOMADA: come una radice nello spazio tra di noi

Articolo postato sabato 10 gennaio 2009
da Luigi Nacci

Francesco Tomada è nato nel 1966 e vive a Gorizia. Dalla metà degli anni novanta ha partecipato a letture ed incontri nazionali ed internazionali, così come a trasmissioni radiofoniche e televisive in Italia e all’estero. I suoi testi sono apparsi su numerose pubblicazioni, antologie, plaquettes e siti web in Italia, Slovenia, Canada, Francia, Slovacchia. La sua prima raccolta, L’infanzia vista da qui (Sottomondo), è stata edita nel dicembre 2005 e ristampata nel marzo 2006. Ha vinto diversi premi, tra i quali, nel 2007, il Premio Nazionale “Beppe Manfredi” per la migliore opera prima. La seconda raccolta, A ogni cosa il suo nome (Le Voci della Luna), è stata pubblicata nel dicembre 2008.


Il museo della guerra di Karlovac è
una caserma bombardata che puzza di urina
nel cortile ci sono cannoni e mezzi corazzati
quelli nemici semidistrutti
quelli croati nuovi e lucidi
come se la battaglia dovesse ricominciare domani

nel mezzo quello che resta di un Mig
i ragazzini lo guardano entusiasti
gli corrono attorno

ma io vorrei dirgli che la coda di un aereo abbattuto
non è come quella di una lucertola
che si stacca senza dolore
se la stringi tra le mani

sulla fusoliera c’è una stella rossa
vorrei dirgli che anche in volo
non ha mai brillato come quelle vere
dal suo cielo di lamiera

*

Finisterre

Ricordo le maree di Loguivy
l’acqua che tornava indietro per chilometri
e nel porto
le barche rovesciate di fianco sulla sabbia
le loro carene pesci di legno a brillare fuoriluogo nel sole
come un uomo che si sveglia in una stanza non sua
dove sono i miei libri sul comodino
da che parte è la finestra
dove è finito il mare

*

Natale, un altro

C’è una pecora riversa sul fianco da una settimana
ci sono due donne in coda davanti al forno
che ha una finta luce sempre accesa
ma il pane da mangiare non cuoce mai

abbiamo avuto poca cura nel fare il presepe quest’anno
e i nostri bambini hanno voluto mettere
i loro soldatini fra le statuine
adesso assomiglia di più alla Palestina di oggi
ci sono tre uomini con i fucili e il volto coperto
e dove finisce il muschio che imita l’erba
subito inizia il deserto

*

(parla lei)

Abbiamo ristrutturato una casa per viverci
travi a vista e odore di malta e legno
un nido d’amore dicono ma io
non ho mai visto animali con un nido di cemento
a volte stiamo insieme come è scritto si deve fare
a volte tu esci e non so dove e con chi vai
quando avrò una figlia
per prima cosa le insegnerò che gli uomini
certe sere vengono troppo presto
ma in altre non arrivano mai

*

(parla lei)

C’è un oggi di pioggia fine
sono briciole di cielo in libera caduta
guardarla dalle tende ricamate è come un quadro che non ho mai appeso
bagna il davanzale e i vasi di gerani
oltre la finestra da cui vedo le rondini lontane
battono e ribattono le ali mentre la distanza
rende il volo dello stormo migrazione
sento anch’io le ossa farsi fragili e sottili quasi cave come quelle degli uccelli
non so dire se sia leggerezza o vuoto
oppure la vecchiaia che si annida
nel mio corpo portando medicine ed un silenzio
finalmente denso e senza grida

*

(parla lei)

Adesso se volessi potrei raccontare
ma le frasi mi costano ancora fatica
ogni congiunzione copre un respiro da prendere
ogni verbo definisce un gesto che poteva essere diverso
così queste parole le scrive il solo figlio che ci resta
da te ha preso gli occhi e la rabbia
da me i silenzi
lo guardo: quello che in lui vive non sei tu e non sono io
ma un uomo che è cresciuto
come una radice
nello spazio tra di noi

*

(parla lei)

Il figlio di mio figlio ha sette anni e chiede proprio a me
com’è sopravvivere a un infarto
e chissà come si vedono le cicatrici sul cuore

se si potesse appoggiarci le dita
le sentiresti come una linea un poco più dura del resto
è muscolo che non riesce più a pulsare
ma si tiene alle parti buone, le segue
ed è il suo modo di tornare a vivere
forse per questo d’istinto gli allungo la mia mano
e lui la prende

*

Tre diviso due

Ricordo che un giorno scherzavamo
se ci lasciassimo cosa sarebbe dei nostri tre figli
uno e mezzo a testa?
li taglieremmo a metà?


era un gioco stupido, ancora più stupido
adesso che sembra avverarsi
c’è una realtà dove tutti si perde
e tre diviso due fa zero


(testi tratti da A ogni cosa il suo nome)

6 commenti a questo articolo

FRANCESCO TOMADA: come una radice nello spazio tra di noi
2010-10-01 11:09:33|di rossella r.

A Pordenone mi ero emozionata...ma vedo che funziona anche a distanza. Complimenti Francesco! Un abbraccio,

Rossella


FRANCESCO TOMADA: come una radice nello spazio tra di noi
2009-01-14 11:06:16|di lorenzo

un link a una bella recensione al libro, a firma di viola amarelli: qui.

lorenzo


FRANCESCO TOMADA: come una radice nello spazio tra di noi
2009-01-13 19:10:08|

Grazie a te dell’apprezzamento, Christian, anche perchè è vero che ci stimiamo - immagino - reciprocamente, ma è anche vero che il nostro modo di scrivere è piuttosto distante. Invece fa piacere scoprire che ci sono dei punti di contatto.-)

Ciao
Francesco


FRANCESCO TOMADA: come una radice nello spazio tra di noi
2009-01-13 05:38:27|di Christian Sinicco

Testi meravigliosi, grazie Francesco!


FRANCESCO TOMADA: come una radice nello spazio tra di noi
2009-01-10 20:34:12|

Un grazie a Luigi per avermi dato la possibilità di essere letto qui, e a Lorenzo, a cui ho già risposto alcuni giorni fa. La sua capacità di lettura, anche se ( o forse proprio perchè ) molto diversa dalla mia mi ha dato spunti importanti di riflessione.

Francesco


FRANCESCO TOMADA: come una radice nello spazio tra di noi
2009-01-10 11:06:15|di lorenzo

è un libro molto bello. la volontà di verità del poeta - verità anche a costo del dolore, anche a costo della negazione della vita - tanto bene espressa nella sezione "in suo nome" cui appartengono i testi intitolati (parla lei) qui sopra, mi ha riportato in mente un passo sorprendente degli Atti apocrifi dell’apostolo Tommaso. Cristo parla alla figlia di un re indiano e al suo promesso sposo, per convincerli a non sposarsi, e dice così:

"Ricordate, miei figli, ciò che mio fratello vi ha detto e ciò che vi ha portato: e sappiate che se vi astenete da questa lurida unione voi diventate templi sacri, puri, liberati d’ogni impulso e dolore, visibile e invisibile, e non avete preoccupazioni di vita e di bambini, il cui fine è la distruzione: e se infatti avete molti bambini, per loro diventate avidi e cupidi, orfani e vedove, e ciò facendo vi esponete alla punizione. perché la maggior parte dei bambini diventa inutile, oppressa dai diavoli, taluni in modo evidente altri in modo nascosto, perché diventano matti o mezzi avvizziti o ciechi o sordi o muti o paralitici o sciocchi; e se sono corretti, allora diventano vani, facendo cose inutili o abominevoli, perché saranno presi in adulterio o in omicidio o in ladrocinio o nella fornicazione, e da tutte queste cose voi sarete afflitti."
(Atti di Tommaso, 11, traduzione mia dall’inglese dell’ed. di M.R. James, The Apocryphal New Testament, Oxford Clarendon Press, 1975)

altri versi irrinunciabili del libro per me sono questi:

"è inutile combattere bisogna appartenere

diventare umili e abitare con pazienza

come fa il colore su una rosa"

la poetica di Tomada è una poetica dell’appartenere. ci dice che l’uomo deve appartenere al mondo come il colore rosa appartiene alla rosa. ossia con tale proprietà da diventare il nome del mondo, rendendo il mondo umano. questo appartenere non è immediato, va conquistato combattendo "con pazienza".


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