Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

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Figli del Tardo Impero

di Francesco Terzago

Articolo postato giovedì 23 settembre 2010

Diamo il benvenuto in redazione a Francesco Terzago. Il suo primo articolo prende spunto dalla discussione intorno ai giovani poeti che ha animato il nostro blog nei giorni scorsi (il post: qui).



[…] Che bisogno ho io d’abbeverare col mio splendore
il grembo dimagrato della terra? […]


Con questo breve racconto voglio invitare i ’ciofani poeti’ a mettersi a nudo, ma non solo i ’ciofani poeti’, anche i ’ciofani scrittori’ i ’ciofani pittori’ i ’ciofani lestofanti’ i ’ciofani imbrattamuri’ i ’ciofani studenti’, i ’ciofani legnaiuoli’, in pratica, ’tutti i ciofani ciofani’. Perché, e lo dico provocatoriamente, mi pare che noi tutti si sia vittime dei vizietti stessi dei nostri padri. Con questo racconto voglio invitarvi non a parlare di poesia, di arte, di filosofia, di odontoiatria ma, nello specifico, a fare poesia – e allora vi chiedo di rispondere non con una argomentazione – abbiamo ampiamente dimostrato di essere tutti, o quasi tutti, capaci di argomentare il nostro pensiero, ma con un componimento o con un racconto. Vorrei che il testo che sceglierete o che scriverete sia quello che vi rappresenta maggiormente – e non intendo a livello stilistico, intendo a livello ’sensibile’. Sono convinto che questo mio esperimento, comunque si concluderà, ci racconterà qualcosa di interessante.



“Ma senta un po’, che cosa fa questo poeta e, soprattutto, come ci si sente a essere l’ultimo poeta sulla terra?” D. staccò lo sguardo dal viso di lei e lo fece scendere verso il piatto. Rimase per qualche secondo a fissarne il contenuto e i lenti lembi di fumo che se ne sollevavano. Anelli di cipolla in una palude di panna, olio in galleggiamento. Patate. Filetto media-cottura. Un velo di prezzemolo. Pepe rosa. Tolse dal tavolo la mano sinistra, la chiuse e la avvicinò alla faccia. Si guardò le unghie lunghe, sporche. Le pellicine erano tutte strappate. Aloni marroni attorno alle lunule: un’ombra di sangue rappreso. Si passò su indice, medio, anulare, mignolo il polpastrello del pollice, avanti e indietro. Avanti e indietro senza però riuscire a cancellare nulla. Nemmeno quello strano senso di dispiacere che lo appesantiva da quando era uscito di casa per andare a cena con quella donna che lo era passato a prendere su una berlina verde menta della EAM. Abbassò la mano per stringere la forchetta. Fece un gran respiro, come prima di una lunga apnea “alla fine il poeta non fa niente e un po’ di tutto. Cambiamo argomento – per piacere; lo sa che viviamo nell’area del pianeta che è maggiormente inquinata? Ecco, parliamo di politica se vuole, ma la poesia non è cosa di cui possano parlare con leggerezza i poeti e, del resto, nessuno ne può parlare con leggerezza. I poeti dovrebbero scrivere poesie, mettersi a nudo con quella”. Lei, allora, si mise a tamburellare sul tavolo la sua french manicure. Si guardò attorno alla svogliata ricerca di un cameriere per poi rigirarsi verso D. e lasciarsi sfuggire una risatina. Prese un piccolo sorso di champagne Louis Roederer e subito dopo aver rimesso giù il bicchiere se ne tolse ogni traccia dalle labbra con un tovagliolino di stoffa bordeaux. “Allora, mi racconti quello che fa un poeta, come vive. Mi dica di lei, che cos’è per lei la poesia, è cool essere poeti? E alle donne l’ultimo poeta sulla terra piace?” D., non appena lei si concesse una sosta di silenzio per respirare si infilò in bocca un bel pezzo di carne. “Allora? Mi dica un po’, su mi dica. Ci sono stati altri poeti gay, altri oltre a Vendola? Che ne pensa di Vendola, era stato anche politico, o mi sbaglio... Mi è parso di aver letto qualcosa del genere – da qualche parte”. D. non interruppe la sua lenta attività masticatoria per rispondere a quelle domande. “Sì, aspetto, ma se uno non vive di poesia di che cosa vive? Posso scrivere che voi poeti siete educati, anche se lei è l’unico poeta che abbia mai conosciuto. Ma mi chiedo, se lei che è poeta e non vive di poesia, come la dovrei chiamare? Cioè che cosa fa per vivere, almeno metto nel mio pezzo quella che è la sua vera identità. Lei che è poeta lavora in TV, scrive pubblicità? Le nostre lettrici queste cose vorrebbero saperle. Per ora sanno solo che c’è una persona che si fa chiamare poeta e che gira per la città a parlare di cose strampalate”. Prima ancora di aver inghiottito il boccone di carne D. prese in mano il boccale di birra. Appena ebbe fatto discendere per la laringe il risultato della prima digestione se lo avvicinò alla bocca – bevve quattro lunghi sorsi deglutendoli rumorosamente. Era una belga dal sapore amarotico e vanillato. “Ma mi dica, un poeta come lei andrebbe in televisione. Una bella vetrina mediatica, un programma con audience importante, come quelli della figlia di Maria de Filippi, così ci potrebbe vivere del suo hobby, e io potrei mettere nel mio pezzo che lei è un poeta. E i suoi libri, perché se non sbaglio il poeta è uno che scrive parecchio, vendono bene? Cioè quale sarebbe il target delle sue pubblicazioni, i young-adult? Non pensa mai a un connubio fantasy-poesia, horror-poesia? Fantasy e horror vendono bene, ultimamente”. D. si tolse da davanti alla faccia il boccale, lo aveva divertito osservare le fattezze della giornalista deformate dal vetro e dalla birra. Una volta che lo ebbe posato si pulì con la manica della camicia la schiuma che aveva sui baffi e sulla barba lucida e bianca. Era una camicia a rombi gialli e grigi. Una camicia sbiadita, una camicia di quel tessuto lucido che non andava più di moda dagli anni ’20 del 2000. “Ma lei pensa che la figlia di Maria verrebbe da me per un caffè? Dicono che la televisione ingrassi. Io credo che ingrassi se la si guarda. E, cara mia, lei pensa che si farebbe mettere in una mia poesia, una mia poesia che parla di televisione? E crede che avrei buone possibilità con la figlia di Maria, se ci provassi?” “Senta, vado in bagno un momento, quando sarò tornata mi risponderà, ok?” Non appena la giornalista fu sparita dietro la cornice della porta del bagno D. si alzò dal tavolo e si diresse verso l’uscita del ristorante. C’era un grande acquario di meduse viola sopra al banco degli alcolici e guardandolo a D. tornò in mente quando era ragazzo e il Mediterraneo non era ancora stato invaso dalla gelatina a causa dell’aumento della temperatura terrestre. Gli tornò in mente l’ultima volta che si era immerso nel deserto azzurro che una volta era stato il Tirreno; erano passati tre mesi da quell’immersione, l’acqua gli era sembrata un latte azzurro e la superficie era in buona parte ricoperta da uno strato di meduse morte o morenti, i pesci nuotavano al rallentatore: vittime dell’ipossia – la superficie del mare era libera solo dove erano state poste delle barriere di plastica tenute a galla da boe di metallo, queste strutture, ancorate a dei basamenti di cemento deposti sul fondale, servivano per la coltivazione massiva di alghe per la produzione di biomassa. D., prima di andarsene, aveva però preso dalla sua cartellina una matita e un foglietto di carta. Aveva scritto su quel foglietto qualche riga in una calligrafia nervosa. E lo aveva lasciato, piegato in due, sotto il piatto della giornalista. [Lavorare lavorare lavorare | preferisco il rumore del mare]. Per tornare a casa ci volevano circa due ore di cammino. C’era da passare sotto all’intreccio metallico dei viadotti, la ragnatela d’asfalto che ogni mattino decine di migliaia di macchine percorrevano per arrivare al centro della città, arrivare ai palazzi di specchi alti centinaia di metri, arrivare alle insegne al neon e ai ristoranti take-away di cucina internazionale. La stessa ragnatela che ogni sera faceva sì che milioni di persone facessero ritorno alla marcescenza dello sprawl: quartieri di villette a schiera nascoste sotto a una anonima vegetazione puzzolente, complessi abitativi delimitati da alte e solide recinzioni di ferro, edifici con spranghe alle finestre, e telecamere a scintillare nel buio. Anche dopo il ripristino della pena capitale per gli atti di vandalismo si trovavano ancora dei murales fosforescenti. Qualcuno aveva ancora la forza di regalare al calcestruzzo una punta di dignità. Al di là di queste sporadiche manifestazioni di dissidenza cromatica, D. si ritrovava a pensare che la gente si era piegata di buon grado a una realtà urbana fatta di controllo e scialbe geometrie. Un complesso apparato composto da cunicoli viscidi, sopraelevate, sottopassaggi, terrazzamenti gonfi di piante artificiali, balaustrate metalliche, abbaini gialli, grossi camini, filo spinato, cancelli di ghisa, porticati umidi, vetri rotti, alogene, all’unico scopo di disanimare l’uomo – un raffinato strumento urbanistico di oppressione. Era l’Italia dove la mobilità sociale non esisteva più. Era l’Italia dove la politica si riduceva alla mera amministrazione senza nessuna prospettiva di pensiero, e dove ogni azione governativa considerava irrilevanti le aspirazione delle fasce più deboli della popolazione, per queste esisteva solo il consumo e l’intrattenimento populista. Non c’era più spazio per il libero arbitrio, per l’autodeterminazione – c’era solo spazio per i bisogni indotti e l’alcolismo. Ma D. pensava che non poteva esistere servo peggiore di quello che era grato al padrone di essere servo. D. si rammaricava del fatto che se avesse fatto qualcosa di più, da giovane, ora forse le cose sarebbero state molto differenti. Ma D. era un figlio della cultura del Tardo Impero: post-moderna, razionale, del pensiero debole, attendista, nichilista – D. era stato un accademico, un accademico riconosciuto, ma poco importava, visto che le università non esistevano praticamente più. Quelle che restavano erano private, quattro mega-atenei per tutto il globo. E sfornavano la classe dirigente e tecnocrate del pianeta – le storiche università pubbliche italiane erano state liquidate già da parecchi anni. Le strutture che una volta erano state dell’Università degli studi di Padova, per esempio, ora accoglievano cliniche di bellezza e centri commerciali, del resto l’intero patrimonio pubblico che era stato della Repubblica ora era in mano a fondazioni private e multinazionali del mattone. D., nella sua giovinezza, aveva sopito dentro di sé ogni desiderio di rivalsa generazionale. E ora i giovani non interessavano più a nessuno, esigui nel numero e sonnolenti. D. aveva imparato a chinare la testa, a obbedire – perché gli era stato detto che l’obbedienza aiuta la gente, con l’obbedienza il potere si muove liquido, senza intoppi. D. era ’sopravvissuto’ ma a che prezzo – si domandava. D. si continuava a chiedere se si poteva chiamare davvero ’vita’ quella a cui quel mondo lo costringeva. Forse sarebbero bastati quattro versi in più. Quattro versi scritti con il gesso, scritti sul muro di una scuola dall’intonaco sudato o nel tunnel nero ed elettrostatico della metropolitana, forse sarebbero bastate quattro bestemmie in più e una dissacrazione. Ora questo non si sarebbe potuto più fare, almeno non erano quelli come lui che lo avrebbero potuto fare, quelli come lui, arrivati a essere stanchi e di conseguenza, a essere vecchi. D. pensava di aver sbagliato molte cose. Aveva sprecato tanto di quel tempo a parlare di poesia, e a parlare di quello che altri avevano detto della poesia. E lo stesso avevano fatto molti altri della sua generazione, che si erano limitati a parlare di pittura o di quello che altri avevano detto della pittura. Una generazione di gruppi sociali auto-referenziali, divisi e così incapaci di cambiare qualcosa. D. aveva perso la poesia, dentro di sé sentiva che anche l’ultimo poeta della terra era morto e ne sopravviveva solo una larva vuota e irriconoscibile.

15 commenti a questo articolo

Figli del Tardo Impero
2010-09-24 14:12:28|di Francesco Terzago

Certo Fabio, intanto ringrazio tutti per i loro contributi.
Lorenzo, mi spiace - era il piatto del giorno.


Figli del Tardo Impero
2010-09-24 12:30:21|di fabio teti

va bene. si può far riferimento al tuo indirizzo mail, Francesco?


Figli del Tardo Impero
2010-09-24 12:13:40|di enrico dignani

Prurito ontologico.

La temo ma mi piace
La disoccupazione
Penso alle sue cosce
Come un lupo guarda
Da lontano un paese ameno.
Gli umani dilagano
Ma le montagne
Sono ancora enormi
E tolleranti
Le modalità biologiche
Vanno verso una qualche
Direzione complessiva
Ma il micro e il macro
Sono ancora enormi
E tolleranti
Il voluttuario e il bello
Annullano la fatica
E gli umani dilagano.
Penso alle sue cosce
Come un lupo guarda
Da lontano un paese ameno.


Figli del Tardo Impero
2010-09-24 11:45:11|di lorenzo mari

Oltre a suggerire il genere noir-poesia (anche quello pare vendere molto bene)... ti mando l’apprezzamento per questo pezzo, che induce il vomito sia per il menù proposto (vedi alla voce "anelli di cipolla in una palude di panna"... e che é?) sia per la prospettiva desolante cui consegna il futuro, o forse il presente, poetico, e letterario, più in generale.
I tre appunti che posso lasciare sono allora tutti brevi e di pancia:

l’ultimo poeta del mondo è una visione ricorrente da quando c’è stato il primo poeta (moderno) del mondo, Baudelaire: qual è la svolta determinante, oggi?

la cultura del Tardo Impero è postmoderna, razionale, debole, nichilista e non so che altro, ma solo in virtù di un meccanismo di appropriazioni ed espropri al quale si può sempre sottrarre razionalità, nichilismo e gusto postmoderno (e non sarebbe male, segnerebbe una differenza)

parlare di poesia non è solo segno di autoreferenzialità, o almeno non lo è tanto quando si associa responsabilmente al fare poesia (e così torno al post di Nacci)

grazie per avermi rovinato la giornata, ci voleva
un caro saluto,
lorenzo


Figli del Tardo Impero
2010-09-24 09:30:13|di enrico dignani

Nessun uomo può scaricarsi su altri uomini dell’impegno di giustificar la propria esistenza.

(J.P.Sartre-Baudelaire)


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