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Gilda Policastro: Antiprodigi e passi falsi

di Francesca Matteoni

Articolo postato martedì 7 giugno 2011

Hora
di Gilda Policastro

E chi si muove da terra Si sta così bene Non si sente dolore, non
si sente niente
Così vivono quegli altri, strisciando Senza illusioni Già pronti al
Ritorno
È bello qui Non si deve andare da nessuna parte Si può
rimanere fermi, e aspettare
Oppure anche solo rimanere fermi Stare così Insomma, senza
Attività
Quale sarebbe poi l’alternativa Andare in ospedale, oppure a
quella cena di amici
No, rimanere è senz’altro meglio Rimanere senza aspettare, senza
andare,
rimanere col dolore, e a poco a poco sperare, sperare che vada via,
ricominciare a respirare, ma senza la pretesa di alzarsi Rimanere
fermi, sdraiati
Ha una sua logica, è ordinato, risponde a uno schema
Lo schema dello stare, del rimanere Senza agitarsi, senza smanie
Quanti ora, a parte quegli altri, sono lì, in questa posizione
a fare questa cosa che non è un’attività, è solo stare
Probabilmente non tanti, ma qualcuno sì, qualcuno è a terra, così,
steso
coi palmi delle mani che aderiscono al pavimento Stare qui
perché nessuno te lo chiede, nessuno se lo aspetta, anzi,
qualcuno vuole che ti alzi, e, se stai male davvero, in ospedale
Ma se non stai male, allora, c’è quella festa
a cui bisogna subito andare Cambiarsi d’abito, mettersi il trucco
giusto,
le scarpe abbinate, il cappotto figo Andare, andare subito,
guardare gli altri con la faccia opportuna,
con le parole intonate, la rilassatezza domenicale Sorridere, sorridere
anche col dolore allo stomaco, che se era un dolore serio
a quest’ora ti trovavi in ospedale, invece sei lì,
e allora puoi rilassarti, goderti il vino, che al tuo stomaco
è come un colpo di frusta sulla schiena di un cavallo Le tartine,
mangia le tartine, hai ancora mal di stomaco, poi passa Ma no,
sento come un tappo, una puntura, non va giù nulla,
nemmeno l’acqua Mangia, guarda che poi i vestiti ti cadono di dosso
e non è normale Devi mangiare, dice così,
vuole che mangi, mangia E tu
rimani sdraiato, disteso
coi palmi a terra, dove non devi mangiare, non devi ridere,
non devi essere alla festa, non devi Puoi rimanere così,
sdraiato E chi si muove da terra
Si sta così bene:
non si sente dolore, non si sente niente
Senza illusioni, già pronti al ritorno È bello qui:
non si deve andare da nessuna parte
Si può rimanere fermi, e aspettare
oppure anche solo rimanere fermi
Stare così Già pronti al ritorno
È bello qui
Non si deve andare
da nessuna parte Si può rimanere fermi,
e aspettare
Si sta così bene
Non si sente dolore,
non si sente niente

***

Poesia, a ogni effetto, umorale, profonda di dissonanze e penetranti attriti e suoni e umori dai vortici del senso e del corpo, lirica sul limite del suo critico sgretolamento (lirica, dico, come forma critica, scoscesa tensione di sliricamenti), è ciò che impone, nella gamma del suo slittare multiverso, la parola di Gilda Policastro.
È esercizio pieno, e insieme franto, del dire, quello che scava il corpo delle sintassi, nelle pieghe di (plurimi) discorsi (diaristici, narrativi) gli uni dentro gli altri conflagranti, ruminazione scabra del dire interno, e polimorfo e (naturalmente) perverso; e ci si offre, esibito/celato, giusto nel martirio di quell’atto, che s’infligge.
Pratica di disciplinamento continuo e progressivo, vòlto sempre a ridisporre i suoi confini, quella che forza e comprime il corpo (e la sua lingua): e sospinge e lingua e corpo sino alla spira dei suoi ultimi legami. O nei viluppi, ancor meglio, di un “bondage” intransigente quanto squisito, consumato, chimisticamente, sui bordi interni del corpo, ad affinarne la materia (il dolore), come per ustione fredda, per un gelo sintetico di bloccate sfrenatezze. Fuoco di ghiaccio.
Malgrado la polivoca ricchezza di questo dire in guerra con se stesso, come in un perenne stato d’assedio (ma impegnato su entrambi i fronti dell’assedio), malgrado le tumultuosità in cui, trovato il varco, s’espande sorprendentemente a tratti e defluisce nella litania d’un altrove senz’ombra di autoredenzione, spazio (anti) rituale d’antiprodigio (vedi, qui, la rara e splendida cascata salmodiante di Nuove stagioni), ciò che risulta è piuttosto l’insegna aspra d’una complessiva “sottrazione”. Organismo di asportazioni, storni; deprivazione di grassi: prosciugamento inflessibile del dato per quel che lo eccede, onde esprimerne solamente il nervo.
Una geometria mobile di collassamenti e di scompensi, è quella in cui dunque ci vediamo scivolare, nell’elastico di queste pagine così come nel liquido specchio acustico ad opera di Massimiliano Sacchi (specie in quell’Hora di cui Gilda in verbo prova una resa, e ne traslittera la tramatura di corrispondenze e controtempi); telaio flessibile che rilascia nel momento stesso in cui costringe e avvolge. Attrae e disturba. Così come nei Passi falsi, testi spinti da un pedale graffiante, sarcastico, in cui la voce (da una posizione indistinguibile e in fondo con/fusa) si fa beffe di stereotipi del circo privatopubblico dell’oggi: la vita familiare, le stiracchiature della coppia, le viete consuetudini d’un ambiente narcissicamente o, persino, culturisticamente, culturale
Ad ogni passo, ad ogni piega, comunque l’esercizio d’una “sottrazione” dove a sottrarsi è nulla di meno d’una “resistenza”: come è detto, poi, nell’attacco medesimo dell’antiprodigioso dittico esordiale, entro la misura d’un verso tutto anticlimax (“in rovescio per sottrazione di resistenza”) e tutto scompensi e tutto dissonanza, e metro fitto di barriere all’avverarsi di alcun Fenomeno. Riverberarsi di interruzioni, di barriere, ma anche, di invisibili crolli, a comporre una incerta microfisica; punto in cui le resistenze (elettriche, in particolare) sembrano abbassarsi, e lasciar partire l’onda letale/ vivificante dello shock.
L’automartirio, squisito, dell’antiprodigio, è appunto la linea d’un doppio legame intransigente, che continua a non sciogliersi, l’incombere d’un evento che implode per nuovamente vanificarsi, come in un ralenty all’indietro (come del crollo d’un edificio torreggiante) come nell’oscenità d’un reality che si realizza fuori quadro. L’abbandono nella resistenza; la resistenza nell’abbandono. (Tecnicamente, qui: l’avvolgersi, reciprocamente denegativo, di flusso e interruzione). E il mancato scioglimento, la legge dei vincoli che s’è autoimposta, è la condizione forse della sua corrente.

Tommaso Ottonieri

da: Antiprodigi e passi falsi (Transeuropa, Inaudita, 2011)

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14 commenti a questo articolo

Gilda Policastro: Antiprodigi e passi falsi
2011-06-10 12:24:34|di gilda policastro

Bene, cominciamo: cosa dovrei apprendere, da una sigla, poi? confrontiamoci senza rancori e senza livori: mi dica, e per cortesia firmandosi, o perlomeno rendendo chiare, esplicite e verificabili le sue competenze, cosa non la persuade del mio progetto artistico (di cui peraltro ha potuto ascoltare, qui, una sola traccia). E cosa non la persuade nella prefazione di Ottonieri, al di là del fatto che accidentalmente viviamo, prefata e prefatore, nella medesima città? Le pare un giudizio critico, questo? Rieduchiamoci al dialogo e all’ascolto, reciprocamente. Perché se io ho ancora tanto da imparare, vivaddio, non sarà certo coi colpi sparati alla cieca, che apprenderò.


Gilda Policastro: Antiprodigi e passi falsi
2011-06-09 18:33:13|di GL

Vorrebbe ma non può che cosa, pubblicare un libro di poesia per Transeuropa con introduzione del critico amico?
In effetti si tratta di un risultato molto ambizioso, un’impresa talmente ardua che solo i migliori possono anelare a tanto.
Suvvia signorina, non si renda ridicola oltremodo, spenga quel motorino retorico che la fa tanto Capezzone o Elio Vito e si fidi, lei ha veramente poco da insegnare e molto da apprendere, anche propriamente a livello tecnico e formale.
Non ci sarebbe alcun male in sé, di principianti senza vena ne è piena l’Italia, ma la sua spocchia boriosa rendeva necessaria una puntualizzazione.
Cordialmente,
GL


Gilda Policastro: Antiprodigi e passi falsi
2011-06-09 16:30:03|di gilda policastro

Ma all’inettitudine dei commentatori senza argomenti, ci sarà mai fine? E alla frustrazione di chi vorrebbe ma non può? Magari anche firmarsi, ad esempio: ad avercelo, un nome. (E se non si parlasse a venvera, resterebbe da capire quale sia l’interesse di Ottonieri, autore e critico che pubblica e promuove poesia e prosa dal 1980, nel ’’falsificare’’ una prefazione a me, che pubblico dal 2010: un po’ presto, tra l’altro, sia per dirsi satolli, che per decretare un’eventuale mancanza di talento, con buona pace di GL - chi?).


Gilda Policastro: Antiprodigi e passi falsi
2011-06-09 11:54:00|di GL

Ma al nulla della combriccola romana ci sarà mai fine? Alle falsificazioni interessate di Ottonieri ci sarà mai fine? Alla mancanza di talento di Gilda Policastro ci sarà mai fine?


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