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Ivan Schiavone: ENUEGZ (Roma, Onyx, 2010) - Tre testi e postfazione

di Caterina Venturini

Articolo postato domenica 23 maggio 2010



incupisce l’acqua del lago l’assordarsi del cielo in notte
riprende il cammino interrotto quando parve che gli parse di sentir per un momento
parlar nella sua lingua riprende il cammino interrotto

propizio è attraversare la grande acqua
orazion picciola sermo continuus oratio soluta misi me per l’alto mare
per le valli d’esilio irrevocabili per paesi e per contrade per borghi e per reami
portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco qui êtes-vous?
I’ve gotta use words when I talk to you

1000 porte 10000 ante
di soglia in soglia aspetta una donna con la bocca serrata la porta
costrutta sull’ennesima parola eretta d’anta in anta un’unica donna canta
col viso remoto all’udito di lui che vaga mangiava senza fame beveva senza sete dormiva senza sonno
quando riprende il cammino interrotto when you’re alone like he was alone je marche sans cesse
tra facce nude di parole note et marcherai encore tra gli idiomi della mia terra
che fuor di sé mi serra je suis l’âme errante tra gli idiomi della mia terra
che risuonano forestieri prese ad abitar lungi dalla dimora ch’era l’orecchio è la casa che accoglie
disertata if he was alive and the girl was dead la parola è la casa che serra
assediata da santi in moto verso la propria chiesa smarrita quando non vi è più luogo
né dolcezza né pièta né debito d’amore quando non vi è più luogo ove doversi recare
if the girl was alive and he was dead il ritorno è salutare al suono
di santi in moto verso la chiesa smarrita che cerca e cercano loro e cerchiano in coro il perimetro d’un vuoto
mais qui les avait vus?

(da persone)

*

lì dove Ecate riposa sono Palus Putredinis lì dove s’ibrida la terra est fermé la jalousie
Penelope
Penelope che dice hai sfigurato la mia effige in lutulente lamine super infirmum pelagum
che dice quello che amo mi ha detto che ha bisogno di me che dice sto cercando di venire da te
ma non posso che dice non posso svegliare tutti

poi ci siamo dimenticati
like the clouds that goes where the wind ci siamo ammalati
ci siamo intossicati you are like the clouds that goes
where the wind blows io ricordo ci prepariamo entrambi all’assenza
tu invece dimentichi il ne faut pas la regarder tu Ulisse invece dimentichi
je ne veux pas te regarder. je te ne regarderai pas. tu es maudite,
tu es maudite e il dolce tempo per lui si consumava invano in un fitto pianto di nostalgia

per lungo tempo egli allora rimase sott’acqua lì dove maggiore è il pericolo fractae atque
vanae aquae ho come la sensazione che ti ritroverò lì dove t’ibrida la terra è schiantato il dissensato
architrave metafisico che sarai lì dove Ecate riposa hai edificato la tua dimora che è come se da lì
non te ne fossi mai andato un’ondata lo sbatte contro un tratto di costa rocciosa che cos’è la memoria?
lì dove maggiore è il pericolo è come una penitenza subiratae rixantur come una penitenza con cui la vita
subiratae rixantur con cui la vita cancella sé stessa un’ondata enorme lo investì lì dove Ecate riposa
tu non sai scegliere la via da prendere e il mare è crine subiratae rixantur il mare è crine
in cui t’impigli subiratae rixantur e il crine è memoria in cui t’impigli subiratae rixantur e la memoria
che cos’è? sono io ad essere andata via subiratae rixantur un’ondata enorme lo investì,
lo travolse, come una furia lì dove maggiore è il pericolo

maggiore è la possibilità di salvezza se giù li abbini non sfugge al passato
se giù li abbini non sfugge al passato colui che lo dimentica se giù li abbini io vivo di ricordi
di cose che non si toccano, che non si rompono e rimangono lì sospese sulla roccia aguzza
erano rimasti attaccati brandelli di epidermide per questo ho cura di me stessa

(da mandala)

*

Postfazione


Partire in viaggio con Ivan Schiavone potrebbe significare arrestarsi dopo pochi passi dall’ultimo saluto, se non si accetta l’opportunità di sperimentare un circolo di false partenze e ponti saltati, sul terreno di una lingua che il poeta affabula senza voler dominare fino alla meta. La prospettiva è quella benjaminiana di un’opera che può essere scritta, senza averne composto nemmeno una parte, non una sola senza la contaminazione di altre (parole e omissioni), del loro rumore di fondo che sguscia come identità notevole da panorami asfittici, rituffandosi poi in un vuoto mai afasico, mai solo perlustrativo, non solo canceroso, non solo edulcorato, ma molto perturbato.
Del resto la scelta del titolo, dall’enueg di beckettiana memoria e a risalir più indietro, dall’antico elenco provenzale di noie e lamentazioni, riporta da subito a una visione rallentata in cui l’azione posticipa indefinita e divinatoria senza possibilità vera di accadere.
L’opera si configura in due parti: il poemetto La conta dei giorni del 2009 (scritto per ultimo ma situato per primo) e di seguito il lavoro eponimo Enuegz (2007-2009), composto da testi eterogenei e sistemato in due ulteriori composizioni: Acavità di un’odissea (mandala incompiuto) e Persone, personae, personne.
La conta dei giorni è poema narrativo e semicombinatorio che dichiara in re lo strappo avvenuto, che cos’è che in noi che fa noi s’è rotto?, che cos’è che rompe le parole?, ovviando il passaggio di una lingua, che foucaltianamente non dice ma descrive l’essenza, che non può nominare l’essenza, essendo l’essenza già trasbordata altrove; per colpa delle parole? Sono le parole già rotte? Già nate rotte? Già possibilitate alla rottura, alla spaccatura tra essere e Sé? Se è vero che nel discorso è manifesta non certo l’unitarietà del soggetto, quanto la sua “dispersione”, la “discontinuità con se stesso” (Foucault 1971) e dunque con il mondo, con il suo abitare il mondo, allora il canale comunicativo risulta compromesso, e tutto quel che segue. Cosa segue? Personaggi che appaiono e scompaiono come fuochi fatui, che mai però toccano terra a scaldare: uno sciancato – ancora Beckett – che assiste al mancato incontro tra il poeta e la parola al pari di un cortese Galehaut che stavolta però non diventa galeotto, rendendo possibile l’investitura d’amore tra la donna-parola e il cavaliere. Partendo dunque da un attraversamento delle origini della letteratura italiana, laddove la donna stilnovista e poi dantesca era personificazione del desiderio intellettuale maschile che giungeva a lei come supremo obiettivo, quello che è ora messo in discussione è lo strumento stesso dell’andare. Questa lingua è una Cassandra ottusa dalla parola, un corpo saturo che non si lascia fluire, perdendosi esso stesso prima ancora di essere mis/creduto dall’umanità. Torna per un attimo un tu monologante appena accennato: “sai la flora di oggetti spenti/ inetti a senso alcuno/ incuneati nel nostro abitare”: ma chi è questo “tu”, chi è questa “lei” se “l’uomo” è “cosa tra cose che si rompono”? In atto la reificazione di ogni cellula mor(t)ale, la “parola impazzita” inadatta proprio a quel compito per cui era stata formulata, diventa acqua malata invece di quel ponte che doveva attraversarla; soggetto e oggetto di rappresentazione, questa parola fluidifica verso un nulla d’appartenenze con profusione di parentesi aperte, scatole cinesi, senso che raddoppia di verso in verso fino a una deflagrazione sempre rimandata e mai conclusa, ché a quel punto sarebbe esaudita e minacciata realmente di finale insensatezza. Non si risalirà dantescamente “a riveder le stelle” perché l’“arcano 17 mente”, la carta dei Tarocchi non è quel che promette. Intanto “si conta nella conta dei giorni andati/ ad aspettare/ di là dal fiume”, mentre “caddero tra loro le parole/ sin quando/ perdurò/ l’interdetto a cantare del mondo l’accadere”. Cadono le parole dunque, la loro illusione di interezza, “cade l’accadere del pensiero in mondi”, che del mondo è però “ombra”.


La prima poesia della raccolta successiva ci accoglie con la constatazione dello smantellamento appena operato: “muore è morta e non importa”, ma che cosa? quel che si è lasciato dietro “da quando non siamo più un dialogo”?, da quando siamo heideggerianamente sommersi da una “chiacchiera continua”? Solo dopo aver dichiarato l’impossibilità della lingua a dire, a farsi ponte e acqua da attraversare, contenuto e contenente, re-agente, allora si può partire? L’odissea che immediatamente segue, anzi un’a-cavità (una “non-poesia”, prelevando dall’indiano) di odissea è altra dilazione al viaggio. Che cosa, arrivati a questo punto, morta non la parola ma la pretesa della parola a dire, cosa ci impedisce di partire? Schiavone avverte nel titolo che il mandala è incompiuto, e dunque cosa può diventare? Cosa può suggerire al cammino se non una perpetua iterazione? Vashisht, Delhi e Manali sono le prime tappe di un viaggio in Oriente in cui non si è più certi di cosa sia l’andata e il ritorno, acquistando i luoghi la stessa dimensione mitica di personaggi ormai de-celebrati dalla loro stessa aura: Penelope e Ulisse ruotano a vuoto, dentro e fuori al pari dei paesaggi disgregati. Cosa è umano e cosa non lo è. Chi dice, chi pronuncia l’umano. È veramente Ulisse il viaggiatore o il viaggiato, Penelope è l’identità a cui tornare o piuttosto “la carezza postrema e traditrice"?
“Fuggi e fuggir è labirinto piano”, la fuga diventa e inventa scoprendo la trama del labirinto stesso del viaggio, della conoscenza incallita, del cerchio mandalico che però non si chiude.
Scenderemo nel gorgo muti, la formula pavesiana ricorda l’ineffabilità che strappa un’epoca dall’altra, l’odissea è quella della lingua, del senso che la lingua restituisce, è “l’abisso che scruta te”. Penelope come ritorno nella palus putredinis, umori umidità falsità specchi infranti illusioni d’occhio, si consumano i sensi dell’umanità contemporanea, muti ciechi sordi ci avviamo alla comprensione. Una terza persona femminile che poi gira verso un Ulisse “defunto di domande” da rivolgere a una “Penelope fuggiasca”, mentre i bambini indiani trasportano pesi sulle spalle. Quel che veramente manca è un’ “orizzonte di condivisibilità”, dice Schiavone stesso (insieme a Sara Davidovics) nella Ex nota (2009) di presentazione della collana di poesia Ex[t]razione, ovvero un “pronunciamento etico” dell’operare artistico, ora che l’uomo si è ridotto a “signore senza comunità senza realtà della città”.
A cosa è servito partire per recuperare una verginità posticcia, se la lingua nasce già contaminata da quel che si è lasciato, la Salomè di Wilde, il grido delle Baccanti, e bacate operazioni di Dante + Amelia Rosselli, Lautremont + Surrealismo, Villa moltiplicato per Omero, la Bibbia sopra o sottintesa a litanie lauretane?
Quale identità può trovare il poliforme Ulisse così ingombro di colori e innovazioni? Esiste uno spazio reale, esiste un luogo vero, esiste una divina artaudiana “costola dei monti” con cui rifare l’uomo? Persone, personae, personne, uomo-maschera-nulla parrebbe rispondere la terza e ultima parte, sciabordando nella notte con tre identità indistinte.
Sembrerebbe tornare un referente occidentale di overdose, aborti, ricoveri coatti, ma non ci s’illuda, son soltanto anime dannate e sottaciute, prive di quei nomi e cognomi che Dante con puntiglio da compilatore andava mettendo in rima: qui, come ovunque nell’opera di Schiavone, i metri ibridati restituiscono solo brandelli di immagine, un braccio una mano un utero, senza possibilità di contrappasso, e dunque di riconoscimento. I corpi macinati e denutriti, stravolti dalla “pornografia dell’occhio digitale” e monchi alla storia, precipiteranno in un’acqua cieca di umori. Ma cosa ne vogliamo fare, in fondo, proprio infine di questa disperante affabulazione? Dove può andare l’umano? Eccolo che corre ancora, non nell’Eden da cui Dio lo scacciò, non nella parola che è “la casa che serra”, non riuscendo più la sintesi identitaria ungarettiana che lo bagnava nei quattro fiumi del proprio essere. Schiavone scompone e riutilizza di continuo, setacciando ogni materiale con l’urgenza di chi deve con il dubbio capire e colpire. E quando “la notte/ viene l’alba, calma, la brezza che invade la stanza”, senza più alcuna attesa, nell’abbandono di quel che si credeva perso, appare “la speranza” che chiude l’intera opera. Considerando però che l’ultima parola che chiudeva La Conta dei giorni (testo cronologicamente più recente che però leggiamo in apertura) era “cecità”, ci si chiede una volta di più se ci sia una direzione da prendere per uscire da questo labirinto, o se il labirinto sia l’uscita stessa.

Caterina Venturini

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