Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

Coordinamento: Luigi Nacci & Lello Voce

Redatta da:

Luca Baldoni, Valerio Cuccaroni, Vincenzo Frungillo, Enzo Mansueto, Francesca Matteoni, Renata Morresi, Gianmaria Nerli, Fabio Orecchini, Alessandro Raveggi, Lidia Riviello, Federico Scaramuccia, Marco Simonelli, Sparajurij, Francesco Terzago, Italo Testa, Maria Valente.

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L’ERA DELLE RIVISTE E’ FINITA? FACCIAMO UNA RIVISTA. CHI CI STA?

ALLA VOLTA DELLA CREAZIONE DI UNA REDAZIONE VIRTUALE. E CHE QUALCHE CASA EDITRICE CI ASCOLTI: NON SI SA MAI CHE LA FACCIAMO VERAMENTE LA RIVISTA! APPOGGIATE L’OPERAZIONE SCRIVENDO NOME COGNOME VOSTRI BLOG SITI E-MAIL EVENTUALI ESPERIENZE REDAZIONALI PURE SE VOLETE SOLO ABBONARVI. A PROP., CI SERVE PURE UN GRAFICO, DI QUELLI TOSTI, E TANTI FOTOGRAFI.

Articolo postato martedì 24 aprile 2007
da Christian Sinicco

I post di questi giorni mi han fatto tornare alla mente il fatto che, con tutta probabilità, pochissimi uomini e pochissime donne leggeranno le riviste pubblicizzate sul blog - questo nonostante vi sia una frequentazione assidua, ripetuta, di AbsolutePoetry e dell’internet "poetico".
Al BlogMeeting di Monfalcone si è discusso, a partire da un’osservazione di Luigi Nacci, della mancanza della critica "militante" o "accademica" in rete. Vincenzo Della Mea, che ha fornito dati interessantissimi sul suo blog, comparava il nostro "caso" con quello delle riviste scientifiche, ormai stabilmente online... perché dunque la critica preferisce la pubblicazione su riviste cartacee?
Collaborando a Fucine Mute, tra i primi magazine multimediali iscritti ad un registro di stampa periodica e testata che ha ospitato saggi notevoli nel recente passato, non posso che ritenere l’ambiente letterario italiano ancora poco al passo con i tempi, sia dal punto di vista della critica che si vorrebbe in relazione agli apparati comunicativi, sia dal punto di vista dei blogger, impegnati a promuoversi in modo autoreferenziale o attraverso dinamiche di gruppo.
Tutto ciò farebbe pensare ad un carattere non "collaborativo" del non "aperto alla messa in crisi dei propri assunti e al dibattito", del non moderno e quindi non "operativo" (rubando l’espressione a Giulio Mozzi) addetto ai lavori nostrano.
Se banalmente la rivista cartacea attrae la "critica" poiché iscritta ad un registro - che fornisce la prova del reato, tangibile -, comparando il lavoro dei magazine in internet (L’Attenzione, dove Massimo Orgiazzi ha riepilogato a grandi linee la discussione al BlogMeeting, ma pure Carte nel Vento o l’Ulisse, anche se non è chiaro se vi sia una registrazione vera e propria in tribunale), sviscerando la mia osservazione tra i post, in rete e solo in rete, non noto sostanziali differenze di fruizione... lo affermo in quanto utente, che utilizza PoEcast e PoeGator, nonché i link del blog personale per l’esplorazione, periodica, attratto come sono dalle macchie di leopardo lasciate come traccia da questa umanità, che rischia di dimenticare la strada per la velocità della comunicazione.
Tuttavia, recentemente, sono stato sbalzato dalla mia sedia internettara in occasione di un soggiorno croato: ho potuto ammirare la rivista Poezija, un semestrale imponente, che ha le fattezze di Vogue, la grafica seducente nonostante sia voluminoso, quasi pesante.
Ogni sei mesi i croati forwardano un reportage della propria poesia, in modo profondamente comunicativo, con testi, approfondimenti, interviste e dibattiti.
Non ho pensato di comparare lo standard qualitativo di quella comunicazione con quella delle nostre riviste cartacee, tutto sommato "ciclostilati" noiosi, incapaci di fotografare (a colori, tranne qualche copertina) i momenti di un dibattito culturale diffuso, come quello attuale.
La Croazia ha una popolazione di 4,5 milioni di abitanti (dati Wikipedia); si concedono due volte all’anno un’incredibile operazione di marketing poetico, e per la prima volta in vita mia ho desiderato di essere pubblicato su una rivista cartacea - non era mai successo -, si sono addirittura risvegliate in me le analisi di Antonio Porta su pubblicità e letteratura, astratte dai manifesti pubblicitari ospitanti niente di meno che versi di poeti contemporanei (operazione milanese datata anni ’80)...

..."ti sembra la pubblicità della Coca Cola, e invece è un testo di Maurizio Cucchi", osserva Porta; "ti sembra Vogue, e invece è Poezija!"...

Ricordo l’impegno per dare i natali a Fucine Mute 87, un anno di lavoro circa, a mia cura e di Luigi Nacci, più l’aiuto tecnologico di Enrico Baravoglia e Serena Smeragliuolo... le statistiche di FM tra la fine di settembre e i primi di ottobre 2006, cioè in un mezzo-mese di promozione, salirono di 70.000 unità, indirizzi ip singoli, rispetto i 120.000 di media.
Fu un fatto straordinario: a sommare lo spamming mio con quello di Nacci e degli altri collaboratori, non superavamo le 1500 e-mail... poi, a distanza di un mese e mezzo, Stefano Massari (attualmente impegnato con Land, un nuovo progetto), spedì una comunicazione attraverso il bollettino di FuoriCasa.Poesia: altri 10.000 contatti - non possiamo analizzare questa fluttuazione però, poiché la media è stata "falsata" il mese precedente, la marea indotta dalla prima comunicazione ha cambiato la costa, il nostro orizzonte.
Si tratta pure di riconoscere l’esistenza di un bacino di utenze diverso da quello dei blog di poesia, articolato e attivo nello stesso modo, che si relaziona a strumenti diversi, come le e-zine e le riviste cartacee... nel caso di FM87 non so quanto gli utenti fossere interessati alla multimedialità, sicuramente sedotti dalla quantità di informazione disponibile, aspetto da ricercare nei progetti editoriali di oggi, volti a integrare diversi linguaggi e possibilità comunicative.
Anche per questa esperienza, al BlogMeeting, ho dato la disponibilità alla creazione di progetti che partano dalla rete: a ragionare, si sono resi disponibili anche altri partecipanti - tra quelli non precendentemente citati, Adriano Padua, Massimo Sannelli e Stefano Guglielmin, che su Tellus folio ha contribuito al dibattito; nonché pare interessata anche la direzione del festival, nella persona di Lello Voce, che ha voluto realizzare l’incontro.
Non c’è dubbio però che a essere importanti sono i lettori, che a questo punto dovrebbero essere consci della propria forza, della comunicazione che fanno!
Poiché non viviamo in un mondo letterario "ristretto", voglio rilanciare l’iniziativa ai lettori, fugando i dubbi sui principi che animano la nostra socialità. Lo faccio perché...

...mi domando cosa possa fare una redazione iniziale di comunicatori - VOI! - pronti alla prima rivoluzione culturale della specie poesia.
Tutte le persone di questo mare - VOI! - onde, avete paura della rete?
Violate la vostra privacy, come recita il sottotitolo!
FACCIAMO UNA RIVISTA. CHI CI STA?

76 commenti a questo articolo

L’ERA DELLE RIVISTE E’ FINITA? FACCIAMO UNA RIVISTA. CHI CI STA?
2007-04-28 16:25:14|di ermi

Alessandro, mi dispiace deluderti, ma non vedo l’utilità di organizzare una poetry reading di giovani poeti italiani a Oxford o Londra per questa estate.

Anche se lo facessi, sarebbero costoro disposti a venire in UK e pagarsi volo e sistemazione per il gusto di una lettura una tantum in uno stretto circolo di persone (pubs, clubs, bookshops o halls?), dovendosi presentare nella traduzione (spesso inaccurata) di qualcuno e leggere le proprie poesie in inglese ad un audience (che oltretutto sarebbe costituito da altri poeti (inglesi), o di un pubblico di passaggio, per l’appunto, attraverso quel pub o quella hall.

Avrebbe invece senso stabilire contatti di scambio continuativi, con work-shop e incontri sponsorizzati da enti e comuni se ci fosse qualche giovane operatore interessato da entrambe le parti ad assumersi l’ incarico di questo genere di iniziativa (Sinicco e Piers Hugil?)

Ma una lettura una tantum, oltre al divertimento del momento, all’incontro occasionale, al drink, e a qualche ora trascorsa insieme dopo il meeting, che senso avrebbe, sul piano culturale, alla lunga distanza?

Non sono oltretutto nello spirito giusto (e nella fascia di età) per agire come animatrice di villaggio globale.

Per la collaborazione alla rivista ci starei anche, ma non sono riuscita ad accedere a nessun sito con l’URL che hai postato e dunque a verificare di cosa si tratti. È il link corretto?
A presto e scusami.


L’ERA DELLE RIVISTE E’ FINITA? FACCIAMO UNA RIVISTA. CHI CI STA?
2007-04-28 08:02:26|di Alessandro Ansuini

Per carità christian, ben vengano le riflessioni, a domanda, facciamo una rivista? Ti ho dato la mia spassionata opinione. Non ho detto che non dovete farla o non potrebbe venire una cosa interessante, ho detto semplicemente che per me, non lo è. A queste aggregazioni pachidermiche preferisco collaborazioni più piccole fra entità diverse. faccio un esempio: nel workshop di oggi, la cosa davvero interessante secondo me è che c’è la possibilità di far convergere diverse realtà della rete in un’unica occasione, con possibilità di confronto e valutazione di collaborazioni e quant’altro. Ovviamente non potrei spesare nessuno per il workshop perché l’importo di partenza, il budget iniziale diciamo, per così dire, era Zero, e Zero è rimasto. Considerando che con Zero abbiamo due luoghi che ci aprono le porte direi che possiamo ritenerci soddisfatti. I rimborsi, più che per i convegni che dovrebbero essere "utili" agli intervenenti stessi, come ben sai li tengo per chi offre uno spettacolo, in relazione ai fondi che si riescono ad ottenere. (vedi seconda edizione afa festival di quest’anno)
Non pagherei mai nessuno per venirsi ad aggiornare/confrontare.
E non ho detto nemmeno che i blogger sono "importanti", ho solo dato ipotesi di mutazione verso ciò che secondo è realmente importante, la presenza fisica sul territorio. Poi il blogger o possessore di sito può fare quello che gli pare, come è e sarà sempre.

Per erminia: io in realtà avrei da proporre una cosa interessante inerente il curare una rubrica di "poesia europea" sul giornale work-out (www.work-out-org) che esce in unico formato multilingue in tutta europa, e volevo chiedere proprio a te (per gli anglosassoni) a christian e matteo (per l’est) se c’era la possibilità di creare una miniredazione che selezionasse poeti europei contemporanei e si impegnasse anche nella traduzione in almeno un’altra lingua - il giornale è bimestrale quindi il lavoro non sarebbe nemmeno così abissale - visto che onestamente io, che avrei voluto occuparmene, non riesco a trovare il tempo materiale per occuparmene e a dirla tutta non sono così competente in materia come magari potreste essere voi. Ecco, il workshop serve per cercare collaborazioni tipo questa, a mio modo di vedere, cellule più ristrette e mirate.
Poi c’è il discorso del territorio, dell’occuparsi del proprio territorio che mi sta molto a cuore e sul quale mi sembra siamo tutti abbastanza d’accordo.


L’ERA DELLE RIVISTE E’ FINITA? FACCIAMO UNA RIVISTA. CHI CI STA?
2007-04-28 03:29:42|di Christian Sinicco

Alessandro, tu hai un’endemica avversione per ciò che nutre la voglia di offrire delle riflessioni? Parlando di un progetto di comunicazione, con articoli di dibattito, interviste e contributi testuali, la cui idea è fotografare la realtà, passo dopo passo (ogni 6 mesi?)...aperto alle collaborazioni, da vagliare con attenzione, beh, mi pare che si eviti alla base un discorso rigido Editore/Direttore: la clausola è però che i redattori e i collaboratori devono proporre un discorso critico - questo pure per rispondere ad Erminia sull’appiattimento. Se per un attimo distogli l’attenzione della rivista (visto che non te ne frega ti sarà facile:-) puoi osservare che tra i blog manca dibattito, e tra le persone degli stessi blog, pure manca dibattito. L’acriticità è da superare, come è da superare la mancanza di attenzione alle persone che continuamente, col proprio lavoro, fanno.

I progetti che si vogliono realizzare in rete - riviste e blog - scontano diversi problemi, dalla proliferazione di post al loop su argomenti (e autori) ormai conosciuti. Ma c’è critica? Poca, se non pochissima.

Sono d’accordo con te, ad esempio, che bisogna trasformare ciò che è avvinghiato alle tecnologie della trasparenza (internet) in dura realtà, ma da una parte mi chiedo (e ti critico) su un fatto: se i blogger sono così importanti, perché non li spesi tutti al meeting tuo e di Fantuzzi? Questo per farti capire che io (e i Baby Gelido) non siamo meno importanti di altre persone che esplicitano un "labor". Credo sia più importante il discorso sul territorio, ma allora devi ridimensionare la tua prospettiva (e dormire un po’ di più:-)

@Erminia: al festival zagabrese, hanno fatto un’antologia di partecipanti: gli scrittori stranieri sono stati tradotti in croato e i croati in inglese. Se curi una manifestazione in GB, cura anche le traduzioni no!


L’ERA DELLE RIVISTE E’ FINITA? FACCIAMO UNA RIVISTA. CHI CI STA?
2007-04-27 23:21:00|

del mio gruppo allargato, tra Londra e Oxford, comprendente individui tra i 75 e i 25 anni, l’unico che ha espresso un reale desiderio di venire a leggere in Italia è piers hugil che ho messo in contatto con Christian già da due anni fa, e che pare bene intenzionato a stabilire contatti, anche a causa del suo dottorato sulla poesia sperimentale europea.
e.


L’ERA DELLE RIVISTE E’ FINITA? FACCIAMO UNA RIVISTA. CHI CI STA?
2007-04-27 23:16:24|di ermi

ciao caro alessandro, reduce dalla fantastica esperienza a londra - ti ho immaginato.

l’appunto non era certo rivolto a te...sono io che sono astigmatica e ipermetrope e ho difficoltà a penetrare tra le righe dense dei testi senza paragrafi. mi scuso per la richiesta, ma delle volte i paragrafi aiutano il lettore a orientarsi nei diversi punti di cui si compone un testo.

leggere a Oxford è molto diverso che leggere a Londra. l’audience ha aspettative diverse, lo capisci.

certamente a londra la poesia metropolitana, orale, è accolta in maniera più favorevole che nell’accademica Oxford: ci torno il 18 giugno per varie ragioni, che hanno anche a che fare con i Backroom poets, e il meeting estivo nei giardini dell’orto botanico, evento ormai abbastanza noto.

ciao, allora.


L’ERA DELLE RIVISTE E’ FINITA? FACCIAMO UNA RIVISTA. CHI CI STA?
2007-04-27 21:46:58|di Alessandro Ansuini

Non mi pare così insormontabile tradurre poesie in inglese, e nemmeno leggerle. Certo, ci vuole un po’ di competenza e del coraggio. Giusto per, l’altro ieri ne leggevo a new cross road, il giorno dopo in un negozio di vestiti "nasty & rubbish",(eheheh) cento metri più avanti.
Non ho mai detto che tutti devono venire a leggere a londra. Ovviamente verrebbe chi se la sente, chi puo’, chi ha poesie tradotte, chi sa leggerle, chi non sa leggerle e ci prova, qualcuno tipo te che sicuramente parli bene inglese potrebbe leggere due o tre poeti che vorrebbe sottoporre.
Per i paragrafi, erminia, ti rimando alle 48 ore di sonno che mi mancano, se era rivolto a me l’appunto. Me ne scuso, un’alternativa è fare un copia incolla su word e leggerselo con calma.

(paragrafo)

Confido nell’estrema tua facilità di organizzare a oxford, quando mi inviti ci crederò ancora di più. E poi mi propongo in prima persona di ospitare poeti inglesi in italia, gli offro anche la camera. Ovviamente immagino che i cuginetti farebbero lo sforzo di tradurre le poesie in italiano, no?


L’ERA DELLE RIVISTE E’ FINITA? FACCIAMO UNA RIVISTA. CHI CI STA?
2007-04-27 21:29:51|

posso chiedere di suddividere il testo in paragrafi?

senza paragrafi diventa difficile leggere, e anche abbastanza scoraggiante....

in italia, non insegnano a suddividere gli scritti in paragrafi: è un errore.

grazie della buona volontà di cambiare questo aspetto che determina illeggibilità.

erminia


L’ERA DELLE RIVISTE E’ FINITA? FACCIAMO UNA RIVISTA. CHI CI STA?
2007-04-27 21:24:11|di ermi

Erodiade avrebbe il 95 per cento di riuscire ad organizzare una lettura a Londra e il 100 per 100 di certamente organizzare una lettura a Oxford...
il mio problema è un altro! perchè organizzarla per degli italiani a londra se non parlano inglese e non hanno le loro poesie tradotte?

di eventi di poesia a oxford per dialogue among civilizations ne ho organizzati 4 e di successo all’università Maison Francaise, e eventi del Back Room Poets - il mio gruppo - accadono ogni settimana e soprattutto d’estate, ma il medium è l’inglese. all’università invece non si passa se non si è abbastanza famosi o promossi da noi conferenzieri studiosi di una tale tendenza, dunque, poi vi dico cosa ho in cantiere....sarebbe prematuro....

erminia


L’ERA DELLE RIVISTE E’ FINITA? FACCIAMO UNA RIVISTA. CHI CI STA?
2007-04-27 20:46:19|di Alessandro Ansuini

Appena tornato da londra, letto quasi tutto il dibattito, avendo chiara in mente la mia opinione sin dalla proposta iniziale di christian. Eccola: a me di formare una rivista non interessa, con un direttore e un editore poi, che decide cosa e come, non vedo che differenza ci sarebbe con le altre noiosissime riviste che ci sono in giro.
Cosa sarebbe, una cristallizzazione su carta di una piramide di blog? E poi, ma chi cazzo la legge una rivista di poesia in italia? Ragazzi, diciamocele. Ipotizziamo anche I 1000 abbonati, non me ne strafrega un cazzo. Una rivista porta a un altro numero della rivista e non me ne frega un cazzo. Non voglio parlare con chi dovrebbe distribuirmela e con chi mi da i soldi, non voglio convincersi nessuno ad abbbonarsi per leggere “critica poetica” perché secondo me la critica è per i critici e i poeti, masturbazioni.
Molto più interessante diventa per me il discorso quando si comincia a parlare di stampare un cd illegale per abbassare i costi (questo sì: un euro di cd, 25 centesimi per la custodia, se volete anche altri 25 centesimi per la stampa su cd, ed ecco un prodotto concorrenziale, autonomo, questo sì, da far girare per la rete, e non solo. Per esempio, se chiedessi a me stesso: se della mea editasse un cd clandestino delle audioletture proposte sul podcast, io lo vorrei? La risposta è sì. O tu christian: Se leggi a monza con i baby gelido io tirerei fuori dei soldi dalla tasca per venirti a vedere, (contrattempi permettendo) se mi chiedi di abbonarti alla tua rivista ti rispondo che ti leggo su internet. Lo snodo è occupare spazi nuovi, non saturare i vecchi. Quali sono gli spazi nuovi secondo me? Ribadisco, le audioletture (delle forme più svariate) l’occupazione fisica di posti dove far esibire i poeti, seguendo la logica del peer-to-peer umano. Nell’ultima cena d’autore Lara Aravasi, la poetessa che tiene dietro alla Biblioteca Clandestina Errabonda (per chi non sapesse cosa fanno, poiché troppo intento a cliccarsi il pene sul blog: hanno chiesto a un arci di parma di dargli spazio per presentare libri, associandolo a una cena) mi ha detto: ma hai fatto caso che almeno il 50 per cento dei poeti che sono venuti da te sono venuti anche da me? Certo che ci ho fatto caso. Ma questo rientra proprio nella logica del peer-to-peer umano. Porto esempi. Adesso siamo in due, domani sia in tre, dopodomani in quattro, tutti sulla linea della via emilia (scusate se parlo di esempi che conosco) D’accordo, io e lara frequentiamo lo stesso “giro della rete”, ma dal momento che, per esempio, comincio a contare anche matteo fantuzzi e le letture che lui organizza a castel san pietro (e gli autori che mi ha fatto conoscere) comincio a contare salvatore della capa e imola, comincio a contare Massimiliano martines a san Lazzaro, ecco che da cinque blog ho cinque posti fisici che se uniti sotto un unico nome potrebbero acquisire il potere di organizzare (sto sparando a caso, non prendetemi alla lettera) un festival coi controcazzi, chiedendo fondi a comuni e regione. Ciò che manca alla poesia, secondo me, è posti e modi come fruirla, e internet dovrebbe essere il mezzo che ci permette, rapidamente, di collegare le sinapsi di quanti si sbattono fisicamente per la conquista del territorio, di spazi, con facce e persone, per aggregarsi, scambiarsi i poeti e, forse, riuscire anche a pagarli!!!
Ovviamente sono d’accordissimo sul fatto che in italia la figura culturale non sia riconosciuta, mentre in francia agli artisti passano un mensile. Che ci possiamo fare, eravamo un popolo di santi poeti e navigatori e ora c’è un esercito di cocainomani in giacca e cravatta che educa i giovani al velinaggio.
Continuo. Questo tipo di organizzazione che ho suggerito, detta così sembra facile ma poi c’è il rovescio della medaglia, che in questo caso è: a quante persone interessa venire a vedere una lettura/performance di poesia. Pochi cari miei. Molto pochi. Ed è qui che bisogna lavorare aumentando la qualità delle proposte, degli spettacoli, dei poeti.
Potrei continuare con gli esempi che vorrei vedere cristallizzati in azioni. Li dico, visto che siamo qui a dircele? Perché quella meravigliosa raccolta di poesia contemporanea moderna che ha curato massimo orgiazzi sul suo blog non finisce in un libro su lulu? Perché i poeti che ha ospitato non finiscono a leggere in un posto dove, dopo averli potuti apprezzare su carta, potremmo anche vederli in azione?
Quanto sarebbe bello se liberinversi, oltre ad essere una splendida agorà virtuale fosse anche un agorà dove uno li leggesse, anche, i suoi testi? A me piacerebbe.
Continuo? Quante possibilità avrebbe erodiade, di organizzare una lettura a londra? Ci vengo adesso da londra, io, se fossi lì, qualche lettura la organizzerei. Non con milo de angelis, sapete come la penso, ma con poeti da combattimento non ci penserei un secondo. (e ci sono le possibilità)
Mi fermo qui, che non voglio diventare pedante, e di queste cose domani parleremo tutto il giorno.
Io sono l’apertura fatta persona, chiedetemi aiuto per organizzare eventi, per trovare soldi, per fare cd illegali, per cucire libri, per andare a scrivere sui parlamento “vogliamo un sindacato di poeti”: io ci sto sempre. Chiedetemi di partecipare a una rivista e vi dico che non mi interessa.
Tanto finché non mi rompo le palle la testaccia dura io continuo a sbattercela, lo faccio dal 2003 ormai, e nessuno avrebbe scommesso tre centesimi sulle serate che organizzavo alla torre del popolo. (giovanna passigato puo’ raccontarvi in che squot leggevamo, mica chiacchiere) Poi sono arrivate le letture in rocca, poi le cene d’autore, poi il festival, poi i contatti con l’estero. Mica numeri grossi eh, per carità. Ma un progressivo miglioramento di proposte, luoghi, fondi. Quattro anni di lavoro, con dieci persone per volta. I risultati arrivano con passo di lumaca, spesso ci si fa un gran culo per poi vedere 3 partecipanti, questa è la realtà. E questa è la realtà che voglio cambiare io, non quella delle riviste, delle accademie, delle librerie, dei premi letterari, della critica. La critica non aiuta a far conoscere la poesia. La voce e l’impegno si. Dedicarsi affinché qualcun altro che non siete voi, possa leggere le sue poesie, o poeti. Che poi fanno leggere anche voi, tranquilli. Ma bisogna cominciare ad investire in energie, non in chiacchiere.

p.s.
perdonate gli errori e la sintassi ma non dormo da 48 ore e ho scritto di getto. speriamo che domani sarò leggermente più in forma, ma ne dubito.


L’ERA DELLE RIVISTE E’ FINITA? FACCIAMO UNA RIVISTA. CHI CI STA?
2007-04-27 20:19:36|di erminia

Dialogo e comunicazione – o comunicabilità dei problemi condivisibili, e solo quelli – sono diventati termini di un binomio imperante, al di sopra di ogni altra ipotesi, accostamento che risolve lo scoglio dell’alterità e della sua complessità strutturale con il medium della tolleranza, dell’apertura al diverso – una scorciatoia funzionale alla convivenza, che vede nello scontro delle ideologie il male di tutti i mali, essendo l’ideologia soggetta a irrigidimento.

La poesia – nelle varie sfaccettatura che gli strumenti retorici consentono al poeta di assumere - comprende sia l’uno sia l’altro presupposto, essendo capace al contempo di interpretare il mondo dalle coordinate ideologiche delle varie parti in causa, o anche di andarvi oltre, trascenderle a favore di un punto di vista neutro, mediano, che sappia essere quanto più accogliente e dialogico. Questa seconda ipotesi, comprensiva e dialogica, non è però sempre capace di garantire il rispetto della complessità di ciascuna ideologia chiamata alla partecipazione e al dialogo. Spesso è una prospettiva che antepone il dialogo – ovvero l’obbligo alla partecipazione - alla reale e approfondita comprensione dell’alterità.

La comunicazione, ovvero la comunicabilità dei problemi potenzialmente condivisibili, ha oggi assunto il ruolo che un tempo avevano le grandi ideologie unificatrici,diventando un imperativo totalizzante.

Sebbene sia necessaria una manovra di decentralizzazione delle riflessioni fin ora dominanti, attinenti al senso e al valore di dati principi fondanti, a favore di un’accettazione reale ed efficace dell’esistenza di pensieri diversi, questo imperativo della ‘comunicazione’ non deve diventare spazio acritico privato di qualsiasi canone d’ orientamento.

Siamo dinanzi a un paradosso. Infatti, la filosofia del dialogo e del confronto democratico a tutti i costi si è dovuta imporre a causa di un presupposto negativo: ovvero che l’essere umano è incapace di confrontarsi nella diversità democraticamente.


http://www.erodiade.splinder.com

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