Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

Coordinamento: Luigi Nacci & Lello Voce

Redatta da:

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L’après-midi d’un poète.
pars I, Luigi Nacci

un’opera-mondo disumana

Articolo postato sabato 5 gennaio 2008
da Lorenzo Carlucci

estratto da una conversazione con Luigi Nacci, a casa sua. Agosto 2006. fa parte di una serie di incontri con poeti filmati durante l’estate 2006 da Francesca Sallusti, Jacopo Ricciardi e Lorenzo Carlucci. questi spezzoni sono montaggi provvisori e quasi en impromptu. manterrò un archivio dei video anche qui. A.M.D.G. enjoy!

24 commenti a questo articolo

L’après-midi d’un poète.
pars I, Luigi Nacci

2008-01-06 19:21:13|di erminia

ma non hai più i capelli lunghi a boccoli cadenti sulle spalle?


L’après-midi d’un poète.
pars I, Luigi Nacci

2008-01-06 18:44:44|di Luigi Nacci



Chiosa al video:

(innanzitutto ricordo con piacere quella chiacchierata con Francesca, Lorenzo e Jacopo a casa mia, sottolineo: chiacchierata, intorno a un tavolo, con vino, formaggio, allegria)

Cosa penso e vedo quando parlo della prima linea in guerra: i vari Marinetti, (il compaesano) Farfa, Balla, che si cimentano nelle loro prime prove di declamazione "dinamica"; il manifesto di Isou, il primo disco di Helms, i primi tagli di Borroughs,le diplofonie di Stratos, le telefonate di Giorno, la poesia totale di Spatola, la Civilization du Papier di Chopin, eccetera eccetera eccetera. Insomma, mi piace immaginare gli illustri sperimentatori che mi hanno preceduto come soldati che hanno provato armi nuove di zecca. Martinetti-Mafarka genera Gazurmah, ed è lui, il nuovo eroe meccanico, che lancia la “sfida alle stelle”. Egualmente io mi sento figlio di tutti coloro che mi hanno preceduto in prima linea (li sento dis-fatti dentro di me, cfr: disfacimento, più giù, nella postilla), ma le loro armi obsolete non possono più destare il mio interesse (nel momento della scrittura e dell’oratura); piuttosto mi piace la loro onnivora curiosità verso il reale, il loro rifiuto della poesia come parola dorata da proteggere, totem da adorare, la loro incessante ricerca di ibridazione e contaminazione. Detto ciò, al centro, per me, deve rimanere l’uomo: il poeta è non è un Gazurmah alato ma un cine-occhio: il suo compito è vedere e registrare a trecentosessantagradi, e spingersi più in là (grazie al montaggio), focalizzando i suoi sguardi (non sguardo) sull’umanità (in Vertov: le massaie, i contadini, i tossici; nel poema disumano di cui qui si parla: tutto l’uomo-carne scartato durante e alla fine di una guerra, delle guerre). Il concerto cacofonico del poema non è fine a se stesso, non è gioco sonoro, ma specchio di quell’uomo, delle condizioni in cui striscia e avanza o retrocede, è il gas(ss) in cui quell’uomo è immerso, è la lingua attraverso la quale si esprime (e si perde), è la cupola sonora nella quale è prigioniero (Balestrini, Elettra: sulle strade di una periferia / canzoncine da radio il suicidio / distrutta dalla speculazione / l’ossessione di questi ultimi anni / con sottofondo di canzoncine da radio / del millennio è qui / il suicidio l’ossessione / più uno sparire che una parte).

Quando parlo di discarica sigillata in cui proiettarmi voglio dire: non come autore ma come uomo (in ciò risiede la mia più grande consolazione). Il soggetto del poema è un noi che non prevede fratture individuali, è il sogno (infantile e crepuscolare) di essere precipitato con la mia singolarità in un luogo con determinate regole (di ingaggio, anche), dove siano visibili nei loro contorni le identità (il nemico, il delatore, l’eroe, etc.) e le azioni di ciascuno. Come autore invece rigetto quest’ipotesi moderna. Penso alla mia opera (alla sua fabbricazione) come ad un incrocio e una fusione di tutti gli eretti mondi serrati, quindi un’opera aperta, perché: per inventare (ripeto, inventare; che fa il paio con riprodurre) tutti i tasselli del puzzle dovrei essere Dio. So che quei mondi (della Discarica del Postmoderno, la mia prima raccolta inedita; dei Versi d’amareinquinatodamare; di Inter nos; di Madrigale Odessa; di SS, lavoro in fieri; e di ciò che verrà) nella loro finitezza non potranno mai fondersi completamente assieme in un’unica opera che si sostituisca al mondo, né io potrò essere gettato lì dentro, e in ciò risiede il mio fallimento di autore (che è poi il fallimento di Sokurov, quando in Arca gira il – forse – più lungo piano-sequenza della storia per sovrapporre pedissequamente il tempo dell’arte al tempo della vita (eh, vorrebbe attraversare lo schermo per entrarvi, e viverci, nel suo film). Contemporaneamente la chiusura mi permette di non perdere mai d’occhio l’uomo, e come in un esperimento da laboratorio analizzarne i riflessi e le trasformazioni (cercare di essere Mengele, e cercare di essere la sua cavia) . Che poi tutto ciò, questa monca opera (in progress) aperta sia, nei suoi esiti, come spero, coerente micro e macro-allegoria di altro, non tocca a me dirlo.

Postilla (tutte le citazioni sono tratte da Gruppo 93, Manni, 1992):

Consideriamo come indispensabile il superamento dell’opposizione tra le nozioni di avanguardia e tradizione e accogliamo come stimolo ad una rinnovata pratica letteraria il disfacimento della funzione normativizzante della tradizione (Baino, Cepollaro, Voce).

Il testo non è più visto come la metafora del mondo ma come la metonimia del mondo, un frammento parziale, una sorta di residio minimo e in fondo risibile del mondo (Muzzioli)

Costruire è orientarsi nel groviglio, familiarizzare con le schegge e col frammento, abituarsi all’eterogeneità dei materiali, al senso sempre rinnovabile della loro “artificialità”, al continuo mescolarsi e confondersi delle tradizioni.

(...)

Penso e tendo, al contrario, al montaggio come generatore di attrito, resistenza e rifiuto (Biagio Cepollaro)

Non rientrano nell’ambito degli interessi della ricerca che vado svolgendo gli sviluppi più propriamente concreti che pure fanno parte della tradizione della poesia sonora. Non credo sia oggi concepibile una poesia che non si confronti con i significati, lo scopo è anzi non quello di un intervento sui rapporti o sui significanti in sé, quanto un’operazione più ampia e complessa che coinvolga la strutturazione stessa dei significati e la produzione di senso (Voce).

Spesso l’attenzione sui nuovi testi da parte dei critici sembra posta su temi, materiali linguistici, lingue – tutto ciò che potrebbe cioè essere definita la “superficie” – piuttosto che sui meccanismi e le funzioni del loro organizzarsi interno.

E’ come se in un convegno sulla musica contemporanea ci si soffermasse sull’analisi degli strumenti utilizzati, sui loro differenti timbri e sulle differenti linee melodiche piane o sull’”armonia”, sul “contrappunto” (Caliceti)

Come può agire, in un mondo che si vuole ridotto a parole, chi crede nelle cose ma lavora con le parole? Il rilancio dell’allegoria è anche un tentativo non ingenuo di rispondere a questa domanda.

(...)

La fine della storia e delle ideologie, fenomeno integralmente storico e ideologico, nasconde atroci conflitti e contraddizioni, in questa nostra epoca di omologazione e di consensi muti. E benché tale orrore invochi non la parola che lo dica ma il gesto che lo combatta, nella mistificazione perfetta ora anche la parola stenta a raggiungere un abisso che non vede e che infatti è nella storia e nelle cose quanto la poesia se ne crede distante o, come tutti vorremmo per noi, esentata. Alla poesia non compete comunque, si dirà, la soluzione di questo male; ma neppure di farne canto distratto e complice. L’allegoria che la salda a una tensione teorica già la rivolge alla storia, alla società, alle cose; fa della scrittura un rapporto con esse. Orienta già, come può e sa, il complesso meccanismo delle mediazioni, ad altri fin troppo affidato; nega un uso di lei imparziale. La coinvolge in un progetto: non per credervi ma per farlo. Rifiuta per lei ogni privilegio, sia nella miseria che nel riscatto: il progetto della scrittura non si identifica con la scrittura del progetto, ma ne è solo il momento specificamente letterario (Castaldi)

Ritengo ormai finite le avanguardie, come effetto della nuova situazione sociologica degli scrittori e come conseguenza del dominio, sui processi produttivi, dei mezzi di riproduzione di massa (Cesarani)


L’après-midi d’un poète.
pars I, Luigi Nacci

2008-01-06 18:30:48|di silviamolesini@libero.com

Ma quanta pulizia di pensiero!


L’après-midi d’un poète.
pars I, Luigi Nacci

2008-01-06 13:56:19|di erminia

Delirio! Che trauma vedere il mo poeta preferito sul pian estetico delirare dinanzi alla telecamera in questo modo. Speriamo si sia ripreso, da allora.


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