Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

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L’ostinazione della poesia

Articolo postato giovedì 7 gennaio 2010
da Valerio Cuccaroni

Alla vigilia del raduno di domani e dei quesiti ai quali ci chiede di rispondere, credo utile postare la prima parte dell’articolo L’ostinazione della poesia di Jacques Roubaud, matematico e poeta francese, membro storico dell’OuLiPo.

L’articolo è stato pubblicato nel numero di «Le Monde diplomatique» di gennaio: la traduzione, di mio pugno, uscirà nel prossimo numero dell’edizione italiana, in edicola a partire dal 14 gennaio prossimo («Le Monde diplomatique/il manifesto», gennaio 2010).

Mi sembra un’analisi lucida, sebbene non la condivida completamente, soprattutto per ciò che riguarda il poetry slam; un’analisi capace di far riflettere e di aprire dibattiti costruttivi qui e altrove.

Buona lettura e buon raduno!
Noi di Argo ci saremo senz’altro.

*

Un’arte che resiste al suo snaturamento

L’ostinazione della poesia

La poesia è un genere che ci si accanisce a vedere laddove non si trova - in un tramonto, nei poetry slam, nelle convulsioni sceniche di un artista - e a non vedere laddove si trova: in un testa a testa del poeta con la lingua. La mancanza di valore economico la condanna all’oscurità: tuttavia, le raccolte, le riviste, i siti ad essa dedicati continuano a fiorire. E riservano belle sorprese a quelli che si sforzano di abituarvi i loro occhi e le loro orecchie.

Di Jacques Roubaud*

Constatazione

Nel secolo in corso (il XXI), ormai stabilmente insediato, la poesia continua a perdere terreno nei giornali: Le Monde des livres può far passare un anno intero senza recensire un solo libro di poesia francese contemporanea; i librai, la maggior parte dei quali non ha più neanche uno scaffale consacrato a questo genere di opere, e la televisione (ma ciò era evidente già nel secolo scorso) non se ne curano. Una sorta di disagio impediva fino a poco tempo fa le autorità culturali di sfruttare questo fenomeno sociale. Ma esse si sono finalmente lasciate andare, senza forse rendersene conto. Due esempi: essendo il Messico ospite d’onore dell’ultimo Salone del libro di Parigi, sono stati invitati diversi scrittori. Non era presente un solo poeta. Neanche fra gli autori invitati in primavera negli Stati Uniti per rappresentare la letteratura francese di oggi. Si noterà inoltre che la Giuria del premio Nobel, quando ha deciso di incoronare, nel 2008, uno scrittore francese, ha scelto un romanziere [1] (è una scelta del tutto rispettabile), ma ha ignorato il più importante dei poeti francesi viventi, Yves Bonnefoy. Tale situazione ha come conseguenza, o è la conseguenza della quasi-inesistenza economica della poesia - almeno di quella che si compone oggi. La poesia non vende, dunque la poesia non ha più importanza. La poesia non ha più importanza, dunque non si vende. Certo, questo genere letterario non è il solo sulla scena culturale contemporanea a vedere assottigliarsi le proprie “fette di mercato”. Il romanzo, la letteratura in generale, il libro stesso sono coinvolti. Ma nel caso della poesia, abbiamo a che fare con una forma estrema di questa cancellazione.

Di chi è la colpa?

La responsabilità di questo stato di cose è imputata, da circa un secolo, con commovente ostinazione, ai poeti stessi. Tutto un armamentario di accuse è impiegato ogni giorno per spiegare e giustificare la disaffezione commerciale: i poeti contemporanei sono difficili; sono elitari; questa attività è démodé e passatista. I poeti sono narcisisti; non si rendono conto di ciò che succede realmente nel mondo; non intervengono più per liberare ostaggi, per lottare contro il terrorismo; non colmano la frattura sociale; non fanno nulla per salvare il pianeta. Non parlano la lingua di tutti e così via. Ecco perché non si leggono più. Devono prendersela solo con se stessi. Non è affatto utile commentare tali accuse. Diciamo solo questo: chi si interessa alla poesia, ama e conosce Hugo, Baudelaire, Rimbaud, Apollinaire, Eluard, Aragon, Char e Michaux, per esempio, ma considera i poeti della propria epoca difficili, non li legge, non capisce perché essi/esse scrivono in un modo che sembra incomprensibile, trovandosi nella stessa situazione di colui che, afflitto da una grave malattia, costretto a letto per un mese, trova, convalescente, grande difficoltà a camminare e persino a stare in piedi. La situazione del lettore di poesia che ha smesso di leggerne è simile: meno si legge, meno si legge, e ciò che, per caso, si tenta a quel punto di leggere, sembra incomprensibile.

Il verso internazionale libero

La situazione che abbiamo appena descritto non è senza conseguenze per gli stessi poeti. E in molteplici modi, che non cercherò di dedurre gli uni dagli altri. Il primo effetto della “caduta della poesia” è stata di accelerare un’evoluzione formale, in corso da molto tempo. Il verso chiuso tradizionale è stato rimpiazzato dal verso libero standard dei surrealisti, a sua volta demolito dall’avanguardia degli anni sessanta (Denis Roche) con la conversione assai diffusa al VIL, il verso internazionale libero, importato, come molti altri prodotti, dagli Stati Uniti: il VIL è un verso; non è regolare né rimato, e più in generale ignora le caratteristiche della tradizione poetica in una data lingua; esso “va a capo” evitando le rotture sintattiche troppo forti. Si possono produrre VIL in quasi tutte le lingue. Qual è il vantaggio? Si evitano senza troppe difficoltà i terribili “diritti doganali della traduzione”, che scoraggiano gli editori, e i traduttori; e si sfugge all’imprigionamento nelle “frontiere del dialetto”, temibile all’epoca della mondializzazione. Il VIL è ancora molto presente sulla scena poetica mondiale, in ogni festival internazionale, antologia o rivista. Le sue esigenze formali sono inconsistenti. E questo fatto determina uno scivolamento sempre più sensibile verso una fase (terminale?) dell’evoluzione formale: quella in cui il verso stesso non è più considerato necessario. Aveva già la tendenza, negli anni novanta del secolo defunto, l’ho constatato spesso, a sparire, alla lettura, nella dizione di numerosi poeti, che leggevano le loro poesie come fossero prosa, prosa ornata retoricamente dalla voce, poiché bisogna far ben vedere che si tratta di poesia. In queste condizioni, perché non comporre direttamente in prosa? La poesia, lo si può riscontrare in particolare nei poeti più avanzati in Francia o negli Stati Uniti, si fa allora con piccole prose corte, ma non visibilmente narrative: l’assenza di una trama narrativa netta è dunque il segno distintivo unico dell’appartenenza al genere della poesia.

Possiamo ancora dirci poeti?

Ma perché, in queste condizioni, affermare ancora di appartenere alla categoria dei “poeti”? Le risposte sono spesso contraddittorie e ambigue. La debolezza della poesia in campo economico comporta - è questa una conseguenza naturale del tipo di società nella quale un poeta, come gli altri, vive - un disprezzo più o meno ostentato di questo mondo nei confronti di quelli che osano rivendicare tale nome. La poesia non affronta granché gli eventi poco piacevoli che succedono ovunque (non è questo, del resto, per quanto mi riguarda, il suo ruolo). Ma se per caso si azzarda a farlo, le si risponderà nel modo in cui Stalin avrebbe risposto a qualcuno che gli avesse parlato dell’opposizione del papa alla sua politica: «Il Vaticano, quante divisioni?». Per la gente, e per la “terza pagina” dei giornali, essere poeta non è, in fondo, rigorosamente alcunché. Del resto, si dirà, la poesia, cosa nobile, non è affatto ciò che fanno i poeti. Essi non la meritano. La poesia è altrove: nella canzone, nel tramonto, nel romanzo, ecc. Perché la poesia, per la gente, è concepibile solo se la si trova laddove non c’è. Ciò può essere definito, prendendo un’espressione di Yannick Liron, effetto fantasma. La poesia è morta ai fini pratici, ma la sua aura resta. Essa può (sotto una qualsiasi forma, ma la meno riconoscibile nella poesia dei poeti) servire, per esempio, alla “cultura d’impresa”. Non è sorprendente che, per molti, il fatto di confessarsi poeta dei nostri giorni abbia qualcosa di ridicolo, persino di vergognoso. Gli effetti di decomposizione formale menzionati sopra si coniugano allora con il sentimento di inadeguatezza, e un desiderio legittimo di riconoscimento sociale, spingendo numerosi poeti a non presentare i propri libri come poesia, a negare che siano poesia; ciò non impedisce agli stessi, o ai loro editori, di presentare domande di sovvenzione ai Centri nazionali di letteratura, alla commissione “poesia”.
A quel punto, inevitabilmente, eccellenti poeti, scoraggiati dall’assenza di eco (assenza di vendite, attese di uno-due anni per vedere i propri libri pubblicati altrove rispetto alle piccolissime case editrici, o a spese proprie, il silenzio assicurato della stampa, ecc.), passano ad altre attività: al romanzo, al teatro, al cinema o all’opera.

Prodotti di sostituzione

Essendo la poesia a livello mondano inutile, cioè invendibile, passata, sorpassata, attività linguistica démodé, genere letterario moribondo, molti ingegni perspicaci hanno pensato che non sarebbe male che essa scompaia. E che il suo posto fosse riservato a quel punto a un prodotto di sostituzione nuovo, liberato dal peso del passato letterario, «assolutamente moderno» insomma. È ciò per cui si era prodigata a suo tempo l’avanguardia autoproclamata, piazzando al suo posto il TESTO. Il “testo” è scomparso, all’apparenza senza lasciar tracce, ma se ne è potuta notare una recente ricomparsa, sotto forma di documento poetico. Il “documento”, in questo binomio classificatorio, è una forma nuova di “testo”, che rivendica per sé uno statuto serio, all’apparenza meno metafisico del suo predecessore, quasi scientifico. Ma, meno radicali rispetto agli antenati degli anni sessanta, i fondatori di questo nuovo genere letterario l’hanno agghindato con l’aggettivo “poetico”. Hanno tentato di giustificare l’uso di tale aggettivo che, per la gente, evoca la poesia, così come esiste in tutte le lingue d’Europa da molti secoli, attraverso un ragionamento etimologico. Jean Paulhan, in un salubre libretto, La Preuve par l’étymologie [2], ha mostrato a suo tempo il carattere balzano di questo tipo di ragionamento (di cui certi filosofi abusano); esso si fonda su un’ipotesi assolutamente poco verosimile: il senso di un termine evolve nel corso del secolo in maniera rigorosamente parallela alla sostanza linguistica che lo costituiva originariamente. Nel caso del “documento poetico”, l’aggettivo, interpretato etimologicamente, è destinato a far sì che il “documento” benefici dell’effetto fantasma che ha la parola “poesia”.

In Rete

Da ciò che precede sembrerebbe scaturire che la poesia ha i giorni contati. Tuttavia, sulla massa di quelli che non sono più, o quasi più, lettori di poesia, e che allo stesso tempo sono sempre meno lettori in generale, la poesia non ha cessato di esercitare il suo fascino. Si può parlare, trasponendo il titolo di un libro di Paul Fournel (Besoin de vélo [3], in italiano “bisogno di bicicletta”, NdT), di un “bisogno di poesia”. I progressi tecnici, consentendo pubblicazioni poco costose, e soprattutto lo sviluppo esponenziale della Rete, con la moltiplicazione dei siti e dei blog, favoriscono l’espressione di questo bisogno. La natura stessa della poesia, che si produce nei testi poetici, generalmente di dimensioni modeste, le permette di essere molto più accessibile sullo schermo rispetto, per esempio, al romanzo (chi ha mai letto Alla ricerca del tempo perduto sullo schermo di un computer?). Non giudico a priori il futuro dell’e-book, che ci promettono regolarmente da molti anni, ma che non ha ancora un’esistenza sicura. Il “mercato”, questo personaggio superpotente che regna nel mondo, gli prepara il terreno, per esempio, cominciando a svuotare le biblioteche dai loro libri (in vendita sempre più numerosi in Rete); ma bisogna constatare che si trovano molte poesie in Internet, e che la poesia, per questo, raggiunge più lettori di quanti ne raggiunga il libro, dato che si vende poco.
Contemporaneamente, le letture di poesia, gli incontri si sono moltiplicati, e il pubblico ha spesso una consistenza rispettabile. L’economia, tuttavia, ancora una volta, gioca un ruolo in questo fenomeno: diverse amministrazioni hanno scoperto che era molto meno costoso invitare uno o due poeti rispetto a un cantante, un’orchestra o un corpo di ballo. È in questo contesto che il “bisogno di poesia” ha trovato un modo di espressione originale: lo slam.

Traduzione di Valerio Cuccaroni

Copyright «Le Monde diplomatique/il manifesto»

*

Troverete la parte relativa allo Slam e il resto dell’intervento nel numero di gennaio del mensile.

Portfolio

Roubaud

6 commenti a questo articolo

L’ostinazione della poesia
2010-02-08 01:58:02|di V.S.Gaudio

Anonimo del Gaud, da:"Della Tortura dei Rei"

Non si dimentichi che, come dicono gli antropologi, “il fine della tortura politica e della tortura rituale sarebbe (…) quello di dimostrare – con una marchiatura nella carne – il valore della norma e di esprimerlo mediante una accettazione totale,volontaria o imposta” . La reità così marchiata è indelebile e “L’indelebile è chiaramente destinato a diventare simbolo perenne” . Il poeta, pertanto, essendo “un uomo marchiato, che porta,cioè, simboli nella carne, è
un uomo posseduto, classificato, definitivamente(finalmente, diciamo noi) comprensibile” .
Insomma, per l’iscrizione sul corpo, il poeta, sottoposto a indagatio veritatis per tormentum, si significherà in quanto individuo che – avendo la legge iscritta sul corpo – non è diverso in nulla da ogni altro.
Il Lafcadio, delegato alla Tortura, in questa realizzazione artistica, ha a disposizione tre gradi di concretezza:
1.come arte di produzione, ha come realizzazione un’opera che supera in durata il momento della fabbricazione(έργον, opus). Come ci ricorda Heinrich Lausberg, “l’opera che corrisponde all’arte del calzolaio è la scarpa” , l’opera che corrisponde all’arte della tortura è il corpo torturato.
2.come arte di compimento, ha come realizzazione un’azione che si compie di attimo in attimo, di operazione in operazione(πράττειν, actio): nell’arte della danza, l’azione corrispondente è la danza.
3.come arte di contemplazione, ha come realizzazione una contemplazione(osservazione) “che riconosce la realtà e ne giudica il valore, di qualcosa che esiste(…).Così, per esempio, l’arte che osserva e contempla il mondo delle stelle si chiama “astronomia”, un’arte che osserva una realizzazione artistica “scienza artistica”(se si tratta di conoscenza) oppure “critica d’arte”(se invece riguarda più precisamente problemi di valore)” : nella conoscenza dell’effetto-tortura, l’arte di contemplazione del Torturatore si dà come “scienza artistica”; se il Lafcadio Torturatore pone problemi di valore rispetto ad altre realizzazioni fa (sta facendo), invece, “critica d’arte”.

[Anonimo del Gaud, da : L’Assassinio dei Poeti come una delle Belle Arti, © 1999.]


L’ostinazione della poesia
2010-02-05 19:11:41|di V.S.Gaudio

La misura dell’avventura, il fantasma irreprimibile
La misura del linguaggio per quell’ineffabile sfuggito al silenzio mistico della donna di Chambéry al reading dei “Piaceri Singolari” di Mathews ha l’esattezza della sua singolarità, nota musicale o semplicemente unica cloche che verrà risuonata una sola volta attribuendo così un senso alla sorpresa, a quella repentinità.
Il Grand Carillon di Chambéry erige, fa ripetere più volte, l’ineffabile, dicendo che il senso deve essere svelato e la profondità resa pubblica, correlata alla simulazione.
Di fronte all’evento, l’istante H, il Mu buddista, il satori zen, l’avventura accade, come dice Barthes, più al linguaggio che al soggetto.
L’infinito del mondo, che è nella quantità, nella dispersione e nella brevità di haiku, sta nel tempo degli haiku che non ha mai un soggetto definito: quel reticolo di gemme che è il corpo collettivo degli haiku è questo reticolo di piaceri che è il corpo collettivo delle donne di Chambéry, in cui ciascuna gemma rispecchia tutte le altre senza mai che si possa afferrare un centro, un nucleo primario d’irradiazione, un archetipo, che, sì, è costituito dal vuoto speculare di quella donna che svelò le modalità o alcune modalità del suo désir o del suo quadro fantasmatico ma che, non avendo un’identità esplicita, come non lo ha il fantasma di chi scrive, pur avendolo costituito dallo specchio dei vari bonheur avuti, dei vari istanti H: sarà la totalità delle altre donne di cui questo soggetto che scrive non è mai altro che il luogo di lettura.
Lassù, al mercato, in strada, in un bar, in un negozio, in un treno, in un autobus, avviene sempre qualcosa.
Questo qualcosa è di ordine infinitesimale, sono avventure dell’anima, la cui accumulazione durante un tempo in determinati angoli stagionali provoca una sorta di ebbrezza erotica che non ha mai niente di pittoresco né di romanzesco.
Ciò che queste avventure offrono alla lettura è la fermezza della traccia, senza sbavature né margini, scrittura alla prima di corpi in cui il Bonheur in qualche modo ti ha urtato o che in qualche modo finirà con l’essere ripetuto un’altra volta e allora sarà il fantasma irreprimibile, che, senza abbandoni o rimpianti, tentativi di correzioni impossibili, si esprimerà semplicemente, e semplicemente sarà Bonheur.
Lassù io non sono un visitatore, sono un lettore.
Del piacere singolare che si sta facendo.
O si sta facendo fare.
O che si farà fare.
Ogni samedi il Grand Carillon annuncia per i due Angelus che la disseminazione del Bonheur è stata fatta.

V.S.GAUDIO, da: CHAMBONHEUR, copyright 2003.


L’ostinazione della poesia
2010-01-11 09:19:29|di flaner

<< La poesia, lo si può riscontrare in particolare nei poeti più avanzati in Francia o negli Stati Uniti, si fa allora con piccole prose corte, ma non visibilmente narrative: l’assenza di una trama narrativa netta è dunque il segno distintivo unico dell’appartenenza al genere della poesia >>.

poesia = prosa-a-b-c ?


L’ostinazione della poesia
2010-01-09 17:23:51|di Valerio

Le ragioni per cui depreca lo slam Roubaud le spiega nella seconda e ultima parte del pezzo, in effetti.
Alla fine, per altro, conclude che si potrebbe trovare "poesia" anche nello slam, mentre non si trova assolutamente nella poesia performativa, o almeno nella versione cabarettistica che egli prende unicamente in considerazione.

Va cmq ripreso il discorso con la parte restante dell’articolo sotto mano.

Per il momento mi soffermerei sui paragrafi "Di chi è la colpa?" e "Possiamo ancora dirci poeti?". Ci sono tesi di cui si è parlato spesso e su cui ormai possiamo dirci d’accordo, cercando le soluzioni per superare l’impasse.

Per concludere: ho trovato molto strano l’elogio della poesia cartacea fatto da questo poeta. A tal proposito, ciò che penso sulla civilitation de papier e della sua "poesia in scatola" l’ho già scritto qui


L’ostinazione della poesia
2010-01-07 18:30:41|di Lello Voce

PS: concordo invece su quanto riguarda l’effetto ’fantasma’. Ho litigato (si parva licet, di fronte ad OULIPO)aspramente con Frankie Hi NRG al Convegno della Fondazione De André proprio su questo aspetto della faccenda: in un mondo che cerca di espellere la poesia, molto altro diviene, quasi per magia, ’poetico’....

LV


L’ostinazione della poesia
2010-01-07 18:26:41|di Lello Voce

Ringrazio Valerio di averci dedicato quest’anteprima. Roubaud è un poeta serio e importante. Anche se, personalmente, mi riesce assai difficile condividere il nòcciolo di quanto si sostiene, se non altro perché appare evidentemente apodittica la premessa: non si vede cioè la ragione per la quale questo testa a testa con la lingua, in cui consisterebbe (in cui consiste, infine, anche per me,) la poesia non possa avvenire anche durante uno Slam, o una performance di spoken word. Ciò che è poetico non è la carta, sono le parole, il loro ritmo, la loro sonorità... Ancor più strano, dopo un ouverture del genere la ’deprecatio’ contro il VIL visto che le forme chiuse e la loro metrica sono - per l’appunto - residuo evidente della natura ’orale’ della poesia... Insomma, il grande Henry Chopin avrebbe definito quanto sopra un prodotto perfetto ( e anche un po’ snob) di quella che lui chiamava la ’civilization de papiér’...
ma, come sottolinea Cuccaroni, questo è solo un pezzo di un intervento più ampio che attualmente non ho ritrovato intero nemmeno nella versione francese.

Dunque meglio aspettare che il quadro sia completo, prima di iniziare a discuterne...

a presto

LV


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