Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

Coordinamento: Luigi Nacci & Lello Voce

Redatta da:

Luca Baldoni, Valerio Cuccaroni, Vincenzo Frungillo, Enzo Mansueto, Francesca Matteoni, Renata Morresi, Gianmaria Nerli, Fabio Orecchini, Alessandro Raveggi, Lidia Riviello, Federico Scaramuccia, Marco Simonelli, Sparajurij, Francesco Terzago, Italo Testa, Maria Valente.

pubblicato martedì 19 novembre 2013
Blare Out presenta: Andata e Ritorno Festival Invernale di Musica digitale e Poesia orale Galleria A plus A Centro Espositivo Sloveno (...)
pubblicato domenica 14 luglio 2013
Siamo a maggio. È primavera, la stagione del risveglio. Un perfetto scrittore progressista del XXI secolo lancia le sue sfide. La prima è che la (...)
pubblicato domenica 14 luglio 2013
Io Boris l’ho conosciuto di sfuggita, giusto il tempo di un caffè, ad una Lucca Comics & Games di qualche anno fa. Non che non lo conoscessi (...)
 
Home page > e-Zine > LA LINGUA RECISA

LA LINGUA RECISA

il delirio di Calibano a Imola

Articolo postato mercoledì 16 maggio 2007
da Nevio Gambula

LA LINGUA RECISA il tragico monologo di Calibano, ultimo proletario nel suo amore smodato per la libertà

Scritto e recitato da Nevio Gàmbula

26 maggio 2007 ORE 21.00 EX OSPEDALE PSICHIATRICO DELL’OSSERVANZA VIA VENTURINI 4, IMOLA

Prenotazione obbligatoria: tel. 340-5790974 - fax 0542-626976 invisibili@tiltonline.org - www.tiltonline.org

Lo spettacolo propone fusi in un unico contesto elementi che hanno matrici diversissime; da un lato, il filo conduttore della pièce è la condizione di sconfitto vissuta da Calibano, lo schiavo deforme che anima La tempesta di Shakespeare, il quale, privato della sua isola, aveva invano tentato di ribellarsi al dominio di Prospero; dall’altro, l’attore veste i panni della maschera forse più rappresentativa di quel grande carnevale tragico che si svolge in Sardegna, il mamuthone: una maschera di legno sul volto, una selva di campanacci sulla schiena, un lento schiodare di passi. Mentre la scelta di Calibano disegna la pièce come allegoria della “caduta nel fango” dei movimenti rivoluzionari che hanno variamente attraversato il Novecento, la scelta di vestire i panni del mamuthone le dà valenza di un rito, di una lunga danza ritmata che riporta alle radici del teatro, confermando quella ipotesi di lavoro che vede il teatro come convocazione di una comunità davanti ai propri dubbi e il corpo dell’attore l’unica scena possibile. Lo spettacolo è insomma una sorta di nero poema epico costruito ricorrendo ad una miscela esplosiva di invenzioni vocali e di temi narrativi, dove l’attore, con la sua scrittura del corpo, smuove ritmicamente il linguaggio, costringe le parole a farsi carne, cercando di alludere, con la propria alterità, ad un’altra dimensione umana.

Quindi si può fare teatro anche nel fango, o tra le macerie, con un enigma da esporre, così, nella frantumazione delle regole, per ritrovare, con curiosità e angoscia insieme, una conversazione possibile. E si può fare, il teatro, facendolo sbagliato, senza paura di convivere con l’errore, poiché un’emozione che si parla in pubblico corre sempre dei rischi. E lo si può fare, anche, senza reti di protezione, amicizie che contano o giornalisti al seguito, per insistere finché si vuole, isolati ma gioiosi, a dire della degradazione degli esseri umani a semplici strumenti della competizione mercantile. E nel fare questo teatro, allora, che è teatro di resistenza, si parta dal personaggio di Calibano, lo schiavo deforme che anima, con le sue trame discordi, La tempesta di Shakespeare, buono soltanto a ubriacarsi e a sputare sul mondo. E lo si faccia, Calibano, ballare, parlare, cantare a squarciagola, così come si è soliti fare a teatro, purché si sappia che ogni lingua verrà tagliata, alla fine, quando terminata la recita si tornerà alla vita di sempre, quella solita, dove il tumulto di Calibano non è neanche memoria, nulla, e dove resta, unica lingua possibile, il denaro, terrore e flagello del mondo. E si provi, nel fare questo teatro, a far muovere Calibano alternando scatti improvvisi a delicate movenze, facendogli indossare, per l’occasione, gli abiti del mamuthone, dalla maschera lignea al pesante e sonoro fardello di campanacci, come a voler indicare, con l’esattezza dell’allegoria, che Calibano ha fatto la sua rivolta, l’ha fatta, ma poi ha fatto anche la sua sconfitta, perché i mamuthones, nel tragico carnevale sardo, rappresentano gli sconfitti, quelli che sono crollati nel fango, esattamente come Calibano, alla fine della sua vicenda, crolla sotto i colpi degli emissari di Prospero. E facciamolo, allora, questo teatro, faccia-molo così, con l’attore, sul deserto della scena, a imitare, nei modi suoi propri, la crudeltà del mondo, e lo si faccia, finalmente, il teatro, molto energico, fisico all’estremo, con l’esasperazione espressionistica di movimenti e voci, affinché l’attore, con la sua scrittura del corpo, smuova ritmicamente il linguaggio, costrin-ga le parole a farsi carne, cercando, presenza pressan-te ma precaria, un’alterità senza risoluzione, dove recitare è distruggere il linguaggio così com’è. E si confermi, alla fine, nel fare questo teatro in piena crisi, che sulla scena, insieme all’attore, c’è la poesia, ossia la precisione che punisce la lingua, per quanto, com’è ovvio che sia, trattandosi, questo poema teatrale, di una sorta di nero poema epico, ogni verso si consuma nel momento stesso in cui si espone al pubblico ludibrio, poiché forse, ma solo forse, la poesia, nell’impatto col corpo che la mette in scena, si distrugge per farsi incontro, abbraccio, scambio di corpi, assemblea pubblica, cioè teatro.

Il testo dello spettacolo è compreso nel volume La discordia teatrale, (Pendragon, 2003), scaricabile qui.


Il corpo-a-corpo dell’attore con lo spettatore

di Raffaello Canteri

Domenica sera 14 aprile Nevio Gàmbula ha inaugurato la rassegna “Angelus novus - utopie teatrali in Valpolicella”, andando in scena al teatro di Pedemonte con un suo monologo, “La lingua recisa”. Gàmbula è di origine sarda, è vissuto a Torino e da qualche anno si è trasferito in Valpolicella. Si è formato alla professione dell’attore con la Marcido Marcidoris & Famosa Mimosa, una compagnia torinese d’avanguardia che ha lavorato intensamente sulla gestualità e sull’uso dello strumento vocale, fino all’estremo approdo di una recitazione tutta corporea, viscerale, espressionisticamente feroce. Di quell’esperienza in Gàmbula si vede - si sente - che è rimasta la sapienza con cui usa la voce come in una musica dodecafonica e poi l’orizzonte ideologico in cui si situa il suo fare teatro: teatro come poesia concreta dello strazio, del dolore, dell’orrore. Grotowski è senza dubbio l’ascendente più illustre della monacale autodisciplina che l’attore si impone, nulla concedendo allo spettacolo, tutto rischiando nell’assolo con lo spettatore: la scena è un cerchio di sabbia su sfondo nero, a simboleggiare l’isola su cui vive un Calibano shakespeariano assurto ad emblema di tutti gli oppressi ed in particolare di quelli della sua isola, la Sardegna, evocati dalla identificazione di Calibano con la maschera del mamuthone del carnevale barbaricino. L’attore si impegna in un corpo a corpo con lo spettatore, avendo come supporto pochissimi elementi: una maschera e il suono dei campanacci che porta sulle spalle, ora leggero come risacca, ora fragoroso come un mare in tempesta. E poi un testo - e questa è una particolarità in positivo anche rispetto alle esperienze da cui proviene - molto affascinante, carico di suggestioni e di allusioni che sembrano materializzarsi attorno a lui: la caverna abissale in cui l’ha relegato Prospero, la danza di morte dei mamuthones, gli abissi delle caverne dei minatori sardi, il fallimento delle loro lotte di liberazione, la struggente e straziante umanità dei vinti che cantano l’Internazionale, e infine l’insopprimibile desiderio di ingoiare tutto l’azzurro del cielo, cioè l’utopia del sogno felice che nonostante tutto ostinatamente rinasce dalle ceneri del male assoluto. Personalmente non sarei così drastico come Gàmbula nel liquidare altre esperienze attoriali come quelle di Marco Paolini o Marco Baliani, i cui lavori egli definisce in una sua presentazione “comodi e integrati”. Anche Paolini e Baliani vanno a mani nude incontro allo spettatore, con la differenza che i mondi da loro evocati si traducono in storie sequenziali, da cui emerge un impegno civile e, direi, riformista. Gàmbula invece è affascinato dalla dialettica negativa di stampo adorniano. Il suo teatro non ha sequenze, ma si riavvolge continuamente su se stesso. Se posso azzardare una definizione, è teatro della meditazione, espressionismo dell’essere nel nulla. Paolini e Baliani sono certamente più appaganti. Gàmbula colpisce più allo stomaco, è più inquietante. Rispettiamo le diverse esperienze ed il diverso approccio alla realtà, senza tirarci inutili pietre. Detto questo, una nota per il pubblico, che evidentemente annusa la novità: a Pedemonte quella domenica sera c’erano spettatori molto attenti e molto qualificati, alcuni venuti dalla città e da varie zone della provincia, che hanno applaudito con grande convinzione. Ottimo segnale.

1 commenti a questo articolo

LA LINGUA RECISA
2007-05-17 17:41:51|di luigi nacci

ben tornato nevio, un secolo che non ti facevi vivo su AP!


Commenta questo articolo


moderato a priori

Questo forum è moderato a priori: il tuo contributo apparirà solo dopo essere stato approvato da un amministratore del sito.

Un messaggio, un commento?
  • (Per creare dei paragrafi indipendenti, lasciare fra loro delle righe vuote.)

Chi sei? (opzionale)