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LA POESIA AD ALTA VOCE, seconda puntata

Carmelo Bene & Gianni Toti

Articolo postato giovedì 27 marzo 2008
da Nevio Gambula

Il lamento di Lorca recitato da Carmelo Bene

Un esempio di come la poesia possa essere resa ad alta voce nel felice connubio tra l’espressività del performer e la forza evocativa del testo è la realizzazione, a cura di Carmelo Bene, del poema Lamento per la morte di Ignacio Sànchez Mejìas di Garcia Lorca. Il poemetto è inciso da CB in Lp nel 1965, insieme alla Nuvola in calzoni di Majakovskij. Non esistono molte informazioni su questa performance di CB; non è neppure mai citata nella discografia che appare nei volumi dedicati alla sua opera. Eppure io credo che questa registrazione sia un passaggio fondamentale nell’elaborazione della sua modalità recitativa. Qui Bene soppianta una volta per tutte la voce impostata dell’attore tradizionale (l’obiettivo polemico è la lettura dello stesso poema fatta da Arnoldo Foà) privilegiando le micro-variazioni tonali e timbriche all’interno dei singoli versi con cui CB giunge a realizzare la sua idea di “modo”, ossia un gruppo di frasi che si ripetono fonicamente simili nella struttura. E per l’appunto senza tradire il senso del poema: è come se CB volesse far vibrare il senso di morte e di memoria trafitta per la perdita nella scansione musicale delle strofe.

La versione di CB può essere ascoltata cliccando qui

Qui invece per leggere il testo di Lorca


Un intervento di Gianni Toti sulla poesia ad alta voce

Non conosco – conoscete voi? – parola o testo o segno che non siano anche corpo e gesto e voce. Anche il silenzio prende corpo e la voce gesticola le sue metafore intonazionali aggiunte. Anche la pagina muta (muta?) rimanda allo specère, o al metatetico sképtomai o al theàomai; e tra la pagina e il quadro e lo schermo restano solo i passaggi delle “ombre” cinesi, turche, indonesiane, greche etc. sul “trasparente” del teatrino mobile ante-litteram (letteralmente). Di “non-spettacolare” non c’è nulla, neppure la cecità; anzi! Non per nulla Edipo era alto e coturnale sulla scena e portava una maschera-macrofonizzante sugli occhi perché anche il buio alto parlasse … E sempre più banale è il richiamo agli orecchi veggenti e agli occhi ascoltanti, agli ossimori e ai chiasmi, ai cleuàsmi e alle catacrési, alle sinestesìe insomma, cari sofòmori questionanti! Per questo la pseudo-coscienza con la quale si rigeneralizzano gli interessi particolari e si vice versano – a proposito dei recitals, readings, performances (tutti in inglese, chissà mai perché non diciamo: recite, letture, spettacoli) – tanto immalinconisce. Siamo entrati nell’epoca dell’elettronizzazione e della simultaneità tribal-planetaria; e come rendere più limpide le parole della tribù, come voleva Mallarmé, è il nostro problema poetanalitico. La nuova oralità o la tattile visualizzazione di tutto ciò che può ormai essere messo-in-comune nello stesso tempo reale della trasmissione (che è l’accadimento al posto del fatto) condiziona sia la speculazione della cultura industriale, sia il poetante che non sa riconoscere l’essenza del verso nelle sue “righe”, sia il poeta che ricerca nella phoné i ritmi interiori degli inarcamenti verbali, sia la poesificazione della specie ormai compiuta ma inconsaputa. Certo, la consapevolezza del fatto che abbiamo sempre letto e oralizzato e vocalizzato anche dentro i si lenzuoli della pagine, potrebbe aiutare a mettere in-scena la voce versificante (che crea la scultura sonora dell’unità minima poetica, che è il verso, non la parola). Con regia e senso poeteatronico di quella forma speciale del linguaggio che è la poesia attuantesi nei sensi privilegiati delle arti. In letteatratura, si realizza ciò che si vede ascoltando e che diventa immagine sonora, magari risillabata “fra sé” come nelle didascalie. Purtroppo le “letture recitate e spettacolarizzate” oggi, nella maggior parte dei casi, sono sub teatrali, sub letterarie, sub spettacolari: lutteratura ineluttenaria dentro le lotterature di classe, non ancora letturatura. Delitteratura, insomma, lettorturatura, impoetentia … Conclusione? Che le letturecitazioni diventino teatro-di-poesia, che le poet-formances si ritualizzino, si trasformino in (s)poetacolo, che i poeti salgano fra le quinte elettroniche e i sipari poematici, per leggere-agire, poeteatrocemente … sì!

Questo testo di Gianni Toti è parte di una risposta ad un questionario sul rapporto tra la poesia e le arti sceniche della rivista Salvo imprevisti e ivi pubblicato (n. 31/32, 1984)

Cliccando qui si possono ascoltare alcune poesie di Toti dette dallo stesso autore, tratte dalla trasmissione "A piena voce" che il sottoscritto conduceva presso Radio Blackout di Torino.


Nella prima puntata ho proposto un saggio di Franco Fortini.

6 commenti a questo articolo

LA POESIA AD ALTA VOCE, seconda puntata
2008-04-04 15:18:37|di maria

Nevio quello che mi dici ha dell’incredibile! Da manuale di patafisica: uno getta un testo, recuperato da qualche altro "cesto" della rete, tra i commenti, un altro lo raccoglie e ci registra sopra una voce, la sua voce, la voce perfetta; e un altro di nuovo lo raccoglie e ci monta sopra un video spettacolare, infine io, che evidentemente mi ero persa tutti i passaggi, essendo molto saltuaria ultimamente in rete, m’imbatto nel prodotto finale, un pugno nello stomaco, metto un link tra i commenti, recuperiamo tutta la storia a ritroso, a questo punto diamogli il giusto risalto ;-)
potrebbe essere "lo spot" (!!!) di questa giustamente discussa Fiera del Libro. questa è l’intelligenza coll(NN)ettiva, i miracoli della rete ;-)


LA POESIA AD ALTA VOCE, seconda puntata
2008-04-04 13:22:19|di Nevio Gambula

Su cosa sia l’attore o sui tanti modi di intendere l’arte dell’attore sono stati scritti migliaia di tomi. Però, credimi, Maria, il concetto di “immedesimazione” (o, se preferisci, di adesione “psicologica” al personaggio) è stato superato da un bel pezzo, diciamo dal “paradosso” di Diderot in avanti. E appunto ciò che si contestava è proprio quella che tu chiami “fuoriuscita di sé”. C’è una frase che rende esplicito questo ragionamento, ed è di nuovo di CB: “se l’attore fa il personaggio, chi fa l’attore?”. È tutto qui. Poi mi rendo conto che questo superamento è proprio del teatro d’arte, mentre quello di ”cassetta” (e la stragrande maggioranza delle scuole di teatro e il senso comune) ripropone la stantia figura dell’attore che si annulla nel personaggio. Brecht ha scritto cose mirabili contro l’immedesimazione (da qui il suo concetto di straniamento come distacco e – guarda un po’ – come esaltazione della personalità e delle idee dell’attore); lo hanno fatto altrettanto bene Artaud e Grotowski.

Una precisione va però fatta: non è che, nella lettura di Bene, Campana (o Dante o Shakespeare) sparisce. È reso secondo il suo pensiero, ma il poeta resta tutto ben presente all’ascolto (e la lectura dantis di Bene è per me la migliore che sia mai stata realizzata, e proprio per la sua capacità di stare nel verso). Mentre l’attore “scritturato” – quello che ancora si immedesima, malgrado il teatro del Novecento – è scelto (dal regista e quindi dal testo, cui deve restare fedele nell’impossibilità di esserlo, visto che, lo ripeto, ogni interpretazione è tradimento), l’attore-poeta sceglie … E non è una differenza di poco conto …

Su Shabtai, davvero, non so che dire. È stato il mio modo di partecipare alla discussione sulla Fiera del libro di Torino, in seguito a quell’orribile appello “pro fiera” di alcuni intellettuali italiani. Lessi la poesia su Nazione Indiana, postata da Inglese. Mi piacque subito e la registrai. Tempo di realizzazione del tutto, compresi i suoni, dieci minuti. Molto più complesso affrontare Mallarmé o Beckett, te lo garantisco. Piuttosto chiediti quanto pesi, nella tua percezione, l’ambito diciamo così politico, di adesione al “messaggio” di quella poesia …

ng


LA POESIA AD ALTA VOCE, seconda puntata
2008-04-04 10:32:15|di maria

Nevio, facendo due chiacchiere, così, senza pretese, perché non è né il luogo, né il modo, perché - come torno a ripetere, io sono assolutamente a digiuno di teatro, sono ferma ad un livello di comunissimo spettatore, per cui ti chiedo un po’ di pazienza e insisto su alcuni punti:

No, davvero, nessuna adulazione. Questa tua performance, e ancora di più nel video che trovo assolutamente geniale di Andrea Galli, rappresenta tutto ciò che, ancche se già racchiuso nel testo scritto, può riuscire maldestramente a un poeta. Le parole sono così forti che hanno bisogno di un vero attore, il poeta si è consumato tutto sulla pagina e non è detto che gli sia rimasta la stessa forza nella voce. Così, sempre continuando a conversare in maniera generica, senza specifici riferimenti, io penso che i poeti nel performare si trovino spesso bloccati tra un aspetto, diciamo così, inibito, un po’ represso - quello di cui l’attore si è completamente liberato - e, al contrario, un grido liberatorio che se riesce ad esplodere,ti si annebbia la vista, sudi, tremi, sei in preda alle conviulsioni...insomma, al poeta quella forza riesce, in molti casi, impossibile da dosare.
Questa poesia è appunto tutta forte, ma il finale di più, se non si tiene a bada l’espressione con gioco di concessioni e rimandi, il finale può risultarne pregiudicato.

Qui sta la tecnica. Qui sta la tue resa superba di superbi versi. Il poeta li ha scritti,la sua voce potrebbe essersi già tutta dissipata, non è facile fare uscire quella voce allo scoperto, resuscitarla in tutta la sua potenza (auto)distruttiva.

- punto secondo: io non ho capito, credevo che essere sempre presenti a se stessi fosse una mancanza imputabile al poeta (performer). Se cerco un attore è perché voglio la sua totale passività, voglio che la sua voce resti muta per ascoltare integra quella dei versi. Non deve in messun modo sovrapporsi, è per questo che le letture di Bene mi irritano più spesso che appagarmi. Ma non è l’attore l’unico cui posso rivolgermi per ottenere la piena immedesimazione, la completa fuoriuscita da sé? se quanto mi dici tu è vero, se non posso rivolgermi a lui, a chi altri?


LA POESIA AD ALTA VOCE, seconda puntata
2008-04-03 21:49:27|di Nevio Gambula

La poesia di Shabtai è molto semplice da mettere in voce: è già tutto nel testo.

Rispetto a Carmelo Bene hai colto nel segno: emerge l’attore, più che il testo. Ma è sempre così. Testo e autore sono due cose diverse, così come lo sono l’atto della scrittura e quello della dizione. Se – poniamo – Pagliarani legge un suo testo, quello che arriva a noi non è il testo “scritto” , ma, appunto, quello “detto”, poiché nell’ascolto vengono meno tutta una serie di effetti propri della scrittura, mentre ne risaltano altri legati alla “grana della voce”. Tradurre in voce un testo è sempre tradirlo, e neanche l’autore può esimersi dal tradimento di se stesso (e non è detto ch’io sia il miglior lettore di me stesso).

Sì, dunque, è CB che legge Dante, che legge Campana … Tant’è che lo stesso Bene era solito scrivere “Shakespeare secondo CB”, evidenziando fin da subito che siamo di fronte a una SUA interpretazione di quel particolare autore. Non bisognerebbe dimenticare l’idea di attore che CB aveva, comune direi a tutto il miglior teatro Novecentesco: ogni testo (e ogni personaggio) è solo un pre-testo per tracciare, sul palco e nella storia, la propria presenza non conciliata. Nella performance, insomma, l’attore è la poesia, non il testo.

Grazie, comunque, dell’apprezzamento.

(e grazie anche a Chiara)


LA POESIA AD ALTA VOCE, seconda puntata
2008-04-03 15:26:25|di maria

nevio anch’io voglio ringraziarti, come al solito, dei tuoi contributi sempre preziosi e se mi permetti, vorrei linkare qui sotto, quella che, per me, è una delle tue migliori performance poetiche reperibile in rete, io trovo la tua interpretazione in questo caso, memorabile, quanto altre mai,(a parte, ovviamente, l’interpretazione dei tuoi testi, che in quanto scritti da te, è ovvio che nessuno meglio di te)
ma questo, per alludere a quel dibattito tra noi di qualche tempo fa, questo è, insomma, uno di quei casi, davanti ai quali ammetto totale la sconfitta, la disfatta. Neanche il poeta, l’autore renderebbe "quella poesia" come la rende l’attore. Questa, che per te sembrerà un’ammissione scontata, per me, in tutta sincerità, non lo è per niente.
Anche se su questo so benissimo che non possiamo essere d’accordo, e non voglio nemmeno provare a convincerti, solo ti confesso che a me Non sempre piace l’"interpretazione teatrale", spesso mi pare stonata, troppo sopra le righe, troppo marcata...io ci vedrei, in molti casi, un’interpretazione più sottile, più morbida, una cosa che non sia una recitazione in senso stretto...non so come spiegarti, perché non me ne intendo...per esempio, sulle interpretazioni di C. Bene, anche se adesso ti verrà un istinto omicida ;-) io avrei molto da ridire. Non in questo caso, e altre ve ne sono eccelse, ma una personalità così forte, inconfondibile, non sempre per me rende al meglio in ambito poetico... non so come spiegarti, è come se non avvertissi alcuna differenza tra Dante o Campana, per esempio...perché è sempre Bene che legge Dante, Bene che legge Campana, Bene che legge Bene, in fondo. Per te sarà un’aberrazione, mi rendo conto, non cerco di convincerti, solo di farti comprendere il mio punto di ascolto.
Detto questo, e cioé che per me non è assolutamente scontata la preferenza da conferire all’attore piuttosto che al poeta, nell’ambito di una performance (poetica, appunto), questa tua interpretazione mi ha veramente lasciata senza fiato. Qui mi sbatti in faccia tutti i miei limiti. E ti ringrazio, sinceramente, di farmi attorcigliare lo stomaco ;-)

Aharon Shabtai


LA POESIA AD ALTA VOCE, seconda puntata
2008-03-27 01:28:55|di Chiara Daino

Grazie Nevio: in primis - perché sembra che Carmelo non esista/non sia mai...

E il Suo Lamento - è GRANDEZZA [di autore/attore] elevata, esposta: all’infinito.

Non conosco – conoscete voi? – parola o testo o segno che non siano anche corpo e gesto e voce. Io non conosco: riconosco: il credo. E condivido Toti, in toto.

Chapeau!
Chiara


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