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LE PAROLE TRA GLI UOMINI, n.4: Sergio CORAZZINI – Filippo DE PISIS – Libero DE LIBERO

di Luca Baldoni

Articolo postato martedì 31 agosto 2010

Numero_4: Sergio CORAZZINI – Filippo DE PISIS – Libero DE LIBERO



Gli autori di oggi ci offrono un panorama piuttosto variegato. Partiamo da Corazzini e De Libero, poeti a cui non avrei d’acchito pensato per questo lavoro se entrambi non fossero stati inclusi nella breve ma pionieristica antologia Una disperata vitalità. Poesie per l’altro amore, curata da Mario Sigfrido Metalli per le Edizioni del Giano (Roma) nel 1989. Ho riletto le opere intere di entrambi gli autori e posso confermare che i testi a suo tempo antologizzati da Metalli, e qui riproposti, sono gli unici nel corpus di questi due autori riconducibili a una sfera omoerotica. Per ciò che riguarda Corazzini (il cui canzoniere è dominato da poesie di amore eterosessuale) non sono in possesso di informazioni che possano gettare maggiore luce sui due testi in questione. Le passioni omoerotiche di De Libero erano invece note agli amici più stretti, anche se non divennero mai pubbliche. Le due poesie qui presentate sono gli unici momenti in cui queste vicende affiorano sul testo poetico.
Diverso il discorso per De Pisis, che non fece mai mistero della sua omosessualità e anzi la esibiva in modo stravagante. Molto amato da Comisso e Naldini, De Pisis include nelle sue Poesie un piccolo gruppo di testi esplicitamente omosessuali; gli ultimi in particolare si segnalano per un riutilizzo in chiave omoerotica dell’immaginario biblico-cristiano, un filone assai proficuo nella nostra poesia a tematica gay (basti pensare in seguito a Pasolini, Testori e Bellezza).

L. B.


Sergio CORAZZINI (1887-1907)





da Piccolo libro inutile (1906)



A GINO CALZA



Vita tua è vita mia.
Tu lo sai: melanconia
mi tien fermo in sua balia;
non ti posso consolare.

Tu m’hai detto: - Ov’io mi reco
voglio che tu venga meco.
Oh fratello, io son cieco,
non ti posso seguitare.

Vieni; è tanto lo sconforto
che nel cuor misero porto!
Oh fratello, io sono morto
per il troppo dolorare!

Nel mio nido ho un usignolo,
del suo canto mi consolo
quando sono tutto solo
e ho desio di lacrimare.

Oh, fratello, tu sei buono!
Il mio cuore, ecco, ti dono:
è più dolce di un perdono,
è più bianco di un altare -.

Foglie morte, foglie morte,
su la soglia delle porte
dove il cuore batte forte
e non fa che domandare.

Or la luna se ne è andata
con la sua corte beata
tutta bianca e desolata
a dormirsene nel mare.

È così leggero il mio
cuore, par fatto d’oblio!
Non ti pesi nell’avvio,
non ti voglia faticare.

Le tue mani sono monde
e le sue ferite fonde:
le tue mani sieno sponde
al suo lento sanguinare.

Oh, il mio cuore è un usignolo,
che non canta quando è solo;
disiava un dolce brolo:
or nel tuo si sta a cantare.





da Poesie sparse (postume)



IL DUBBIO



Ieri lo vidi: è bello, è bello ancora
come tanti anni or sono! m’ha guardato,
e ha sorriso di sprezzo, io l’ho chiamato…
Forse non mi sentì… forse dell’ora

tremenda ei già se n’è dimenticato
e mi schiva, mi odia, o egli ignora
che v’è un’anima al mondo che l’adora
e che lo sogna come un dì lo ha amato!

Ma no, ma no non esser tanto umile
anima mia che mendichi un amico,
che atroce sprezzo ti gettò sul viso!

Va’, sorridi anche tu, anima vile
di sprezzo verso lui! Sorrido e dico:
almeno come il suo riso è il mio sorriso!





Filippo DE PISIS (1896-1956)





da Poesie (1942)



RUGHE IN VOLTO GIOVANILE



Rughe in volto giovanile,
lievi incrinature in sasso nuovo,
nella luce dell’aprile.
Oh la freschezza della tua bocca
di giovane atleta
e il riso dei tuoi occhi mattutini!
Nebbia, sole, pioggia, vento, neve
nel campo sportivo
e il tuo corpo quasi di fanciullo
marmo antico.
Rughe in volto giovanile
nube gentile
nel sereno fondo.



COMMIATO



Venisti!
Ti tenni sulla porta
ma il mio cuore tremava,
dissi delle cose banali.
La bella luce del sole invernale
rideva nei tuoi occhi,
impreziosiva il tuo volto
di giovane dio.
Era di già nell’aria la promessa
della primavera,
ma io ero triste e stonato.
Ti tenni sulla porta e richiusi.
Amaro era il profumo della stanza
in penombra,
e tornai sui miei passi
ma tu eri già lontano.



GLI ANGELI


L’angelo sostiene Gesù morto

Fra le tue gambe d’oro
armonia di curve,
pesante ricade il corpo immenso
del Gesù morto.
Le tue ali
hanno un brivido di farfalla nel sole,
la bella testa, in ombra,
tutta è bagnata di lagrime ardenti
le mani appena toccano
le grandi spalle sante.
Angelo, mio bell’angelo,
ma io ti conosco!...
Come dall’inferno dei sensi
risorto, venuto qui, purificato?
E il mio sangue ahimè riconosco!
Che fatica per estirpare dal cuore
ogni germe malsano!
Sospiro, mi inginocchio
i piedi bacio di Gesù
e le mie, vedi,
a le tue lagrime confondo.
Ma il tuo bel corpo,
velato, a pena, mi perseguita.
Io non ho ali, e la terra è dura.
“Chi ha bevuto, berrà.”
Son così dolci i lacci della carne
anche se legano, se stracciano,
Gesù, Gesù abbi pietà di me.
E tu, bell’angelo, aiutami a volare.



ABELE



Nella tua carne ogni cura annego,
fratello dolce, vinto.
Io sono Caino pacificato.
Dal profondo ti domino
t’adoro e ti assorbo.
Lente tu schiudi le pure ginocchia,
alla mia bocca anelante.
Beato ti succhio riverso
come annegato alla deriva
e se in me si ridesta Caino
con soave armonia
tu lo plachi
fratello antico
perduto, trovato.





Libero DE LIBERO (1906-1981)





da Banchetto (1949)



O CARO SPETTRO



E nel verso dei prati ronza il tuo sguardo,
si scoglie il volto dalla coltre d’acqua,
l’iride sfuma nel pulviscolo.
O caro spettro, è un palazzo ormai
la nebbia che noi chiude,
senti il cielo gelarsi alle pareti,
i pipistrelli che picchiano
sui vetri, angosciose farfalle.

Tu sei l’eco violenta d’un luogo,
una piazza remota, forse una grotta
dove fummo prigioni dementi
l’uno dell’altro: ascolta
la stridula voce della pica
che al mio rimpianto fa giorno.
Allora la luce d’un ramo
ai nostri risvegli era un paese,
ora è un viscido fiume che beve
i lugubri merletti della pioggia.

Vedo il tuo corpo levarsi come luna
del colle e dorarsi tra gli ulivi,
c’è sentore di miele, l’urlo dei cani
l’arrossa mentre sull’erba trascorre
lenta bruciando i bengala d’una scia.
Laggiù è la valle dei nostri pensieri,
orme sbandate da un fresco delirio
di limoni, è l’alba falsa dei sogni
il bosco vecchio dei tuoi occhi.

Siamo torri cadute tra i flagelli
autunnali delle vigne
e il nostro sangue continua a patire.
Noi siamo soli, ciascuno per sé
è l’albero che crepita, talora
uno sciame d’oro ci sfiora
forte dolendo come un desiderio.
Guarda la supersite foglia che trema
come una cosa da non dire,
gialla domani senz’essere colta,
e resta il nome che noi divide,
le nera favola che ci consuma.

Assenti io e tu, viaggiatori
che senza chiamarsi si rincorrono:
arriva l’uno e il treno dell’altro
svapora nel fumo dell’urlo,
l’uno attende sul molo il battello
dell’altro che a riva già saluta,
chi entra non sa dell’altro che scende,
chi domanda non sente l’altro che dice.
Ospite l’uno e l’altro messaggero
c’incontriamo nella sorte di noi stessi.





da Di brace in brace (1971)



PER UN TRIONFO DI VERTEBRE



Ho mangiato le mie spine e carbone
del castigo, le schiume ho bevuto
del tuo furore e gli urli della sete.
E tu ancora chiedi soccorsi alla fame,
ceneri da bruciare, lamento e fiore
contro il tuo grembo, un supplizio più reo
del nostro peccato d’essere vivi:
sono infette le nostre delizie,
gemelli siamo del verme tagliato.
Con verde fumo e chiarori di neve
sembra il tuo sguardo illibato paese,
è un deserto muffito di sale
dove singhiozza la nostra demenza.

Dal grappolo che m’offri gonfio d’uva
apriremo il sole che la paura esalta
e con la tua fa pelle e funebre criniera:
questo è l’arido harem che ci tocca,
è questa la notte più lunga del fiume
che avvinti trascina il bene e il male,
noi complici di nascite incompiute,
sboccia in lagrima il nostro seme e muore.

Siamo relitti d’una grande marcia
nella gioventù, fossili noi siamo
a forma di cuore in astucci di ortica,
orafo non v’è per farne gioielli:
e quale amore dovrebbe pietre
di sangue cercare come amuleti?
Noi eroi a noi funesti d’una lotta
senza fierezza né luce per un trionfo
di vertebre sonanti come tube
del diesirae, infine scheletri potati
d’ogni vergogna saremo immagini
dell’innocenza tornata al suo destino.

****


LE PAROLE TRA GLI UOMINI - L’omosessualità e la poesia italiana moderna e contemporanea
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3 commenti a questo articolo

forza e coraggio
2010-09-12 14:31:43|di Pietro Roversi

Che liriche tormentate, tormentose, sofferte.
Meno male che per molti i tempi sono cambiati.
E forza e coraggio, che con iniziative come
questa si spera i tempi cambieranno anche per i molti,
troppi altri omosessuali (in Italia, e altrove)
per i quali ancora
questi tormenti e queste sofferenze innecessarie
sono inflitti e vanno ad aggiungersi alla sofferenza
d’amore che quella si’ purtroppo e’ talvolta parte
dell’ordine naturale delle cose per tutti,
omo- ed eterosessuali.

Come dice l’esordio del libro d’esordio di Also Busi:
"Cosa resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? ..."

Al prossimo numero!

Pietro


Abele - De Libero
2010-09-03 22:27:49|di Luca BALDONI

Grazie Carlo, mi fa piacere che trovi il progetto interessante. Anche io sono un fan di "Abele", poesia relativamente famosa di De Pisis per chi si occupa dell’argomento. Mentre, come accennato nel cappello introduttivo, De Libero è stato anche per me una scoperta sulla scia dell’antologia di Metalli. Peccato, dato il livello dei testi, che l’autore non abbia avuto la forza o il coraggio di scriverne altri in cui affiorino le sue passioni omoerotiche.


LE PAROLE TRA GLI UOMINI, n.4: Sergio CORAZZINI – Filippo DE PISIS – Libero DE LIBERO
2010-09-03 10:48:06|di carlo cuppini

Grazie a Luca per l’interessantissima rubrica. E grazie per avermi fatto scoprire questa volta le poesie "Abele" e "Per un trionfo di vertebre", che non conoscevo e ho trovato fuori dagli schemi e bellissime.


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