Absolute Poetry 2.0
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La "Maria" di Aldo Nove secondo me

(che non credo nella poesia)

Articolo postato lunedì 29 gennaio 2007
da Nevio Gambula

Non amo commentare un poema altrui. Se qui, con queste note, lo faccio, è perché il poema Maria di Aldo Nove, pubblicato parzialmente sul numero 212 di Poesia (Gennaio 2007), è destinato ad avere una risonanza che va ben oltre quello che esso effettivamente è. Cominciano a vedersi le prime avvisaglie. Ciò che mi ha mosso a farlo – e a farlo da un punto di vista totalmente soggettivo – è il fatto che trovo esagerata la sua esaltazione; al contrario, lo trovo un poema di basso profilo qualitativo. Non solo. Per me che sono cresciuto con una cultura atea e anticlericale, quel poema contiene tutte le peggiori ossessioni della religione. Invidio – lo ammetto – la sicurezza con cui l’autore esibisce questa «preghiera-invocazione». Io non sarei capace di dire le mie bestemmie con la stessa mancanza di dubbio. Invidio, ma allo stesso tempo mi insospettisce. Una sicurezza molto teatrale. Lungi da me, in ogni caso, giudicare la persona. La mia parzialità di giudizio riguarda le parti del poema pubblicate e il modo in cui è stato presentato (Cfr. Andrea Cortellessa, Lo scandalo dell’amore infinito, Daniele Piccini, Maria, o della necessità della poesia, in Poesia n. cit.).

***

Lo «stupore» e lo «scandalo» …
Quanto possono – le parole – essere lontane da ciò che designano? …
Ci si stupisce quando la chiarezza di un dettato cede il passo all’enigma, all’enigma che attrae senza minaccia. Le interrogazioni che pone inebriano. E disorientano, invitandoti a percorrere altre strade. L’incertezza prodotta dallo stupore non dà angoscia. Mi sono stupito, recentemente, alla lettura delle Opere di Giovanni Testori. La fede problematica, le ferite esibite con sincerità, quei lembi di carne che interrogano la divinità senza compiacimento, la crudezza del linguaggio: una bellezza così diversa da quella cui ero abituato, questo mi ha stupito. Certo, Testori resta aggrovigliato ad una concezione della vita fatta di penitenze, di peccati da espiare; troppo vincolato ad una idea di desiderio da reprimere, magari ansimando e sputando sangue per la consapevolezza della repressione, ma accettandola senza colpo ferire, mostrandosi dunque come persona sostanzialmente non libera. La scrittura di Testori trabocca di santità, e si fregia di una idea di amore che non è la mia, che non può essere mia. Ma c’è qualcosa che mi attrae; qualcosa di quella scrittura mi attira. Forse perché a tratti, proprio per come è disposta sulla pagina, sembra prendere le distanze dallo stesso autore, nel senso che riesce a non esaurirsi nelle sue concezioni, nella sua ideologia logora. Forse perché il suo esito è imprevedibile. Lo stupore, in questo caso, è un abbraccio sorprendente. E «fa semenza». …
Nessuno stupore leggendo Maria di Aldo Nove. Disgusto, forse. O almeno contrarietà per quella che mi sembra una regressione all’infanzia: dell’umanità e della poesia. Nessuna «adesione», dunque. Nessuna «emozione». …
E lo scandalo? …
Ci si scandalizza quando la nostra sensibilità viene turbata da un evento, quando un dettato spregiudicato ci spiazza. Lo scandalo sabota una normalità. Lo scandalo è offesa, in particolare offesa della concezione cattolica della vita (scandalo e peccato – e colpa – sono concetti paralleli). …
L’ultimo “cannibale” ha ormai passato la soglia, pronto a prostrarsi davanti all’altare, come ogni altro discepolo. Dov’è lo scandalo? …
Scandalizzarsi per l’ennesima conversione? O per l’ennesima confisca della razionalità che non ritiene Dio una ipotesi plausibile? Niente di più prevedibile, in questi che sono tempi di totale disarmo critico. Niente di più scontato. Chi si scandalizza dell’adesione di Aldo Nove al pensiero del sacro non è capace di confrontarsi con questi tempi, con questi tempi – questi nostri tempi di decadenza generalizzata – dove torna il “vizio” di sottomettere la ragione all’assolutismo religioso; e dove i modi della poesia tornano a privilegiare la parola incantata: senza tragedia, ignorando l’innovazione, si avanza a fari spenti inseguendo il fantasma di una poesia «delle origini», purificata dal male del finito, un luogo dove «Dio è presente»; torna la poesia come emanazione «dello spirito umano che è lo spirito di Dio». …
Nessuno scandalo, davvero. Contrarietà, appunto. Radicale contrarietà. …
Umana e razionale contrarietà. E politica – e poetica – perplessità. …
Può dare scandalo il «turbamento» e la «disperazione» che si rifugiano nel bagliore della Madonna? Scandalo? Fastidio, piuttosto. Non è infatti un atteggiamento consolante? E proprio perché consolante, quanto colpevole? Se il turbamento è per il reale barbarico – se è per – elevare un canto a Maria non è cercare un rifugio? Se la disperazione – il perpetuo terrore – è consapevolezza del degrado dell’avventura umana presente, che senso ha sprecare energie per composizioni che esplodono in obnubilazione? È marcio, il reale, lo sappiamo bene. Ma non sapevamo altrettanto bene, almeno sino a ieri, che la risposta non è in una gloria ultra-terrena né in quella «novella speranza»? Non avevamo già rifiutato – con la ragione, con la scienza, con la lotta, con l’utopia – il culto dell’eterno? Non avevamo già ucciso ogni idea di trascendente? E spento ogni fede diversa dal dubbio? Rifuggito ogni venerazione? Che bisogno c’è di questa nuova euforia mariana? …
Quello che ha forgiato Maria è un turbamento – e una disperazione – che non solleva ciò che lo rende tale, ma che lo conserva. Che lo conserva. …
Nello smarrimento – nell’inquietudine, nella paura del finito, nel disarmo del pensiero critico, nella resa d’ogni “speranza” laica – la poesia torna a coagularsi attorno a una visione del mondo che riduce l’essere umano a protesi del divino. E torna a farlo senza neanche avere la forza di bruciare di alterità. Ecco, torna l’ossequio deferente verso una verità che è impotenza della verità, verità che si respinge da se stessa, che si relega nella fede poliziesca. …
In molti lo applaudiranno, è certo. Chi lo applaudirà? …
Non capisco l’applauso di Andrea Cortellessa, che pure reputo uno dei critici più interessanti. A cui pongo una prima domanda: se anziché Maria il personaggio del poema fosse Lenin o, declinandolo al femminile, Rosa Luxemburg, e se per esaltarne la figura si ricorresse allo stesso tipo di metafore usate da Nove, diciamo alla stessa affermazione oltranzistica d’un sentimento oleografico, non avresti gridato alla pedagogia, al sermone rosso, alla morale d’accatto, alla didascalia pedante? Mi ha colpito, nello scritto di Cortellessa, l’assenza di giudizi di valore sulle esposizioni – teologiche, e di riflesso ideologiche e filosofiche – che il poema contiene. Posso, approssimandomi criticamente ad una poesia, evitare di prendere posizione rispetto all’universo di pensiero che richiama? …
Cortellessa parla di «concetti teologicamente ardui». Chiedo: sono anche neutri? …
Quale pensiero-mondo grava – come incubo, grava come trama tenebrosa – su quei concetti? Quanti sperperi contengono? Quante oppressioni? Quanti roghi? …
Qual è il valore – etico, politico, fisolofico – dei concetti racchiusi nella Maria di Nove? …
Compio una forzatura se metto in relazione questo poema con quella sorta di nuova crociata per la riaffermazione dell’egemonia cattolica condotta da Papa Benedetto XVI? Quanta contiguità c’è tra i «concetti» di Nove e la teologia retriva del Papa? Non fanno parte di un unico humus culturale? …
Certo, mi si dirà, la poesia non si risolve nel solo aspetto semantico: ciò che conta è il rito della poesia come poesia. Ma in Maria tutto l’artificio retorico – da composizione di aspirante prete al seminario, o da insegnante di catechismo – è teso a tracciare l’inno (evidente, evidente inno adeguato) all’iconografia ufficiale del Vaticano: la Madre che consola, la Madre che sostiene, la Madre Celeste Patetica, la Madre-chioccia, la Madre-terapia, la Madre-mammona. Una Super Woman Immacolata, il cui «sorriso» – addirittura! – «proibisce la morte» del vivente. …
Il poeta-sacerdote riesce a organizzare, per accumularsi di rime da prontuario («bella» / «stella»), una devota esagerazione, una scena mirabile della venerazione, quasi un singhiozzo auratico, del tutto incredibile per un essere umano che tenga in conto l’intelligenza. Ma incredibile anche per un credente fieramente dubbioso delle storielle per il popolino costruite ad arte dalla nomenclatura vaticana. E sì, perché «il nucleo più intimo e popolare della cristianità» di cui parla Cortellessa riferendosi al tema del poema di Nove è questo inganno ordito dalle gerarchie ecclesiastiche nei secoli dei secoli (triplo salto mortale di amen!) a scapito dei popoli. E infatti sono forti le assonanze tra quanto scrive Nove e le pagine che Giovanni Paolo II ha dedicato al culto di Maria. «La vittoria, quando verrà, verrà per mezzo di Maria», scrive Vojtyla … Aldo Nove scrive qualcosa di diverso? Totus tuus Maria ego sum … …
Diciamocelo chiaramente: s’ode, in questa Maria di Aldo Nove (s’ode, chiaramente e fiero) il segno oscuro del Dogma. E in particolare del Dogma della divina maternità di Maria («luce che s’irradia nell’incanto / del ventre tuo»). Senza stare a scomodare l’impossibilità del concepimento senza rapporto sessuale, non basterebbe ricordare quanto di negativo ha portato, in termini di morale sessuale repressiva, quella che Reich chiama «la negazione dell’abbraccio genitale»? …
È azzardato affermare che il poema di Nove è confermativo? …
Sì: il poeta conferma. …
Conferma la grande favola-trappola della Maternità Divina di Maria. …
La sacra menzogna della verginità di Maria. …
Il poema conferma. …
Non libera, conferma. …
Non si oppone al pensiero osceno (umanamente o-sceno, fuori dal possibile dell’umano), ma appunto con-firma: rende stabile ciò che già è. Economia profittevole dell’inganno reso eterno. Ecco: la devozione – nuova, appena cominciata, lieta e difficile come ogni inizio – si mostra come vana credulità. …
Una rappresentazione catartica, questa Maria. …
Versi divini, come una siringa per il tossico. …
Versi senza enigma. E dunque, proprio perché immediatamente traducibili in significato chiaro, versi senza quella ambiguità che da sempre caratterizza la migliore poesia. Versi senza fascino, senza sorpresa, senza fremito crudele, senza l’abisso delle carni lacerate. Versi senza “mistero”, insomma, ma colmi del Mistero della fede, che è entusiasticamente cantato come litania. Può una poesia riprodurre la banalità – che non è semplicità, ma fatale e chiara banalità – della preghiera? Può ripeterne i suoi piani sintattici e fonetici? Può, se vuole farsi come preghiera. …
Se vuole farsi accettare come preghiera della concordia e conciliatrice. …
Se vuole immolarsi al credo appena acquisito. …
Se vuole iniziarsi. …
I versi di questo poema ci dicono che solo l’amore infinito di Maria può consolare l’infermità umana. Nove lo scrive in maniera inequivocabile: «dell’amore che rimane / a consolare le vicende umane». E ci dicono che soltanto in Maria, in quanto colei che darà i natali a Cristo, è la salvezza («che la morte / in te è sconfitta»). E confermano anche – in barba a ogni scienza! – la credenza che vuole l’universo creato dalla Parola: «Regina tu della parola / che l’ha creato» … …
Maria, dunque, è la manifestazione di ciò che genera tutto, dell’ente sovrasensibile, e perciò inconoscibile, chiamato Dio. È in lei che lo Spirito si manifesta per primo e tramite lei si farà carne. La sua essenza è la nostra salvezza. Senza di lei, senza il suo concepimento privo di sperma, la salvezza non sarebbe neppure cominciata («Senza di te, non era vero / l’inizio»). Lei è «il senso» dell’universo, appunto; più propriamente il principio dell’unico senso possibile. La sua in-finitezza è la sua stessa perfezione e la nostra letizia. …
D’altra parte, se il poeta scrive «dorme, dentro di te, tutta la storia» … se scrive «Tu diventi / il nome nuovo che agita tra i venti / la verità che brucia i documenti / che celebrano il corso degli eventi» … se scrive che il male (raffigurato guarda un po’ – che ardita invenzione! – dal solito biblico «serpente») «ad ogni tuo respiro è cancellato» … ecco, se scrive queste e altre storielle rimate, io incredulo ne deduco che l’amore di Maria è l’unico antidoto al «potere» e alla «infinita guerra». È inutile dannarsi nella prassi oppositiva dentro la storia; affidiamoci alle sue benevole mani, tutto si chiarirà. È inutile ogni idea abominevole di rivoluzione, o anche solo di trasformazione di questa nostra società disumana basata sul denaro: sarà Maria, con il suo parto, a scacciare il serpente («in te noi tutti un’unica vivente / ascesa verso il cielo nei battelli / celesti delle tue preghiere»). È nella preghiera estasiata alla «madre di dio» che solo possono farsi i «destini» dell’umanità. …
Dunque il senso del poema è anche questa affermazione politica – eminemente politica – della teologia dominante, ossia di quella teologia “spiritualistica” che mette in primo piano «la liberazione dal peccato» e che decreta come «opera vana» occuparsi della vita al di fuori dell’obbedienza ai dogmi; quella stessa teologia che non ha esitato a condannare «gli alcuni» (i teologi della liberazione) che concepiscono l’impegno del credente come «liberazione dalle schiavitù di ordine terrestre e temporale» (Giovanni Paolo II, discorso in Argentina durante la dittatura dei generali, riportato dal Corriere della Sera del 3 aprile 1987). In fondo, se è in Maria che «la nuova sorte / del mondo si manifesta forte», se in lei «non è più dato inverno / né decadenza o forza né governo / che non sia amore», che senso ha perseguire quel camminare insieme (insieme, al di là di ogni divisione tra credenti e non credenti) affinché siano «rovesciati i potenti dai troni, innalzati gli umili, ricolmati di beni gli affamati e rimandati a mani vuote i ricchi» (Luca 1, 52-53)? L’immaginetta convenzionale della madre di Gesù tracciata da Nove fa emergere chiaramente un pensiero che offusca ogni ricerca terrena del regno della libertà, un pensiero simpateticamente coincidente con la teologia ufficiale vaticana. …
E allora la nuova alba – questo «profilo originario della forma poetica» (sic!) – ci confina nella decadenza. …
E nella decadenza resta la solitudine dell’uomo, la sua dissoluzione. E l’epoca dei porci, anch’essa resta. E gli apostoli del capitale restano, rinvigoriti da quel confermare l’alienazione. Ecco: resta la preistoria dell’umanità, ancora costretta a feticizzare se stessa nella religione. …
La religione così concepita è un ostacolo. Di fronte al “mistero” della vita – di fronte all’impossibilità di conoscere il finito – ci si affida alle credenze, cercando consolazione nella fede (tutto il Canto I della Maria di Nove è dimostrazione di questo atteggiamento). Si cercano risposte in un luogo da cui non possono arrivare risposte. Si inventano illusioni (Freud). Ecco: la religione è un’invenzione illusoria, un’invenzione che tutto schiaccia, stravolge, annienta, che disarticola l’umano con la potenza del Totem-Nulla (è l’oggetto sostitutivo che tiene incatenato l’esistere). Finché il mondo non fuggirà da questa «immondizia dello spirito» (Denis Diderot), non ci sarà “salvezza”. …
Restare ciò che si è: questo è il segreto della religione così intesa. …
Un orrendo strumento di conservazione. …
Servi, dobbiamo restare servi miserabili. Almeno sino alla putrefazione. E finalmente, dopo aver consumato il rito dell’omologazione alla Parola (alla sua ideologia), le luci si spegneranno. Nasconderanno le tracce dell’incantamento che segnala il sublimarsi della tragedia terrena, il degradarsi dell’esperienza a farsa mistica, il diffondersi furioso simile a lava dell’inganno, dell’insensato canto mariano. E altri ancora, profeti dell’incanto, proveranno a nascondere la storicità della conversione, la sua prevedibilità. Parleranno di poesia. …
Di una poesia che torna indietro, però. Che conclude con un gesto perentorio ogni ricerca. Che annichilisce ogni possibilità di fare cortocircuitare linguaggi e sensi comuni. Che nella frenesia del recupero di una forma anteriore chiude ogni dinamica “altra”. Che torna – che novità! – all’unità ammaliante di significato e significante braccando e divorando in un sol boccone lo sguardo distaccato e ironico e critico dello straniamento, cioè di una delle essenza dell’arte novecentesca. Che insomma ricicla ciò-che-era bloccando ogni ciò-che-sarà. Uno spettacolo insulso. …
Un poema ideologico, Maria. …
Veicola una visione del mondo «assurda» e allo stesso tempo soffoca ogni verità scettica, eretica, gnostica, atea. E veicola un’idea di poesia come «bellezza sacra», dove la denuncia del presente si compie recuperando esteticamente il feticcio dell’aura. Un poema che torna indietro, davvero. …
Un poema che è un miscuglio di preghiere puerili e di attitudine all’acquiescenza. Un poema che idealizza la sofferenza umana nella piacevolezza delle rime colme di sentimentalismo appagante. Che rompe con i malefici della storia proprio per come li richiama. Finché la poesia appaga l’anima, non bastano quattro versi à-là-Rodari per esorcizzare il marcio del reale («e cambia le parole della terra, / e chiama pace l’infinita guerra // che il suo cammino riempie di bandiere / di ogni colore eppure tutte nere»). Non bastano perché, idealizzandolo a simulacro da rifiutare abbracciando l’amore della «madre di tutto il creato», lo allontanano. Quando è il tono alto e luminoso a fare la poesia, quando la poesia è affidata al canto consolante di nuovo discepolo mariano, niente spinge a uscire dalla adorazione estasiata. La sfida irriducibile contro ciò che ci rende servi delle cose è spenta in una invocazione sterile. Parole mielose che perseverano nella perversione delle credenze infantili. Umanità bambina. Preistoria dell’umanità. …
Poesia priva di verità (di verità verificabile, non di quella teologica). Poesia dunque di tenebra, malgrado la luce esibita. …
Poesia dell’abbaglio. Dilettevole abbaglio mistico. …
Poesia dell’inerzia umana. …
Della salvazione. …
Poesia-terapia. …
La solita stupida fiducia nelle possibilità della parola – della Parola! – di salvare il mondo. …
Nessuno scandalo, davvero. Nessuno stupore. Solo radicale contrarietà. …
Umana e razionale contrarietà. E politica – e poetica – perplessità. …
Me ne resto lontano da questo equivoco. …
Fuori dal paradiso.

60 commenti a questo articolo

La "Maria" di Aldo Nove secondo me
2007-02-01 10:45:50|di Christian

Come sapete continuo a non aver letto tutto il poemetto, però un poeta polacco un giorno ha scritto questi versi:

Grazie al solo pensiero il mondo non si avvia nel paese dei puri significati,

né vi si avviano gli animali, gli uomini o i fiori nei vasi

o i fiori di campo dell’umana solitudine

né le gocce di sangue sulla fronte dell’uomo martoriato -

il paese dei significati incontra ad ogni angolo retto

l’amore imperscrutabile

e diviene il gradino che ad esso conduce,

il suo ingresso.

Ora,tralasciando per un attimo questi pochi versi di Wojtyla, trovo, come prima impressione, in 9 una rappresentazione "particolare" di Maria: mi sembrano delle soggettive di pensiero sulla figura di Maria. Ricordando pure Sant’Agostino, che diceva nel Maestro interiore qualcosa del tipo, "non cercare dio negli angeli, cerca dio come lo cercano gli angeli", ricodificando qui ora, mi pare che il paese dei significati non sia stato trovato, forse perché prevale proprio la rappresentazione. Ricordo che ci sono stati poeti, nel secolo appena trapassato, come Jouve e Turoldo, che o si sono dedicati a temi religiosi hanno dubitato fortemente delle rappresentazioni per poter giungere nel paese dei significati, come ad esempio Jouve in Paradiso Perduto (einaudi, trad. Nelo Risi): Non uno specchio che guardi in sé o in Dio/Non volontà senziente, il mondo s’ignora/L’universo in grembo all’eterno non è ancora.

Nacci scrive che questi versi potrebbero essere importanti per concepire la vita e il modo, in contrasto con la società ufficiale (lo fa parlando della filologia dell’autore). Ho un po’ di dubbi su questa affermazione, poiché dal poco che ho letto questo modo di rappresentare non è in contrasto con alcunché. In questi giorni approfondirò la lettura, ma se devo seguire qualcuno, seguo Maria (Valente).


La "Maria" di Aldo Nove secondo me
2007-02-01 10:27:48|di maria

scusa Christian, ci siamo accavallati.


La "Maria" di Aldo Nove secondo me
2007-02-01 10:24:26|di maria

Vorrei solo aggiungere una nota (mi si perdoni la pedanteria) al bel discorso di Voce, l’esaltazione di Maria, non è stata sempre una faccenda così eterodossa e scandalosa, ma fu abilmente sfruttata dalla Chiesa per i propri e più deleteri scopi : uno dei più ferventi cultori di Maria, Bernardo di Chiaravalle, rifondatore dell’ordine cistercense che da lui prese il nome di bernardino, fondatore del Monastero di Chiaravalle, richiamato esplicitamente nel paradiso dantesco prima della garnde preghiera a Maria, fu uno dei più appassionati aderenti al movimento crociato, uno dei più cinici e feroci sanguinari che non esitò ad introdurre un’importante variante nell’unanime dottrina della Chiesa di divieto di spargimento di sangue per un uomo consacrato a Dio, giungendo al punto di glorificare l’uccisione dei miscredenti da parte dei soldati di Cristo, tutto per il progetto di uno stato vassallo in Palestina alle dipendenze del Papa!

infine un messaggio per il caro effeffe:
anch’io conosco un solo santopazzo jullare Francesco ;-)))


La "Maria" di Aldo Nove secondo me
2007-02-01 10:00:59|di Christian

dal sito di Mario De Santis

POESIA
Di ritorno dalla Puglia, prima di parlare di quella terra orientale e piena di sacro, vorrei raccomandarvi una lettura per stare in tema.

Non trovo altro titolo per il post che il semplice sostantivo: poesia. Perchè di poesia si tratta. Vera, come non se ne leggeva da tempo. L’ha scritta Aldo Nove. Un libro di poesie,un poema, che uscirà nei prossimi mesi da Einaudi. Ne parla - e ne da un’ampia anticipazione - il mensile "Poesia" di Crocetti Editore in edicola col nuovo numero di Gennaio. (rinnovato e tutto a colori, molto bello, ricco come sempre di contenuti). Vale la pena comprarlo, sempre, ma soprattutto questa volta, se vi interessa la poesia e non solo - in copertina, lo vedete qui a sinistra, c’è proprio Aldo Nove. Questo nuovo libro di Nove è molto bello. Semplicemente. Qualcuno si sorprenderà, se già conosce i suoi libri (definizione giornalistico-editoriale: autore "cannibale" con altri, limitante e inevitabile dato il della famosa antologia di 10 anni fa) per il salto di temi : dalle degenerazioni pop della società postmoderna degli inizi fino a questo ultimo libro, in cui Nove scrive un ritratto-elogio, alto, potente, leggibile, bello, della Madonna. Della Madre. Lo fa scrivendo in versi che restituiscono valore e peso alle parole, troppo spesso nella poeisa italiana oggi gettate a caso e oscure, o ironiche e da basso parlato quotidiano o scritti in "lingua poetese" contemporanea, lingua annoiata e sfinita.

Aldo Nove invece prende di petto il tema centrale dei nostri giorni: la vita, la maternità, la religione. Li canta e li medita in modo delicato, chiaro e sottile al tempo stesso, cercando - da poeta - di definire quello che è altrimenti un mistero irriducible. E tuttavia quotidiano: la maternità. La Madonna è innanzitutto quella donna, anzi quella "bambina" in cui è precipitata l’eternità e che - anzichè farsi annientare - di questa si è addirittura presa cura, senza troppi indugi e senza la prepotenza e supponenza dei padri - che - a parte il mite Giuseppe - si sarebbero poi persi nella sterilità della teologia, dai padri della Chiesa a Ratzinger. Invece la Madonna che dipinge con i versi Aldo Nove è innanzitutto quella persona, umana e speciale, che per esempio, ha insegnato a camminare a Dio.

Semplice e sublime, il mistero, l’ambivalenza della maternità nella Madonna ma anche in tutte le madri, in tutte le donne. "Maria" sarà il titolo del libro che uscirà prossimamente, scritto in trenta parti. Si potrebbero dire "canti" alla maniera dantesca o cantiche. Se lo leggerete, vi apparirà all’inizio straniante il tono della lingua, alto, potente: può sembrare un modo di fare poesia antimoderno, se la modernità è quella televisiva - che nessuno meglio di Aldo Nove ha saputo in pasasto e non solo raccontare. In ogni caso non è così antimoderna, ma inutile infliarsi in tunnel di spiegazioni. Meglio invitarvi per ora alla luce della lettura. Ecco una piccola parte del testo, per dare un’idea (grazie all’ Editore Crocetti per la gentile concessione) si tratta dell’inizio e poi della dodicesima cantica.

I

Lei era una bambina che qualunque collina

avrebbe voluto avere come sole.

Da tempo immemorabile era bella.

E più che una bambina era una stella.

Più che una stella era qualunque cosa.

Più di qualunque cosa era amorosa,

più di qualunque amore decorosa:

di tutto l’universo era la sposa.

Ma era troppo piccola: una rosa

che sboccia appena, come ogni creatura

sospesa tra l’eterno e la paura

dei giorni che dei sogni sono mura.

Le mura di chi è nato e non gli è dato

capire più di quanto del creato

gli venga in uno spazio costruito

e dentro un tempo già determinato.

Ma i sogni la sognavano più forte

del sogno che a ogni nato è dato in sorte

prima che nel silenzio della morte

le vite si ritraggano contorte.

Quasi che solo quello si sapesse:

che tutto infine ha fine come il sole

e l’universo e tutto ciò che vuole

vivere sempre, e che vivendo muore.

Quest’era l’infinita nostalgia,

quest’era l’assoluta lontananza

prima che quella luce in quella stanza

dicesse allora e per sempre: “Maria”.

XII

E dopo i giorni e i mesi, la rincorsa

all’esaurirsi di ogni altra risorsa

diversa dall’amore che rimane

a consolare le vicende umane,

quell’alternarsi di gioie e dolori

da tutti conosciuto dagli albori

dell’uomo sulla terra. Ma segreta

in te diversa cresceva la meta,

da te apprendeva a camminare verso

l’approdo della vita in te diverso

per sempre diventato, meraviglia

dei secoli in un battito di ciglia,

le tue ciglia, Maria. Dio ti guardava

attonito e il tuo sguardo gli insegnava

il rumore del mare, e le paure

che attraversano il cielo quando scure

si addensano le nubi, ed i bisogni

continui di chi vive questa vita

terrena e la fragilità infinita

dell’uomo e come transitano i sogni,

disegni tra le nuvole che il vento

sfilaccia in macchie informi in movimento.

Questo ogni giorno lo insegnavi a Dio.

Dio lo nutrivi, dentro il ticchettìo

dei giorni. A Dio insegnavi a camminare.

Giuseppe gli insegnava a lavorare.

Lontani dai clamori della storia.

Così lieve l’eterno e la sua gloria.


La "Maria" di Aldo Nove secondo me
2007-02-01 09:51:37|di Christian

da SATISFICTION: ALDO NOVE INEDITO
Da simbolo della gioventù cannibale a poeta mariano: più che una conversione quella di Aldo Nove è una rivelazione. Lo scrittore che alla metà degli anni ´90 scandalizzò il panorama letterario italiano con i feroci racconti di "Woobinda", radiografie di un´Italia che al sangue delle vene andava sostituendo il plasma alle pareti, pubblicherà un poema interamente dedicato alla figura di Maria. Ad anticiparne i versi è il mensile Poesia che proprio ad Aldo Nove dedicherà la copertina del prossimo numero di gennaio proponendo in anteprima ampi stralci del suo poema.
Un poema - in libreria dal prossimo marzo nella celebre "collana bianca" di poesia Einaudi - che Nove ha scritto con la volontà di inserirsi nella tradizione secolare dell´inno mariano: trenta canti, ciascuno dei quali scandito in sette quartine di endecasillabi rimati.
Una preghiera-invocazione che Nove rivolge «in uno sguardo di sguardi infiniti» a Maria, «il punto in cui la notte non è ancora/ trapassata nel giorno» e «compimento della danza/ in cui la notte non è ancora giorno». Un Aldo Nove che sorprende, dunque, ma che non scandalizza: perché dimostra, come scriveva Milo De Angelis al tempo del suo debutto poetico "Tornando nel tuo sangue", di continuare a cercare «il secolare strapiombo che lacera il cosmo».
Un percorso che Aldo Nove ha sempre seguito con coerenza: prima attraverso i suoi racconti e romanzi sulla violenza dei nostri tempi, poi con l´ultimo libro, "Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese e lavoro in un call center", testimonianza di un mondo ridotto a precariato esistenziale, ed infine attraverso la "voce" di Maria in cui «dorme tutta la storia./ Aperta come lungo la ferita/ che si squarcia nel nulla».

(Gian Paolo Serino, La Repubblica)

Maria, Canto XVIII

Il punto in cui la notte non è ancora

trapassata nel giorno: tu sei questo.

No, non un punto, un lieve vento: il gesto

che non è tempo, l’infinita ora

che taglia in due i millenni e li riunisce

da te compresi, accarezzando il mondo,

come blandendo il tempo, nelle lisce

voragini dei secoli, rotondo

cullarsi della luce, la creatura

prima della creatura, tutto il mare

prima che l’acqua riempia l’ossatura

terrestre dei fondali che risale

impercettibilmente nel crinale

che dentro il tuo respiro adesso sale,

che nel tuo sguardo immobile puntuale

movimento di stelle immateriale

segretamente mosso in te iniziale

colmarsi di infinita nostalgia

per tutto ciò che è bene e ciò che è male,

per tutto, tu: conosci l’allegria

dell’infinito piccolo ed immenso

in te tornato uguale e differente

a sé nel compimento della danza

in cui la notte non è ancora giorno.

Innumero degli angeli il ritorno

Quel punto in cui l’eternità s’avanza

caduta la barriera della mente

ed ugualmente a te, e oltre ogni senso.


La "Maria" di Aldo Nove secondo me
2007-01-31 22:52:31|di maria

Checché ne dica Margiotta, la Vergine col Bambino è tradizione precristiana.
Alcuni esempi:
371 a.C. L’assemblea Ateniese delibera di abbellire la città, che ha appena stipulato tregua con Sparta, con una statua opera di Cefisodoto che rappresenta Eirene e Ploutos fanciullo in braccio.

40 a.C. Virgilio scrive la famosa Quarta Bucolica di cui tutti parlano, ma forse pochi hanno il testo davanti:

"Iam redit et VIRGO, redeunt saturnia regna
(...)

Tu modo nascenti PUERO, (...)

casta, fave, Lucina"

Il culto Mariano fu rafforzato proprio in antitesi a quello di Lucina, cioè Diana, dea Vergine, protrettrice delle partorienti, culti pagani proibiti dall’imperatore Teodosio con la chiusura dei templi, ma difficilmente sdradicabili specie nelle zone rurali, e i monaci si adoperarono per un’adeguata sostituzione di persona.

Da notare che la Verginità di Maria nemmeno appare in Giovanni Evangelista, del resto la linea paolina come quella giovannea erano interessate a "costruire" la divinità più che l’umanità di Gesù Cristo; faccenda che si ripresentò in tutta la sua problematicità con la controversia cristologica del IVd.C. dal momento che la scuola Antiochena era molto più interessata al risvolto umano della vicenda, insieme ad una esegesi meno allegorica di quella alessandrina e più letterale, e nacque un’enorme e complicata controversia che non sto qui a riportare sulla semplice espressione: "Maria Madre di DIO" che fu pacificamente ammessa solo dal Concilio di Calcedonia nel 451.
Nal 1850 fu proclamato il Dogma dell’Immacolata Concezione e nel 1950 quello dell’Assunzione.

Detto questo, e sorvolando sui contenuti, dirò che concordo con Nevio, neanche a me questa nuova raccolta di Nove è apparsa particolarmente interessante, non tanto per il tema, c’era già nel suo passato, quanto proprio per la forma, ma perchè tutte ’ste quartine monorime o a rima baciata, alternata...ma perché queste forme tanto usurate? Io proprio non lo capisco, cioè so pure che il Nove non ha mai nascosto, per esempio, la sua ammirazione per De Angelis, però c’è già una differenza tra Fuoco su Babilonia e quest’ultima o no? Ve le riporto accostate epoi ditemi voi:

(da Maria)

XV

Madre di Dio che in te Dio è diventato

bambino, madre di tutto il creato:

madre del bimbo che in te si è incarnato,

madre dell’infinito generato.

Madre di ogni principio incominciato

il giorno in cui il principio è penetrato

in te che ongi principio hai abbracciato

quando si è fatto piccolo e hai allattato

il mutare dei secoli plasmato

in te cingendo quello che è passato

attraverso di te, per sempre amato

divinamente a te connaturato(...)

(da Madre di Dio in Fuoco su Babilonia)

Madre dolcissima madre di

luce che trascolora nelle foglie

ingioiellate della quaresima urbana

degli alberi

urbani

che si spogliano che

si fanno accanto alla tua

assenza che

sui marciapiedi, nelle

serrande delle stelle

nella tua assenza adesso:

le undici e trentanove di

martedì ventotto febbraio mille

novecentonovantacinque e

il sole si ripara come un figlio

nel gorgo insanguinato della voce

nei botoli aperti della coscienza

nei gorghi dei millenni io Ti vedo

Fuoco su Babilonia!

Fuoco sopra le case viuggesi,

su Nabucodonosor e Milano

come un rostro potente il fuoco scenda

dal cielo sopra gli altipiani sulle

vetrine della Standa sui

pensieri che ci popolano scenda

Fuoco su Babilonia!
Fuoco su Roma, brucino le strade!

Fuoco sopra Parigi, su Berlino

e Mosca, bruci il nostro sangue

scorra! (...)


La "Maria" di Aldo Nove secondo me
2007-01-31 19:33:47|

no romano solo nato e crisciuto...

grazie ar **** margio’... a me me pareva che parlavi de figura storica ner senso de a storia... se vede che nun se capimo...
(a questione storica ariguarda si ggesù è esistito pe’ davero o nno)

s’aribbeccamo

lorenzo


La "Maria" di Aldo Nove secondo me
2007-01-31 19:10:01|di Andrea Margiotta

Romano de Roma?
Be’, ancor più... di tracce mariane Roma plena est...

andrea margiotta


La "Maria" di Aldo Nove secondo me
2007-01-31 18:43:49|

so’ de roma ’a margio’

lorenzo


La "Maria" di Aldo Nove secondo me
2007-01-31 17:23:32|di Andrea Margiotta

Lorenzo, non credo che Aldo Nove voglia risolvere la questione storica del cristianesimo… Io, poi… figurati!
A proposito qual è – o quale sarebbe – secondo te, codesta?

Egli ha scritto un poema ispirandosi a Maria, figura storica e concreta e madre di Gesù…
Le tracce innamorate di questa persona storica le puoi trovare nell’iconografia della tua bella città, Siena, ovunque ti volga…

Per affrontare, quindi, il poema di Nove penso sia ragionevole partire da questo semplice dato della realtà, a cui uno può credere o rifiutarsi di credere, senza però sovrapporre, in maniera un po’ forzata e forzuta, idee o belle pensate che comunque sono pur legittime nella libertà di interpretazione… Alle quali, contrappongo a mia volta, la mia libertà di dissenso dalle stesse…

andrea margiotta


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