Absolute Poetry 2.0
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"La poesia che non va"

Note sulla persistente tendenza ad una poesia "dell’anima"

Articolo postato domenica 6 agosto 2006
da Erminia Passannanti

Suggeriva Montale di definire sempre in negativo i propri piani programmatici, di conferire un’angolazione pessimistica ai propri desideri, un disincanto alle proprie dichiarazioni, un provvisorietà al proprio stile, di mettere sotto il segno della dissidenza i propri intenti. Così noi, partigiani di questo monito che ci ha fatto apprendere il valore, la difficoltà, la centralità della negazione. Dunque, il diniego, il rifiuto, l’opposizione, come prospettiva radicata, che fa analizzare le ragioni, spesso ambigue, dei “sì” della nostra cultura “tirannico-idealista” di cui siamo testimoni e da cui siamo, non di rado, oppressi.

“La poesia che non va” è quella che favoreggia la tirannia del vitalismo spirituale, che tutt’oggi furoreggia, dell’impresa animistica, del ‘senso’ a tutti i costi, e della verticalità. Dunque “non va” - ovvero non convince - non solo perché conferma, invece di confutare una serie trita di dogmi, ma perché questi dogmi assai sfrutta, ininterrottamente convinta di intravedere in essi ‘assoluti’ che sono in realtà miraggi di garanzie infinitamente ‘di là da venire’. Assoluti, formati da valori, leggi e criteri sedicenti, ma proclamati validi, a dispetto di ogni loro rovinoso tracollo. “La poesia che non va” insieme al suo ferruginoso complesso di principi auto-convalidanti è tutta un tendere a qualcosa che è sempre ‘oltre’ il nostro orizzonte comune, al di là del ‘qui-e-ora’, oltre ‘noi’, oltre la Storia, anzi al di sopra di essa, e dei suoi errori, a dispetto di qualsiasi tragica evidenza del contrario. ‘Contrario’ ed ‘errore’, che erano invece costantemente dinanzi alla coscienza del presente di Pavese, Vittorini, Pasolini o Fortini.

“La poesia che non va” è quella che ancora costruisce idoli per imporne il culto, che decreta sacrosante verità in cui tuttavia non crede, poesia idolatra, arrogante, che tradisce, e non celebra l’esistenza. Poesia dell’Altrove e della trascendenza. Che si prende sul serio, che sprezza e teme ogni parodia, che non sa ridere di sé, ma non esita a farsi beffe degli altri. Poesia che tuttavia involontariamente è comica, per chi non ne spartisce i canoni. Poesia che tende, dunque, all’altrove, che predica l’importanza dell’estasi e del silenzio, mentre blatera sull’esistenza di un nucleo più veridico e primario di quello che invece palesemente ci accomuna in questa nostra odierna bolgia infernale, poesia dello spirito che addita le altrui colpe e ancora mostra la presunzione di indicare la via della salvezza.

Poesia “che non va”, perché arte della contraffazione, maestria del bagatto e dell’illusionista, che ‘fa credere di credere’ di potere scorgere - malgrado ogni evidenza, e a dispetto della contraddizione che caratterizza ogni singolo giorno di questa nostra vita condivisa, fatta di ingiustizie, disastri ed orrori - la presenza nascosta della ‘scintilla’ divina. O forse pietosamente poesia dell’autoinganno.

“La poesia che non va”, è la poesia che crede che il processo che ha indotto la formazione dell’opera sia questione di grazia, che vede nell’ispirazione un appiglio al proprio vuoto sogno d’elezione, nella tendenza alla fugace gratificazione estetica una conferma della propria superiorità spirituale, che dunque coglie in se stessa, nella propria (semplice, in fondo) capacità di comporre versi, una virtù ispirata dall’alto, un privilegio concesso, una dote sovraumana, contro ogni normativa terrena.

“La poesia che non va” ha una socio-linguistica sua propria, crede che il linguaggio poetico sia prerogativa degli spiriti eletti, che sia diretta emanazione della bellezza illimitata che si sprigiona dall’anima universale, crede che nasca e si sviluppi nella cultura alta, e non scorge liricità nelle cose banali, nelle officine della scrittura del quotidiano, del basso materiale corporeo, di cui Bakhtin ha ampiamente discusso nelle sue opere. Dunque, concordemente a queste convinzioni, sminuisce il valore del linguaggio volgare, circoscritta com’è nei suoi principi aulici.

“La poesia che non va” tollera solo sé stessa, si appella ai partiti del potere, e si profonde in manifesti che diffondano al mondo il suo primato ed i suoi diritti, e a questo fine si assimila al sistema. Intimista nell’anima, coerentemente con quanto sopra, si fa promotrice di circoli di eletti e, a questo fine, si profonde in sogni e progetti che si immettano in lobbies auto-edificanti con la sola comune missione dell’auto-promozione dei suoi metodi, e della deprecazione dei generi poetici cosiddetti bassi, avendo in odio ogni concetto e pratica di confronto audace con il diverso, sospettando i principi alla base del rispetto della differenza e della difesa della eterogeneità.

La ricerca ottimistica e dinamica di una conciliazione tra cielo e terra, hegelianamente intesa, è la prima pretesa, la spinta propulsiva al comporre, che anima “la poesia che non va”. Il reale è subordinato al trascendente e così la ragione umana, ritenuta in sé inadeguata ed impotente.

Ma citiamo Adorno da Dialettica negativa (1966) sulla cultura tirannico-idealista, di cui, malgrado Auschwitz e le sue infinite (per noi attualissime) repliche, continua a nutrirsi “la poesia che non va”:

“[...] Non può tollerare il ricordo di quella zona, perché [..] è inconciliabile con il suo concetto di sé stessa. Aborrisce il lezzo, perché essa puzza, perché il suo palazzo è costruito di merda di cane, come dice un passo grandioso di Brecht. Anni dopo che fu scritta tale frase, Auschwitz ha dimostrato inconfutabilmente il fallimento della cultura. Il fatto che potesse succedere in mezzo a tutta la tradizione filosofica, dell’arte e delle scienze illuministiche, che dice molto più di essa, lo spirito, non sia riuscito a raggiungere e modificare gli uomini.”

Questa poesia, questa cultura, che nelle parole di Adorno puzza di sterco di cane, ha fallito e fallisce irrimediabilmente, perché fallisce di rapportarsi al reale qual è.

Ma allora, se non questa, quale poesia?

Poesia, forse, come coscienza della fine, e dell’impossibilità ed inattendibilità profonda delle verità assolute, in tutti i campi, dall’etico al politico, poesia del presente e della libertà espressiva, del confronto tra diversi.

Poesia che nega la necessità di dogmi universali e che si basa piuttosto sul particolare, sul circostanziale, a cui rapportarsi per la costante verifica del reale. Poesia della libertà non come verità incontrastabile imposta, omologata e valida a tutte le latitudini, ma come idea e proposta sempre in divenire, da commisurarsi alla persona, alle comunità, al loro tempo e luogo.

Poesia del relativismo culturale più attento e sensibile ai mutamenti in atto nella storia, rispettosa della soggettività dello stato delle cose e degli individui, poesia testimoniale, che scava nelle tenebre, contro la sedicente poesia della Luce.

Poesia infine della dissidenza, del montaliano “no” , che non mette in dubbio il carattere relativo della nozione stessa di poesia, perfino di quella che definivamo “poesia civile”.

[Erminia Passannanti, 6 agosto 2006]

78 commenti a questo articolo

> "La poesia che non va"
2006-08-08 23:27:53|

Davide scusa, volevo aggiungere : naturalmente, tu puoi portare avanti tutte le istanze che ti garbano e che ti sono congeniali: non era questo il punto, non una polemica verso quello che tu come poeta dici....o divori. Io bambino come la bestia , il savio come il folle divora, bisogna valutare le circostanze di questo appetito incondizionato, famelico....C’è, sai, chi soffre di nausea da eccesso, di anoressia da sovrabbondanza.....(erminia)


> "La poesia che non va"
2006-08-08 23:24:52|

scusami se dissento, Davide, ma personalmente, non sono per il divorare....questa metafora anzi mi disturba...con tutto il rispetto per gli animali o la gente costretta a divorare....dal Conte Ugolino in poi....ecco, il punto...questo verbo è abbastanza emblematico, e l’hai usato a proposito. Non si tratta di essere squali, la poesia non è un divorare per consumare se stessi e l’altro: la ricerca non è la ricerca della sopravvivenza e della sopraffazione reciproca, come questo tuo verbo divorare suggerisce. Si scrive per contribuire a farcela, a crescere e a sopportare la vita, e non irrazionalistica-mente per divorarsi come un pescecane sanguinario, o una iena sui cadaveri altrui. questa poesia del divorare diventa poesia del divorare tutto, onnivora. Meglio i vegetariani allora, i vegan. sempre Fortini ha scritto una stupenda poesia sul divorare, chiamata "L’animale", un capolavoro di poesia etica. Un autentico capolavoro... potrei postarla? è espressionista nel cuore della forma, e profondamente etica nelle intenzioni sue didattiche. Nons o se è accettabile questa prospettiva vegetariana....e dietetica (erminia)


> "La poesia che non va"
2006-08-08 21:05:05|di Davide Nota

Ma ancora stiamo a girare la solita medaglia: chi da una parte, chi dall’altra.
Formalismo o controformalismo, purismo o contropurismo, intimismo o politicismo: non si fa altro che proporre delle castrazioni espressive, o il loro altrettanto moralistico contrario (ciò che è bene fare, ciò che non è bene fare).

La poesia dei poeti (non quella dei progettisti) è sempre sperimentale, spalancata (linguisticamente, ideologicamente) fino al proprio fallimento, come il fiore di Rilke nei Sonetti a Orfeo.
Alla luce come alle tenebre (non prende parte a una volgare guerra luce vs tenebre).
Non bisogna combattere un limite con un altro limite: occorre sciogliere la medaglia dualistica nel magma del verso, divorare ogni aspetto dell’esistenza.


http://www.davidenota.splinder.com

> "La poesia che non va"
2006-08-08 18:31:24|

e ...sono vichiana, in questo. (erminia)


> "La poesia che non va"
2006-08-08 18:24:01|

Rispondo alla sollecitazione seconda di Massiomo Ghezzi.
Lo cito : "Chiedo alla Passannanti: dove sta il discrimine per giudicare la poesia che va e quella che non va? Nel testo, o nelle dichiarazioni teoriche e di poetica? Siamo sempre sicuri che la poesia di ricerca (o di protesta, o di prosa, o di narrazione...) sia di per sé garanzia di "poesia che va", e che al contrario la lirica (o la poesia alta - naturalmente la buona poesia alta) colluda in ogni caso con "le logiche del capitale"? "

La poesia che non va, non va per me stessa...altrimenti avrei trovato una definizione un poco più interessante e creativa (è quello che mi dico quando leggo qualcosa che per me non va..) La discriminazione avviene internamente a parametri miei, e sulla base sia del testo sia della giustificazione, quando questa si dia, come oggi è in voga. Poesia che non va rispetto a tutti i punti fatti è quella che crede all’elezione, ripeto, alla vocazione, insisto, all’esclusività, mi pare di avere detto, e che non accetta la dimensione comunicativa, interattiva, eterodossa, problematicamente scomoda sul piano etico e politico, oppositiva e di dissidenza, argomentativa, da officina, che certa poesia ha e può massimamente avere. Chiaramente, per contro, la poesia che per me "va" è quella che mi fa vedere le sue doti ma anche il suo utile nel sociale, e nelal cultura, che mi fa vedere l’eroe della verità e non il codardo, il damerino alla mensa dei potenti , il servo del Capitale (ancora Fortini nella sua nota poesia "Il poeta servo", contro Calvino e Pasolini nei loro rapporti con il mercato culturale)...Per me l’altra poesia "non va" perchè crede che il poeta sia un individuo "unico", mentre per me ciascun individuo nell’espletamente delle sue varie vocazioni e funzioni, è a suo modo poeta. (erminia )


> "La poesia che non va"
2006-08-08 18:16:09|

se non fosse stato per ragioni di cui non parlo, ovvero violentemente economiche, avrei inserito in Poesia del dissenso I e II non sei ma dodici poeti stupendi. (erminia)


> "La poesia che non va"
2006-08-08 18:07:33|

Fortini, caro Massimo, con questa affermazione, e serie di affermazioni in opposizione ad Adorno, e verso Benjamin, difendeva in fondo anche la propria poesia contro gli attacchi di Pasolini, e per farlo andava attraverso Adorno, Benjamin e Lukàcs, discutendo le loro diverse posizione nei confronti delle avanguardie che questi conoscevano e di cui si occupavano: per Adorno, notoriamente quella musicale. Conosco abbastanza a fondo queste contorte problematiche che ho dovuto intensamente studiare con il fiato dei miei rigidissimi supervisor sul collo, anche semplicemente per gli intressi folli dei loro riferimenti bibliografici, e ho studiare maniacalmente quasi a memoria per poterne discutere ogni brano ed opera citati da Fortini rispetto a questi tre, oltre tutto al Brecht teorico poeta e drammaturgo, Brecht, che degli altri tre fu il modello quasi indiscusso di Fortini (gli altri tre invece sono sempre presenti a livelli di alta conflittualità e non ortodossia marxista) .

Complesso da morire, ma non con l’opera di Brecht, il rapporto di Fortini sul piano teorico, ma anche della prassi, con Adorno e Lukàcs, ma intendo sia di Fortini sia di Pasolini. Ci ho passato 4 anni di follia pura a capire queste dinamiche scatenatisi intorno alla crisi del partito dal 56.

Fortini era un poeta di grande spessore, ma era in polemica con dei personaggi dell’avanguardia italiana per ragioni nazionali di tipo etico , per ragioni di impostazione di schieramento e per come intendeva lui la questione dell’impegno... (non ne condivideva la condotta immediatamente politica, e anche dei comportamenti rispetto ai lettori e alle masse, nel l0ro ruolo di intellettuali: polemizzo e ruppe i rapporti con Pasolini e Calvino in primis, si sa...., e credeva che nella forma del passato ci fosse la prospettiva di riforma più forte. Aveva dinanzi poeti che erano dietro, per dirla in modo spicciolo. Lingua morta piena di vita, e tutti i paradossi fortiniani dei suoi noti epigrammi, lingua poetica viscida come un serpente (e mi scuso, ma lì’ho scoperto io....Fortini non aveva mai ovviamente messo la sua mano sulla pelle di un serpente dunque ha commesso questo piccolo errore di definirla ‘viscida’...ed altre incongruenze sue proprie divenute notorie...) Ma Fortini non credeva nemmeno di essere a suo modo un poeta di grande ricerca, era cieco a questa componente espressionista della sua poetica mediata dal primo Brecht (si veda, Poesia delle rose),

Vado adesso. Ho scritto questo molto in fretta e me ne scuso...

Erminia


> "La poesia che non va"
2006-08-08 17:31:34|

Lello va benissimo nel ruolo, Luigi. Resta inteso, però, che se un domani si dovesse scoprire, come sembra probabile, che Priscilliano era in realtà Priscilliana, il ruolo spetta di diritto a erminia. Sa va san dìr. ;-)

fm


> "La poesia che non va"
2006-08-08 17:14:54|di luigi n.

beh, priscilliano l’eretico? uhm, facciamo LELLO? :-)


> "La poesia che non va"
2006-08-08 17:05:01|

@ Luigi Nacci

Io credo di più Pierre. :-)

@ Tutti

C’è qualcuno che si identifica in Priscilliano di Avila?

fm


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