Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

Coordinamento: Luigi Nacci & Lello Voce

Redatta da:

Luca Baldoni, Valerio Cuccaroni, Vincenzo Frungillo, Enzo Mansueto, Francesca Matteoni, Renata Morresi, Gianmaria Nerli, Fabio Orecchini, Alessandro Raveggi, Lidia Riviello, Federico Scaramuccia, Marco Simonelli, Sparajurij, Francesco Terzago, Italo Testa, Maria Valente.

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La poesia italiana dal 1960 a oggi

considerazioni in margine all’antologia di Daniele Piccini (Rizzoli, Milano 2005)

Articolo postato giovedì 14 settembre 2006

Ricevo dall’autore e propongo volentieri come spunto di discussione le seguenti considerazioni. M.B.

Dicevano i fratelli Schlegel che una recensione - intesa quasi come genere letterario, o almeno come forma essenziale del pensiero critico - dovrebbe essere «la perfetta risoluzione di un’equazione critica». Ma è ovvio che non è possibile dare una soluzione univoca a quell’intricatissimo sistema di equazioni, dalle variabili implose e tendenti all’infinito, dai valori quanto mai contraddittori, relativi, controvertibili, che può essere rappresentata dal panorama, vastissimo e assai frammentato, della poesia italiana del secondo Novecento. Sostanzialmente sterili paiono, del resto, le tante discussioni e le inesauribili schermaglie sulle numerose antologie della poesia novecentesca («il Novecento in liquidazione», è stato detto) edite in questi ultimi anni: polemiche e dispute rese perlopiù vacue ed infondate dagli apriorismi e dalle faziosità che le animavano, e che portavano a denunciare, per partito preso, l’inclusione o l’esclusione di un dato autore senza che ne fosse citato e discusso neppure un verso, oltre che dalla forzosa pretesa di ridurre entro griglie valoriali rigide e schemi e categorie indubitabili un’entità per definizione fluida, cangiante, proteiforme come il contemporaneo, che forse solo uno sguardo duttile, flessibile, mobile, fenomenologico - nel senso husserliano e anceschiano - può cercar d’illuminare.

Prendo spunto dalla recente antologia a cura di Daniele Piccini, La poesia italiana dal 1960 a oggi, Milano, BUR, pp. 900. In questo caso si deve innanzitutto riconoscere al Curatore - a prescindere dagli orientamenti e dalle predilezioni - il merito di avere tracciato, di questo panorama così nebuloso e irto, una mappa e un panorama testuali e bibliografici (essenziale, a quest’ultimo proposito, il corposo repertorio conclusivo) ampi e complessivamente imparziali, pur se prevalentemente intonati, parrebbe, ad una linea neo-orfica di ripensamento e aggiornamento della grande lezione simbolista, surrealista ed ermetica, una linea ancorata alla grande testimonianza - il cui rilievo storico non può del resto disconoscersi - della rivista «Niebo» e dell’antologia La parola innamorata.

Maggiore spazio si sarebbe potuto dare, coerentemente proprio con questa atmosfera e questa impronta prevalenti, a poeti forse sottovalutati come Danilo Bramati e Mario Baudino, autori di due opere ragguardevolissime, entrambe edite da Guanda, rispettivamente Nel cuore della luce e Grazie (che contiene, inter alia, il poemetto Brindisi, a mio parere uno degli esiti più alti, per densità lirica, accensione visionaria, densità gnoseologica, della poesia dell’ultimo ventennio): due libri, questi ultimi, in cui il respiro discorsivo e narrativo (evidente soprattutto in Bramati), peraltro infittito di risvolti meditativi e simbolici, si concilia molto più di quanto non avvenga, poniamo, nel Cucchi aspro, oggettuale, “lombardo”, del Disperso, con l’approfondimento della parola in sé, còlta nel suo autonomo e puro valore estetico e conoscitivo. E le predilezioni di chi scrive andranno semmai, sulla base di questi presupposti, al Cucchi della Luce del distacco, animato da una teatrale verticalità di linguaggio mèmore della grande tradizione della mistica apofatica, e implicato, su questo fondamento, in un’ascesi letteraria che conduca dalla greve rudezza delle cose e dei fatti all’aura più luminosa e tersa, ma non meno innervata di vita e di esperienza, del pensiero e della poesia.

Qualche perplessità può invece destare, oggi, la poesia di Alessandro Ceni, che sembra largamente ondeggiare, divagare, distendersi, di suggestione in suggestione, di associazione in associazione, di agudeza in agudeza, alla ricerca del lampo di luce improvviso, della repentina condensazione di significato, della inattesa e sorprendente folgorazione espressiva che possano gettare su tutto il testo una luce di senso e di pienezza, ma che spesso il lettore è destinato ad attendere invano.

Ad ogni modo, si deve rendere merito alla linea editoriale di questa antologia per aver posto nel dovuto rilievo, nell’aver saggiamente salvaguardato, quella che si suole definire come la “specificità”, cioè la purezza, l’assolutezza, diciamo pure la nobiltà e l’altezza, della parola poetica, sovente esposta, nell’odierno universo semiologico e comunicativo, e specialmente negli autori più giovani, a contaminazioni e ibridazioni con altri linguaggi (primo fra tutti quello della canzone), con il risultato di snaturarla, per così dire di adulterarla, alterando - se non violentando... - la sua delicata natura, la sua fragile essenza, il suo statuto ontologico quanto mai problematico, cangiante, sospeso.

Che - come si sente dire - la canzone, più o meno d’autore, soddisfi un “bisogno di poesia” radicato e diffuso, che potrebbe, se opportunamente guidato, orientarsi verso la poesia in versi destinata alla lettura, è lecito dubitare, dato il lampante ed abissale dislivello di cultura, complessità e consapevolezza culturale che divide, sul piano della fruizione non meno che su quello della creazione, l’ambito della poesia d’arte da quello della musica popolare e di consumo. Come pensavano gli antichi, “la bellezza è difficile”. Né, sia detto per inciso, si comprende per quale motivo, se non forse per ragioni promozionali, un critico stimato come Roberto Galaverni abbia dato ad un testo in cui peraltro, in modo forse un po’ scontato, ma non privo di dottrina, si ribadisce giustamente e calorosamente il ruolo, proprio del poeta, di tenere - come diceva Pound - “in efficienza il linguaggio”, proteggendolo da fattori di esterni di strumentalizzazione ideologica, appiattimento convenzionale, imbastardimento commerciale e mediatico, il titolo di Il poeta è un cavaliere Jedi (Roma, Fazi, 2006, pp. 137, € 15): contrariamente all’icona postmoderna e kitsch che campeggia sulla copertina, Dante (ben lontano, nella sua vera essenza, accuratamente celata «sotto il velame de li versi strani», da quello farsesco e sguaiato, per quanto pittoresco, che risalta dalle forse troppo decantate letture di Benigni, e anzi, al contrario, quasi emblema e personificazione stessi di una Musa difficile, di una poesia “doctrinata”, dotta, densa di cultura, di un’arte consapevolmente erede di una tradizione millenaria, e tramata, scriveva Thomas Carlyle, da un canto in cui risuona «il silenzio di dieci secoli muti») non ha nulla da spartire con una spada laser, segno gelido e inumano di una cultura postmoderna, mediatica, asetticamente artificiale, superficialmente illusoria. Credo che ancor oggi il poeta (come Callimaco, come Orazio, come Mallarmé...) detesti il profanum vulgus, non beva alla pubblica fontana, non calchi la strada seguita dai più.

Ma una poesia che affermi e difenda la propria autonomia e la propria assolutezza sarà inevitabilmente indotta a riflettere, in chiave metapoetica, sulla propria natura, sui propri mezzi e fini, sul proprio spazio vitale e le proprie modalità di esistenza; se non a farsi (ed è proprio questa, da Mallarmé in poi, l’essenza della poesia contemporanea) metalinguaggio, discorso che parla di sé, enunciazione del proprio stesso parlare, del proprio stesso dirsi ed esserci, quando non della propria insensatezza, della propria assenza di fondamento, in definitiva della propria impossibilità.

Ci si rammarica, allora, che il curatore abbia scelto, in modo peraltro legittimo, il discrimine cronologico dell’esordio dopo il ’60: un discrimine che ha portato ad eludere il variegato ed irto cammino secondonovecentesco di autori (da Luzi a Bigongiari a Zanzotto) di formazione in senso lato fra surrealista ed ermetica, che, sorti in vario modo e per diverse vie dal vasto alveo della poesia pura, delle poetiche della parola e di quelle del sogno, dell’analogia, dell’associazione, si sono poi via via interrogati con lucidità assidua, tesa, quasi eroica, sulle dimensioni e sulle sorti di un linguaggio poetico sempre insidiato, discusso, minacciato, sempre proteso e gettato sugli abissi dell’indicibile e dell’informe, del «magma» o del «ricchissimo nihil» da cui - per citare lo Zanzotto di Meteo - si dipartono, «dimentichi» e «intontiti», tutti i possibili «infiniti» di un dire poetico infinitamente proteso, quasi per una sorta di “limite” in senso matematico e fisico, sul ciglio delle inesauribili vertigini dell’essere e del nulla.

Né si comprende appieno l’accusa sostanziale, rivolta a Zanzotto come a Sanguineti, quest’ultimo peraltro antologizzato (entrambi, per quanto divisi da una polemica anche aspra, ascrivibili ad una comune temperie epocale d’innovazione e di sperimentazione ardite e tormentate, tant’è vero che pochissimi anni dividono due opere capitali del secondo Novecento come La beltà e Laborintus), di non essere per così dire usciti dal linguaggio per farsi incontro al vissuto e alla storia, di non avere varcato i limiti della pagina, lo spazio, tendenzialmente autoreferenziale e adiabatico, del testo, di avere insomma esercitato, in modo manieristico, se non sterile, una sorta di “poesia per specialisti”.

Essere, per citare Ferlinghetti, «poets’ poets writing poetry about poetry», «poeti per poeti che scrivono poesie sulle poesie», è, a ben vedere, esattamente la condizione essenziale, tragicamente solitaria, del poeta contemporaneo, marginalizzato dalla comunicazione di massa e privato, per sua sfortuna o fortuna, di un pubblico che lo ascolti e gli faccia eco (ma che rischierebbe, d’altra parte, di condizionare la sua parola, di compromettere la sua autonomia e la sua libertà irrinunciabili). Per una sorta di tragico pathei mathos, di strenua «comprensione per via di sofferenza», la grandezza del poeta contemporaneo (la quale in sostanza coincide, mi sembra, con il suo grado di autocoscienza letteraria e di consapevolezza critica) risiede proprio nell’abitare virtuosamente, quasi eroicamente questo esilio puro e silenzioso, nell’inondare il suo remoto deserto della luce ostinata e abbagliante di un “mestiere” e di un’ “arte” accesi dal rogo appassionato della razionalità creativa, dell’identità stilistica, dell’appartenenza storica.

Né sarà del tutto giusto tacciare questi due poeti di inappartenenza epocale, di fuga dalla storia, di elusione del tempo e degli eventi nel chiuso laboratorio dell’artificio stilistico: al contrario, nei loro versi pullulanti di ecolalie, bisticci, azzeramenti semantici, e tesi, a tratti, fino ai limiti del non-senso, della mancanza totale di significato e di intelligibilità nel senso usuale, è possibile scorgere proprio la diretta, quasi necessitata, ancorché criticamente sorvegliata e filtrata, oggettivazione verbale di uno stato di neurastenia e di alienazione (da intendersi, quest’ultima, in senso ora mistico, ora marxiano, vuoi psicanalitico, vuoi esistenzialistico) che sembra aver colpito, in un dato momento, un’intera società, un’intera civiltà, un’intera concezione storica ed epocale, né a ben vedere sembra essersi, a tutt’oggi, pienamente sanato.

Continuare a riflettere e a consumarsi, in modo ostinato e forse vano, sullo specifico del linguaggio, sull’elaborazione stilistica, sul ripensamento e sulla riscrittura, per quanto a volte distorcenti e stranianti, della tradizione, del canone, della biblioteca, del museo, della millenaria, quasi inorganica stratificazione del pensiero e del Verbo, è forse ciò che resta da fare ai poeti; e prendere atto, sconsolatamente ma lucidamente, di questo stato di cose, è, mi sembra, condizione indispensabile al loro rilievo storico, alla loro consistenza, in una parola alla loro grandezza.

Si può vedere, come a sintesi di questa tensione insieme stilistica e gnoseologica, Ascoltando dal prato di Zanzotto, fra i vertici assoluti della lirica secondonovecentesca: nella «nota sempre sbagliata» eppure «al di là di ogni esempio azzeccata» battuta insistitamente da un «dito annichilito» si concentra un’interrogazione esistenziale ed ontologica fondamentale, «non mai esauribile / né esistibile», che sfocia infine in un cieco «indovinare», in una sorta di mallarmeano «scacco», «colpo di dadi» od «oscuro disastro».

Una fredda ed intellettualistica “poesia per poeti”, per specialisti, può apparire semmai, oggi, quella di Magrelli (il quale, peraltro, non può non figurare in un’antologia del Novecento, non foss’altro per l’oggettivo rilievo storico e generazionale che riveste, a posteriori, un libro come Ora serrata retinae): le parole che «vengono dal silenzio» e che «s’incastonano/ nella bianca calce della pagina» (sulla scia del grande tema, già mallarmeano e dannunziano, del «bianco silenzio» che avvolge e fascia la parola e il canto) paiono entità puramente mentali e razionali, nudamente logiche, immuni e preservate da ogni assalto e da ogni epifania così della trascendenza come del profondo.

Un’ottica, peraltro, non lontana da quella da me delineata nelle pagine che precedono (un’ottica, intendo, volta a preservare alla parola poetica la sua purezza, la sua specificità, il suo spessore storico) sembra motivare, in questa antologia, lo spazio giustamente accordato a Franco Scataglini e Umberto Piersanti: due autori che, pur percorrendo vie divergenti, fanno dello scavo, della regressione stilistici e memoriali (d’impronta più o meno esplicitamente prenovecentesca o antinovecentesca) una sorta di sentiero per risalire, come diceva Valéry, «alle sorgenti del poema», fino alla sorgente, alla fonte (sorta di Ippocrene o di «fons Bandusiae») del dire poetico. E poco importa se ciò avvenga, nell’ultimo Scataglini, attraverso l’adozione di una sorta di metatemporale, sovrastorica koinè umbro-marchigiana, di sapore jacoponico, e in Piersanti, invece, tramite una rete di echi e risonanze di timbro vagamente bucolico, virgiliano o pascoliano, filtrata magari dal Bertolucci della Capanna indiana o da quello, ultimo, di Verso le sorgenti del Cinghio. Si pensi, nella prima delle Bucoliche, al mito essenziale e primario delle selve che risuonano del nome dell’amata, facendo risplendere una sorta di rinnovata sintonia, di restaurata simbiosi, tra la voce e il silenzio della natura e la parola umana, articolata, voluta, consapevole.

Nell’uno come nell’altro caso, in Scataglini come in Piersanti, a prendere corpo sulla pagina e nei versi è la Parola, il Verbo, il dire puro e necessario, si manifestino essi nella «voce del divino/ paterno», voce sottratta alle «scritture ineloquenti», di Scataglini (una linea, questa, che sembra proseguire, sempre in area marchigiana, nel recentissimo Ronda dei conversi di De Signoribus, che insegue, nelle profondità del pensiero e della carne, la parola radicale e primigenia, annidata «prima dell’alfabeto», al di qua della temporalità distesa del linguaggio regolato e articolato, nell’«inconosciuto corpo/ della scritta parola»), o piuttosto nel «fresco e odoroso [...] / profilo della grazia», luminoso e netto nel «tempo oscuro che lo cerchia», di cui parla Piersanti. E si confronti un altro autore non incluso, Cesare Viviani, che nella sublime Opera lasciata sola canta il «vuoto niente dei cieli», l’«indescrivibile forma dell’Uno», l’eterna «assenza di effigi, di anime,/ di altezze inimmaginabili», e nelle pagine saggistiche di Il mondo non è uno spettacolo fissa le prerogative, vastissime e insieme angoscianti, di una parola che è «il tutto, l’universo infinito, ma un infinito impensabile, in cui si è immersi e da cui non si può uscire».

Nella coscienza secondonovecentesca, all’ontologia negativa, sostanzialmente nichilistica, di uno Zanzotto, o alla visione ancora più radicalmente, quasi ciecamente materialistica e antimetafisica, di Sanguineti, sembra giustapporsi un’ontologia positiva, piena, inverante - sebbene forse destinata, essa stessa, in presenza o in assenza della prospettiva di una trascendenza e di un divino, a naufragare, all’ultimo, nell’«infini-rien» di Pascal, a far coincidere, una volta negato ogni terreno limite, ogni proporzione immanente, il supremo tutto con l’estremo vuoto, con il puro nulla. Ma, almeno nel caso di Zanzotto, sono comuni, a queste due vie dell’ontologia poetica secondonovecentesca, lo sforzo ostinato di conoscenza, la richiesta inesausta e inesauribile di senso.

Nella stessa ottica si giustifica il rilievo dato, nell’Introduzione (anche se purtroppo non nella scelta antologica), ad un poeta di formazione neo-orfica, ma votatosi poi ad una forma di inquieto e moderno classicismo, come Giancarlo Pontiggia, di cui si coglie l’occasione per segnalare la recente, ragguardevole raccolta Il bosco del tempo. Nei suoi versi, la parola poetica sorge, sulle orme del Virgilio georgico, avvolta dal brusio delle api, simbolo classico e cristiano, ma anche umanistico, di feconda e laboriosa humilitas (i «puri suoni» dei versi sono «celle/ di un pensiero più forte, ronzanti/ nelle stanze quiete», si condensano nel «miele che distilla una quieta/ pace» e nel «tempo [...] che lo affina»), non senza toccare però un respiro mitopoietico originario, cosmogonico, che fa pensare all’Esiodo della Teogonia o all’Ovidio del proemio delle Metamorfosi («Canto ciò che fu prima/ e ciò che venne. Tutto/ era sospeso in una/ quiete lunga, nel forte/ vuoto»), o porta a risolvere talora - in un modo che si potrebbe definire serriano - la vivida percezione del testo classico in catene avvolgenti di metafore, analogie, suggestioni: «Plinio leggevo, il Giovane,/ in quelle albe, le sue epistole/ soffuse di una verde ombra muschiosa».

Più difficilmente si comprende invece, benché avallata da molte antologie precedenti, l’inclusione di Vivian Lamarque, la cui poesia mi sembra, nel complesso, fragile, fatua, vacuamente risonante, studiatamente tesa a far intuire o intravedere una profondità in definitiva inesistente, ad accennare a una complessità e ad una ricchezza in realtà assenti, a mascherare, insomma, una sostanziale mancanza di spessore culturale e concettuale. Se si voleva, come del resto era giusto, rendere conto di una certa linea musicale, cantabile (se non cantilenante), melica e idillica, della poesia contemporanea, si poteva includere un Ruffilli, che sotto la superficie di una musicalità fluida, limpida, scorrevole, quasi mozartiana, cela riflessioni storiche ed esistenziali spesso amare e profonde (se ne veda il recente, splendido La gioia e il lutto, sprofondato, anche sulla scia del Profeta di Kahlil Gibran, nella nera luce della vita e della morte, del tempo e dell’eternità) o un Claudio Damiani, i cui versi limpidi e melodiosi, e insieme discorsivi, risuonano lontanamente da paesaggi e scenari eterni, immoti, senza tempo, da una natura incontaminata ed ancestrale, che ha qualcosa di Orazio come di Pascoli; o, magari, dare voce alla Musa straniante, ipnotica, allucinata di Beppe Salvia, che muoveva da un patrimonio e da un repertorio classici manieristicamente, quasi scolasticamente rivisitati e riplasmati onde esprimere una vocazione estetica che pare di per se stessa proiettata e precipitata verso l’annientamento e il vuoto, consacrata al «bianco nulla» della tela e della pagina, che inghiotte infine la stessa vita.

Ci si può rallegrare, viceversa, dell’inclusione di Raffaello Baldini, che rende il debito riconoscimento all’importanza che la poesia neodialettale romagnola, capace di attraversare in profondità e scuotere dalle radici, immettendovi una vena di più deciso e impietoso realismo, l’ispirazione bucolica e idillica insita nella lezione del maestro Spallicci, riveste nel panorama poetico contemporaneo: si può vedere, al riguardo, l’equilibrata antologia Le radici e il sogno. Poeti dialettali del secondo ’900 in Romagna, a cura di Luciano Benini Sforza e Nevio Spadoni, Faenza Mobydick, 1996.

Nel dialetto, in linea generale, la poesia sembra aver ritrovato la dimensione del vernacolo ora come lingua pura, “vergine”, incontaminata, come naturale via d’accesso e punto di partenza per una possibile “discesa alle madri”, per un ritorno alle radici, prelogiche e pregrammaticali, dell’essere e del pensiero, ora - si pensi ad un Loi - come icastico e talora rude strumento espressivo capace di cogliere gli aspetti dell’umano più densi, scabri, corposi. Credo, però, che forse un giorno si dovrà riconoscere il più alto esito della neodialettalità romagnola non nel pur ragguardevole “realismo impuro” - cioè narrativo, discorsivo, accesamente caratterizzato, e nel contempo deformato, talora, attraverso un’ottica visionaria, allucinatoria, grottesca - di un Guerra o di un Baldini, ma piuttosto nel lirismo purissimo, traslucido e sapiente, a tratti cristallizzato, astorico, nutrito di fantasmi e di archetipi, di Tolmino Baldassari, che non a caso, in un suo intervento, oppone agli assalti del “villaggio globale” una poesia che «filtri», «attraverso lo studio, la cultura in senso lato, e particolarmente la cultura letteraria», la nuda immediatezza esistenziale del «porsi nel mondo».

Inoltre sarebbe tempo, a mio avviso (ma so che questa opinione non è condivisa dai più), che della vulgata e del canone antologici della poesia del Novecento entrassero finalmente, e stabilmente, a far parte due “poeti professori” dotti, profondi, possenti come Giorgio Bàrberi Squarotti e Silvio Ramat, del quale è da poco uscita presso Interlinea, fra l’altro, l’opera poetica completa: si tratta di autori che, forse, per il loro voluminoso e corposo spessore erudito, incontrano difficoltà ad essere recepiti in un contesto culturale come quello italiano, che non ha avuto poeti per così dire cattedratici come un Allen Tate o un Richard Wilbur, e che sembra a volte restare ancorato ad un frainteso e banalizzato mito, pascoliano o sabiano, di spontaneità, naturalezza, “onestà”.

Ramat e Squarotti si rivelano, anche come poeti, capaci di perlustrare e di rivisitare il museo o il canone di tutta l’identità letteraria occidentale, di vagare e spaziare nei meandri e nei labirinti della Biblioteca di Babele (mitico ed emblematico luogo borgesiano che non a caso ricorre costantemente nella poesia di Squarotti), nonché di guardare a fondo, con lucidità, senza veli o infingimenti, al nucleo di vuoto e di nulla, all’abisso di vanità e d’insensatezza che si annidano e pulsano dietro il velo variopinto e risonante delle forme e delle parole. Si può dire, pur nelle differenze anche sostanziali fra i percorsi dei due autori, che se, da un lato, Squarotti (da La declamazione onesta al Marinaio del Mar Nero al recentissimo, splendido e quasi ignorato Le vane nevi) insegue e vagheggia, come il Fauno di Mallarmé, le fuggevoli parvenze e le subitanee ed evanescenti incarnazioni di una Bellezza nuda e fragile, sempre insidiata dalla violenza della storia e dall’abisso del nulla e della morte, dall’altro Ramat, nei suoi libri più tesi ed organici - e segnatamente in quelli degli anni Ottanta, da L’inverno delle teorie a Orto e nido, pervasi da una «tentazione poematica», da un’«idea di poema» che «ti segue e ti ha precorso», che sembrano suggerire qualche contatto o qualche convergenza con la coeva esperienza dello Zanzotto della “trilogia” o con quella dell’ultimo Bigongiari - affonda lo sguardo e lo scandaglio poetico-critici nelle «lacune del senso», «oltre la lettera», «nel grembo/ dell’indistinta Citazione», e impronta il suo canto ad una «vocalità di abisso», ad una quasi surrealistica «lingua del sonno». Egli esplora, insomma, ed esperisce le profondità e le tenebre di una parola, di un Verbo che, nel loro stato abissale, impersonale, quasi inorganico, dicono e ripetono, eternamente, il nihil aeternum, lo stesso unico senso ultimo di tutti gli infiniti enunciati possibili - pur lasciando dischiusa, quasi montaliano «fantasma che ti salva», una dantesca «speranza dell’altezza», un balenante riflesso che piove «dall’alto, più alto della voce».

È con questi fondamenti ontologici, o se si vuole con questa tragica e vacua assenza di fondamenti, che il poeta contemporaneo davvero consapevole e maturo (e tale dunque, per definizione, da poter essere considerato “canonico” e “classico”) deve, anche correndo il rischio della freddezza, dell’intellettualismo, dell’ornatus difficilis, misurarsi.

Che la linea prevalente, e comunque in sé legittima e coerente, di questa monumentale antologia paia tendere, in definitiva, a conciliare un fondo neo-orfico con una stretta adesione alla vivezza dell’esperienza e all’immediatezza del sentimento e della testimonianza, anteposte in ultima istanza alla mediazione conscia e riflessa dell’elaborazione stilistica e della consapevolezza culturale e letteraria, può risultare confermato dal fatto che essa si conclude con Davide Rondoni, la cui oggettiva importanza è comprovata, se non altro, dal suo largo influsso (attestato in primis dall’antologia I cercatori d’oro) sui cosiddetti “poeti nati negli anni Settanta”.

Un testo splendido, teso e vibrante, come Il terzo figlio (peraltro forse viziato, nella chiusa, con quella rimalmezzo perso-universo, da una cantabilità un po’ esteriore e facile) entrerà certamente, e non senza ragione, nella vulgata antologica della poesia degli ultimi decenni. Ci si può anzi rammaricare del fatto che il lettore non trovi qui un altro testo abbagliante come la Suite per Irene, che affianca anch’essa momenti di consistente lirismo sapienziale, intriso di mistica, luziana “conoscenza per ardore” («Irene, dolce fascina,/ passando per il terribile/ hai trovato la fiamma/ chiara dell’invisibile»), a cadute moralistiche e prosastiche («...chi fa del nero inoculato ai ragazzini/ la propria spettrale,/ ricca professione»).

Forse, paradossalmente, il Rondoni migliore è il critico, animato da un’«intelligenza militante», come Daniele Piccini felicemente la definisce, che - l’ho già fatto notare altrove, indicandolo quale tratto tipico di taluni poeti-critici - sa cogliere, con una sorta di balzo intellettuale ed ermeneutico, il mondo e l’essenza di un autore per restituirli sulla pagina con la concisa rapidità della definizione fluida ed aperta o con l’intenso lampo della metafora, preferiti alla rigidità della categoria e della formula.

Ma il fatto che un’autorevole e rigorosa antologia della poesia italiana secondonovecentesca si concluda con Rondoni ha qualcosa, se così posso dire, di teleologico, se non di escatologico. Con Rondoni - per parafrasare il Carducci, acutissimo, di Critica e arte - la poesia muore: non beninteso in quanto tale, non come poesia in senso lato, poiché come tale essa non può morire, bensì solo trasfigurarsi e trasmutarsi in altre, diverse e nuove, forme; muore - in modo, potrebbe dire qualcuno, salutare, salvifico, preludente a una limpida risurrezione - in quanto arte (o artificio), in quanto elaborazione stilistica e formale germinata dal terreno del passato, della tradizione, del pensiero, in quanto metapoesia, discorso che parla di sé e cresce su se stesso riflettendosi. Muore, potrebbe dire qualcuno, come il chicco di grano del Vangelo, per poter germinare e dar frutto.

Ma questa poesia non “muore al mondo” per rinascere in se stessa, nella sua essenza pura e chiara: piuttosto, essa muore a se stessa, viene meno alla propria autonomia, alla propria interna riflessione, alla propria intima tensione, per farsi incontro, pur generosamente e nella più autentica, quasi disarmata buona fede, all’esperienza dell’umano e del divino, immergersi nel reale, divenire una “cosa nel mondo”, più che - come voleva Rilke - “aggiunta” ad esso per inverarlo o redimerlo; essa diviene insomma - direbbe certa fenomenologia - oggetto fra gli oggetti, parte integrante e compromessa del “mondo della vita”. In termini hegeliani, questa “morte della poesia” è forse piuttosto un “superamento”, un “oltrepassamento” della poesia stessa in direzione della realtà, della vita, della testimonianza. «C’è una sala giochi a Cervia/ due stanzoni larghi/ spogli/ Alle macchine si appoggiano/ Quindicenni/ come cose [...]». Qui, come nei concreti e corposi “poeti-prosatori” secondonovecenteschi (i cui archetipi e maestri andranno forse additati in un Giudici o un Loi, se non già in certo Sereni), cose, oggetti, figure si proiettano, e per così dire aderiscono e attecchiscono, sulla pagina senza più lo schermo, il filtro e la mediazione di una spessa e rigorosa coscienza letteraria, stilistica, storica (certo presente all’autore, ma volutamente dissimulata, aggirata - messa, sempre in senso fenomenologico, “fra parentesi”).

Discorso non troppo diverso si potrebbe fare per la poesia di Gianfranco Lauretano (qui non incluso), per la sua prosasticità franta, ansante, a tratti angolosa e ruvida - e pur così densa di sentimenti, di affetti, pregna di un’eticità autentica, mai ostentata o didascalica, intimamente, e quasi pudicamente, vissuta. Sono, quelli di Lauretano come quelli di Rondoni, versi per così dire vergini, che paiono sorgere come rose nel deserto, da un vuoto aurorale e primevo, da un’esclusione o un azzeramento preliminari di ogni ascendenza e di ogni scuola, eccezion fatta forse, in Rondoni, per certi echi e reminiscenze che affiorano, di tanto in tanto, da Baudelaire a Eliot, da Péguy a Luzi, ma sempre piegati, un poco unilateralmente, ai fini di una poesia immediata, fatta di vissuto, esperienza, testimonianza. Sembra esservi, in Rondoni, una sorta di cieca “superstizione del dicibile”, di un poco gratuita ed irriflessa fiducia nella parola usuale e usurata, nel dire quotidiano e materno.

Io credo che, come la fede non può - dopo Nietzsche, dopo Heidegger, dopo la teologia della demitizzazione, della crisi, della “morte di Dio” - esser data per scontata, come l’idea stessa del Divino e dell’Essere non può più partire che dalla propria preliminare, demitizzante negazione, e non dall’aprioristica certezza, così, dopo Mallarmé, dopo Valéry, dopo Zanzotto, la poesia non possa muovere e trarre alimento se non dal proprio esser-ci drammatico e contristato, dal proprio cupo Essere-per-la-morte, dall’abisso sempre aperto e opprimente dell’impossibilità, del nulla, dell’afasia.

Così posta, la poesia s’intride di riflessione e di pensiero, si fonde con la critica, si fa poesia della poesia, del proprio essere, o non poter più essere, poesia: e solo in questa forma può continuare a detenere la sua dimora cristallina e fragile nelle regioni dell’arte e del pensiero. Paradossalmente, l’arte trae vita dalla morte, da una - dice Valéry - «nouvelle morte/ plus précieuse que la vie»: deve morire al mondo per poter davvero e pienamente nascere e vivere, deve negarsi alla realtà e all’immediatezza dell’esperienza, ripiegarsi e chiudersi su se stessa, per affermarsi ed attestarsi come poesia.

Matteo Veronesi

68 commenti a questo articolo

La poesia italiana dal 1960 a oggi
2008-07-23 12:27:08|di giusto misiano

di cosa parlavate hah di poesia con aminoacidi et glucosio mantenetele custoditele questi nobili minerali per il futuro, la fame avanza, giusto misiano


La poesia italiana dal 1960 a oggi
2008-04-17 19:10:25|

Gentili critici del nostro panorama poetico attuale da voi tanto segnatamente analizzato vorrei sapere per quali ragioni continuate ad ignorare un’autrice come Maria Grazia Lenisa. Nei vostri articoli sembrate accostarvi coraggiosamente ad una visione non addomensticata della letteratura, sensibile alle tendenze, ma non "modaiola", mi domando perciò come spiegare il silenzio intorno ad un’esperienza di poesia così originale?


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-26 19:49:20|di Christian Sinicco

La mia era una provocazione, e l’ho sottolineato. In modo surreale, ho detto che parlare di chi è silente, è un muoversi nella finzione - sebbene la finzione di potere (o del pensarsi contropotere) o il potere del "silente" siano alle volte delle realtà, documentabili, viventi, con tutte le loro criticità. Ho spostato l’ottica sul confronto di chi c’è, di chi opera in rete, certo, ma anche nella realtà, e con un ventaglio di iniziative e forse con un po’ più di sana elasticità e poliedricità, o almeno con uno sguardo atto a comprenderla. Dire poi che l’unico atto critico sia la critica sul testo, mi sembra poi una sorta di restringimento del campo d’azione. Nell’editoriale di fm ho fornito dei dati (e credo che lo stesso abbia fatto Luigi, che pure mi ha criticato tra le righe), e ho posto nemmeno troppo indirettamente una domanda: se ci sono numeri simili in internet, cosa dobbiamo fare nella realtà? Come aiutarci? Come impostare e re-impostare il nostro lavoro? E’ un aspetto che non interessa soltanto me, ma pure le persone che ho citato, poi, qui sotto. Ed è giusto che io risponda a me stesso, come sarebbe meraviglioso che altri lo facessero, apportando contenuti dove sono capaci o dove vogliono farlo, quindi non sottraendosi.


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-26 19:40:32|

grande martino.

lorenzo


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-26 19:00:51|di Martino Baldi

Luigi, non mi sorprenderebbe l’aver frainteso perché la mole di commenti inizia ormai a essere cospicua e io continuo a avere problemi di accesso a internet, non avendo l’adsl, e di tempo, per la questione "filosofica" che sai. Quindi, attendo tranquillamente lumi.

Christian, i piani sei anche tu a confonderli, mescolando i comportamenti in un blog o in un forum con i libri, i convegni, ecc. Sono d’accordo con te quando dici che non ci si dovrebbe sottrarre al confronto, mai, ci mancherebbe, però è anche vero che ognuno ha diversi modi, tempi, inclinazioni, familiarità con i media, senso della prudenza, ecc. E che a qualcuno questo sistema di discutere di poesia in mezzo a un coro di trombette e pernacchie può pure non risultare tanto consono.

Fatto sta che qui stiamo scivolando lentamente oltre la metapoesia, anzi oltre la meta-meta-meta. Il fatto è che gli atteggiamenti e i comportamenti non si criticano o promuovono, si praticano. Altrimenti diventa un giochino noioso. Che senso ha continuare a dirsi belli e a discutere se gli altri sono belli come noi? Continuiamo a fare quello che ci sembra giusto e vedremo se saremo bravi a realizzare qualcosa di migliore del sistema che critichiamo. A me pare che qualcosa stiamo facendo, ma iniziare a pensare che il nostro sistema sia per forza migliore, che vada "imposto", che la lotta da condurre sia quella per o contro il "potere", ecc. ecc. mi sembra uno sviamento. Essere se stessi in mezzo agli altri, senza inutili guerre, mi sembra un buon modo di diffondere le virtù, se di virtù si tratta.


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-26 18:39:08|di Christian

Mi sembra Martino che hai confuso un po’ di ambiti; se qualcosa deve nascere dalla melma, come tu la definisci, vuol dire che per forza deve aprirsi sopra - anch’io ho parlato bene di Atelier nel mio articolo sui giovani, ma critico l’impostazione (e le troppe autocelebrazioni) della rivista. Quando parlo di back up del sistema letterario, di dibattito, anche nell’editoriale su Fucine, forse, gli appunti che prendo sui punti critici qualche spunto di riflessione lo danno. Che Merlin o Ladolfi siano delle rispettabili persone, non mi interessa; mi interessa il dibattito, e so che una mia domanda, posta qui su absolute nell’articolo sul decennale di Atelier, attende ancora risposta, e non mi interessa se Voce ha fatto pfui a Ladolfi, perché semmai riguarda il loro rapporto, e non una domanda, che io avevo posto. Finché non arriva, finché non c’è una discussione, un toc toc, qui si continua a far parlare i silenti, o in una sorta di superiore realtà - chiamala finzione - far danzare i morti.


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-26 18:37:15|di luigi

Martino, mi sa che non hai capito...(e la cosa mi meraviglia da parte tua)
ora non ho tempo di rispondere, lo farò con calma in un altro momento


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-26 16:35:23|di Martino

ovviamente: egemonia

scusate il refuso (e gli altri che non correggo)


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-26 16:34:08|di Martino

Mi si chiede di fare nomi e cognomi... Che nomi dovrei fare? C’è da denunciare qualcuno? Io posso pronunciarmi "a favore" ma di mettermi a condannare quello o quell’altro non mi va proprio. Non è questione di ridurre tutto ai personalimi, ma è una questione di metodo e allora si affronta cambiando metodo, comportandosi diversamente, non facendo la guerra a chi non è come te, moltiplicando all’infinito i fronti di una contesa. E poi a me pare - e non piace per niente - che stia passando una dinamica del tipo: i buoni di qua, i cattivi di là, i vigliacchi nel mezzo. E questo non mi piace per niente. Io non dichiaro guerra a nessuno, anche perché non c’è niente da conquistare. Stiamo parlando di una battaglia navale in un bicchiere d’acqua. Riprendendo una osservazione di tale Lucia Borghese a proposito di Heinrich Boll, mi interessa tanto di più "non come gli uomini fanno la guerra, ma cosa la guerra fa degli uomini". E il modo in cui gli uomini sono stati ridotti dalla guerra mi sembra tutto fuorché un esempio da seguire. Io non mi faccio tirare dentro questi schematismi perché potrei dare - in coscienza - solo opinioni nutrite dalla mia esperienza personale. E allora dovrei dire, e dico, per esempio, che i tanto vituperati Marco Merlin e Daniele Piccini con me si sono comportati da veri signori - quali, a mio parere, sono. Delle antologie di Cucchi e Rondoni, una volta che le ho giudicate per quel che sono (pessime operazioni culturali, con secondi fini talmente trasparenti da apparire principali piuttosto che "secondi"), possono continuare a non curarmene (e di fatto non me ne curo quasi per niente). Del resto il problema dell’esercizio del potere da parte dei Cinquantenni (e degli over 50) non si scoprirà solo oggi e solo per la poesia. Nessuno vuole negare i meriti di Lello Voce ma certa sufficienza liquidatoria nei confronti di chi è radicalmente diverso a me non piace. E non piace mescolare i comportamenti strumentali di un Rondoni con le posizioni legittimamente "poetiche" di un Piccini, di un Galaverni o di un Veronesi, con le loro passioni "avverse". Che sia per estenuazione, mi interessa il giusto, e comunque è un esempio di quanto dicevo prima, di cosa la guerra fa agli uomini. Il problema non è come ci si comporta con gli amici, ma proprio come si relaziona con quelli che si considera in qualche modo "nemici". Cercare strade alternative al "parte contro parte" è necessario; o almeno riuscire a viaggiare su altre strade. Per quanto mi riguarda, essere onesto nelle valutazioni e nei comportamenti, senza atteggiamenti strumentali, è per me un modo sufficientemente dignitoso di muoversi in questa melma. Questo è un esempio che vorrei trasmettere. Non lottare a spada tratta con chi la pensa diversamente da me, per l’affermazione delle mie ragioni contro le sue. Preferisco pensare anche contro me stesso, che mettermi a far la guerra per fare piacere a qualcuno. Anche se capisco benissimo l’aspetto "politico", questo non significa che debba allinearmi sulle posizioni di chi è politicamente sul mio stesso fronte se per me sbaglia. Siam sempre qui a discutere se sia più rivoluzionario (o democratico, o di sinistra) lo sperimentalismo o la comunicazione? Dopo cinquant’anni! A scrivere degli anatemi per chi non scrive come politica vuole? Quella della guerra è per me un’ottica grossolana e sbagliata, come tutte le posizioni nutrite di apriorismi e incapaci di dialogare con l’altro. Esattamente come rispondere con la "guerra democratica" agli atti terroristici, e viceversa. Lo sforzo che va fatto è uno sforzo di comprensione e, al limite, di costruzione di un paradigma completamente diverso e alternativo, ma alternativo nei comportamenti nei confronti dell’altro, altrimenti è solo una replica. Alternativo per come si relaziona con "gli scarti" da se stesso prodotti, con l’umanità che va a fondo, come dice Luigi. Che vada a fondo scrivendo endecasillabi pomposi o che vada a fondo sibilando catene di consonanti incomprensibili. L’altro è l’altro e non lo si giudica e condanna nella sua peculiarità con i propri metri di giudizio. Questo è, per me, comportarsi politicamente. Sennò facciamo come quelli che se la prendono col conflitto di interessi di Berlusconi e poi da bravi assessori di sinistra fanno assumere il proprio nipotino neolaureato come amministratore di una Publiservizi o mettono il cugino a dirigere un museo pubblico. Che è un altro modo di comportarsi politicamente. Ma, appunto, un altro modo. Preferisco vedere il mondo come un insieme di diversità che devono imparare a coesistere che come posizioni contrastanti in perenne lotta tra loro. Anche questo è, per me, politica.

In ultimo, riprendo l’argomento Atelier, visto che Christian torna sempre a toccare quel tasto e che lo stesso Luigi pone il problema della "egenomia di Atelier" nel suo editoriale di Fucine Mute. E intervengo non per una difesa "a priori" ma per un surplus di argomentazione. La rivista è nata dieci anni fa dal nulla (ideata e fondata in una remota periferia della periferia piemontese da un professore di scuola media e da un suo allievo) e senza chiedere niente a nessuno, senza nessun diritto acquisito o potere consolidato alle spalle. Se parliamo di fiducia nei giovani... hanno pubblicato inediti di perfetti sconosciuti senza sapere nemmeno che volto o che voce avessero (è capitato a me, come a molti altri), spesso con valutazioni risultate sorprendenti, certamente anche facendo probabilmente degli errori ma sempre sbagliando "in prima persona". Ha saputo riunire e tener insieme con continuità (dieci anni non sono uno scherzo!) un gruppo notevole di talenti. E’ cresciuta (o diminuita) nella considerazione generale soltanto per quel che ha saputo fare con le proprie forze. Nel bene e nel male, certo. Ha aperto e portato a compimento (16 volumi, come da progetto) una delle poche collane in Italia che non ha chiesto nemmeno un euro (nemmeno sotto mentite formule, come quella dell’acquisto minimo) ai poeti pubblicati. In questa collana - a differenza di molti che predicano la differenza e poi sono sempre lì a tirarsi la volata tra simili - hanno trovato spazio giovani poeti tra loro diversissimi come Massimo Gezzi e Maria Grazia Calandrone, Gabriel Del Sarto e Luigi Severi, Davide Brullo e Riccardo Ielmini, Federico Italiano e Flavio Santi, Tiziana Cera Rosco e Matteo Marchesini, il sottoscritto e Massimo Sannelli... Una collana dal livello medio sicuramente molto alto, considerato anche che in grande maggioranza si tratta di poeti al proprio primo libro d’esordio. Veramente non capisco tutto questo accanimento nei suoi confronti, con tutta la robaccia che ci sarebbe da spalare via altrove.


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-26 12:17:25|di Christian

Lorenzo, il problema non è il testo - ci sono ottime persone che responsabilmente, non potendo partecipare ad un dibattito, sentono il ruolo del loro fare e lo interpretano senza particolari preoccupazioni delimitando un campo d’azione (e senza attribuire a questo un valore assoluto); e ci sono persone che leggono senza attribuire allo scritto funzioni che non ha, da quello fintamente normativo che molta critica attribuirebbe, a quello del nome che l’ha creato, con i suoi comportamenti. Poi ci sono altre persone, ed io cito chi si è occupato di critica, che invece di "esercitare" (e in questo probabilmente ci dev’essere pure la comprensione dei tempi), appunto, una critica, se ne stanno, forse (perché amo sperare il contrario, anzi lo richiedo), nella loro nicchietta. Non è una questione, la mia, di scrittura, ma di etica, e quindi anche di etica professionale. Io, se non sono d’accordo con te, te lo vengo a dire; lo stesso vale per te nei confronti di Voce (e viceversa), vale nei confronti di Veronesi e Voce (e pure se non si tratta di una stima ricambiata, è una cosa importante), vale... quindi ha valore, che si crea attraverso relazioni, accidenti, osservabili, di persone in ascolto.


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