Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

Coordinamento: Luigi Nacci & Lello Voce

Redatta da:

Luca Baldoni, Valerio Cuccaroni, Vincenzo Frungillo, Enzo Mansueto, Francesca Matteoni, Renata Morresi, Gianmaria Nerli, Fabio Orecchini, Alessandro Raveggi, Lidia Riviello, Federico Scaramuccia, Marco Simonelli, Sparajurij, Francesco Terzago, Italo Testa, Maria Valente.

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La poesia italiana dal 1960 a oggi

considerazioni in margine all’antologia di Daniele Piccini (Rizzoli, Milano 2005)

Articolo postato giovedì 14 settembre 2006

Ricevo dall’autore e propongo volentieri come spunto di discussione le seguenti considerazioni. M.B.

Dicevano i fratelli Schlegel che una recensione - intesa quasi come genere letterario, o almeno come forma essenziale del pensiero critico - dovrebbe essere «la perfetta risoluzione di un’equazione critica». Ma è ovvio che non è possibile dare una soluzione univoca a quell’intricatissimo sistema di equazioni, dalle variabili implose e tendenti all’infinito, dai valori quanto mai contraddittori, relativi, controvertibili, che può essere rappresentata dal panorama, vastissimo e assai frammentato, della poesia italiana del secondo Novecento. Sostanzialmente sterili paiono, del resto, le tante discussioni e le inesauribili schermaglie sulle numerose antologie della poesia novecentesca («il Novecento in liquidazione», è stato detto) edite in questi ultimi anni: polemiche e dispute rese perlopiù vacue ed infondate dagli apriorismi e dalle faziosità che le animavano, e che portavano a denunciare, per partito preso, l’inclusione o l’esclusione di un dato autore senza che ne fosse citato e discusso neppure un verso, oltre che dalla forzosa pretesa di ridurre entro griglie valoriali rigide e schemi e categorie indubitabili un’entità per definizione fluida, cangiante, proteiforme come il contemporaneo, che forse solo uno sguardo duttile, flessibile, mobile, fenomenologico - nel senso husserliano e anceschiano - può cercar d’illuminare.

Prendo spunto dalla recente antologia a cura di Daniele Piccini, La poesia italiana dal 1960 a oggi, Milano, BUR, pp. 900. In questo caso si deve innanzitutto riconoscere al Curatore - a prescindere dagli orientamenti e dalle predilezioni - il merito di avere tracciato, di questo panorama così nebuloso e irto, una mappa e un panorama testuali e bibliografici (essenziale, a quest’ultimo proposito, il corposo repertorio conclusivo) ampi e complessivamente imparziali, pur se prevalentemente intonati, parrebbe, ad una linea neo-orfica di ripensamento e aggiornamento della grande lezione simbolista, surrealista ed ermetica, una linea ancorata alla grande testimonianza - il cui rilievo storico non può del resto disconoscersi - della rivista «Niebo» e dell’antologia La parola innamorata.

Maggiore spazio si sarebbe potuto dare, coerentemente proprio con questa atmosfera e questa impronta prevalenti, a poeti forse sottovalutati come Danilo Bramati e Mario Baudino, autori di due opere ragguardevolissime, entrambe edite da Guanda, rispettivamente Nel cuore della luce e Grazie (che contiene, inter alia, il poemetto Brindisi, a mio parere uno degli esiti più alti, per densità lirica, accensione visionaria, densità gnoseologica, della poesia dell’ultimo ventennio): due libri, questi ultimi, in cui il respiro discorsivo e narrativo (evidente soprattutto in Bramati), peraltro infittito di risvolti meditativi e simbolici, si concilia molto più di quanto non avvenga, poniamo, nel Cucchi aspro, oggettuale, “lombardo”, del Disperso, con l’approfondimento della parola in sé, còlta nel suo autonomo e puro valore estetico e conoscitivo. E le predilezioni di chi scrive andranno semmai, sulla base di questi presupposti, al Cucchi della Luce del distacco, animato da una teatrale verticalità di linguaggio mèmore della grande tradizione della mistica apofatica, e implicato, su questo fondamento, in un’ascesi letteraria che conduca dalla greve rudezza delle cose e dei fatti all’aura più luminosa e tersa, ma non meno innervata di vita e di esperienza, del pensiero e della poesia.

Qualche perplessità può invece destare, oggi, la poesia di Alessandro Ceni, che sembra largamente ondeggiare, divagare, distendersi, di suggestione in suggestione, di associazione in associazione, di agudeza in agudeza, alla ricerca del lampo di luce improvviso, della repentina condensazione di significato, della inattesa e sorprendente folgorazione espressiva che possano gettare su tutto il testo una luce di senso e di pienezza, ma che spesso il lettore è destinato ad attendere invano.

Ad ogni modo, si deve rendere merito alla linea editoriale di questa antologia per aver posto nel dovuto rilievo, nell’aver saggiamente salvaguardato, quella che si suole definire come la “specificità”, cioè la purezza, l’assolutezza, diciamo pure la nobiltà e l’altezza, della parola poetica, sovente esposta, nell’odierno universo semiologico e comunicativo, e specialmente negli autori più giovani, a contaminazioni e ibridazioni con altri linguaggi (primo fra tutti quello della canzone), con il risultato di snaturarla, per così dire di adulterarla, alterando - se non violentando... - la sua delicata natura, la sua fragile essenza, il suo statuto ontologico quanto mai problematico, cangiante, sospeso.

Che - come si sente dire - la canzone, più o meno d’autore, soddisfi un “bisogno di poesia” radicato e diffuso, che potrebbe, se opportunamente guidato, orientarsi verso la poesia in versi destinata alla lettura, è lecito dubitare, dato il lampante ed abissale dislivello di cultura, complessità e consapevolezza culturale che divide, sul piano della fruizione non meno che su quello della creazione, l’ambito della poesia d’arte da quello della musica popolare e di consumo. Come pensavano gli antichi, “la bellezza è difficile”. Né, sia detto per inciso, si comprende per quale motivo, se non forse per ragioni promozionali, un critico stimato come Roberto Galaverni abbia dato ad un testo in cui peraltro, in modo forse un po’ scontato, ma non privo di dottrina, si ribadisce giustamente e calorosamente il ruolo, proprio del poeta, di tenere - come diceva Pound - “in efficienza il linguaggio”, proteggendolo da fattori di esterni di strumentalizzazione ideologica, appiattimento convenzionale, imbastardimento commerciale e mediatico, il titolo di Il poeta è un cavaliere Jedi (Roma, Fazi, 2006, pp. 137, € 15): contrariamente all’icona postmoderna e kitsch che campeggia sulla copertina, Dante (ben lontano, nella sua vera essenza, accuratamente celata «sotto il velame de li versi strani», da quello farsesco e sguaiato, per quanto pittoresco, che risalta dalle forse troppo decantate letture di Benigni, e anzi, al contrario, quasi emblema e personificazione stessi di una Musa difficile, di una poesia “doctrinata”, dotta, densa di cultura, di un’arte consapevolmente erede di una tradizione millenaria, e tramata, scriveva Thomas Carlyle, da un canto in cui risuona «il silenzio di dieci secoli muti») non ha nulla da spartire con una spada laser, segno gelido e inumano di una cultura postmoderna, mediatica, asetticamente artificiale, superficialmente illusoria. Credo che ancor oggi il poeta (come Callimaco, come Orazio, come Mallarmé...) detesti il profanum vulgus, non beva alla pubblica fontana, non calchi la strada seguita dai più.

Ma una poesia che affermi e difenda la propria autonomia e la propria assolutezza sarà inevitabilmente indotta a riflettere, in chiave metapoetica, sulla propria natura, sui propri mezzi e fini, sul proprio spazio vitale e le proprie modalità di esistenza; se non a farsi (ed è proprio questa, da Mallarmé in poi, l’essenza della poesia contemporanea) metalinguaggio, discorso che parla di sé, enunciazione del proprio stesso parlare, del proprio stesso dirsi ed esserci, quando non della propria insensatezza, della propria assenza di fondamento, in definitiva della propria impossibilità.

Ci si rammarica, allora, che il curatore abbia scelto, in modo peraltro legittimo, il discrimine cronologico dell’esordio dopo il ’60: un discrimine che ha portato ad eludere il variegato ed irto cammino secondonovecentesco di autori (da Luzi a Bigongiari a Zanzotto) di formazione in senso lato fra surrealista ed ermetica, che, sorti in vario modo e per diverse vie dal vasto alveo della poesia pura, delle poetiche della parola e di quelle del sogno, dell’analogia, dell’associazione, si sono poi via via interrogati con lucidità assidua, tesa, quasi eroica, sulle dimensioni e sulle sorti di un linguaggio poetico sempre insidiato, discusso, minacciato, sempre proteso e gettato sugli abissi dell’indicibile e dell’informe, del «magma» o del «ricchissimo nihil» da cui - per citare lo Zanzotto di Meteo - si dipartono, «dimentichi» e «intontiti», tutti i possibili «infiniti» di un dire poetico infinitamente proteso, quasi per una sorta di “limite” in senso matematico e fisico, sul ciglio delle inesauribili vertigini dell’essere e del nulla.

Né si comprende appieno l’accusa sostanziale, rivolta a Zanzotto come a Sanguineti, quest’ultimo peraltro antologizzato (entrambi, per quanto divisi da una polemica anche aspra, ascrivibili ad una comune temperie epocale d’innovazione e di sperimentazione ardite e tormentate, tant’è vero che pochissimi anni dividono due opere capitali del secondo Novecento come La beltà e Laborintus), di non essere per così dire usciti dal linguaggio per farsi incontro al vissuto e alla storia, di non avere varcato i limiti della pagina, lo spazio, tendenzialmente autoreferenziale e adiabatico, del testo, di avere insomma esercitato, in modo manieristico, se non sterile, una sorta di “poesia per specialisti”.

Essere, per citare Ferlinghetti, «poets’ poets writing poetry about poetry», «poeti per poeti che scrivono poesie sulle poesie», è, a ben vedere, esattamente la condizione essenziale, tragicamente solitaria, del poeta contemporaneo, marginalizzato dalla comunicazione di massa e privato, per sua sfortuna o fortuna, di un pubblico che lo ascolti e gli faccia eco (ma che rischierebbe, d’altra parte, di condizionare la sua parola, di compromettere la sua autonomia e la sua libertà irrinunciabili). Per una sorta di tragico pathei mathos, di strenua «comprensione per via di sofferenza», la grandezza del poeta contemporaneo (la quale in sostanza coincide, mi sembra, con il suo grado di autocoscienza letteraria e di consapevolezza critica) risiede proprio nell’abitare virtuosamente, quasi eroicamente questo esilio puro e silenzioso, nell’inondare il suo remoto deserto della luce ostinata e abbagliante di un “mestiere” e di un’ “arte” accesi dal rogo appassionato della razionalità creativa, dell’identità stilistica, dell’appartenenza storica.

Né sarà del tutto giusto tacciare questi due poeti di inappartenenza epocale, di fuga dalla storia, di elusione del tempo e degli eventi nel chiuso laboratorio dell’artificio stilistico: al contrario, nei loro versi pullulanti di ecolalie, bisticci, azzeramenti semantici, e tesi, a tratti, fino ai limiti del non-senso, della mancanza totale di significato e di intelligibilità nel senso usuale, è possibile scorgere proprio la diretta, quasi necessitata, ancorché criticamente sorvegliata e filtrata, oggettivazione verbale di uno stato di neurastenia e di alienazione (da intendersi, quest’ultima, in senso ora mistico, ora marxiano, vuoi psicanalitico, vuoi esistenzialistico) che sembra aver colpito, in un dato momento, un’intera società, un’intera civiltà, un’intera concezione storica ed epocale, né a ben vedere sembra essersi, a tutt’oggi, pienamente sanato.

Continuare a riflettere e a consumarsi, in modo ostinato e forse vano, sullo specifico del linguaggio, sull’elaborazione stilistica, sul ripensamento e sulla riscrittura, per quanto a volte distorcenti e stranianti, della tradizione, del canone, della biblioteca, del museo, della millenaria, quasi inorganica stratificazione del pensiero e del Verbo, è forse ciò che resta da fare ai poeti; e prendere atto, sconsolatamente ma lucidamente, di questo stato di cose, è, mi sembra, condizione indispensabile al loro rilievo storico, alla loro consistenza, in una parola alla loro grandezza.

Si può vedere, come a sintesi di questa tensione insieme stilistica e gnoseologica, Ascoltando dal prato di Zanzotto, fra i vertici assoluti della lirica secondonovecentesca: nella «nota sempre sbagliata» eppure «al di là di ogni esempio azzeccata» battuta insistitamente da un «dito annichilito» si concentra un’interrogazione esistenziale ed ontologica fondamentale, «non mai esauribile / né esistibile», che sfocia infine in un cieco «indovinare», in una sorta di mallarmeano «scacco», «colpo di dadi» od «oscuro disastro».

Una fredda ed intellettualistica “poesia per poeti”, per specialisti, può apparire semmai, oggi, quella di Magrelli (il quale, peraltro, non può non figurare in un’antologia del Novecento, non foss’altro per l’oggettivo rilievo storico e generazionale che riveste, a posteriori, un libro come Ora serrata retinae): le parole che «vengono dal silenzio» e che «s’incastonano/ nella bianca calce della pagina» (sulla scia del grande tema, già mallarmeano e dannunziano, del «bianco silenzio» che avvolge e fascia la parola e il canto) paiono entità puramente mentali e razionali, nudamente logiche, immuni e preservate da ogni assalto e da ogni epifania così della trascendenza come del profondo.

Un’ottica, peraltro, non lontana da quella da me delineata nelle pagine che precedono (un’ottica, intendo, volta a preservare alla parola poetica la sua purezza, la sua specificità, il suo spessore storico) sembra motivare, in questa antologia, lo spazio giustamente accordato a Franco Scataglini e Umberto Piersanti: due autori che, pur percorrendo vie divergenti, fanno dello scavo, della regressione stilistici e memoriali (d’impronta più o meno esplicitamente prenovecentesca o antinovecentesca) una sorta di sentiero per risalire, come diceva Valéry, «alle sorgenti del poema», fino alla sorgente, alla fonte (sorta di Ippocrene o di «fons Bandusiae») del dire poetico. E poco importa se ciò avvenga, nell’ultimo Scataglini, attraverso l’adozione di una sorta di metatemporale, sovrastorica koinè umbro-marchigiana, di sapore jacoponico, e in Piersanti, invece, tramite una rete di echi e risonanze di timbro vagamente bucolico, virgiliano o pascoliano, filtrata magari dal Bertolucci della Capanna indiana o da quello, ultimo, di Verso le sorgenti del Cinghio. Si pensi, nella prima delle Bucoliche, al mito essenziale e primario delle selve che risuonano del nome dell’amata, facendo risplendere una sorta di rinnovata sintonia, di restaurata simbiosi, tra la voce e il silenzio della natura e la parola umana, articolata, voluta, consapevole.

Nell’uno come nell’altro caso, in Scataglini come in Piersanti, a prendere corpo sulla pagina e nei versi è la Parola, il Verbo, il dire puro e necessario, si manifestino essi nella «voce del divino/ paterno», voce sottratta alle «scritture ineloquenti», di Scataglini (una linea, questa, che sembra proseguire, sempre in area marchigiana, nel recentissimo Ronda dei conversi di De Signoribus, che insegue, nelle profondità del pensiero e della carne, la parola radicale e primigenia, annidata «prima dell’alfabeto», al di qua della temporalità distesa del linguaggio regolato e articolato, nell’«inconosciuto corpo/ della scritta parola»), o piuttosto nel «fresco e odoroso [...] / profilo della grazia», luminoso e netto nel «tempo oscuro che lo cerchia», di cui parla Piersanti. E si confronti un altro autore non incluso, Cesare Viviani, che nella sublime Opera lasciata sola canta il «vuoto niente dei cieli», l’«indescrivibile forma dell’Uno», l’eterna «assenza di effigi, di anime,/ di altezze inimmaginabili», e nelle pagine saggistiche di Il mondo non è uno spettacolo fissa le prerogative, vastissime e insieme angoscianti, di una parola che è «il tutto, l’universo infinito, ma un infinito impensabile, in cui si è immersi e da cui non si può uscire».

Nella coscienza secondonovecentesca, all’ontologia negativa, sostanzialmente nichilistica, di uno Zanzotto, o alla visione ancora più radicalmente, quasi ciecamente materialistica e antimetafisica, di Sanguineti, sembra giustapporsi un’ontologia positiva, piena, inverante - sebbene forse destinata, essa stessa, in presenza o in assenza della prospettiva di una trascendenza e di un divino, a naufragare, all’ultimo, nell’«infini-rien» di Pascal, a far coincidere, una volta negato ogni terreno limite, ogni proporzione immanente, il supremo tutto con l’estremo vuoto, con il puro nulla. Ma, almeno nel caso di Zanzotto, sono comuni, a queste due vie dell’ontologia poetica secondonovecentesca, lo sforzo ostinato di conoscenza, la richiesta inesausta e inesauribile di senso.

Nella stessa ottica si giustifica il rilievo dato, nell’Introduzione (anche se purtroppo non nella scelta antologica), ad un poeta di formazione neo-orfica, ma votatosi poi ad una forma di inquieto e moderno classicismo, come Giancarlo Pontiggia, di cui si coglie l’occasione per segnalare la recente, ragguardevole raccolta Il bosco del tempo. Nei suoi versi, la parola poetica sorge, sulle orme del Virgilio georgico, avvolta dal brusio delle api, simbolo classico e cristiano, ma anche umanistico, di feconda e laboriosa humilitas (i «puri suoni» dei versi sono «celle/ di un pensiero più forte, ronzanti/ nelle stanze quiete», si condensano nel «miele che distilla una quieta/ pace» e nel «tempo [...] che lo affina»), non senza toccare però un respiro mitopoietico originario, cosmogonico, che fa pensare all’Esiodo della Teogonia o all’Ovidio del proemio delle Metamorfosi («Canto ciò che fu prima/ e ciò che venne. Tutto/ era sospeso in una/ quiete lunga, nel forte/ vuoto»), o porta a risolvere talora - in un modo che si potrebbe definire serriano - la vivida percezione del testo classico in catene avvolgenti di metafore, analogie, suggestioni: «Plinio leggevo, il Giovane,/ in quelle albe, le sue epistole/ soffuse di una verde ombra muschiosa».

Più difficilmente si comprende invece, benché avallata da molte antologie precedenti, l’inclusione di Vivian Lamarque, la cui poesia mi sembra, nel complesso, fragile, fatua, vacuamente risonante, studiatamente tesa a far intuire o intravedere una profondità in definitiva inesistente, ad accennare a una complessità e ad una ricchezza in realtà assenti, a mascherare, insomma, una sostanziale mancanza di spessore culturale e concettuale. Se si voleva, come del resto era giusto, rendere conto di una certa linea musicale, cantabile (se non cantilenante), melica e idillica, della poesia contemporanea, si poteva includere un Ruffilli, che sotto la superficie di una musicalità fluida, limpida, scorrevole, quasi mozartiana, cela riflessioni storiche ed esistenziali spesso amare e profonde (se ne veda il recente, splendido La gioia e il lutto, sprofondato, anche sulla scia del Profeta di Kahlil Gibran, nella nera luce della vita e della morte, del tempo e dell’eternità) o un Claudio Damiani, i cui versi limpidi e melodiosi, e insieme discorsivi, risuonano lontanamente da paesaggi e scenari eterni, immoti, senza tempo, da una natura incontaminata ed ancestrale, che ha qualcosa di Orazio come di Pascoli; o, magari, dare voce alla Musa straniante, ipnotica, allucinata di Beppe Salvia, che muoveva da un patrimonio e da un repertorio classici manieristicamente, quasi scolasticamente rivisitati e riplasmati onde esprimere una vocazione estetica che pare di per se stessa proiettata e precipitata verso l’annientamento e il vuoto, consacrata al «bianco nulla» della tela e della pagina, che inghiotte infine la stessa vita.

Ci si può rallegrare, viceversa, dell’inclusione di Raffaello Baldini, che rende il debito riconoscimento all’importanza che la poesia neodialettale romagnola, capace di attraversare in profondità e scuotere dalle radici, immettendovi una vena di più deciso e impietoso realismo, l’ispirazione bucolica e idillica insita nella lezione del maestro Spallicci, riveste nel panorama poetico contemporaneo: si può vedere, al riguardo, l’equilibrata antologia Le radici e il sogno. Poeti dialettali del secondo ’900 in Romagna, a cura di Luciano Benini Sforza e Nevio Spadoni, Faenza Mobydick, 1996.

Nel dialetto, in linea generale, la poesia sembra aver ritrovato la dimensione del vernacolo ora come lingua pura, “vergine”, incontaminata, come naturale via d’accesso e punto di partenza per una possibile “discesa alle madri”, per un ritorno alle radici, prelogiche e pregrammaticali, dell’essere e del pensiero, ora - si pensi ad un Loi - come icastico e talora rude strumento espressivo capace di cogliere gli aspetti dell’umano più densi, scabri, corposi. Credo, però, che forse un giorno si dovrà riconoscere il più alto esito della neodialettalità romagnola non nel pur ragguardevole “realismo impuro” - cioè narrativo, discorsivo, accesamente caratterizzato, e nel contempo deformato, talora, attraverso un’ottica visionaria, allucinatoria, grottesca - di un Guerra o di un Baldini, ma piuttosto nel lirismo purissimo, traslucido e sapiente, a tratti cristallizzato, astorico, nutrito di fantasmi e di archetipi, di Tolmino Baldassari, che non a caso, in un suo intervento, oppone agli assalti del “villaggio globale” una poesia che «filtri», «attraverso lo studio, la cultura in senso lato, e particolarmente la cultura letteraria», la nuda immediatezza esistenziale del «porsi nel mondo».

Inoltre sarebbe tempo, a mio avviso (ma so che questa opinione non è condivisa dai più), che della vulgata e del canone antologici della poesia del Novecento entrassero finalmente, e stabilmente, a far parte due “poeti professori” dotti, profondi, possenti come Giorgio Bàrberi Squarotti e Silvio Ramat, del quale è da poco uscita presso Interlinea, fra l’altro, l’opera poetica completa: si tratta di autori che, forse, per il loro voluminoso e corposo spessore erudito, incontrano difficoltà ad essere recepiti in un contesto culturale come quello italiano, che non ha avuto poeti per così dire cattedratici come un Allen Tate o un Richard Wilbur, e che sembra a volte restare ancorato ad un frainteso e banalizzato mito, pascoliano o sabiano, di spontaneità, naturalezza, “onestà”.

Ramat e Squarotti si rivelano, anche come poeti, capaci di perlustrare e di rivisitare il museo o il canone di tutta l’identità letteraria occidentale, di vagare e spaziare nei meandri e nei labirinti della Biblioteca di Babele (mitico ed emblematico luogo borgesiano che non a caso ricorre costantemente nella poesia di Squarotti), nonché di guardare a fondo, con lucidità, senza veli o infingimenti, al nucleo di vuoto e di nulla, all’abisso di vanità e d’insensatezza che si annidano e pulsano dietro il velo variopinto e risonante delle forme e delle parole. Si può dire, pur nelle differenze anche sostanziali fra i percorsi dei due autori, che se, da un lato, Squarotti (da La declamazione onesta al Marinaio del Mar Nero al recentissimo, splendido e quasi ignorato Le vane nevi) insegue e vagheggia, come il Fauno di Mallarmé, le fuggevoli parvenze e le subitanee ed evanescenti incarnazioni di una Bellezza nuda e fragile, sempre insidiata dalla violenza della storia e dall’abisso del nulla e della morte, dall’altro Ramat, nei suoi libri più tesi ed organici - e segnatamente in quelli degli anni Ottanta, da L’inverno delle teorie a Orto e nido, pervasi da una «tentazione poematica», da un’«idea di poema» che «ti segue e ti ha precorso», che sembrano suggerire qualche contatto o qualche convergenza con la coeva esperienza dello Zanzotto della “trilogia” o con quella dell’ultimo Bigongiari - affonda lo sguardo e lo scandaglio poetico-critici nelle «lacune del senso», «oltre la lettera», «nel grembo/ dell’indistinta Citazione», e impronta il suo canto ad una «vocalità di abisso», ad una quasi surrealistica «lingua del sonno». Egli esplora, insomma, ed esperisce le profondità e le tenebre di una parola, di un Verbo che, nel loro stato abissale, impersonale, quasi inorganico, dicono e ripetono, eternamente, il nihil aeternum, lo stesso unico senso ultimo di tutti gli infiniti enunciati possibili - pur lasciando dischiusa, quasi montaliano «fantasma che ti salva», una dantesca «speranza dell’altezza», un balenante riflesso che piove «dall’alto, più alto della voce».

È con questi fondamenti ontologici, o se si vuole con questa tragica e vacua assenza di fondamenti, che il poeta contemporaneo davvero consapevole e maturo (e tale dunque, per definizione, da poter essere considerato “canonico” e “classico”) deve, anche correndo il rischio della freddezza, dell’intellettualismo, dell’ornatus difficilis, misurarsi.

Che la linea prevalente, e comunque in sé legittima e coerente, di questa monumentale antologia paia tendere, in definitiva, a conciliare un fondo neo-orfico con una stretta adesione alla vivezza dell’esperienza e all’immediatezza del sentimento e della testimonianza, anteposte in ultima istanza alla mediazione conscia e riflessa dell’elaborazione stilistica e della consapevolezza culturale e letteraria, può risultare confermato dal fatto che essa si conclude con Davide Rondoni, la cui oggettiva importanza è comprovata, se non altro, dal suo largo influsso (attestato in primis dall’antologia I cercatori d’oro) sui cosiddetti “poeti nati negli anni Settanta”.

Un testo splendido, teso e vibrante, come Il terzo figlio (peraltro forse viziato, nella chiusa, con quella rimalmezzo perso-universo, da una cantabilità un po’ esteriore e facile) entrerà certamente, e non senza ragione, nella vulgata antologica della poesia degli ultimi decenni. Ci si può anzi rammaricare del fatto che il lettore non trovi qui un altro testo abbagliante come la Suite per Irene, che affianca anch’essa momenti di consistente lirismo sapienziale, intriso di mistica, luziana “conoscenza per ardore” («Irene, dolce fascina,/ passando per il terribile/ hai trovato la fiamma/ chiara dell’invisibile»), a cadute moralistiche e prosastiche («...chi fa del nero inoculato ai ragazzini/ la propria spettrale,/ ricca professione»).

Forse, paradossalmente, il Rondoni migliore è il critico, animato da un’«intelligenza militante», come Daniele Piccini felicemente la definisce, che - l’ho già fatto notare altrove, indicandolo quale tratto tipico di taluni poeti-critici - sa cogliere, con una sorta di balzo intellettuale ed ermeneutico, il mondo e l’essenza di un autore per restituirli sulla pagina con la concisa rapidità della definizione fluida ed aperta o con l’intenso lampo della metafora, preferiti alla rigidità della categoria e della formula.

Ma il fatto che un’autorevole e rigorosa antologia della poesia italiana secondonovecentesca si concluda con Rondoni ha qualcosa, se così posso dire, di teleologico, se non di escatologico. Con Rondoni - per parafrasare il Carducci, acutissimo, di Critica e arte - la poesia muore: non beninteso in quanto tale, non come poesia in senso lato, poiché come tale essa non può morire, bensì solo trasfigurarsi e trasmutarsi in altre, diverse e nuove, forme; muore - in modo, potrebbe dire qualcuno, salutare, salvifico, preludente a una limpida risurrezione - in quanto arte (o artificio), in quanto elaborazione stilistica e formale germinata dal terreno del passato, della tradizione, del pensiero, in quanto metapoesia, discorso che parla di sé e cresce su se stesso riflettendosi. Muore, potrebbe dire qualcuno, come il chicco di grano del Vangelo, per poter germinare e dar frutto.

Ma questa poesia non “muore al mondo” per rinascere in se stessa, nella sua essenza pura e chiara: piuttosto, essa muore a se stessa, viene meno alla propria autonomia, alla propria interna riflessione, alla propria intima tensione, per farsi incontro, pur generosamente e nella più autentica, quasi disarmata buona fede, all’esperienza dell’umano e del divino, immergersi nel reale, divenire una “cosa nel mondo”, più che - come voleva Rilke - “aggiunta” ad esso per inverarlo o redimerlo; essa diviene insomma - direbbe certa fenomenologia - oggetto fra gli oggetti, parte integrante e compromessa del “mondo della vita”. In termini hegeliani, questa “morte della poesia” è forse piuttosto un “superamento”, un “oltrepassamento” della poesia stessa in direzione della realtà, della vita, della testimonianza. «C’è una sala giochi a Cervia/ due stanzoni larghi/ spogli/ Alle macchine si appoggiano/ Quindicenni/ come cose [...]». Qui, come nei concreti e corposi “poeti-prosatori” secondonovecenteschi (i cui archetipi e maestri andranno forse additati in un Giudici o un Loi, se non già in certo Sereni), cose, oggetti, figure si proiettano, e per così dire aderiscono e attecchiscono, sulla pagina senza più lo schermo, il filtro e la mediazione di una spessa e rigorosa coscienza letteraria, stilistica, storica (certo presente all’autore, ma volutamente dissimulata, aggirata - messa, sempre in senso fenomenologico, “fra parentesi”).

Discorso non troppo diverso si potrebbe fare per la poesia di Gianfranco Lauretano (qui non incluso), per la sua prosasticità franta, ansante, a tratti angolosa e ruvida - e pur così densa di sentimenti, di affetti, pregna di un’eticità autentica, mai ostentata o didascalica, intimamente, e quasi pudicamente, vissuta. Sono, quelli di Lauretano come quelli di Rondoni, versi per così dire vergini, che paiono sorgere come rose nel deserto, da un vuoto aurorale e primevo, da un’esclusione o un azzeramento preliminari di ogni ascendenza e di ogni scuola, eccezion fatta forse, in Rondoni, per certi echi e reminiscenze che affiorano, di tanto in tanto, da Baudelaire a Eliot, da Péguy a Luzi, ma sempre piegati, un poco unilateralmente, ai fini di una poesia immediata, fatta di vissuto, esperienza, testimonianza. Sembra esservi, in Rondoni, una sorta di cieca “superstizione del dicibile”, di un poco gratuita ed irriflessa fiducia nella parola usuale e usurata, nel dire quotidiano e materno.

Io credo che, come la fede non può - dopo Nietzsche, dopo Heidegger, dopo la teologia della demitizzazione, della crisi, della “morte di Dio” - esser data per scontata, come l’idea stessa del Divino e dell’Essere non può più partire che dalla propria preliminare, demitizzante negazione, e non dall’aprioristica certezza, così, dopo Mallarmé, dopo Valéry, dopo Zanzotto, la poesia non possa muovere e trarre alimento se non dal proprio esser-ci drammatico e contristato, dal proprio cupo Essere-per-la-morte, dall’abisso sempre aperto e opprimente dell’impossibilità, del nulla, dell’afasia.

Così posta, la poesia s’intride di riflessione e di pensiero, si fonde con la critica, si fa poesia della poesia, del proprio essere, o non poter più essere, poesia: e solo in questa forma può continuare a detenere la sua dimora cristallina e fragile nelle regioni dell’arte e del pensiero. Paradossalmente, l’arte trae vita dalla morte, da una - dice Valéry - «nouvelle morte/ plus précieuse que la vie»: deve morire al mondo per poter davvero e pienamente nascere e vivere, deve negarsi alla realtà e all’immediatezza dell’esperienza, ripiegarsi e chiudersi su se stessa, per affermarsi ed attestarsi come poesia.

Matteo Veronesi

68 commenti a questo articolo

> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-26 00:53:49|di lorenzo

Luigi, ho detto "MA ANCHE portare avanti contenuti e aprirsi al confronto". se poi mi chiedi cosa sono i contenuti, ti dico che sono le idee. prima di "scrutare meticolosamente gli indici alla ricerca di nomi e cognomi", io do anche "una scorsa" ai testi per vedere se c’è qualcosa che mi piace.

lorenzo


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-26 00:01:51|di Christian Sinicco

Mi sembra di aver, in questi ultimi tempi, criticato con una certa asprezza (e direttamente) diverse "situazioni", da Atelier a Gammm: non credo ci sia nulla di strano (e nessun massacro, o guerra), anche perché con gli amici mi comporto ancora più duramente. Solo i morti - quelli sì li han sottratti al mondo delle idee, forse - non esprimono le proprie opinioni. L’analogia, quella del morto, ovviamente investe non tanto chi, come Voce, esprime a chiare lettere anche la propria emozione di fronte ad uno stato di cose, ma chi, a mio giudizio, sceglie l’aventino. A proposito dei silenti di questo dibattito che si fa in rete, io sospetto che essi vivano un finto mondo di letteratura che hegelianamente, nel superamento delle antinomie che citazionisticamente si creano, darà loro il paradiso, ricreerà l’unità nella prospettiva storica, nell’unico vero flusso possibile... una sorta di giustizia divina... oppure altri silenti sono i detrattori, i quali affermano che il dibattito è pessimo, che c’è tanta merda, quando sicuramente ce n’è di più dove non la vediamo, perché almeno qui possiamo scegliere se leggere o meno i deliri di rasputin savohead e letterio, cioè possiamo scegliere anche se farci una risata, non essere seriosi, od essere critici, amarci e non amarci, ma non solo, noi attraverso questo dibattito accogliamo anche la parola dei morti, li facciamo reagire, ballare - il tutto mi ricorda tanto una poesia di Apollinaire.
Ora, qui stiamo parlando del bello e del brutto della vita dei morti, di coloro che risvegliamo in noi e facciamo dibattere, come se essi possedessero intenzioni, ma innanzitutto costoro non sono qui, non si prendono la briga di affermare, perché nelle ampie o minuscole buche che si sono scavati, stanno bene. Ora, o ammettiamo una volta per tutte che vogliamo costruire sopra questi deserti del dibattito qualcosa, ma siamo noi a farlo, e ci rendiamo conto con sano realismo e una buona dose di disillusione e cinismo che i morti non lo possono fare, o se no andiamo avanti a farci fare le recensioni, le prefazioni, le antologie e le critiche da questi. Cepollaro, Cucchi, Ladolfi, Giovenale, Galaverni, Cortellessa, Merlin, Piccini, Rondoni, se ci siete, battete un colpo, ma non un colpettino alla botte vuota! Alla base di questa provocazione, e ho citato anche degli amici qui, c’è l’urgenza di costruire un ambiente nuovo, capace di osservare ed osservarsi, e quindi anche farsi delle critiche. Ma se non c’è questa volontà, come in quella splendida poesia di Apollinaire, io i morti li faccio danzare, ma poi essi torneranno al cimitero, e non me lo levo dalla testa, perché so dove si trova quella buca e come l’hanno scavata.


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-25 22:04:14|di Luigi

Lorenzo, le domande non erano rivolte a te (ho citato te sullo "stato di guerra" perché tu nei hai parlato).

Lamentarsi, piangersi addosso, sono cose che non mi interessano. C’è una differenza tra "lamento" e "denuncia": nel primo caso ci troviamo di fronte ad una emissione vocale derivata da dolore o da insoddisfazione; nell’altro caso siamo nel campo dell’annunziare, del far sapere. E il denunciare ha a che fare con il pubblico (anche il lamento a dir la verità, ma nella nostra società è consentito ancora solo al funerale), cioè col’assumersi un ruolo pubblicamente e pagarne le conseguenze. Ecco, questo mi piace. Se poi accanto ci metti anche l’agire, l’organizzare, il creare spazi (cosa che credo nel mio piccolo, nel nostro piccolo di fare, con tutti i limiti del caso... chiedi a chi è venuto a Trieste se non ha trovato, al di là dell’ospitalità doverosa, spazio per il confronto - tu Lorenzo sei venuto qui, ma non in occasione di letture o dibattiti, comunque: che idea ti sei fatto di noi?), allora una qualche pista si delinea, sul terreno.

E ancora una cosa: no, non basta portare avanti dei contenuti (ma che vol di’?) e aprirsi al confronto, bisogna anche fare i nomi e cognomi. Non abbiamo nomi e cognomi, noi? Nelle fantomatiche antologie non ci sono bell’in neretto nomi e cognomi? Negli indici, nei sommari non scrutiamo meticolosamente alla ricerca di nomi et cognomi?


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-25 20:53:56|di lorenzo

Nacci, se è a me che fai queste domande (retoriche), dovresti sapere già la risposta, o almeno spero. "Stato di guerra", proclamato o riconosciuto, per me è un’espressione un po’ forte per il caso. "Non possiamo cambiare i cinquantenni, ma possiamo forse evitare che i ventenni prendano esempio dai baroni e dai loro portaborse": ok, ma ci saranno anche tanti modi di farlo e, ogni tanto, mi chiedo se la lamentela e la recriminazione, espressa in termini di "potere" e "monopolio" serva a qualcosa. Tu sei convinto? Sul dare l’esempio, incoraggiare i giovani, accogliere i non-simili (tutte cose che riconosci a Voce, e su cui ti prendo in parola), chapeau.
sul "si devono fare i nomi e cognomi, prendersi delle responsabilità, dire la propria e non avere paura di perdere posizioni facendolo, di perdere potere."
sono *naturalmente* d’accordo, ma sei sicuro che sia attinente? Anche Veronesi - a modo suo - lo ha fatto. Forse non è questo il discrimine? Forse non basta "fare nomi e cognomi", ma anche portare avanti dei contenuti, ed essere più disposti al confronto?

Lorenzo


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-25 20:14:12|di Luigi Nacci

Personalmente credo che il discorso che fa Lello sia da affrontare, che non vada perduto. Perché il suo sguardo non coinvolge solo se stesso, il gruppo ’93, Lo Russo, etc., ma ci riguarda tutti, e quando dico "ci" intendo noi tutti poeti, scribacchini e/o aspiranti tali: ci sono dei muri, che si voglia vederli o no, e sono muri alti, altro che muro di Berlino. Ci sono fronti, riserve serratissime, e signori dai 50 anni in su che fanno la propria strada infischiandosene del resto, mettendo sotto la propria ala solo chi a loro più somiglia (o che può essere forgiato e fatto diventare simile). Così fa Cucchi con i (alcuni dei) giovani milanesi, o no? Così fa De Angelis, o no? Così tenta di fare Rondoni, no? E via dicendo. Non mi interessa qui esprimere giudizi sulla loro poesia, ma sul loro modo di comportarsi, di gestire i rapporti e il potere (che poi il loro modo di gestire sia indissolubilmente legato alla loro poesia, beh, questo è un altro tema interessante). Così non fa, ad esempio, credo, Buffoni, perché nei suoi Quaderni sono passati giovani molto diversi tra di loro. Ma è un’eccezione. Anche Parola Plurale è un’eccezione, criticabile, ma alcuni muri li butta giù o ci prova. Lello anche agisce così, perché se fate la lista delle persone che ha antologizzato in Ma il cielo è sempre più blu o nei Festival che organizza o negli slam, ci si accorge che c’è una fattoria, non una camerata, e polli rossi verdi chi fa chicchirichi e chi invece non canta (pensate all’ultimo AbsolutePoetrFestival: nella stessa serata leggevano Cesare Tomasetig e Rosaria Lo Russo; nell’ultima serata assieme c’erano Pierluigi Cappello e Palma Kunkel!) insomma, altro che tuttinrigasullattenti: e questo lo posso dire perché ho partecipato ad alcune di queste sue iniziative. A un mister nessuno come il sottoscritto, o ad altri giovani e giovincelli, Lello Voce dà una cosa, soprattutto: dà fiducia. Affida delle responabilità e le responsabilità fanno crescere, anche umanamente. Mentre altri suoi coetanei, i cinquantenni diciamo, vogliono (ragionando spesso come i baroni dell’Università) galoppini, segretari, fedeli scudieri e/o adulatori con la (finta? vera?) promessa di una pubblicazione importante (che poi: qual è oggi un’uscita importante? La "Bianca" vale ancora? Mondadori? quali i criteri per assegnare valore: la diffusione? l’introduzione?). Il problema è che capita non di rado che lo specchietto per le allodole funzioni, e ci ritroviamo intorno un bel (diciamo "congruo") numero di trentenni che si comportano come quei cinquantenni, come dire: mafiosettamente. Che cercano il profitto da ogni partecipazione, scambi di favore, e se ne fottono dell’umanità che resta al fondo (tanto per citare il solito Saba, poeta che, tra parentesi, non amo). Li conto sulle dita delle mani (al limite anche dei piedi) i coetanei che ho conosciuto negli ultimi anni e che non ragionano così: Christian Sinicco, Matteo Danieli, Furio Pillan (e posso tranquillamente allargare a tutti "Gli Ammutinati"), Martino Baldi, Dome Bulfaro, Jacopo Ricciardi, Marianna Marrucci, Gianmaria Nerli, Adriano Padua, Silvia Cassioli (o non coetanei, come il buon Gianmario Lucini, o Claudio Bedocchi, o il generosissimo Roberto Dedenaro, piuttosto che il grande Ugo Pierri, o qualcuno che ora ahimé sicuramente dimentico), tanto per fare gli esempi di alcuni amici (amici proprio per questo, per questo loro modo di vedere i rapporti, il mondo). E allora non si tratta (Lorenzo) di proclamare lo stato di guerra, ma di capire che in guerra ci siamo già, e che si devono fare i nomi e cognomi, prendersi delle responsabilità, dire la propria e non avere paura di perdere posizioni facendolo, di perdere potere. Perché come dice Ugo Pierri "paron xe paron": il padrone resta padrone, non può cambiare, la realtà non è una fiction. Non ci si abbraccia tutti alla fine della partita. Non possiamo cambiare i cinquantenni, ma possiamo forse evitare che i ventenni prendano esempio dai baroni e dai loro portaborse - o forse dobbiamo solo preoccuparci di tenere P.R. (pubbliche relazioni) ottime con todos, in vista di una pubblicazioncina qua ("Poesia", "Nuovi Argomenti", etc...) e una là ("Atelier", "clanDestino", etc...)? E magari fare pure finta che non siamo precari, che le nostre lauree valgono qualcosa, oppure fare finta che siamo dei poeti che vivono col vitalizio Bacchelli, seduti su comode poltrone in pelle, a contemplare l’infinito?


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-25 18:04:26|

Ok, più chiaro di così... Stato di guerra. E’ una scelta come un’altra, mi interrogavo soltanto sulla sua efficacia, per me un po’ dubbia. Ma vedo che sei convinto, e va bene così.

Lorenzo


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-25 17:32:10|di Lello Voce

Caro Lorenzo,

io non mi interrogo affatto su un ’dover essere’, ma su un essere che è ed è occultato. Ed è occultato per rendere visibile solo quella poesia che vuole rendere invisibili quelle contraddizioni (reali e letterarie) che sono alla base di questo sistema (politico e letterario). Io non occulto, se non altro perchè non ho i mezzi per farlo. A volte ho 3000 caratteri sull’Unità. Punto. Per amor di precisione di me o per me non lamento un bel niente. Leggi con attenzione. Poi certo, scrivo sull’Unità, di più organizzo eventi, dunque ho un mio piccolo potere, ma davvero piccolo. E allora? Non faccio discorsi morali, ma politici, non lamento, ma invito alla ribellione, altro che Eden della giustizia. Chi scrive vuole comunicare e ha bisogno di canali, di media per farlo, e il giudizio degli altri non è certo più neutrale del nostro personale. Se questi canali vengono negati, se si toglie il respiro di esistere a molti bravi poeti, questi poeti muoiono e con il loro cadavere si ingrassano quelli che gestiscono la poesia italiana come un feudo. Che hanno in mano le case editrici, i quotidiani che contano davvero, i festival che hanno centinaia di migliaia di euro di budget, festival facili dove il successo non è assicurato che dai Nobel invitati, dove nessuno rischia mai sul nuovo. Quelli che hanno deciso che la sperimentazione è una stupidaggine, perchè a loro non piace e in barba al fatto che oggi l’operato di tanti giovani si muova lungo strade che proprio la sperimentazione indicava sin dalla fine degli 80, la annientano. Come Cucchi, che ci stronca nella sua introduzione ai Millenni ma poi mica pubblica qualche pagina delle nostre scioccehzze. Ci mancherebbe, diminuirebbe lo spazio per la sua altissima produzione e dunque il lettore deve credergli 8 e di fatto gli crede) solo sulla parola. Bella Roba davvero. Ma la morale non c’entra, c’entra la ’scientificità’ la credibilità dell’analisi filologica. Ma leggo che invece sbaglia Cortellessa a pubblicare e stroncare Conte. E certo Conte non ha bisogno di visibilità, ne ha quanta ne vuole via Mondadori e Premi vari, perchè dovrebbe fargli piacere essere criticato? La poesia è un dono e dunque... Ti sembra normale? Dici che faccio una lamentazioone etica? No. Combatto la mia battaglia, tutto qua, e mi incazzo se si continua a dare a me del ’terrorista’ perchè sparacchio in giro i miei pareri con la mia povera pistoletta, in un mondo dove tutti si fanno avanti a bordo di carri armati. Proprio perchè il mondo non è il mondo dei giusti. Tutto il resto è retorica, almeno per come la vedo io.

lv.


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-25 16:30:45|di lorenzo

Voce, io mi trovo d’accordo con te su quanto dici nelle tue ultime postille. Però mi chiedo, umilmente: sarà questo l’atteggiamento giusto? La continua recriminazione di abusi di potere, di monopoli in mano a malvagi etc.? Me lo chiedo perché mi pare evidente che il mondo della poesia italiana è realtà assai piccina, e quindi - forse - da guardare con maggior distacco. E d’altra parte me lo chiedo perché mi torna sempre il dubbio: non saranno le nostre ansie di giustizia, di riconoscimento etc. viziate dalla forma dei mezzi di comunicazione? Ossia: *qual’è* la realtà (perché della realtà deve importare alla poesia) dalla quale gli abusi di potere e i monopoli escludono te, Mesa, Sannelli, Nacci, che citi? E’ certo la realtà delle "grandi case editrici" (l’antologia di Cucchi sulla nuovissima poesia italiana?), delle "grandi testate giornalistiche" (Cucchi sulla stampa?), delle "grandi rete televisive"? O forse si parla dell’"accademia" (Rondoni feudatario)? E’ tanto grande questa realtà che qualche malvagio ha monopolizzato? E’ tanto importante? A che pro recriminare sempre contro di essa? Non gli si dà così troppa importanza? Se si parla di potere, sai bene che ciascuno è libero di spendere la sua vita a cercare di raggiungere il potere a cui aspira. Ma questa è una scelta. Il mondo non è il mondo dei giusti. Anche tu, d’altronde, scrivi sull’Unità mi pare, dunque hai un potere. Vogliamo discutere su come "i malvagi" si sono guadagnati il loro potere, quel potere più grande che tu critichi e che ti esclude? E’ un discorso morale che vuoi fare? Tu dici "questa serie di esclusi .... ha lasciato un segno", ma allora quale è il problema? che questo segno è nel posto sbagliato? che qualcun altro cerca di cancellarlo? purtroppo o per fortuna, il valore delle opere umane dipende dal giudizio degli altri, e questo giudizio non si può certo controllare. Ciascuno di noi ha in mente il suo piccolo Eden della Giustizia, dove ogni cosa è giudicata secondo il suo esatto valore. Ma questo non è il mondo reale. O no? Noi possiamo - se vogliamo - confrontarci sui contenuti, ma non lamentare un mancato "dover essere" (né della forma della poesia né del suo riconoscimento).
Scusa se mi sono interrogato ad alta voce sulla tua posizione, che è anche la posizione di altri. Davvero mi farebbe piacere capirla meglio.

Lorenzo


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-25 13:00:22|di Lello Voce

Seconda postilla: ovviamente non c’è nessuna legge (né regola ’critica’) che imponga di fare antalogie non di tendenza, suppostamente obiettive. Io, anzi, credo che le uniche antoligie possibili, per un poeta che voglia curarne, siano quelle di tendenza, e penso che ciò valga inevitabilmente anche per i critici. Insomma, un’antologia è una proposta di un canone, che non è mai neutrale. Quello che mi fa andare in bestia è il luogo comune e la pretesa per la quale poi certe cose, solo perchè fanno riferimento a valori suppostamente ’tradizionali’ o perchè risultato dell’esercizio dei ’poteri forti’ siano in sè, ontologicamente, non di tendenza, mentre se l’antologia la cura uno del Gruppo 93 allora sta facendo tendenza, rifiuta il dialogo, vuole imporre la sua visione della letteratura, ecc. La cosa è vera al punto che c’è chi ha il coraggio di criticare Cortellessae Co. perché includono Conte nella loro antologia, pur stroncandolo. Così la barbarie è a un passo e non credo che il futuro letterario di tanti giovani poeti possa affidarsi semplicemente all’ossequio prono dei valori consolidati. Le ideologie ci sono, ben vive, ed è più ideologico degli altri, proprio chi, mentendo, afferma che tutte le ideologie sono morte.


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-25 12:50:07|di Lello Voce

Postilla,: ovviamente a Cucchi non si può far colpa di non aver parlato di Costa o Frasca nei suoi Nuovissimi ( ma non lo ha fatto nei Millenni, dedicandosi invece decine di cartelle), ma di Giovenale, Sannelli, Bulfaro, Padua, Nacci, ecc. ecc. ecc. sì.

Per amore di filologia, preciso

lv.


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