Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

Coordinamento: Luigi Nacci & Lello Voce

Redatta da:

Luca Baldoni, Valerio Cuccaroni, Vincenzo Frungillo, Enzo Mansueto, Francesca Matteoni, Renata Morresi, Gianmaria Nerli, Fabio Orecchini, Alessandro Raveggi, Lidia Riviello, Federico Scaramuccia, Marco Simonelli, Sparajurij, Francesco Terzago, Italo Testa, Maria Valente.

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La poesia italiana dal 1960 a oggi

considerazioni in margine all’antologia di Daniele Piccini (Rizzoli, Milano 2005)

Articolo postato giovedì 14 settembre 2006

Ricevo dall’autore e propongo volentieri come spunto di discussione le seguenti considerazioni. M.B.

Dicevano i fratelli Schlegel che una recensione - intesa quasi come genere letterario, o almeno come forma essenziale del pensiero critico - dovrebbe essere «la perfetta risoluzione di un’equazione critica». Ma è ovvio che non è possibile dare una soluzione univoca a quell’intricatissimo sistema di equazioni, dalle variabili implose e tendenti all’infinito, dai valori quanto mai contraddittori, relativi, controvertibili, che può essere rappresentata dal panorama, vastissimo e assai frammentato, della poesia italiana del secondo Novecento. Sostanzialmente sterili paiono, del resto, le tante discussioni e le inesauribili schermaglie sulle numerose antologie della poesia novecentesca («il Novecento in liquidazione», è stato detto) edite in questi ultimi anni: polemiche e dispute rese perlopiù vacue ed infondate dagli apriorismi e dalle faziosità che le animavano, e che portavano a denunciare, per partito preso, l’inclusione o l’esclusione di un dato autore senza che ne fosse citato e discusso neppure un verso, oltre che dalla forzosa pretesa di ridurre entro griglie valoriali rigide e schemi e categorie indubitabili un’entità per definizione fluida, cangiante, proteiforme come il contemporaneo, che forse solo uno sguardo duttile, flessibile, mobile, fenomenologico - nel senso husserliano e anceschiano - può cercar d’illuminare.

Prendo spunto dalla recente antologia a cura di Daniele Piccini, La poesia italiana dal 1960 a oggi, Milano, BUR, pp. 900. In questo caso si deve innanzitutto riconoscere al Curatore - a prescindere dagli orientamenti e dalle predilezioni - il merito di avere tracciato, di questo panorama così nebuloso e irto, una mappa e un panorama testuali e bibliografici (essenziale, a quest’ultimo proposito, il corposo repertorio conclusivo) ampi e complessivamente imparziali, pur se prevalentemente intonati, parrebbe, ad una linea neo-orfica di ripensamento e aggiornamento della grande lezione simbolista, surrealista ed ermetica, una linea ancorata alla grande testimonianza - il cui rilievo storico non può del resto disconoscersi - della rivista «Niebo» e dell’antologia La parola innamorata.

Maggiore spazio si sarebbe potuto dare, coerentemente proprio con questa atmosfera e questa impronta prevalenti, a poeti forse sottovalutati come Danilo Bramati e Mario Baudino, autori di due opere ragguardevolissime, entrambe edite da Guanda, rispettivamente Nel cuore della luce e Grazie (che contiene, inter alia, il poemetto Brindisi, a mio parere uno degli esiti più alti, per densità lirica, accensione visionaria, densità gnoseologica, della poesia dell’ultimo ventennio): due libri, questi ultimi, in cui il respiro discorsivo e narrativo (evidente soprattutto in Bramati), peraltro infittito di risvolti meditativi e simbolici, si concilia molto più di quanto non avvenga, poniamo, nel Cucchi aspro, oggettuale, “lombardo”, del Disperso, con l’approfondimento della parola in sé, còlta nel suo autonomo e puro valore estetico e conoscitivo. E le predilezioni di chi scrive andranno semmai, sulla base di questi presupposti, al Cucchi della Luce del distacco, animato da una teatrale verticalità di linguaggio mèmore della grande tradizione della mistica apofatica, e implicato, su questo fondamento, in un’ascesi letteraria che conduca dalla greve rudezza delle cose e dei fatti all’aura più luminosa e tersa, ma non meno innervata di vita e di esperienza, del pensiero e della poesia.

Qualche perplessità può invece destare, oggi, la poesia di Alessandro Ceni, che sembra largamente ondeggiare, divagare, distendersi, di suggestione in suggestione, di associazione in associazione, di agudeza in agudeza, alla ricerca del lampo di luce improvviso, della repentina condensazione di significato, della inattesa e sorprendente folgorazione espressiva che possano gettare su tutto il testo una luce di senso e di pienezza, ma che spesso il lettore è destinato ad attendere invano.

Ad ogni modo, si deve rendere merito alla linea editoriale di questa antologia per aver posto nel dovuto rilievo, nell’aver saggiamente salvaguardato, quella che si suole definire come la “specificità”, cioè la purezza, l’assolutezza, diciamo pure la nobiltà e l’altezza, della parola poetica, sovente esposta, nell’odierno universo semiologico e comunicativo, e specialmente negli autori più giovani, a contaminazioni e ibridazioni con altri linguaggi (primo fra tutti quello della canzone), con il risultato di snaturarla, per così dire di adulterarla, alterando - se non violentando... - la sua delicata natura, la sua fragile essenza, il suo statuto ontologico quanto mai problematico, cangiante, sospeso.

Che - come si sente dire - la canzone, più o meno d’autore, soddisfi un “bisogno di poesia” radicato e diffuso, che potrebbe, se opportunamente guidato, orientarsi verso la poesia in versi destinata alla lettura, è lecito dubitare, dato il lampante ed abissale dislivello di cultura, complessità e consapevolezza culturale che divide, sul piano della fruizione non meno che su quello della creazione, l’ambito della poesia d’arte da quello della musica popolare e di consumo. Come pensavano gli antichi, “la bellezza è difficile”. Né, sia detto per inciso, si comprende per quale motivo, se non forse per ragioni promozionali, un critico stimato come Roberto Galaverni abbia dato ad un testo in cui peraltro, in modo forse un po’ scontato, ma non privo di dottrina, si ribadisce giustamente e calorosamente il ruolo, proprio del poeta, di tenere - come diceva Pound - “in efficienza il linguaggio”, proteggendolo da fattori di esterni di strumentalizzazione ideologica, appiattimento convenzionale, imbastardimento commerciale e mediatico, il titolo di Il poeta è un cavaliere Jedi (Roma, Fazi, 2006, pp. 137, € 15): contrariamente all’icona postmoderna e kitsch che campeggia sulla copertina, Dante (ben lontano, nella sua vera essenza, accuratamente celata «sotto il velame de li versi strani», da quello farsesco e sguaiato, per quanto pittoresco, che risalta dalle forse troppo decantate letture di Benigni, e anzi, al contrario, quasi emblema e personificazione stessi di una Musa difficile, di una poesia “doctrinata”, dotta, densa di cultura, di un’arte consapevolmente erede di una tradizione millenaria, e tramata, scriveva Thomas Carlyle, da un canto in cui risuona «il silenzio di dieci secoli muti») non ha nulla da spartire con una spada laser, segno gelido e inumano di una cultura postmoderna, mediatica, asetticamente artificiale, superficialmente illusoria. Credo che ancor oggi il poeta (come Callimaco, come Orazio, come Mallarmé...) detesti il profanum vulgus, non beva alla pubblica fontana, non calchi la strada seguita dai più.

Ma una poesia che affermi e difenda la propria autonomia e la propria assolutezza sarà inevitabilmente indotta a riflettere, in chiave metapoetica, sulla propria natura, sui propri mezzi e fini, sul proprio spazio vitale e le proprie modalità di esistenza; se non a farsi (ed è proprio questa, da Mallarmé in poi, l’essenza della poesia contemporanea) metalinguaggio, discorso che parla di sé, enunciazione del proprio stesso parlare, del proprio stesso dirsi ed esserci, quando non della propria insensatezza, della propria assenza di fondamento, in definitiva della propria impossibilità.

Ci si rammarica, allora, che il curatore abbia scelto, in modo peraltro legittimo, il discrimine cronologico dell’esordio dopo il ’60: un discrimine che ha portato ad eludere il variegato ed irto cammino secondonovecentesco di autori (da Luzi a Bigongiari a Zanzotto) di formazione in senso lato fra surrealista ed ermetica, che, sorti in vario modo e per diverse vie dal vasto alveo della poesia pura, delle poetiche della parola e di quelle del sogno, dell’analogia, dell’associazione, si sono poi via via interrogati con lucidità assidua, tesa, quasi eroica, sulle dimensioni e sulle sorti di un linguaggio poetico sempre insidiato, discusso, minacciato, sempre proteso e gettato sugli abissi dell’indicibile e dell’informe, del «magma» o del «ricchissimo nihil» da cui - per citare lo Zanzotto di Meteo - si dipartono, «dimentichi» e «intontiti», tutti i possibili «infiniti» di un dire poetico infinitamente proteso, quasi per una sorta di “limite” in senso matematico e fisico, sul ciglio delle inesauribili vertigini dell’essere e del nulla.

Né si comprende appieno l’accusa sostanziale, rivolta a Zanzotto come a Sanguineti, quest’ultimo peraltro antologizzato (entrambi, per quanto divisi da una polemica anche aspra, ascrivibili ad una comune temperie epocale d’innovazione e di sperimentazione ardite e tormentate, tant’è vero che pochissimi anni dividono due opere capitali del secondo Novecento come La beltà e Laborintus), di non essere per così dire usciti dal linguaggio per farsi incontro al vissuto e alla storia, di non avere varcato i limiti della pagina, lo spazio, tendenzialmente autoreferenziale e adiabatico, del testo, di avere insomma esercitato, in modo manieristico, se non sterile, una sorta di “poesia per specialisti”.

Essere, per citare Ferlinghetti, «poets’ poets writing poetry about poetry», «poeti per poeti che scrivono poesie sulle poesie», è, a ben vedere, esattamente la condizione essenziale, tragicamente solitaria, del poeta contemporaneo, marginalizzato dalla comunicazione di massa e privato, per sua sfortuna o fortuna, di un pubblico che lo ascolti e gli faccia eco (ma che rischierebbe, d’altra parte, di condizionare la sua parola, di compromettere la sua autonomia e la sua libertà irrinunciabili). Per una sorta di tragico pathei mathos, di strenua «comprensione per via di sofferenza», la grandezza del poeta contemporaneo (la quale in sostanza coincide, mi sembra, con il suo grado di autocoscienza letteraria e di consapevolezza critica) risiede proprio nell’abitare virtuosamente, quasi eroicamente questo esilio puro e silenzioso, nell’inondare il suo remoto deserto della luce ostinata e abbagliante di un “mestiere” e di un’ “arte” accesi dal rogo appassionato della razionalità creativa, dell’identità stilistica, dell’appartenenza storica.

Né sarà del tutto giusto tacciare questi due poeti di inappartenenza epocale, di fuga dalla storia, di elusione del tempo e degli eventi nel chiuso laboratorio dell’artificio stilistico: al contrario, nei loro versi pullulanti di ecolalie, bisticci, azzeramenti semantici, e tesi, a tratti, fino ai limiti del non-senso, della mancanza totale di significato e di intelligibilità nel senso usuale, è possibile scorgere proprio la diretta, quasi necessitata, ancorché criticamente sorvegliata e filtrata, oggettivazione verbale di uno stato di neurastenia e di alienazione (da intendersi, quest’ultima, in senso ora mistico, ora marxiano, vuoi psicanalitico, vuoi esistenzialistico) che sembra aver colpito, in un dato momento, un’intera società, un’intera civiltà, un’intera concezione storica ed epocale, né a ben vedere sembra essersi, a tutt’oggi, pienamente sanato.

Continuare a riflettere e a consumarsi, in modo ostinato e forse vano, sullo specifico del linguaggio, sull’elaborazione stilistica, sul ripensamento e sulla riscrittura, per quanto a volte distorcenti e stranianti, della tradizione, del canone, della biblioteca, del museo, della millenaria, quasi inorganica stratificazione del pensiero e del Verbo, è forse ciò che resta da fare ai poeti; e prendere atto, sconsolatamente ma lucidamente, di questo stato di cose, è, mi sembra, condizione indispensabile al loro rilievo storico, alla loro consistenza, in una parola alla loro grandezza.

Si può vedere, come a sintesi di questa tensione insieme stilistica e gnoseologica, Ascoltando dal prato di Zanzotto, fra i vertici assoluti della lirica secondonovecentesca: nella «nota sempre sbagliata» eppure «al di là di ogni esempio azzeccata» battuta insistitamente da un «dito annichilito» si concentra un’interrogazione esistenziale ed ontologica fondamentale, «non mai esauribile / né esistibile», che sfocia infine in un cieco «indovinare», in una sorta di mallarmeano «scacco», «colpo di dadi» od «oscuro disastro».

Una fredda ed intellettualistica “poesia per poeti”, per specialisti, può apparire semmai, oggi, quella di Magrelli (il quale, peraltro, non può non figurare in un’antologia del Novecento, non foss’altro per l’oggettivo rilievo storico e generazionale che riveste, a posteriori, un libro come Ora serrata retinae): le parole che «vengono dal silenzio» e che «s’incastonano/ nella bianca calce della pagina» (sulla scia del grande tema, già mallarmeano e dannunziano, del «bianco silenzio» che avvolge e fascia la parola e il canto) paiono entità puramente mentali e razionali, nudamente logiche, immuni e preservate da ogni assalto e da ogni epifania così della trascendenza come del profondo.

Un’ottica, peraltro, non lontana da quella da me delineata nelle pagine che precedono (un’ottica, intendo, volta a preservare alla parola poetica la sua purezza, la sua specificità, il suo spessore storico) sembra motivare, in questa antologia, lo spazio giustamente accordato a Franco Scataglini e Umberto Piersanti: due autori che, pur percorrendo vie divergenti, fanno dello scavo, della regressione stilistici e memoriali (d’impronta più o meno esplicitamente prenovecentesca o antinovecentesca) una sorta di sentiero per risalire, come diceva Valéry, «alle sorgenti del poema», fino alla sorgente, alla fonte (sorta di Ippocrene o di «fons Bandusiae») del dire poetico. E poco importa se ciò avvenga, nell’ultimo Scataglini, attraverso l’adozione di una sorta di metatemporale, sovrastorica koinè umbro-marchigiana, di sapore jacoponico, e in Piersanti, invece, tramite una rete di echi e risonanze di timbro vagamente bucolico, virgiliano o pascoliano, filtrata magari dal Bertolucci della Capanna indiana o da quello, ultimo, di Verso le sorgenti del Cinghio. Si pensi, nella prima delle Bucoliche, al mito essenziale e primario delle selve che risuonano del nome dell’amata, facendo risplendere una sorta di rinnovata sintonia, di restaurata simbiosi, tra la voce e il silenzio della natura e la parola umana, articolata, voluta, consapevole.

Nell’uno come nell’altro caso, in Scataglini come in Piersanti, a prendere corpo sulla pagina e nei versi è la Parola, il Verbo, il dire puro e necessario, si manifestino essi nella «voce del divino/ paterno», voce sottratta alle «scritture ineloquenti», di Scataglini (una linea, questa, che sembra proseguire, sempre in area marchigiana, nel recentissimo Ronda dei conversi di De Signoribus, che insegue, nelle profondità del pensiero e della carne, la parola radicale e primigenia, annidata «prima dell’alfabeto», al di qua della temporalità distesa del linguaggio regolato e articolato, nell’«inconosciuto corpo/ della scritta parola»), o piuttosto nel «fresco e odoroso [...] / profilo della grazia», luminoso e netto nel «tempo oscuro che lo cerchia», di cui parla Piersanti. E si confronti un altro autore non incluso, Cesare Viviani, che nella sublime Opera lasciata sola canta il «vuoto niente dei cieli», l’«indescrivibile forma dell’Uno», l’eterna «assenza di effigi, di anime,/ di altezze inimmaginabili», e nelle pagine saggistiche di Il mondo non è uno spettacolo fissa le prerogative, vastissime e insieme angoscianti, di una parola che è «il tutto, l’universo infinito, ma un infinito impensabile, in cui si è immersi e da cui non si può uscire».

Nella coscienza secondonovecentesca, all’ontologia negativa, sostanzialmente nichilistica, di uno Zanzotto, o alla visione ancora più radicalmente, quasi ciecamente materialistica e antimetafisica, di Sanguineti, sembra giustapporsi un’ontologia positiva, piena, inverante - sebbene forse destinata, essa stessa, in presenza o in assenza della prospettiva di una trascendenza e di un divino, a naufragare, all’ultimo, nell’«infini-rien» di Pascal, a far coincidere, una volta negato ogni terreno limite, ogni proporzione immanente, il supremo tutto con l’estremo vuoto, con il puro nulla. Ma, almeno nel caso di Zanzotto, sono comuni, a queste due vie dell’ontologia poetica secondonovecentesca, lo sforzo ostinato di conoscenza, la richiesta inesausta e inesauribile di senso.

Nella stessa ottica si giustifica il rilievo dato, nell’Introduzione (anche se purtroppo non nella scelta antologica), ad un poeta di formazione neo-orfica, ma votatosi poi ad una forma di inquieto e moderno classicismo, come Giancarlo Pontiggia, di cui si coglie l’occasione per segnalare la recente, ragguardevole raccolta Il bosco del tempo. Nei suoi versi, la parola poetica sorge, sulle orme del Virgilio georgico, avvolta dal brusio delle api, simbolo classico e cristiano, ma anche umanistico, di feconda e laboriosa humilitas (i «puri suoni» dei versi sono «celle/ di un pensiero più forte, ronzanti/ nelle stanze quiete», si condensano nel «miele che distilla una quieta/ pace» e nel «tempo [...] che lo affina»), non senza toccare però un respiro mitopoietico originario, cosmogonico, che fa pensare all’Esiodo della Teogonia o all’Ovidio del proemio delle Metamorfosi («Canto ciò che fu prima/ e ciò che venne. Tutto/ era sospeso in una/ quiete lunga, nel forte/ vuoto»), o porta a risolvere talora - in un modo che si potrebbe definire serriano - la vivida percezione del testo classico in catene avvolgenti di metafore, analogie, suggestioni: «Plinio leggevo, il Giovane,/ in quelle albe, le sue epistole/ soffuse di una verde ombra muschiosa».

Più difficilmente si comprende invece, benché avallata da molte antologie precedenti, l’inclusione di Vivian Lamarque, la cui poesia mi sembra, nel complesso, fragile, fatua, vacuamente risonante, studiatamente tesa a far intuire o intravedere una profondità in definitiva inesistente, ad accennare a una complessità e ad una ricchezza in realtà assenti, a mascherare, insomma, una sostanziale mancanza di spessore culturale e concettuale. Se si voleva, come del resto era giusto, rendere conto di una certa linea musicale, cantabile (se non cantilenante), melica e idillica, della poesia contemporanea, si poteva includere un Ruffilli, che sotto la superficie di una musicalità fluida, limpida, scorrevole, quasi mozartiana, cela riflessioni storiche ed esistenziali spesso amare e profonde (se ne veda il recente, splendido La gioia e il lutto, sprofondato, anche sulla scia del Profeta di Kahlil Gibran, nella nera luce della vita e della morte, del tempo e dell’eternità) o un Claudio Damiani, i cui versi limpidi e melodiosi, e insieme discorsivi, risuonano lontanamente da paesaggi e scenari eterni, immoti, senza tempo, da una natura incontaminata ed ancestrale, che ha qualcosa di Orazio come di Pascoli; o, magari, dare voce alla Musa straniante, ipnotica, allucinata di Beppe Salvia, che muoveva da un patrimonio e da un repertorio classici manieristicamente, quasi scolasticamente rivisitati e riplasmati onde esprimere una vocazione estetica che pare di per se stessa proiettata e precipitata verso l’annientamento e il vuoto, consacrata al «bianco nulla» della tela e della pagina, che inghiotte infine la stessa vita.

Ci si può rallegrare, viceversa, dell’inclusione di Raffaello Baldini, che rende il debito riconoscimento all’importanza che la poesia neodialettale romagnola, capace di attraversare in profondità e scuotere dalle radici, immettendovi una vena di più deciso e impietoso realismo, l’ispirazione bucolica e idillica insita nella lezione del maestro Spallicci, riveste nel panorama poetico contemporaneo: si può vedere, al riguardo, l’equilibrata antologia Le radici e il sogno. Poeti dialettali del secondo ’900 in Romagna, a cura di Luciano Benini Sforza e Nevio Spadoni, Faenza Mobydick, 1996.

Nel dialetto, in linea generale, la poesia sembra aver ritrovato la dimensione del vernacolo ora come lingua pura, “vergine”, incontaminata, come naturale via d’accesso e punto di partenza per una possibile “discesa alle madri”, per un ritorno alle radici, prelogiche e pregrammaticali, dell’essere e del pensiero, ora - si pensi ad un Loi - come icastico e talora rude strumento espressivo capace di cogliere gli aspetti dell’umano più densi, scabri, corposi. Credo, però, che forse un giorno si dovrà riconoscere il più alto esito della neodialettalità romagnola non nel pur ragguardevole “realismo impuro” - cioè narrativo, discorsivo, accesamente caratterizzato, e nel contempo deformato, talora, attraverso un’ottica visionaria, allucinatoria, grottesca - di un Guerra o di un Baldini, ma piuttosto nel lirismo purissimo, traslucido e sapiente, a tratti cristallizzato, astorico, nutrito di fantasmi e di archetipi, di Tolmino Baldassari, che non a caso, in un suo intervento, oppone agli assalti del “villaggio globale” una poesia che «filtri», «attraverso lo studio, la cultura in senso lato, e particolarmente la cultura letteraria», la nuda immediatezza esistenziale del «porsi nel mondo».

Inoltre sarebbe tempo, a mio avviso (ma so che questa opinione non è condivisa dai più), che della vulgata e del canone antologici della poesia del Novecento entrassero finalmente, e stabilmente, a far parte due “poeti professori” dotti, profondi, possenti come Giorgio Bàrberi Squarotti e Silvio Ramat, del quale è da poco uscita presso Interlinea, fra l’altro, l’opera poetica completa: si tratta di autori che, forse, per il loro voluminoso e corposo spessore erudito, incontrano difficoltà ad essere recepiti in un contesto culturale come quello italiano, che non ha avuto poeti per così dire cattedratici come un Allen Tate o un Richard Wilbur, e che sembra a volte restare ancorato ad un frainteso e banalizzato mito, pascoliano o sabiano, di spontaneità, naturalezza, “onestà”.

Ramat e Squarotti si rivelano, anche come poeti, capaci di perlustrare e di rivisitare il museo o il canone di tutta l’identità letteraria occidentale, di vagare e spaziare nei meandri e nei labirinti della Biblioteca di Babele (mitico ed emblematico luogo borgesiano che non a caso ricorre costantemente nella poesia di Squarotti), nonché di guardare a fondo, con lucidità, senza veli o infingimenti, al nucleo di vuoto e di nulla, all’abisso di vanità e d’insensatezza che si annidano e pulsano dietro il velo variopinto e risonante delle forme e delle parole. Si può dire, pur nelle differenze anche sostanziali fra i percorsi dei due autori, che se, da un lato, Squarotti (da La declamazione onesta al Marinaio del Mar Nero al recentissimo, splendido e quasi ignorato Le vane nevi) insegue e vagheggia, come il Fauno di Mallarmé, le fuggevoli parvenze e le subitanee ed evanescenti incarnazioni di una Bellezza nuda e fragile, sempre insidiata dalla violenza della storia e dall’abisso del nulla e della morte, dall’altro Ramat, nei suoi libri più tesi ed organici - e segnatamente in quelli degli anni Ottanta, da L’inverno delle teorie a Orto e nido, pervasi da una «tentazione poematica», da un’«idea di poema» che «ti segue e ti ha precorso», che sembrano suggerire qualche contatto o qualche convergenza con la coeva esperienza dello Zanzotto della “trilogia” o con quella dell’ultimo Bigongiari - affonda lo sguardo e lo scandaglio poetico-critici nelle «lacune del senso», «oltre la lettera», «nel grembo/ dell’indistinta Citazione», e impronta il suo canto ad una «vocalità di abisso», ad una quasi surrealistica «lingua del sonno». Egli esplora, insomma, ed esperisce le profondità e le tenebre di una parola, di un Verbo che, nel loro stato abissale, impersonale, quasi inorganico, dicono e ripetono, eternamente, il nihil aeternum, lo stesso unico senso ultimo di tutti gli infiniti enunciati possibili - pur lasciando dischiusa, quasi montaliano «fantasma che ti salva», una dantesca «speranza dell’altezza», un balenante riflesso che piove «dall’alto, più alto della voce».

È con questi fondamenti ontologici, o se si vuole con questa tragica e vacua assenza di fondamenti, che il poeta contemporaneo davvero consapevole e maturo (e tale dunque, per definizione, da poter essere considerato “canonico” e “classico”) deve, anche correndo il rischio della freddezza, dell’intellettualismo, dell’ornatus difficilis, misurarsi.

Che la linea prevalente, e comunque in sé legittima e coerente, di questa monumentale antologia paia tendere, in definitiva, a conciliare un fondo neo-orfico con una stretta adesione alla vivezza dell’esperienza e all’immediatezza del sentimento e della testimonianza, anteposte in ultima istanza alla mediazione conscia e riflessa dell’elaborazione stilistica e della consapevolezza culturale e letteraria, può risultare confermato dal fatto che essa si conclude con Davide Rondoni, la cui oggettiva importanza è comprovata, se non altro, dal suo largo influsso (attestato in primis dall’antologia I cercatori d’oro) sui cosiddetti “poeti nati negli anni Settanta”.

Un testo splendido, teso e vibrante, come Il terzo figlio (peraltro forse viziato, nella chiusa, con quella rimalmezzo perso-universo, da una cantabilità un po’ esteriore e facile) entrerà certamente, e non senza ragione, nella vulgata antologica della poesia degli ultimi decenni. Ci si può anzi rammaricare del fatto che il lettore non trovi qui un altro testo abbagliante come la Suite per Irene, che affianca anch’essa momenti di consistente lirismo sapienziale, intriso di mistica, luziana “conoscenza per ardore” («Irene, dolce fascina,/ passando per il terribile/ hai trovato la fiamma/ chiara dell’invisibile»), a cadute moralistiche e prosastiche («...chi fa del nero inoculato ai ragazzini/ la propria spettrale,/ ricca professione»).

Forse, paradossalmente, il Rondoni migliore è il critico, animato da un’«intelligenza militante», come Daniele Piccini felicemente la definisce, che - l’ho già fatto notare altrove, indicandolo quale tratto tipico di taluni poeti-critici - sa cogliere, con una sorta di balzo intellettuale ed ermeneutico, il mondo e l’essenza di un autore per restituirli sulla pagina con la concisa rapidità della definizione fluida ed aperta o con l’intenso lampo della metafora, preferiti alla rigidità della categoria e della formula.

Ma il fatto che un’autorevole e rigorosa antologia della poesia italiana secondonovecentesca si concluda con Rondoni ha qualcosa, se così posso dire, di teleologico, se non di escatologico. Con Rondoni - per parafrasare il Carducci, acutissimo, di Critica e arte - la poesia muore: non beninteso in quanto tale, non come poesia in senso lato, poiché come tale essa non può morire, bensì solo trasfigurarsi e trasmutarsi in altre, diverse e nuove, forme; muore - in modo, potrebbe dire qualcuno, salutare, salvifico, preludente a una limpida risurrezione - in quanto arte (o artificio), in quanto elaborazione stilistica e formale germinata dal terreno del passato, della tradizione, del pensiero, in quanto metapoesia, discorso che parla di sé e cresce su se stesso riflettendosi. Muore, potrebbe dire qualcuno, come il chicco di grano del Vangelo, per poter germinare e dar frutto.

Ma questa poesia non “muore al mondo” per rinascere in se stessa, nella sua essenza pura e chiara: piuttosto, essa muore a se stessa, viene meno alla propria autonomia, alla propria interna riflessione, alla propria intima tensione, per farsi incontro, pur generosamente e nella più autentica, quasi disarmata buona fede, all’esperienza dell’umano e del divino, immergersi nel reale, divenire una “cosa nel mondo”, più che - come voleva Rilke - “aggiunta” ad esso per inverarlo o redimerlo; essa diviene insomma - direbbe certa fenomenologia - oggetto fra gli oggetti, parte integrante e compromessa del “mondo della vita”. In termini hegeliani, questa “morte della poesia” è forse piuttosto un “superamento”, un “oltrepassamento” della poesia stessa in direzione della realtà, della vita, della testimonianza. «C’è una sala giochi a Cervia/ due stanzoni larghi/ spogli/ Alle macchine si appoggiano/ Quindicenni/ come cose [...]». Qui, come nei concreti e corposi “poeti-prosatori” secondonovecenteschi (i cui archetipi e maestri andranno forse additati in un Giudici o un Loi, se non già in certo Sereni), cose, oggetti, figure si proiettano, e per così dire aderiscono e attecchiscono, sulla pagina senza più lo schermo, il filtro e la mediazione di una spessa e rigorosa coscienza letteraria, stilistica, storica (certo presente all’autore, ma volutamente dissimulata, aggirata - messa, sempre in senso fenomenologico, “fra parentesi”).

Discorso non troppo diverso si potrebbe fare per la poesia di Gianfranco Lauretano (qui non incluso), per la sua prosasticità franta, ansante, a tratti angolosa e ruvida - e pur così densa di sentimenti, di affetti, pregna di un’eticità autentica, mai ostentata o didascalica, intimamente, e quasi pudicamente, vissuta. Sono, quelli di Lauretano come quelli di Rondoni, versi per così dire vergini, che paiono sorgere come rose nel deserto, da un vuoto aurorale e primevo, da un’esclusione o un azzeramento preliminari di ogni ascendenza e di ogni scuola, eccezion fatta forse, in Rondoni, per certi echi e reminiscenze che affiorano, di tanto in tanto, da Baudelaire a Eliot, da Péguy a Luzi, ma sempre piegati, un poco unilateralmente, ai fini di una poesia immediata, fatta di vissuto, esperienza, testimonianza. Sembra esservi, in Rondoni, una sorta di cieca “superstizione del dicibile”, di un poco gratuita ed irriflessa fiducia nella parola usuale e usurata, nel dire quotidiano e materno.

Io credo che, come la fede non può - dopo Nietzsche, dopo Heidegger, dopo la teologia della demitizzazione, della crisi, della “morte di Dio” - esser data per scontata, come l’idea stessa del Divino e dell’Essere non può più partire che dalla propria preliminare, demitizzante negazione, e non dall’aprioristica certezza, così, dopo Mallarmé, dopo Valéry, dopo Zanzotto, la poesia non possa muovere e trarre alimento se non dal proprio esser-ci drammatico e contristato, dal proprio cupo Essere-per-la-morte, dall’abisso sempre aperto e opprimente dell’impossibilità, del nulla, dell’afasia.

Così posta, la poesia s’intride di riflessione e di pensiero, si fonde con la critica, si fa poesia della poesia, del proprio essere, o non poter più essere, poesia: e solo in questa forma può continuare a detenere la sua dimora cristallina e fragile nelle regioni dell’arte e del pensiero. Paradossalmente, l’arte trae vita dalla morte, da una - dice Valéry - «nouvelle morte/ plus précieuse que la vie»: deve morire al mondo per poter davvero e pienamente nascere e vivere, deve negarsi alla realtà e all’immediatezza dell’esperienza, ripiegarsi e chiudersi su se stessa, per affermarsi ed attestarsi come poesia.

Matteo Veronesi

68 commenti a questo articolo

> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-25 12:35:41|di Lello Voce

Intanto ringranzio anch’io Veronesi della risposta.

Che trovo comunque, non risolva i problemi qui posti. Gli sono grato della stima che dichiara a proposito del mio lavoro poetico, ma io purtroppo continuo a non poter dire altrettanto del suo saggio critico. Né della sua risposta che tira in ballo Serra, Bigongiari e , soprattutto, Barthes, che con il suo ambiguo ’piacere del testo’ senza volerlo ha aperto la porta a tanto decostruzionismo. E non credo affatto che le avanguardie (tutte) o l’esperienza di Zanzotto (che avanguardia certo non è) abbiano a che fare con una semplice ’trasfigurazione’ di ciò che già c’era. Sono molto di più, né penso che il sublime sia un obbligo per la poesia, la quale, Romanticismo a parte, con buona pace di Veronesi, ne ha fatto tranquillamente a meno, pur producendo opere indimenticabili. Veronesi ragiona come se certi valori DOVESSERO essere per forza condivisi, quando invece non lo sono affatto. In soldoni, pur condividendo il suo giudizio sulla poesia di Lamarque, non affatto d’accordo sulla sua lettura della poesia italiana contemporanea.

Ma,comunque sia, mi perdonerà Veronesi, io non discutevo di critica, né di meta-critica, io discutevo di politica.C’è un capitale simbolico in ballo, che significa spazio, possibilità di comunicare, di dire e questo capitale simbolico è in mano a una serie di lobby che occupano tutto quanto è occupabile, dalle redazioni di molti giornali, alle case editrici, ai festival, imponendo di fatto un modello di poesia che è vincente non ’formalmente’,(anzi, è formalmente perdente, superficiale, arretrato, reazionario,almeno a mio parere), ma materialmente, politicamente. Stupirsi che un pezzo come il suo possa provocare reazioni un po’ brusche è quantomeno ingenuo, anche perché con l’essere ’pacatamente irrispettosi’ o ’definitivamente dissidenti’ non c’entra un bel nulla. Non riesco ad immaginare come a chi cerca il sublime possano piacere le mie cose. Sia detto senza polemica, o Veronesi legge male le mie cose, o io ho scritto delle ciofeche ’sublimi’. Ogni e qualsiasi dialogo è interessante, quello che blandisce chi è costretto nel ghetto del quasi silenzio, criticando aspetti marginali di chi i ghetti li ha costruiti (si ma Rondoni... Lamarque no... ma altri si..) lo è assai meno. l’antologia di Piccinni, come quella di Cucchi dedicata ai ’Nuovissimi’ (che titolo infelice!)sono letterariamente inutili, tagliano ’ideologicamente’ parte delle esperienze poetiche contemporanee, che a Piccinni possono non piacere, o che Loi e Rondoni possono aborrire, ma che, alla faccia loro, hanno, indubitalmente lasciato traccia. E non parlo di me, opvviamente, ma di gente come Frasca, Cepollaro, Mesa, Lo Russo, e prima, Vicinelli, Costa, Spatola, ecc. ecc..

Allora bisogna che Veronesi ci spieghi bene se lui fa il critico così, stimando molti (ma tacendone, o facendo finta che non ci sia conflitto, laddove inevitabilmente c’è), ma parlando solo di quelli di cui si può parlare o se davvero ha ben letto Serra, che certi sconti non li faceva a nessuno.

Oibò!

lv.


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-23 23:29:02|di GiusCo

Ringrazio Veronesi per la replica del tutto soddisfacente e intellettualmente sorprendente. Mi auguro di leggerlo ancora e mi riprometto di produrre un saggetto su Wittg - Quine che espliciti i miei riferimenti al campo letterario. Saluti.


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-23 21:33:55|di Matteo Veronesi

PACATAMENTE IRRISPETTOSI, DEFINITIVAMENTE DISSIDENTI

Se intervengo solo ora, non è certo per disinteresse nei confronti del sito (che mi sembra anzi uno spazio di confronto e di dibattito decisamente vivo e animato), ma piuttosto perché i rilievi che mi sono stati mossi (non certo infondati, pur se espressi in una forma così concisa e provocatoria) mi hanno indotto a riflettere su molti aspetti del mio scritto, e della mia stessa idea di letteratura. Per questo ringrazio di cuore, senza ironia, Lello Voce (forse troppo perentorio: io credo che, per sostenere un’idea di letteratura, si possa e si debba anche osare il sublime, e dunque correre, inevitabilmente, il rischio di apparire “ridicoli” agli occhi di chi è animato, e nello stesso tempo, in certa misura, forse imbrigliato, da presupposti, se non preconcetti, estetici e ideologici con essa inconciliabili) e il laconico e arguto Gosh (il quale certo troverà da ironizzare anche su questi due miei aggettivi, che peraltro non vedo, al momento, come sostituire con sinonimi meno altisonanti.....).

Scherzi a parte, è evidente che il mio stile, e soprattutto il mio periodare, possano apparire ampollosi, ridondanti e involuti, almeno per chi si accosti ai fatti letterari sulla base di presupposti di matrice avanguardistica e sperimentalistica (peraltro legittimi e rispettabili, nella misura in cui non vadano incontro a radicalizzazioni e irrigidimenti). “Le style, c’est l’homme même“. Forse è bene chiarire che la mia scrittura critica si richiama espressamente ad una tradizione che va dalla “critica degli artisti” del secondo Ottocento e del primo Novecento alla “Nouvelle Revue Française”, per ripercuotersi e protrarsi, in Italia, lungo la linea vociano-ermetica; una tradizione, questa, che ho ricostruito e ripercorso in diversi saggi, sottolineando, tra l’altro, la validità e l’importanza che essa può rivestire, alla luce dell’ermeneutica e della decostruzione, anche nell’odierno, nebuloso panorama delle teorie letterarie.

È stato proprio il mio vero o presunto soggettivismo o impressionismo interpretativo che mi ha messo ai margini del mondo accademico. Non accetto, dunque, l’accusa di accademismo. L’Accademia, semmai, predica ed esige, in modo quasi ossessivo, una non ben precisata “oggettività” d’indagine e di analisi, a mio parere inattingibile nelle stesse scienze sperimentali, sottoposte anch’esse, sul piano epistemologico, ad un regime di relatività e di fallibilità. Ed è, semmai, la scrittura sperimentale e d’avanguardia a far proprio, sul piano creativo, questo imperativo di scientificità e di oggettività, fondandosi, per usare parole di Luperini, su di una “fiducia neopositivistica nell’autosufficienza combinatoria della lingua”.

Mi si suggerisce di leggere Wittgenstein e Quine. Ebbene, il primo (da me amato e meditato negli anni), se da un lato asseriva la necessità del “dire chiaramente”, dall’altro intuiva (non lontanissimo, in questo, da Heidegger o da Jaspers) che l’essenza, il fondamento, l’autentico dimorano proprio nel Silenzio, nel “Mistico”, in una sfera che va al di là di ciò che, cadendo sotto il dominio dei sensi e dei fenomeni, può essere tradotto nella formalizzazione del linguaggio proposizionale. Le parole, si legge nei Quaderni, “sono come la pellicola su acqua profonda”: alludono o accennano ad una segreta oscurità attraverso l’apparente chiarezza della superficie. E Quine era il primo a criticare l’empirismo dogmatico e il riduzionismo logico, e a riconoscere al linguaggio (quello scientifico, e a maggior ragione, credo, quello letterario, a cui il discorso critico, in quanto esso stesso genere della letteratura, appartiene) una dose e un margine di oscillazione e di variabilità contestuali. Potrei usare proprio Quine per rispondere a Gosh: nel particolare, specifico ed insostituibile contesto del mio discorso, purezza, assolutezza, teleologico, escatologico, trasfigurarsi rivestono un valore preciso, anche se non tecnico, e non possono essere rimpiazzati da altri termini, se non a costo di snaturare il discorso. Se, poi, si obietta che una visione rigorosamente materialistica della letteratura e della storia esclude, in quanto tale, l’idea e la possibilità stessa di un assoluto, di un’escatologia, di una teleologia, allora si ricade nell’apriorismo ideologico di cui si diceva, e che non può che nuocere alla letteratura, compromettendone l’autonomia. Si controbatterà, allora, che l’idea stessa di una letteratura autonoma dall’ideologia, politicamente disimpegnata, libera, pura, è a sua volta frutto di un’ideologia borghese, “debole”, se non reazionaria..... E allora qualunque dialogo diverrà impossibile; allora, davvero (ma in un senso ben più superficiale e accidentale di quello, gnoseologicamente profondissimo, di Wittgenstein), si dovrà tacere su ciò di cui non si può più, di cui non ha più senso parlare.

Se da un lato mi si accusa di accademismo, dall’altro mi si rimprovera di avere giudicato i versi della Lamarque sulla base di mere “impressioni di lettura”. Potrei rispondere, ancora una volta, che il mio approccio critico muove, precisamente (come quello di un Serra o di un Bigongiari) dal quello che Barthes chiama il “piacere del testo”, da una percezione della parola letteraria che vuole mantenersi immune da ogni condizionamento e da ogni apriorismo metodologici, non meno che ideologici, anche a costo di cadere, apparentemente o realmente, nell’impressionismo. A chi considera antifilologico questo atteggiamento, potrei controbattere che Contini e Spitzer affiancavano alla “diligenza” la “voluttà”: la voluttà, il “godimento” di lavorare a contatto con materiali - le parole - “che non durano, e svaporano”.

Un cenno a parte meritano le considerazioni di Voce (nei confronti della cui poesia nutro una profonda stima, evidentemente non ricambiata). La mia posizione rispetto alla poesia di Rondoni è, per quanto sfumata (diceva Nietzsche che i Tedeschi non amano le sfumature, ma temo che ciò valga per ogni popolo), sostanzialmente limitativa. Se nelle pagine conclusive del mio scritto “approdo” a Rondoni, è proprio per sottolineare che, in lui, la ricerca stilistica e l’elaborazione formale in cui dovrebbe essere riposta l’essenza di ogni discorso letterario rischiano di essere sacrificate ad un’esigenza (pur per certi aspetti legittima) di spontaneità emotiva e di autenticità esperienziale. Ma, si sa, l’interpretazione può essere ulteriormente, e variamente, interpretata, in chiave metacritica; ed è questo gioco di riflessi e di sovrapposizioni ad alimentare il discorso della, e sulla, letteratura; in questo senso, certe mie opacità e certe mie ambiguità non erano del tutto accidentali e inconsapevoli.

Quanto, poi al “trasmutare” e al “trasfigurare”, credo che, a ben vedere (ho in mente, ad esempio, i geniali “travestimenti” del Sanguineti traduttore/ rifacitore dei classici, come pure il citazionismo frenetico, quasi ossessivo, di Laborintus), ogni avanguardia e ogni sperimentalismo letterariamente consapevoli e culturalmente attrezzati altro non siano, appunto, che un riprendere e un riplasmare (anche a costo di deformarle e di straniarle), conducendole a nuovi valori e a nuove significazioni, forme risorte dal passato. Come Sanguineti o Zanzotto, pur se in ottiche diverse, “tramutano” e “trasfigurano” un patrimonio culturale e una sedimentazione storica e letteraria pressoché sterminati, tendenti quasi all’infinito, di fatto insondabili, così Voce, nella bellissima Romance apparsa nel ’93 su “Baldus”, si rifaceva consapevolmente a tutta una tradizione espressionistica e plurilinguistica, e in pari tempo (così mi parve) lasciava trapelare, attraverso i “neopositivistici automatismi” del linguaggio combinatorio, una possibile ontologia del linguaggio, un possibile spiraglio di valori esistenziali e conoscitivi riposto nella parola poetica. Io (pur nella distinzione di posizioni fra cui voglio peraltro sperare che possano darsi, in virtù di una dialettica dell’inclusione più che dell’annullamento, un confronto e un dialogo) condivido con Voce il convincimento che la poesia non sia un “tramandare meccanicamente grumi di significato”, ma proprio un ridestare e un far rivivere, “trasfigurati”, echi, solchi, tracce, nella fiducia che “forse esista davvero una grammatica dell’essere / una declinazione della vita”. Credo, insomma, che si possa essere insieme, in modi diversi, “pacatamente irrispettosi”, “definitivamente dissidenti”.

Matteo Veronesi


PACATAMENTE IRRISPETTOSI, DEFINITIVAMENTE DISSIDENTI

> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-23 10:51:38|di Martino Baldi

Lorenzo, non posso non riconoscere che in parte hai ragione, anche perché altrimenti mi darei dello scemo da solo, visto che sono le stesse cose che ho detto io. :-) Le attenuanti non mancano ma diciamo che mi sarei aspettato, visti i tentativi di alcuni di ripristinare un piano corretto della discussione, che Veronesi venisse almeno a rispondere a questi, non certo al po-po-po di gosh. Le tue ragioni sono oggettive ma io ho ricevuto l’articolo di Matteo insieme ad altri redattori, ho deciso di postarlo (a differenza di altri redattori), mi sono fatto carico delle conseguenze dell’inserimento affrontando le critiche, sperando che si avviasse una discussione su argomenti che evidentemente sono belli scottanti (a giudicare dalle reazioni d’istinto). E invece da una parte c’è stata subito la "strategia dello spray", dall’altra quella del silenzio. In mezzo però ci sono quelli che di certe cose avrebbero voluto anche discutere e loro sono stati trascurati dall’una e dall’altra parte.

In ogni caso l’errore è stato mio, nella valutazione errata della possibilità che da una contapposizione del genere potesse generarsi un confronto. Senza accorgermi che il clima è sempre quello delle fantastiche campagna elettorali del dopoguerra. "Baciapile!" "Mangiapreti!" "Schiavi dei padroni!" "Servi di Stalin!" Sarà la Enron...?


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-23 07:55:22|di Poetante del XXII secolo

Enron

trovate ragioni razionali per credere nel fantastico!!
e’ la enron

in centro di mia vita imbocco le tue gambe ma oggi la corsa e’ cara
e’ la enron

con cipiglio rimarcato il ciospo di lattuga m’intasca lo sguardo
e’la enron

perche’ non hai soldi per comprare?
e’ la enron

l’immobile sera non vuole uscire e il giorno non ha luce da accecare
e’ la enron

vestiti in fila di supermarket la domenica matttina perche’ non vanno in gita?
e’ la enron

perdo nottetempo aria dai polmoni spero nel tessuto cucito da zio rambo
è la enron

la bellarossa fa’ capolino con una pizza nella sbocciata bocca d’aprile
e’ la enron

Angel rantola nell’auto pensierosa che il computer smette di aggiornare
e’ la enron

il giovedi’ nel mezzo si fa’ largo e l’anta di noce ritorna nel bosco moribondo
e’ la enron

non pago il clone da un anno e i cingoli dei miei occhiali hanno spostato
la vista altrove
e’ la enron

il superball e’ nelle mani di CASTRO alza il pene al cielo e insemina il mondo
e’ la enron

il cugino del popcorn si affloscia con bisunte mani che cuscino mostra
al parquet
e’ il polistirolo fiacco schiacciato nella tripla con me
il corno della dea bendata
e’ la enron

saranno i satelliiti a salvare l’uomo succhiando i geni delle caviglie piombate
verranno davanti ai sogni a torturare Newton

e’ la enron e’ la enron


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-22 20:31:08|di lorenzo

martino, devo dissentire dal finale del tuo ultimo post. non credo si possa rimproverare a veronesi di non essersi fatto vedere. significa chiedere a qualcuno di avere una specie di animo ben particolare, un animo combattivo, autoironico, generoso, e anche del bel tempo da perdere. questo perché, a mio parere, non ci sono stati interventi critici e dialogici (a parte quello di luigi, che è sembrato un tentativo forzato di evitare una mischia immonda).
dunque significa chiedere a una persona che ha offerto in lettura un testo critico, di stampo *ovviamente* accademico, d’esser disposto a intervenire in una discussione che è di tutt’altro tipo. veronesi si è fatto avanti con uno scritto. chi ha risposto (gosh,voce etc.) si è fatto anch’egli avanti con uno scritto, perché sempre di testi scritti, e pubblici, si tratta (e non di "email-come-telefonate"). se dobbiamo confrontare questi testi, in quanto tali, a me sembra che il rimprovero non se lo meriti veronesi.
le forme del dialogo umano sono tante. io posso leggerti un sonetto (che può far schifo quanto ti pare) e tu mi puoi rispondere "poooopò-pò-pò-pò-pòòòòò-pò". dopodiché, io posso anche avere la grazia e la voglia di risponderti. ma se non le ho, non credo di meritarmi un rimprovero. magari ho la mamma malata a casa e devo andare a comprare il pane, e preferisco sottrarmi al "dialogo".

lorenzo


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-22 15:10:24|di Martino Baldi

Io mi trovo abbastanza d’accordo con quel che dice Gabriele, spurgato anche del residuo di ironia che compare nel suo messaggio. Non si può rimproverare a qualcuno le sue convinzioni, le sue scelte, le sue prospettive, ecc. Casomai si può rimproverare il mancato lavoro, la disonestà, lo strumentalismo...
Io trovo che le antologie di Piccini e Cortellessa siano entrambe frutto di un ottimo lavoro critico e di una profonda conoscenza dell’argomento, seppure su due versanti opposti dal punto di vista estetico e metodologico. Pongono sul tavolo argomentazioni congrue, visioni omogenee e solide della storia e del fatto poetico, criteri di selezioni ben comprensibili e discutibili quanto vogliamo ma giustificati dalla loro prassi e dal loro discorso critico. A differenza, per esempio, dell’antologia di Cucchi/Riccardi, dell’elenco firmato Loi/Rondoni, della recente antologia Salvi/Dentali di Lietocolle e altre operazioni similari, che avranno forse qualche vantaggio accessorio ma di sicuro non aggiungono alcunché al discorso critico e alla conoscenza critica della poesia. Poi, si può discutere quanto si vuole sugli steccati (specie su quelli altrui), ma quelli sono elementi endogeni al sistema critico di ognuno. Ignorare che siano un fatto di per sé "critico" mi sembra un peccato di superbia e di non disposizione alla comprensione. Il che non significa essere d’accordo ma riconoscere la teoria di chi ci avversa come argomento e non misconoscerlo alal radice.

Per quanto riguarda il discorso di Matteo Veronesi, non sono d’accordo per niente con il canone da lui proposto (che si discosta da quello di Piccini nella direzione opposta a quella che io personalmente mi augurerei). Mi sembra perfino paradossale pensare - come fa lui - a un’esclusione di Alessandro Ceni a favore di Silvio Ramat o di Barberi Squarotti, per dirne una. Veronesi però è uno studioso serio, e non un quaquaraquà, per cui mi sarebbe piaciuto che del merito del suo articolo si fosse potuto discutere qui direttamente con lui. Mi dispiace molto che non sia stato possibile e devo dire che a questo punto mi sento decisamente deluso, più che da gosh, dallo stesso Matteo, che non si è fatto nemmeno vedere a discutere in prima persona di quello che ha scritto.


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-21 17:52:35|di Gabriele Pepe

Esserci o non esserci questo è il problema.

I clan, le consorterie, le chiese, i club, gli amici degli amici, le affinità elettive e le disparità selettive... tutte cose che fanno e faranno sempre parte del corredo umano. Io preferisco pensare che non ci sono perché non me lo merito. Se fossi stato abbastanza bravo volete che un clubbino, una piccola pieve, un amico carino non l’avrei trovato pure io?

pepe


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-21 15:48:04|di maria

Scusate: a che ora passa la carovana per il Catai?
;-)))


> La poesia italiana dal 1960 a oggi
2006-09-21 12:17:44|di GiusCo

Apprezzo la puntualità del discorso di Veronesi, che nel merito si può condividere o meno. E io non lo condivido nei suoi ripieghi carismatici a danno del linguaggio come strumento di mediazione, dunque passibile di qualsivoglia manipolazione (e un linguaggio manipolato mal si concilia con l’insufflo della Carità); non condivido, dunque, il canone che propone, così come non condivido quello a cui si appoggia, di Piccini, che aperto non è affatto ma piuttosto: fondamentalista, o tale mi appare aggredendomi con la necessità di credere a ciò che non è dato (e potrei anche crederci ma sono affari privati, libero credo in libero stato), quindi preferisco quello di Cortellessa in Parola Plurale, peraltro fondamentalista in altro modo e tenacemente disturbante nel killeraggio di gente che, per grazia o per fortuna ha fatto una certa Storia e le persone sono dati di fatto, positivi, non è che perché ci stanno sul pippero bisogna cancellarle con un progrom. Insomma, questa premessa per dire che l’intervento di gosh ridicolizza lecitamente la vacua e tronfia ampollosità di alcuni toni di Veronesi, empiricamente privi di alcun fondamento, perciò insostenibili in una qualsiasi conversazione razionale tra persone in carne e ossa. Consiglierei letture di Wittgenstein e Quine, ma capisco che da adulti ormai il danno è fatto, per altri trent’anni dovremo sorbirci da parte di metà del cucuzzaro tali prosopopee e assisteremo al reciproco legittimarsi (e perpetuarsi) di retrive arcadie pastorali minacciate dai mangiatori della mela del dubbio ontologico, lesa Maestà e scandalo dell’Italietta contadina che è e rimane nella mente di giovanotti venuti dalla provincia, spesso insegnanti, caparbiamente in lotta con la propria condizione di superati dalla Storia (e sono già due volte che la metto maiuscola, manco fossi un marxistone) ma non vinti (come i marxistoni di cui sopra, che dunque vanno a loro volta isolati) e mai domi.


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