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La pratica del post-moderno nella poesia italiana contemporanea

recensione di Stefano Guglielmin

Articolo postato sabato 26 giugno 2010

La pratica del post-moderno nella poesia italiana contemporanea

Recensione a Critico e testimone. Storia della poesia italiana 1948 – 2008, Moretti & Vitali, 2009, pp.584, euro 25,00


Critico e testimone. Storia della poesia italiana 1948 – 2008 di Daniele Maria Pegorari dichiara, sin dall’inizio, di voler approfondire le radici plurali della poesia italiana contemporanea e di tracciare un canone novecentesco volutamente "vischioso", compromesso dalla passione e dall’ideologia, per dirla con Pasolini, con l’obiettivo di riconsegnare la letteratura al "terreno della storia collettiva e dell’etica". Storia collettiva che non significa dare popolarità alla poesia, ma semmai individuare gli intrecci che legano sentire comune e forme dell’immaginario e del simbolico rappresentate nel ruvido dello stile, evitando l’equivoco secondo il quale il senso della poesia, oggi, debba coincidere con la comunicazione orizzontale dentro la società di massa. Più profondamente, Pegorari registra la molteplicità delle voci che sono state capaci di mettere in forma il brusio delle voci perse, gioiose o disperate, affamate di pane e responsabilità che fanno cittadinanza e storia delle civiltà italiana dal secondo dopoguerra, sottolineando anzitutto l’importanza avuta dalla "terza generazione", i nati tra il 1910-1920, in particolare Gatto, Sereni, Caproni, Bertolucci, Luzi e Zanzotto, sulla scorta di altre precedenti radici, quali quella bucolica, orfica, crepuscolare e avanguardista, tutte agenti nel contemporaneo. Alla base, c’è l’idea che poesia e pensiero siano il connubio vincente del Novecento, non solo grazie all’avvio magistrale del pensiero poetante leopardiano, ma per la sua declinazione luziana e caproniana, per quella "tensione metafisica" che loro hanno conferito al verso. Certo uno spazio meritavano anche i Vociani, qui tagliati fuori, schiacciati, tra Campana e gli ermetici fiorentini, tuttavia il quadro che ne fa Pegorari è convincente, sia pur molto spostato sul versante del tragico religioso che ha, appunto, il suo centro nella tensione immanente, verso un aldilà, delle cose e della storia. Poesia dunque come disvelamento, del "solido nulla", in Leopardi, dell’Assoluto nei poeti appena citati. D’altro canto il pregio maggiore del libro sta nella libertà tutta esposta con cui il critico si fa testimone delle differenti poetiche, evitando di strutturare un controcanone, bensì arricchendo l’esistente, e organizzandolo – secondo convenzione stabilita – per generazioni decennali, così da tracciare un filo rosso che trattenga l’intero Novecento, dipartendolo per aree fondanti, ma non autosufficienti: la "metafisica", lo "sperimentalismo" e il "realismo" (politico, del "quotidiano" e del "corpo"), e dedicando ampio spazio alla "neodialettalità" e al "plurilinguismo". In questa complessità corale, dove la nostalgia verso un’origine perduta e l’utopia della sua rifondazione passano di poeta in poeta, c’è spazio comunque per tradizioni più spostate verso la laicità anziché la metafisica, quali la linea lombarda, che si muove tra "discrezione retorica e eticità", sulle spalle del Parini, del "Caffé", del Manzoni, del Risorgimento italiano e, nel XX secolo, di Banfi, Anceschi, oltre che, aggiungerei, Gadda, che ha aperto la via manieristico-ironica al tragico, ancora poco praticata dai poeti nostrani. Sotto questo profilo, chiaro che "etica" ha un forte debito con la civiltà borghese, e non potrebbe essere altrimenti, visto il legame indissolubile fra produzione artistica moderna e struttura economica capitalistica, anche là dove la parola vorrebbe inciderne il tessuto valoriale, demistificandone retorica, ipocrisia e coercizione, in nome dei valori fondanti dell’illuminismo, quali libertà, partecipazione, diritto alla felicità. Ecco allora che utopia, qui, si coniuga con dissenso, laddove nei poeti metafisici diventa, come in Luzi, "attesa di una ’rivelazione’ (non necessariamente sacra) che giustifichi il dolore dell’uomo e lo risarcisca nella pienezza della sua umanità". Credo che riposi in questa unità dinamica – tra impegno e stile, tra comunità e prassi etica, unità poggiante sulla perdita dell’origine e sulla necessità di incontrare l’evento fenomenologicamente, in un’apertura al futuro che includa l’identità e la differenza (in un dialogo fra realismo materialista e messianesimo metafisco) – la proposta post-moderna di Daniele Maria Pegorari, punto di arrivo di un viaggio che accompagna il lento estinguersi dell’occidentalismo, per traghettarci in un’epoca dove la parola sia ancora capace di additare verità e destino, una parola che abbia estinto Auschwitz senza rimuoverlo, che tenga in gioco il senso, quale risultante sempre aperta di un dialogo appassionato con il dissenso.

Stefano Guglielmin


Daniele Maria Pegorari (1970) divide da quindici anni il suo impegno scientifico e didattico fra la Letteratura italiana contemporanea e la Filologia dantesca nelle lauree specialistiche delle Facoltà di Lettere e Filosofia di Bari e di Foggia. Cofondatore nel 2000 di «incroci» e curatore scientifico di una sezione dell’annuario internazionale «Dante», dirige collane di ricerche e testi ("Officina" di Stilo e "Le ciliegie" di Palomar), collabora con numerose riviste accademiche e militanti ed è consulente di alcune case editrici nazionali. Ha pubblicato fra l’altro: Dall’«acqua di polvere» alla «grigia rosa». L’itinerario del dicibile in Mario Luzi (1994), Vocabolario dantesco della lirica italiana del Novecento (2000), Metrici dei giorni. Poesie per un anno (2000), Mario Luzi da Ebc a Constant (2002), Contesti della "Commedia" (con F. Tateo, 2004), Non disertando la lotta. Versi e prose civili di Mario Luzi con l’omaggio di 41 poeti (2006), Dal basso verso l’alto. Studi sull’opera di Lino Angiuli (2006), Puglia in versi (2009), oltre ad alcuni saggi su Dante e sul dantismo di Gozzano, Montale, Pasolini e Luzi. Nel 2001 e nel 2007 ha curato due numeri speciali di «incroci» dedicati rispettivamente a Innocenza e neodialettalità e a un Confronto sulla critica. Dal 2002 è membro della giuria del premio nazionale di poesia "Lorenzo Montano" e dal 2005 presiede il premio di narrativa "Vico del Gargano".

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