Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

Coordinamento: Luigi Nacci & Lello Voce

Redatta da:

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MARCELLO POTOCCO: 3 testi

(poesia straniera - numero VII)

Articolo postato domenica 16 marzo 2008
da Luigi Nacci


Marcello Potocco è nato nel 1974 a Lubiana (Slovenia). Ha una laurea e un dottorato in Letterature Comparate. Attualmente insegna all’Università di Capodistria. E’ membro dell’Associazione Scrittori Sloveni.
Come poeta ha partecipato a numerosi reading in Slovenia e all’estero e ha pubblicato i seguenti libri: Lila (Lila, Mondena, 2002), Pripovedi o ovcah, ljudeh in drugih živalih (LUD Literatura, 2005), Popravki pesniške zbirke (LUD Literatura , 2007).

*

post precedenti:
I - János Pilinszky (Ungheria)
II - Viktor Kubati (Albania)
III - Slavko Mihalić (Croazia)
IV - Mircea Dinescu (Romania)
V - Rade Šerbedžija (Croazia)
VI - Alfred Lichtenstein (Germania)


POST-COITUM

Osservo come la tempesta sta dileguando
il sudiciume raggrumato nell’aria. Di pomeriggio,
colti da un’ispirazione benedetta,
ci siamo coricati nudi, come galoppando
a labbra schiuse l’uno verso l’altro.

Par quasi che il campanile sia stato scrostato
da una saetta, che sfiorandolo appena l’ha ripulito
di parole e gesti rappresi – e desideri. Ascolto il tuono,
osservo i lampi: trovo piuttosto inconsueta
la sensazione di pura luce e puro suono. Non mi va
di protrarla (sono ancora esausto di piacere),
ma non cesso di parlarne. Bla, bla e bla. Quanto
tempo intercorre? Conto. Voglio sapere se il fulmine
è caduto lontano. Se porta morte

o dolore, o una nuova esistenza. Con precisione
infinita, registro cosa e dove succede.
Annoto le coordinate, per poter predire,
come certe volte fanno i meteorologi,
quando sarà qui vicino. Quasi fosse

un’efficace strategia difensiva. Eppure,
nulla garantisce che il prossimo non tocchi a me.


*


ELOGIO DELL’UOMO

So che ridi del nostro falegname che di pomeriggio
fabbrica armadi per hobby. Di lui che ogni tanto
si lascia la barba incolta e cammina su e giù coi capelli
grassi proclamando la propria importanza,
anche se in fondo sente che non ci crediamo del tutto.

Di lui che ha scambiato locomotive e rotaie
con modelli d’aeroplano e bordi per truciolato: probabilmente
pensa che noi due abbiamo scambiato bambole e auto
con saldi pensieri intessuti nel silenzio del computer.
Probabilmente tu la vedi in modo diverso, anche se in fondo

senti che può avere ragione. Ma taci.

Senti che ogni sera, prima di andare a dormire, si fa
una doccia per lavarsi del sudiciume raccolto di
giorno. Col sapone si strofina via il sozzume, tutto
ciò che non vuole che si ripeta; anche tu fai così.
Poi medita, per raggiungere i confini del cosmo.

I suoni di respiri vicini gli s’insinuano nel buio;
a tratti pensa ai bordi del truciolato, che deve ancora stirare;
se i bordi però fossero solo illusione, cos’altro gli rimane?
Il nostro armadio è per lui un pensiero assillante, un mondo
che da troppo non riesce a raggirare. Poi arreso smette.


*


POESIA SU UN DENTE

Tu… Probabilmente è anche per te che scrivo proprio
questa poesia – tu che mi suggerisci di farne un’ode e
d’iniziarla così: oggi ho perso il mio primo dente adulto;
dente che ha portato via con sé “degli anni miei il più bel fiore” (1).
Tu… Ma lo sai, tu, che nemmeno ricordo come e quando
ho perso i denti da latte, al tempo in cui non amavo,
non scrivevo, non pensavo, ed ero un bambino normale. Prima
che mi guastassi e ne risentissero anche i miei denti. Otturazioni:
una sfilza di grigi che non ho ancora sostituito col bianco
(ma prima o poi mi toccherà). Tu. Tu che dici
che la cavità lasciata dal dente non si nota. E io infatti
non la vedo, come fosse la mia ombra con cui giochi
la luce tagliente dell’esterno. I denti sono i suoi uomini platonici.
Tu sei il mio amore per nulla platonico e perciò invece che
a forza di sospiri, mi rivelo a te con la bocca. Col dente
che oggi è finito nella pattumiera del dentista;
dov’è stata buttata una parte di me (si può dire del mio amore)
che si era infiammata pizzicando il nervo già due volte:
metafora degnamente coronata dai cinque e dai sei per il bene e per
il male (ne facciamo parecchio, di entrambi), dagli otto per il giudizio
(che stenta ahimè ad arrivare), dai sette della caparbietà (quando siamo
caparbi l’uno con l’altro, non osiamo confessarlo) e in qualche posto
magari sta acquattata anche della crudeltà. Il nesso resta
filosoficamente astratto, perché dalla paura di scoprire
la fresca visone della caverna, lo tengo ben stretto tra i denti.

Tu. Che sai bene quanta frustrazione ancora distilleranno
queste gengive. Alla fine rimarremo senza crudeltà,
senza piaceri. Senza giudizio. Magari completamente
senili e paranoici. La gengiva continuerà a bruciare, ma
noi due potremo sfregarla solo con la lingua. Non
produrrà più né sangue né pus. Senza denti, finalmente
rideremo; e, lo sai (tu), saremo lisci, stranamente lisci allora…


(1) Citazione dalla celebre poesia Addio alla giovinezza del poeta sloveno France Prešeren (1800-1849)


***

traduzioni dallo sloveno di Darja Betocchi

Darja Betocchi è nata a Trieste nel 1965 da matrimonio misto italo-sloveno. Insegna lettere italiane al liceo sloveno "F. Prešeren" di Trieste e si occupa di traduzione letteraria. Collabora a varie riviste ed è presidente del circolo culturale Slovenski klub e vice presidente della Casa della Letteratura di Trieste.
Ha tradotto in italiano opere degli autori sloveni Marij Čuk, Dušan Jelinčič, Gustav Januš, Miroslav Košuta, Ace Mermolja, Marko Sosič e Tomaž Šalamun. Ha da poco tradotto - con Enrico Lenaz - il romanzo ’Aurora Boreale’ di Drago Jančar (prefazione di Claudio Magris, Bompiani, 2008).


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