Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

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MARCO PALLADINI: una moltitudine possente in marcia

Articolo postato sabato 8 novembre 2008
da Luigi Nacci

Marco Palladini, romano, è scrittore e poeta attivo da anni nel panorama nazionale, nonché drammaturgo, regista, performer e critico nell’ambito del teatro d’autore e di ricerca. Ha pubblicato in poesia: Et ego in movimento (Quaderni di Barbablù, 1987), Autopia (Joyce & Co., 1991), Ovunque a Novunque (Campanotto, 1995) e, per Fermenti, Fabrika Póiesis (1999) e La vita non è elegante (2002). Ha pubblicato, inoltre, il cd poetico-musicale Trans Kerouac Road (Zona, 2004), il libro di racconti Il comunismo era un romanzo fantastico (Zona, 2006) e il memoir esistenzial-politico Non abbiamo potuto essere gentili (Onyx, 2007). Per il teatro sono usciti la trilogia Destinazione Sade (Arlem, 1996) e il dramma Serial Killer (Sellerio, 1999), tradotto in lingua catalana: Assassí (Arola Editors, Barcelona 2006). È stato condirettore artistico del Festival Romapoesia 1998 in cui ha ideato e condotto il primo “Rave di Poesia” italiano. Dal 2001 ha partecipato a vari “Poetry Slam” con autori nazionali ed esteri. Suoi testi poetici sono tradotti in ungherese, tedesco, inglese, un’antologia dei suoi versi è stata pubblicata nella rivista greca "Planódion" (n. 43, dicembre 2007 – trad. Yiannis Pappas). Dirige la web-review del SNS "Le reti di Dedalus".

http://www.myspace.com/destinazioneloa


IL SILENZIO È IL RESTO

Il silenzio è il resto
il resto è il colmo
il colmo è il mondo
il mondo è il destino, che s’implode
che più non sappiamo
né prevedere né accettare
né combattere né amare

Cadono i grattacieli, non cade l’impero
cade il giorno, cade al buio,
cade l’horror più osceno
cadono i corpi come bombe
e non è un quadro di Magritte
poi mentre scade la pietà
mentiamo dicendoci:
io non c’entro, io non c’ero

Occhi bianchi su stravolti visi di soldato
cuori d’acciaio e un microchip nel cervello
i marines leggono poesia di guerra permanente
dulce et decorum est pro patria mori
wow! la civiltà americana è un brivido lirico
che aiuta i militari a comprendere meglio il senso
di tutto quello che hanno dentro
l’odio del buono, la collera del giusto
il furore e la morale di chi vede nell’altro
soltanto un oscuro oggetto di disgusto

Cadono i grattacieli, non cade l’impero
cade il giorno, cade al buio,
cade l’horror più osceno
cadono i corpi come bombe
e non è un quadro di Magritte
poi mentre scade la pietà
mentiamo dicendoci:
io non c’entro, io non c’ero

Perché lanciano missili fitti come pioggia?
la poesia dei mullah ha l’accento arcaico
d’una elegia araba, è un canto di madrasa
che corrompe l’animo e riscatta i taleban
Tra massacri subiti e perpetrati
il jihad infinito si consacra al martirio totale
e come ode promette in versi ad Allah
dei nemici e infedeli lo sterminio globale
Ecco salmodiano veloci le sure del corano
sono tribù insorte che giurano nel sangue
facce da bambino con il mitra in mano

Cadono i grattacieli, non cade l’impero
cade il giorno, cade al buio,
cade l’horror più osceno
cadono i corpi come bombe
e non è un quadro di Magritte
poi mentre scade la pietà
mentiamo dicendoci:
io non c’entro, io non c’ero

Il silenzio è il resto
la somma degli humani
che invoca la guerra come una festa
Il silenzio è il resto
o i resti innumeri di cadaveri
immagini ripugnanti sbriciolate
che gli animali osservano sbigottiti
dove l’assurdo è norma di realtà
Il silenzio è il resto
e manca il soggetto innominabile
che dichiari guerra alla guerra
e non bruci feticci o innalzi totem fatali
al Computer e al Popolo ferali
Il silenzio è il resto
la coscienza forclusa
che la tragedia è in perenne atto
dal futuro prossimo al remoto passato
Il silenzio è il resto
i rumori sordi e mortiferi
profumo di battaglia
il gregge una canaglia
Il silenzio è il resto
è le età drogate già distrutte
e quelle che verranno a rovinare
è un film di guerra visto al termine
di un pomeriggio pigro, vano e caldo
i poeti annegano solitari e grotteschi
in un bicchiere d’acqua
più non distinguendo il vero e il falso

Cadono le torri, non cade l’impero
cade il giorno, cade al buio,
cade l’horror più osceno
cadono i corpi come bombe
e non è un quadro di Magritte
poi mentre scade la pietà
mentiamo dicendoci:
io non c’entro, io non c’ero

*

FUOCHI & COPRIFUOCHI

Fuochi e coprifuochi… derive e non approdi…
la notte europea s’illumina di roghi…
le cités hanno adolescenti facce maghrebine,
hanno corpi giovani di agili beurs,
hanno l’anima banlieusarde et bâtarde
di chi non ha più nulla da perdere…
e chi strepita à bas la racaille! non vuole o sa intendere
il senso dei tam-tam dell’Intifada suburbana…
batte il tempo batte come un temporale…
come un tempo kako-humorale
che musica rap e islamista furia fanno montare
nell’antico, sempiterno accordo
tra sacrosanta rabbia e lurida miseria…

C’è odore insopportabile di bruciato, stanotte…
tra plastiche roventi e lamiere urlanti,
tra metalli piangenti e asfalti sanguinanti,
tra vetri rotti liquescenti e cementi armati morenti…
c’è odore di vecchio mostrificato mondo carbonizzato…
c’è puzzo di benzina come napalm di vittoria senza effetto…
c’è puzzo di senzakuore con tanto affetto
per la felicità selvaggia e le crève-cœur
di chi scambia la haine pour l’amour fou (de soi même)…
ma c’è, forse, da qualche parte
un poeta dalla parte dei poliziotti?…
perché siamo al détournament…
liberté, egalité, fraternité sont fracassés d’un coup…
e i fuochi fatui stanotte celebrano il crepuscolo
dei pensieri interdetti, dei bisogni corrotti,
dei desideri contraffatti, dei sentieri interrotti…

Com’è flamboyant girare e rigirare
per le piazze impazzite, tra folle atterrite o inferocite…
là dove l’ordine sovrano condiviso è d’un tratto perduto
e il disordine generale normalmente accettato…
là dove il pianeta reale è nuovamente un incubo incarnato…
dove la violenza rossofuoco
è l’unico gioco riconosciuto in città…
e allora, grazie per la tensione?…
Merci barbu per la coranica sollevazione?…
Merci beaucoup per la sciamannata vostra autodistruzione? …

Vite controvoglia viaggiano in autobus
per le vie irreali di un’Europa fantasma…
vite contromano risucchiate
nei buchi neri della supremazia bianca…
condannate a ritornare sulla scena del delitto…
vite di contrabbalzo come feccia prolifica e infettante…
schiere di famiglie, di nonni e bambini,
di donne col velo e di ragazzi casseurs incappucciati nella felpa,
gli uomini altrove ad espiare un passato che non passa,
una razza che dirazza, una lotta di classe
senza più coscienza di classe…
vite di contraggenio mentre si depositano
carcasse su carcasse, rovine su rovine, cenere su cenere…
non si smaltisce “ça ira” e i canti del villaggio glocale
sono un feu-d’artifice, una bomba innescata
per vite di contrappasso…

Ce n’est qu’un debut?… No, mon ami… ce n’est qu’une fin…
et alors, nique la neuropolitique ou vive la schizopolitique?…
i folletti sporchi delle banlieues
sacrificano merci-feticcio all’angelo assente…
islamofilia e cristosofia in cortocircuito fan fuoco e fiamme…
scintille e faville… fame di essere pompata a mille…
la secessione interiore persiste… un’antimateria oscura
che gravita e inasprisce, si espande e sussiste…
ed è ancora e sempre il dio-luce che l’incista e la assiste…

*

I HAVE A NIGHTMARE

I Have a Nightmare…
ovvero che cos’è il mondo ‘percepito’?
mondo trasho? mondo marcio?
mondo folle? mondo immondo?
È l’invenzione del mondo che si riattualizza
di giorno in giorno, un mitoracconto
che presentifica la percezione reale, quasi razionale
di un mondo sempre irreale, transrazionale
Siamo assisi sopra un mondo di false certezze
o sprofondati nella ‘imondità’ di verità mai credibili

I Have a Nightmare…
quei maltemponi che ti ripetono “crepi il lupo!”
ma no, perché? crepi l’uomo piuttosto
o magari “crepi il pupo!”, l’uomo-cucciolo
vezzosetta, mocciosetta prefigurazione
dell’antropomostro assassino a venire
Viva il lupo e a lungo, cioè lunga vita
al canide selvatico la cui kattiveria
è infinitamente più piccola di quella
umana troppo umana… ovvero
della iperhumana accertata barbarie

I Have a Nightmare…
sbarbatelli assai sgarbati della Garbatella
e i poveri buskers a Testaccio che li ascoltano
i soliti quattro gatti, una Roma tossica
che fidelizza soltanto i suoi denigratori
Ma poi da un autoradio si risentono
i CCCP rozzemiliani che cantano
“datemi una mano, datemi una mano
ad incendiare il piano padano!”
E tu: ma pure due mani e le braccia
e millanta corpi per il gran rogo
della Padania infelix e senza la luna
soltanto i falò

I Have a Nightmare…
facciamo a pezzi le consuetudini
e che le colpe dei figli ricadano sui padri
(e sui nonni e bisnonni e trisnonni, noo?)
Gli avi ci guardano e disapprovano
ma la materia cromopsicosomica
del nostro degenerare l’hanno impastata loro
Presumiamo di essere anni-luce
lontani dagli antenati, mentre siamo invece
prossimi a quelle radici anni-tenebra

I Have a Nightmare…
quando entrava in me come il vento dell’est
c’era puzzo di Cina in lei,
puzzo di seta lisa e di involtini primavera
quando mi trapassava come il vento del sud
c’era puzzo di Africa in lei
puzzo di piedi nudi e di idoli di legno intagliato
quando mi trascinava come il vento del nord
c’era puzzo di Groenlandia e Inuit in lei
puzzo di pelliccia artica e di pesce affumicato
quando mi sballottava come il vento dell’ovest
c’era puzzo di America in lei
puzzo di hot-dog e di polvere da sparo

I Have a Nightmare…
una moltitudine possente in marcia
verso nessuna direzione, il pugno sassifrago
agitato in aria e lo sfollagente diabolico
che ricade pesante su migliaia di crani
Oscillazioni inconsulte della serie
“lotta con noi o rilutto con voi?”
che poi non si capisce qui chi è il depositario
dello jus belli, ma intanto la guerra di classe,
di quartiere, parziale o totale si fa e va avanti
per i fatti suoi con immagini al limite
del delirio o della post-teoria
C’è una pressione impressionante e io so
che sarò quello ke sarò oppure non sarò
(è l’ipotesi più verosimile o meno improbabile)

**

Nota critica

Ecco un poeta, dai furori tutt’altro che astratti, il cui verseggiare, senza il compenso dell’utopia storica rinnovatrice, assomiglia al manifesto pubblicitario strappato, all’urlo rauco dentro una bottiglia vuota. Marco Palladini si esprime nella costrizione spirituale del ribelle inebetito ed esaltato dalla propria pulsante energia etica: scrive tirando la palla da tennis contro il muro, seduto a terra come Steve McQueen appena riacciuffato dopo l’ennesima fuga. Tuttavia, alle fulgide, bistrattate, mirabolanti icone consumistiche e mercantili di cui fa linguistici strali, questo artista così intimamente gestuale (…) appare legato nel medesimo modo del condannato al cappio: la sua voce, nascendo solo in mezzo ai vermi dei nostri frantumi, risulterebbe inconcepibile altrove. Quello che, a prima vista, sembra l’estremo canto di un paranoico romanesco poliglotta, si rivela a conti fatti, una delle più intransigenti requisitorie contemporanee, col sentimento tragico di uno Sturm und Drang orfano di qualsiasi ebbrezza, distante mille miglia dalla sublime contemplazione delle rovine. Cresce, piuttosto, in questo panorama incandescente, un ritmo vitalistico, sebbene tutto a perdere, capace di restituire agli appassionati sodali che intendono ascoltare, la rabbia di un uomo deciso a fare amicizia coi nostri virus.

Eraldo Affinati

***

(la foto in alto è di Maria Andreozzi)

Il silenzio è il resto
IMG/mp3/Il_silenzio_e_il_resto.mp3

Fuochi e coprifuochi (live)
IMG/mp3/fuochi_e_coprifuochi_live.mp3

1 commenti a questo articolo

MARCO PALLADINI: una moltitudine possente in marcia
2008-11-19 14:50:14|di giorgio

bravo, sembra raspini, piu’ chiaro ma forse meno intenso


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