Absolute Poetry 2.0
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MARY BARBARA TOLUSSO: questo leggero movimento del corpo

Articolo postato venerdì 17 aprile 2009
da Luigi Nacci

Mary Barbara Tolusso vive tra Trieste e Milano dove lavora come giornalista. Dal 2005 collabora con una rubrica di poesia al nuovo Almanacco dello Specchio (Mondadori). Ha pubblicato le raccolte poetiche Cattive maniere (Campanotto, 2000), L’inverso ritrovato (Lietocolle, 2003, Premio Pasolini 2004) e la biografia romanzata Senza titolo. Appunti di vita di Carlo Ciussi (Campanotto, 2000). Sue poesie sono state pubblicate in varie riviste e antologie tra cui Nuovi Argomenti (Mondadori, 2004), Poesia e Natura (Le Lettere, 2007) e Almanacco dello Specchio (Mondadori, 2008).



Il mondo procedeva senza guerre.
Voglio dire che io ero
mio padre.

Gregorio Scalise


Ha scelto con cura le ossa e le mani,
è stato un uomo scrupoloso.
Dunque è proprio lui, la sua
creatura, nata come tutti, figlio
di un essere reale, un commesso
degli dei, qualcuno che l’avrebbe
portato a conoscere la propria
inconsistenza. Dicono che del padre
ha preso i piedi, il cervello
e quel modo di battere le ciglia
contro l’aria, respirabile
per ora. Nato, così, anche lui.
Venuto al mondo si distrae
con la trappola dei nomi, non arreso,
non riesce a dire altro «quello
è mio padre» ha detto soltanto.


*

Una famiglia felice

Ho sognato un letto e due cuscini, di farmi
crescere le mani di traverso per soffocarli
nel sonno. Non che non li conoscessi,
qualche fotografia, forse, qualche parente,
un gatto avrebbe potuto saperne di più.
Esitavano sull’immagine
aperta in confronto all’amore la vita
sembra solida.
A tavola, sul divano, sotto una luna
d’intonaco loro mi amano con dieci miliardi
di cellule. Solo così vivere, né si può chiedere
il riso matto dei Penati, il giocattolo di Caino.

*

Di nulla possiamo lamentarci.
Ci siamo fatti largo nell’angusto
passaggio verso la feritoia
per decidere, infine, un attivo
controllo della respirazione.
È una quiete distesa dove
ognuno conduce, senza volerlo,
questo leggero movimento del corpo
con silenziosa, commossa
partecipazione dal terzo pianeta del sole.

*

Del resto, e per una quantità di ragioni
nessun periodo del passato ci è tanto
ignoto quanto i due o tre decenni
che dividono i nostri vent’anni
da quelli di nostro padre. Perciò
può essere utile ricordare che nei tempi
cattivi si fanno orribili abiti e pessime
poesie seguendo gli stessi principi
dei tempi buoni; e che ogni giovane
uomo si impegna a distruggere i buoni
risultati di un’epoca nella convinzione
di migliorarli. Sempre, invece, hanno
adorato il sole, la salute e il culto
degli eroi non è mai stato chiamato
«sottouomo». Ma stavolta, diciamolo,
le cose si mettono al meglio,
c’è uno spirito di riforma e di felice
coscienza. I tempi non sono più
quelli del babbo, uno sboccio,
un’aurora, una piccola resurrezione.
Non si sentono cani ululare, né si vedono
palizzate sulle strade. Oltre la siepe
un’orma stanca risale, brilla sola.

*

Dalla parte di Swann

I

Ognuno ha la sua Combray
una madeleine che rotola il passato
un bacio premuroso
(a volte fastidioso)
e una Odette da maritare
Andando per l’altipiano
c’è il profumo dell’isteria
e quell’insana malattia da ah, ah, ah
– fece il signor Verdurin –
Che ne sai tu che non c’è niente?
Non siamo mica stati lì a guardare?


Niente catleie stasera
piuttosto
per molto tempo
coricarsi presto la sera


II

Passo di stanza in stanza
chiedendomi dove sono finiti
gli slip dell’anno scorso.
mangio uno yogurt mentre alla radio
danno l’ouverture di Bach.
Tutti sappiamo più di quello che fingiamo di sapere
e vorremo vivere a Malibù con il culo al caldo.
Per ora ascolto un’orchestra sinfonica
che è più di quanto si possa sperare.
Nel giardino di fronte,
la famiglia cuore
cerca i pezzi della piscina smontabile
e accende il barbecue per riempire il cielo di maiale arrosto.
Anche loro non trovano qualcosa ma hanno
tutte le mutande al loro posto.
È un quadro orribile
ma è una storia bellissima.


*

Lettura poetica

È una serata fortunata, la sala
conta almeno otto uditori.
Dalla finestra milioni di camere
vuote con le tv accese. Iscritta
sulle corde di una P è preceduta
dai tripudi del fogliame, il solo
che turbina. Più che entrare,
dovrebbe spiccare il volo, raccogliere
la gonna con le mani. Avesse almeno
una veste più leggera, da grande
occasione, da rima baciata. Fa scivolare
qualche asso dalla manica, vacilla sul gradino,
desta l’attenzione. Nell’orlo
di una sedia grigia una ragazza sfila
la fibra e un uomo chiude gli occhi
pensando alla partita. Forse
aspettavano qualcun altro, a lume
di candela, qualcuno che calpesti
l’eternità con la punta delle dita.
«Che ora è?» chiede un marito in prima fila.

*

Davvero so fare ben poco
neppure respirare a pieni
polmoni in bocca alle cose,
alla loro consueta mancanza
di calore. La casa, il tappeto,
la camicia di pelle sfregiata.
Da qualche parte, dicono,
lo spirito vive la sua vita più alta.

*

Guardai indietro, dicono, per curiosità
ma, curiosità a parte, potevo avere altri motivi.


I letti svelati, lunghi come vagoni,
le tendine abbassate, tutti potevano
andarci, ogni corpo nato da donna.
E la camera da letto – fatta
per fare quelle cose – aveva una candela
contro il buio che si arrampica
come una pianta. Quattro bamboline
in porcellana, un libro per le ore solitarie,
lo stesso mio dentifricio.
La porta non sembrava senza prospettive
e la finestra conservava una via d’uscita.
Certo ho pensato che la stanza fosse
vuota, che ci fosse qualcosa
di immortale, era più facile scordare l’obbligo,
il prezzo, la selezione dei fatti.
I corpi puliti e nudi, gli asciugamani bianchi.


**

La poesia si legittima per la sua inutilità. È un luogo di libertà in grado di ospitare ogni sguardo sul mondo. Il mio sguardo, i miei sguardi, tendono a uno stato di provocazione nei confronti delle cose, che ci aggrediscono continuamente. Le cose vanno prese alle spalle, dobbiamo aggredirle a nostra volta. Il mio percorso si serve del linguaggio comune, che spesso offre una sorta di bilico tra basso e alto, che consente a un’immagine di presentarsi nella sua immediatezza – talvolta anche volgare – per poi distorcersi e persino elevarsi. Per rendere l’idea, potrei riferirmi all’impegno di Giovanni Raboni nel destrutturare e destabilizzare radicalmente il discorso metrico, piegandolo alla sua voce in una nuova libertà di espressioni. Ho applicato formule simili a un tentativo di dialettica, che persegue il luogo comune per farlo esplodere dall’interno. Così, è sempre stato per me necessario privilegiare l’originalità della voce, sacrificando in parte la tecnica, nonostante una maggiore «eleganza» negli ultimi lavori.

Mary Barbara Tolusso


11 commenti a questo articolo

MARY BARBARA TOLUSSO: questo leggero movimento del corpo
2009-04-17 17:55:11|di Al.Pe.

Aggrediamo le cose e riempiamo il cielo di maiale arrosto! Un abbraccio - Alberto


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