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Matteo Danieli: tre elegie

(a meno che...)

Articolo postato venerdì 21 ottobre 2005
da Luigi Nacci

È strano che Matteo Danieli abbia chiamato "elegie" questi tre testi.

Cosa c’è di elegiaco in essi?

L’amore non è il sentimento dominante della composizione, né prevale la leggerezza figlia della classica recusatio, e neppure è ravvisabile fluidità o scorrevolezza nella stesura del verso. Contrariamente, tutte le clausole sono rigorosamente anti-elegiache: l’amore è morto, "noi" (non l’"io" contrapposto al "tu" amoroso) siamo i dimenticati ("i" dimenticati: l’articolo determinativo eleva, ritaglia spazio al soggetto, mentre prima di esso sta il fossato scavato dalla virgola, che oltre a essere cesura, è anche muro tra il "siamo" e la condizione del "noi": quasi a voler relegarci ancora di più nel dimenticatoio, noi, i dimenticati...), il vecchino che inciampa e cade nella fossa - la sua morte è (tragi)comica. Il verso a volte rallenta, zoppica, s’interrompe. La punteggiatura non mette ordine. Nulla fa pensare all’elegia.

A meno che non si tirino in ballo le Elegie duinesi di Rilke...

(ma qui mi fermo, vi rimando alle poesie e aspetto i vostri spunti di riflessione)


Matteo Danieli, poeta e attore nato a Trieste nel 1974, è presente in diverse antologie di poesia, come Gli Ammutinati (Edizioni Italo Svevo, 2000; prefazione di Cristina Benussi) e Ragioni e canoni del corpo (Edizioni Asefi 2001, a cura di Luciano Troisio). Ha partecipato ad happening, eventi teatrali, letture di poesia, è stato invitato a molti festival (Festival Internazionale TriestePoesia, Festival delle Arti di Morbegno, Residenze Estive, Festival di Topolò, etc.). Grazie al coordinamento de “Gli Ammutinati”, gruppo di cui è membro fondatore assieme ad altri artisti, ha partecipato alle esperienze del “Circuito Europeo Reading”. L’ultima apparizione teatrale del 2005 è nel "Caravaggio suite" di Fabrizio Maurel, rappresentato al teatro Miela di Trieste e supportato dal Fondo Sociale Europeo per l’iniziativa comunitaria EQUAL.

22 commenti a questo articolo

> Matteo Danieli: tre elegie
2005-10-21 18:56:29|di Lorenzo Carlucci

ma sì, proprio per le elegie di rilke,
simile intento, simili temi, simile tono... poi l’elegie "funebre" è pratica consolidata, antica, no? e qui è tutto un funerale, dell’amore, di Dio, poi dell’amico. "elegie per la morte dell’amore", quindi. questo secondo me è un esempio, purtroppo, della mala influenza della lettura in traduzione. a me sembra che questi testi siano onesti, frutto di una bella sensibilità e di una onesta riflessione, ma che la resa poetica sia, come dire, "sviata". in parte per il "calco" del modello, che va a scontrarsi con un ritmo differente, con un impulso del poeta ad un diverso canto, come si vede in "impennate" liriche di reiterazione e rima in "l’amore, l’amore è morto l’amore è morto. Canto", o
"c’era una donna che per me, s’era fatta delfino// l’amore è morto l’amore è morto. Ora// sulle spiagge sotto questa montagna// assisto alla putrefazione del mattino", o ancora "tra il passo ubriaco del becchino//e quello spaventato del vecchino//che cade, e muore".
Questa non omogeneità rappresenta a mio avviso una carenza estetica, che rende queste elegie meno belle di quanto avrebbero potuto -o potranno!- essere.
E’ come se il poeta tenesse una mano sulla guida "Rilke", sul suo registro filosofico-allegorico-veterotestamentario, e di tanto in tanto si lasciasse andare a se stesso, al proprio canto più colloquiale, più intimo. Per questo il risultato è diseguale, ed è proprio un peccato.
Secondo me il poeta dovrebbe ritornare su queste elegie e riscriverle così che l’unità di pensiero e forma sia raggiunta in modo più pieno. Un esempio tra tutti:

"Sulle montagne è morto l’amore, e anche i camosci//
che ne sanno? Loro non vedono la morte//
la sentono ad ogni zoccolo sulla roccia che si// sgretola//
e i loro occhi non conoscono la//
felicità,"

Secondo me l’idea è buona, l’immagine felice, ma è scritta in modo sciatto.
L’a capo su "sgretola" lo trovo immotivato, e il "che ne sanno?", che di per se è bello, stona con il tono dei versi precedenti.

Anche circa il "contenuto" mi sembra che il volersi mantenere troppo "in tinta" con le elegie di Rilke lo danneggi. Trovo che ci siano spunti che, per modernità della sensibilità, potrebbero andare oltre la riflessione di Rilke, come noi tutti dovremmo. Ma non assurgono ad una dignità estetica paragonabile ai versi di Rilke, proprio perché non riescono a staccarsi del tutto dal "modello".

Che ne pensate?

Lorenzo


> Matteo Danieli: tre elegie
2005-10-21 16:14:48|di lorenzo

sembra proprio che si chiamino elegie per "le" elegie di rilke, così, ad una prima occhiata...

lorenzo


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