Absolute Poetry 2.0
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Redatta da:

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NEW ITALIAN EPIC

O della trasgressione intrinseca

Articolo postato martedì 3 marzo 2009
da Nevio Gambula

Ogni sguardo letterario, per quanto «obliquo», è impossibile, per lo meno nel senso dell’impossibilità della letteratura di narrare altro dallo sguardo stesso. L’orizzonte dell’autore non è la “storia” o la “realtà”, ma «la lingua colta in una situazione storica» (G. Guglielmi). Per così dire, lo sguardo letterario punta là dove la lingua duole … Sulla base di questo assunto, per me irrinunciabile, ho provato a leggere il saggio New Italian Epic di Wu Ming 1 (Versione 2.0, pubblicato qui), come propedeutica alla lettura della Versione 3.0 cartacea. La lettura è stata stimolante, permettendomi anche di precisare il mio giudizio sulle opere collettive 54, Asce di guerra e Manituana. E proprio a seguito di queste letture, e ovviamente in relazione ad altre differenti, mantengo come valida la distinzione tra opere d’intrattenimento e opere d’arte. Come ho già detto in un mio precedente commento, ogni opera ha una sua legittimità; però è altrettanto vero che non possiamo catalogare allo stesso modo Vasco Rossi e John Zorn (o L’ottava vibrazione di Carlo Lucarelli e Le mosche del capitale di Paolo Volponi, tanto per stare sul letterario). Quello che segue è un primo appunto – sistematico come può essere un appunto preso velocemente – che riguarda un aspetto, per me importante, del saggio di WM 1. Non sono riuscito a leggere tutte le discussioni che in rete si sono svolte attorno al saggio sul NIE; non ho tutto questo tempo a disposizione. Spero di essere riuscito ad affrontare una questione non ancora presa di mira.

***

«Stendono prose piane i professori, narrano storie tonde, scrivono aulici elzeviri, decorano le accademiche palandre di placche luccicanti (...). I tristi imbonitori, trame, panie catturanti, gerghi scaduti o lingue invase, smemorate (...). Questo accanimento nel trovare il senso
Vincenzo Consolo

Non dissimile da un ritornello di una canzone alla moda, il NIE di Wu Ming è un quasi-nulla teorico che acquista il proprio senso solo attraverso la sua ripetizione. Possiede, insomma, le qualità essenziali di un logo ben riuscito; riassume su di sé una tale moltitudine di riferimenti che desta attenzione e suscita animate discussioni. Così, se è facile per un critico avveduto smontarne l’apparato teorico, è nel suo incedere nell’universo frastagliato del post-teorico – e in particolare in quel “plesso opaco” che sono le conversazioni su Internet – che trova la sua consacrazione. Non c’è da stupirsi se un “popolo” poco avvezzo alle noiose dispute accademiche, e per altro generalmente non interessato all’avventura ermeneutica, quand’anche “altra” dall’ufficialità, lo abbia difeso e acclamato ben oltre i suoi meriti. Forse per il “fascino discreto” della ribellione che sottende. E infatti, il logo si giustifica per una certa qualità ideologica: la sua stessa presenza fa trasparire la possibilità di una funzione resistenziale, e quindi di articolare la scrittura come meccanismo di conflitto. È difatti chiaro che alla base del saggio c’è l’idea della non neutralità dell’opera letteraria: la letteratura «non deve mai credersi in pace». Ancora una volta si tratta di "sollecitare il tumulto del nuovo" per intervenire, con altre «storie», nella situazione attuale. Ancora una volta si suppone che esistano opere-trucco, le quali, anziché svelare i caratteri auto-distruttivi dell’attuale sviluppo, offuscano "il vero orrore". Ne sortisce un appello teso allo «sforzo supremo di produrre un pensiero ecocentrico» e l’idea di un’arte e di una letteratura capaci di «immaginare vie d’uscita» dalla situazione di decadenza generalizzata. Nella storia-che-non-finisce si tratta di recuperare la strada e, al di là di ogni smarrimento, ritrovare «fiducia nella parola»: la letteratura può salvarci, curando «il nostro sguardo» e rimandando la nostra «sparizione». Ma questa qualità ideologica del logo NIE non consiste, paradossalmente, nel proporre forme capaci di attivare la fantasia ad un alto grado di consapevolezza intellettuale, o di sollecitare creativamente la percezione del lettore, invogliandolo a sacrificare le sue certezze. Consiste, piuttosto, nell’orientare religiosamente l’attenzione, disponendo l’opera all’attivazione di uno scambio di tipo empatico. E, in particolare, nell’ammaliante copertura con cui l’autore offre le sue immagini letterarie. Anche in questo senso, il logo è efficace, poiché, esattamente come ogni altro “logo”, determina i suoi temi portanti sulla base del gusto pubblico e si impone proprio in quanto risponde alle attese dell’acquirente-lettore; attrae a sé il lettore e, anziché stritolarlo, lo trattiene amichevolmente: lo in-trattiene, appunto. Che cos’è «l’efficacia di primo acchito» se non la facile piacevolezza? Un godimento di questo tipo, però, riduce il lettore a un fantoccio, proprio perché non gli permette l’esperienza spiazzante dell’enigma. L’opera, in questo modo, evitando accuratamente ogni eccedenza (è nell’eccedenza che accade il senso, scrive Nancy), non si dispone come trappola tesa a porre in scacco il lettore, proponendosi quindi come fonte di conoscenza mediante crudeltà (Artaud), ma soggiace alla necessità di affermarsi come godimento immediato. Il lettore può solo riconoscersi in essa. In questo quadro, non stupisce la diffidenza nei confronti della «comunicazione gnostica» e, per contro, la simpatia per la «liturgia» di stampo cattolico. Mentre la prima si basa su un procedimento che verte sulla creazione non di «un libro aperto», ma di «un cifrario che esige di essere violato», e che trova il suo codice stilistico nella non linearità e nell’opacità del tessuto verbale destinato a impedire ogni armonia, la seconda fa palpitare passivamente l’attenzione, eccitando il fruitore con un andamento ripetitivo e facilmente assimilabile e finalizzato alla conversione per atto di fede più che per atto di scelta intellettuale. Non a caso, il finale del saggio, dopo avere evocato situazioni catastrofiche e speranze salvifiche riposte nell’arte e nella letteratura, riporta il mantra «Dono. Compassione. Autocontrollo. / Shantih shantih shantih», che è, per quanto non dichiarata come tale, una citazione del finale de La terra desolata di Eliot. È qui importante evidenziale la traduzione che lo stesso Eliot fa della parola Shantih: «pace che sorpassa l’intelligenza» (resa in nota da Alessandro Serpieri in La terra desolata, Rizzoli 1982). E ciò in linea con le stesse Upanishad da cui Eliot riprende l’invocazione, dove la “pace” è il risultato di un processo che parte dal donarsi all’altro per trovare con questo un accordo condiviso e quindi tornare in se stessi ritemprati. È la pacificazione del lettore con se stesso e con l’opera; ma è soprattutto un modo di far venire meno l’efficacia “antagonista” delle premesse, e non solo perché la litania addormenta i sensi, ma anche perché, come Lacan ha dimostrato, quando una parola nomina un “oggetto” con l’intento di spiegarlo (la “storia” nel caso del NIE), anziché rivelarlo nel profondo, in realtà lo neutralizza. Ecco che allora la conflittualità abbozzata in questo saggio non è affatto radicale, ma anzi perfettamente in linea – oserei dire congeniale – alle banalità proposte dal mercato editoriale. È la trasgressione intrinseca di cui parla Slavoj Žižek: nel mentre si costruisce in apparente sovversione, in realtà l’opera conferma l’oggetto stesso che vorrebbe rovesciare: «perde il suo valore scioccante ed è completamente integrata nel mercato artistico ufficiale» (in Il godimento come fattore politico, Raffaello Cortina Editore).

Il Bello è tale quando è traumatico; altrimenti è Spettacolo.

92 commenti a questo articolo

NEW ITALIAN EPIC
2009-03-14 08:26:42|di guido

Simpatici i tuoi scherzi, Valerio. Ti propongo la mia idea di WM come reincarnazione di Buddha:

«A 4000 anni dalla nascita di WM, il Buddha, non è facile rendersi conto della azione rivoluzionaria di quest’uomo nello scenario teorico-filosofico delle Patrie Lettere.
Egli non solo non riconosce più le caste e predica a tutti gli uomini, accendendo il modello del popular, ma soprattutto egli espunge dalla sua dottrina gli dèi della tradizione avanguardica, e nei confronti dei critici, come Carlà, assume atteggiamenti persino irridenti.
Naturale pertanto accusare la predicazione del Buddha di lobbismo, quantunque basata su di un processo di ascesi mistica al nirvana arricchita da elementi etici simil-rivoluzionari e new.»

Guido Crozza dell’Innocenza, IV Secolo dopo la Storia


Wu Ming 1 è la reincarnazione di D’Annunzio?
2009-03-13 22:52:56|di Valerio Cuccaroni

ecco bene. lascio per un attimo in sospeso la risposta a e.

e riporto alcune parole che potrebbero fare al caso nostro. sono di guido guglielmi e le riporto visto che è stato tirato in ballo da nevio:

«Come il discorso sui plagi, così il discorso sulla sincerità o insincerità di d’Annunzio non colie nel segno. D’Annunzio è vero quando è falso. La sua verità sta nelle sue maschere. L’inautenticità è il modo della sua autenticità. [...] Mentre si fa partigiano della poesia moderna, non vuole privarsi dei prestigi della parola classica. La sua parola moderna, in altri termini, intende essere formativa (e performativa). [...] Mentre i maestri della modernità si rendevano conto di poter rivendere solo istanze non comunicative, necessariamente oscure, senza codice, D’Annunzio opera una rottura nella tradizione, e la ricompone a un altro livello. Non rinuncia affatto al pubblico, passa dalla poesia al romanzo e al teatro per meglio raggiungerlo, fa del destinatario il referente di un’azione poetica o di una poetica pragmatica. Altrimenti detto, produce una nuova potente convenzione. Inventa modelli di comportamento, modi della sensibilità generalizzabili, formule efficaci.»

Guido Guglielmi, D’Annunzio e la letteratura, in L’invenzione della letteratura, Liguori, Napoli, 2001, p. 72


NEW ITALIAN EPIC
2009-03-13 17:55:00|

@Valerio

sì, difatti ho scritto:
"lo stesso libro può appartenere a più insiemi (può essere epico e postmoderno, per dirne una)".

il punto è che - se la trattazione è di questo tipo - ciascun essere umano dotato di buon senso, letto un qualunque libro scritto dopo il 1993, dovrebbe essere in grado di farlo rientrare nell’insieme NIE. o di non farlo entrare in quell’insieme.
[anche se l’insieme NIE s’interseca con altri insiemi].

la domanda - mia - è:
è così?
è sufficiente il memorandum di WM1?
o - al momento - è necessario ricorrere a una "maggiornaza" di opinioni, come nel caso della classificazione degli utenti Anobii, alla quale si riferisce Bui?

e.

ps
io sì, credo ci sia una NIE, intesa come "nuova" esigenza di intervenire mitopoieticamente nel reale.
io la sento, anche personalmente - come individuo. e credo che sia giusto che a cominciare a parlarne siano i WuMing, che sono e sono stati attori principali di questa esigenza.


NEW ITALIAN EPIC
2009-03-13 17:32:35|di Valerio Cuccaroni

@ blepiro

non sarà segno di buon gusto, ma ricambio le parole di ammirazione: la tua analisi è lucida e utile, soprattutto perché richiama con chiarezza invidiabile alcune nodali riflessioni di quel gran pensatore eracliteo che era foucault.
anche concordare, forse, è di cattivo gusto, o peggio inutile, anche perché ce lo siamo già detto: sottoscrivo tutta la parte finale del tuo intervento:
«La mia proposta consiste nel considerare le opere NIE come strumenti di soggettivazione. Più esattamente, il concetto di allegoria profonda esposto nel memorandum [7] si caratterizza come un dispositivo [8] capace di produrre un soggetto comunitario. Come sottolineava Foucault stesso, per soggetto non si intende necessariamente un io: può essere un gruppo, una comunità.»
In particolare: Così, come l’epica antica, queste opere tendono alla costituzione di una comunità [aggiungerei: “di autori e lettori“, considerato soprattutto il lavoro collettivo di wm] che fa propri i mitologemi contenuti nelle storie tramite il dispositivo allegorico. In questo senso, si può intendere il concetto di "allegoritmo" esposto nel memorandum (pp. 53-54) come un’esortazione ad attivare l’allegoria, a trasformare uno strumento inerte in una pratica attiva di soggettivazione.[9] E ciò implica, eventualmente, che la comunità prenda possesso dei mitologemi, delle storie stesse - e le trasformi, le modifichi, le rinnovi, le renda abitabili (come ben illustrato dal saggio di Wu Ming 2 "La salvezza di Euridice").
Quella che le opere NIE producono è una comunità fluida, aperta, molecolare. Una moltitudine, che condivide storie, esercita critica, oppone resistenza. L’epica è sempre stata un genere politico. E, a ben guardare, "produzione di comunità attraverso miti" può essere una rudimentale definizione di quel "di più", quella perturbanza, che ci tocca e trasforma – e che chiamiamo epica.»
7. Wu Ming, New Italian Epic, pp. 48-54. Per una trattazione sull’allegoria in rapporto al NIE, rimando all’articolo di Girolamo de Michele "New Italian Epic e allegoria", apparso su Carmilla.
8. sul significato del dispositivo nell’opera di Foucault si veda Gilles Deleuze, Che cos’è un dispositivo?, Cronopio, 2007.
9. vi è un caso particolare nel complesso delle opere NIE, rappresentato da quelle di Genna, in particolare Dies Irae, in cui traspare, oltre un’apparente presenza del soggetto, una messa in dubbio del concetto di "Io", fino a una volontà precisa del discioglimento del sé, che rimanda a pratiche meditative o ascetiche: un pratica di soggettivazione dissipativa, che tuttavia in modo diverso ma analogo risponde all’esigenza di resistere alle tecniche di individuazione e assoggettamento.

@ milano-roma-trani

se posso permettermi un’osservazione da ex-allievo di liceo scientifico: secondo la teoria degli insiemi, un elemento può appartenere sia all’insieme A che all’insieme B, laddove gli insiemi si intersecano. ma forse ho frainteso quel che volevi chiedere a wm1. in questo caso mi scuso e mi taccio.


NEW ITALIAN EPIC
2009-03-13 17:20:22|di Nevio Gambula

@Valerio

Guarda che forse sei fuori-tema. Io non ho mai scritto «cosa [Wu Ming] avrebbe dovuto fare o con chi dovrebbe pubblicare», né mi sognerei mai di farlo. E non considero affatto negativamente, in astratto, pubblicare presso Einaudi; forse ho detto altro … Inoltre, alle considerazioni contenute in questo post WM 1 non ha mai risposto. Si è limitato, in altra sede, alla frase seguente:

«Sull’articolo di Nevio Gambula, bah, nil novi sub sole: il mercato… siete funzionali al potere… che fico criticare i Wu Ming da sinistra e dar loro dei servi sciocchi… infilare qualche pezza d’appoggio teorica… qualche pensatore cool… et voila, ecco servito il cliché. Vabbe’, passiamo oltre…»

In ogni caso, nella versione “lunga” dell’articolo della Benedetti leggo una frase che mi tranquillizza, non facendomi più sentire solo:

«Così alla fine cosa resta dell’epica e della grandiosa apertura che il nome promette? Solo il fascino di un’etichetta. Come dicono i manuali di marketing, un nuovo brand deve attirare l’attenzione, suggerire i benefici del prodotto, distinguere il suo posizionamento rispetto alla concorrenza, essere facile da ricordare, facile da tradurre (e questo è già tradotto). Certo tutti i manifesti d’avanguardia finivano per creare etichette, cha in certi casi hanno potuto essere usate come dei marchi (lo si vede già con i futuristi). Ma i manifesti d’avanguardia erano proiettivi, non retrospettivi, avanzavano tendenze non liste di opere, e soprattutto erano in guerra con l’esistente. Qui invece si fa uno sforzo teorico per rendere più appealing ciò che già esiste ed è egemone.»
Carla Benedetti, Free Italian epic

Ops!, scusa, dimenticavo che la Benedetti, più che una critica seria e preparata, è solo una che fa il gioco della “casta” , e forse non avrei dovuto citarla …

Rispetto all’ironia, poi, se rileggi i commenti a questo post noterai che l’unico che l’ha tentata sono io …

ng


NEW ITALIAN EPIC
2009-03-13 13:46:13|

scusatemi, faccio una cosa che non si dovrebbe fare...
WuMing1 ha rimandato al "De panza 2" per le risposte alle domande poste qui.

ecco: io non ho trovato una risposta alla mia domanda.

quindi ripropongo la domanda [nella sezione 2c. Espediente "le oche sono uomini", wm1 si rifà all’insiemistica, ribaltando la questione, ma non rispondendo al mio quesito]:

[...] il problema è che la NIE è un insieme, più che un genere. e in matematica un insieme deve possedere una logica ferrea: o un elemento (libro) appartiene all’insieme, o non appartiene. e l’appartenenza deve dipendere da proprietà soddisfatte. come è vero che, seguendo la medesima logica, lo stesso libro può appartenere a più insiemi (può essere epico e postmoderno, per dirne una).

e quindi il problema - che molti si sono posti sulla NIE - è: possibile che sia corretto soddisfare proprietà ogni volta diverse,ed essere NIE?

ovvero - arrivo al punto: chi decide se un libro è NIE?

perché se la logica è valida e stringente, tutti devono essere in grado, applicando quella logica, di attribuire una NIEpicità [...]

[e aggiungo due righe]
venendo all’esempio dell’insieme degli uomini senza mani: tutti quanti sanno cosa sia una mano e determinarne l’assenza -> sono in grado di inserire un *uomo senza mani* nell’*insieme degli uomini senza mani*.

ciao e perdonate le ripetizione,
enrico


http://milanoromatrani.wordpress.com

NEW ITALIAN EPIC
2009-03-13 00:19:08|di blepiro

Caro Valerio, mi fa piacere leggere il tuo commento, sempre puntuale. E attendo con interesse il resto della tua analisi. Nel mio piccolo, anche se non strettamente legato alla poesia (ma leggendo gli appunti di poetica di Lello direi di sì), mi permetto di segnalare un intervento su Il Primo Amore, dove sviluppo diversamente da Scarpa il legame tra parresìa e New Italian Epic. Ancora una volta l’etica come epicentro del NIE e -tramite Foucault- la possibilità di una resistenza.

http://www.ilprimoamore.com/testo_1...

[Ringrazio Tiziano Scarpa per la pubblicazione.]


http://www.ilprimoamore.com/testo_1...

No, il pallone resta qui
2009-03-12 19:03:52|di Valerio Cuccaroni

No, Nevio non puoi andartene, portando via il pallone. Io ho ancora voglia di giocare. E mi piace come giochi tu, mi piace la tua passione. Soltanto, credo che in certi casi sbagli.

Se WM1 fosse davvero quell’odioso supponente spocchioso che ti appare, non avrebbe mai speso tanto tempo a risponderti, in un periodo, fra l’altro, per lui nevralgico - stanno chiudendo il nuovo romanzo a quanto ne so. Ti avrebbe semplicemente ignorato.

Se colpisci o ti difendi male, lui, che da quanto mi è parso di capire è proprio un giocatore accanito, va giù duro. Bisogna ridere però di queste sue carnevalate. Ci vuole ironia e autoironia. Viviamo nel tempo della contraddizione. L’aureola è caduta nel fango. Lasciamola a chi vuole ridicolmente sfoggiarla.

Queste schermaglie mi ricordano quelle degli accademici del 600. Mai prendersi troppo sul serio. Soprattutto quando si parla di industria culturale. Così come di industria in generale.

Arte e potere, etica e poetica: forse che il pensiero di Kant è contaminato dalla protezione che gli garantì il governo prussiano? Etica e poetica a mio avviso dovrebbero sempre andare a braccetto, ma credo che, a partire dai mezzi che permettono loro di circolare, contino prima di tutto le idee. E quelle bisogna discutere.

È a livello politico che bisogna impedire certe concentrazioni industriali. Ma saremmo su un altro piano e su un altro piano dovremmo agire.

Berlusconi controlla lo Stato italiano: chi rimprovera WM per aver pubblicato con Einaudi è come se rimproverasse te perché sei cittadino italiano.

Certe posizioni ricordano quelle di quei critici marxisti che snobbavano D’Annunzio perché fu legato al Fascismo. "L’estremo dei bibliomanti" sta lì a dimostrare che anche il più odioso dei letterati va studiato e analizzato per ciò che ha voluto esprimere.

Prima di dire a WM cosa avrebbe dovuto fare o con chi dovrebbe pubblicare, bisognerebbe cercare di capire cosa sta cercando di fare, qual è la specificità della sua poetica e quindi criticarla, restando però sul pezzo.

Io credo che la poetica di WM sia una poetica da avanguardia trans-pop, più eteronoma che autonoma. Il trans di quei trans che sono costretti a prostituirsi per sopravvivere, anche perché in fin dei conti non vogliono fare altro per il momento. Pop di quei pop-corn che sanno di prodotto industriale. Perché WM si nutre di prodotti industriali, ma in maniera pantagruelica e non ha paura di ruttare. La sua poetica del mascheramento rinvia alla cortigianeria d’antan, ma anche al carnevale. E carnevalesca è la società dei consumi. WM si muove su quel discrimine. Non puoi pretendere che salti giù. Dobbiamo giudicare le sue capriole, se vogliamo fare critica. Altrimenti possiamo dire quel che vogliamo.

Ripeto ciò che ho scritto a WM: non sprechiamo le energie a farci la guerra fra noi, il nemico è un altro.


NEW ITALIAN EPIC
2009-03-12 08:37:33|di Nevio Gambula

@ Valerio

Sono un po’ stanco di questa discussione, e anche ferito da un atteggiamento spocchioso che bene è riassunto nel secondo andar de panza di WM 1; tu che sei un fine lettore, analizzane il linguaggio e i giri a vuoto delle frasi, poi dimmi se non ci leggi, come ci leggo io, quell’odioso «o con me o contro di me». Perché in quello scritto non c’è alcun rispetto per coloro i quali hanno osato criticare l’impianto del saggio sul NIE o anche solo alcune sue parti; c’è esplicitata l’idea che chi osa tanto sia, in fondo, o al soldo di non ben definite “caste” o, peggio, affetto da non si sa quale tara psicologica … Scrivere che «i negantes non conoscono i testi, non vogliono conoscerli, e cacano sentenze», inoltre, mette subito su un piano di malafede i “critici” del NIE. Non dico di me, ma far credere ai propri lettori che Cortellessa, Trevi, o anche la stessa Benedetti, siano «stronzi» a tal punto è per me tanto di cattivo gusto da mettere in secondo piano il resto. Ma davvero i «lettori di Anobii» sono più affidabili di costoro? E se davvero fosse così, perché scrivere pagine e pagine per cercare di confutarne le tesi? Non basterebbe limitarsi a quel «affanculo» finale? Ma passo oltre e torno nel mio cantuccio, chiudendo, spero per sempre, questa disputa inutile …

Sulla tua avversione al concetto di industria culturale: vuoi forse dire che non esiste un sistema letterario controllato da gruppi ristretti di potere editoriale, accademico e mediatico in stretta relazione con il potere economico-finanziario? Vuoi forse dire che non esiste un sistema che, anziché puntare sulla qualità dei prodotti, punta alla loro immediata vendibilità? Ovvero che non esiste un sistema che, nel mentre accentra sempre di più le risorse, costringe alla chiusura o a una marginalità senza sbocco le piccole realtà editoriali che puntano, ancora e nonostante tutto, alla qualità? Insistere nel fare emergere questa verità non vuol dire negare la possibilità che si diano, in questi stessi ambiti, dei prodotti interessanti; vuol solo dire che le tendenze generali della letteratura sono determinate in gran parte da quel sistema di potere. L’azienda-letteratura esiste, piaccia o non piaccia. Certo, riconoscerlo potrebbe portare a domandarsi come mai, nello stesso anno, il 2009, Einaudi (controllata da Mondadori, di proprietà di Berlusconi), decide di non pubblicare “Il corpo del capo” di Belpoliti e di pubblicare NIE …

[Sia chiaro: con ciò non voglio dire che NIE sia, come contenuto in sé, mondadoriano o apologetico del sistema; voglio solo rilevare che si inserisce in quel contesto. Ognun si chieda: con quanto dolore?]

E qui chiudo davvero.

Nevio Gàmbula


Ogni cinque bracciate
2009-03-11 22:50:12|di Valerio Cuccaroni

Correspondance

Sto tornando a casa, dopo aver visto “Il sol dell’avvenire" e aver comprato una birra al Circolo di Pietralacroce.

All’incrocio con la strada del Conero, ripenso a questi post.. accendo la radio, Radio Tre, e le prime parole che sento sono: “un poema epico in ottave”.

Si sta parlando di “Ogni cinque bracciate”, l’ultima uscita - credo - della collana Fuori Formato, curata proprio da Andrea per Le Lettere. In diretta telefonica, l’autore, Vincenzo Frungillo. Lidia Riviello legge la prima sezione.

Chi ti ha ispirato? Tasso, naturalmente...

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