Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

Coordinamento: Luigi Nacci & Lello Voce

Redatta da:

Luca Baldoni, Valerio Cuccaroni, Vincenzo Frungillo, Enzo Mansueto, Francesca Matteoni, Renata Morresi, Gianmaria Nerli, Fabio Orecchini, Alessandro Raveggi, Lidia Riviello, Federico Scaramuccia, Marco Simonelli, Sparajurij, Francesco Terzago, Italo Testa, Maria Valente.

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NEW ITALIAN EPIC

O della trasgressione intrinseca

Articolo postato martedì 3 marzo 2009
da Nevio Gambula

Ogni sguardo letterario, per quanto «obliquo», è impossibile, per lo meno nel senso dell’impossibilità della letteratura di narrare altro dallo sguardo stesso. L’orizzonte dell’autore non è la “storia” o la “realtà”, ma «la lingua colta in una situazione storica» (G. Guglielmi). Per così dire, lo sguardo letterario punta là dove la lingua duole … Sulla base di questo assunto, per me irrinunciabile, ho provato a leggere il saggio New Italian Epic di Wu Ming 1 (Versione 2.0, pubblicato qui), come propedeutica alla lettura della Versione 3.0 cartacea. La lettura è stata stimolante, permettendomi anche di precisare il mio giudizio sulle opere collettive 54, Asce di guerra e Manituana. E proprio a seguito di queste letture, e ovviamente in relazione ad altre differenti, mantengo come valida la distinzione tra opere d’intrattenimento e opere d’arte. Come ho già detto in un mio precedente commento, ogni opera ha una sua legittimità; però è altrettanto vero che non possiamo catalogare allo stesso modo Vasco Rossi e John Zorn (o L’ottava vibrazione di Carlo Lucarelli e Le mosche del capitale di Paolo Volponi, tanto per stare sul letterario). Quello che segue è un primo appunto – sistematico come può essere un appunto preso velocemente – che riguarda un aspetto, per me importante, del saggio di WM 1. Non sono riuscito a leggere tutte le discussioni che in rete si sono svolte attorno al saggio sul NIE; non ho tutto questo tempo a disposizione. Spero di essere riuscito ad affrontare una questione non ancora presa di mira.

***

«Stendono prose piane i professori, narrano storie tonde, scrivono aulici elzeviri, decorano le accademiche palandre di placche luccicanti (...). I tristi imbonitori, trame, panie catturanti, gerghi scaduti o lingue invase, smemorate (...). Questo accanimento nel trovare il senso
Vincenzo Consolo

Non dissimile da un ritornello di una canzone alla moda, il NIE di Wu Ming è un quasi-nulla teorico che acquista il proprio senso solo attraverso la sua ripetizione. Possiede, insomma, le qualità essenziali di un logo ben riuscito; riassume su di sé una tale moltitudine di riferimenti che desta attenzione e suscita animate discussioni. Così, se è facile per un critico avveduto smontarne l’apparato teorico, è nel suo incedere nell’universo frastagliato del post-teorico – e in particolare in quel “plesso opaco” che sono le conversazioni su Internet – che trova la sua consacrazione. Non c’è da stupirsi se un “popolo” poco avvezzo alle noiose dispute accademiche, e per altro generalmente non interessato all’avventura ermeneutica, quand’anche “altra” dall’ufficialità, lo abbia difeso e acclamato ben oltre i suoi meriti. Forse per il “fascino discreto” della ribellione che sottende. E infatti, il logo si giustifica per una certa qualità ideologica: la sua stessa presenza fa trasparire la possibilità di una funzione resistenziale, e quindi di articolare la scrittura come meccanismo di conflitto. È difatti chiaro che alla base del saggio c’è l’idea della non neutralità dell’opera letteraria: la letteratura «non deve mai credersi in pace». Ancora una volta si tratta di "sollecitare il tumulto del nuovo" per intervenire, con altre «storie», nella situazione attuale. Ancora una volta si suppone che esistano opere-trucco, le quali, anziché svelare i caratteri auto-distruttivi dell’attuale sviluppo, offuscano "il vero orrore". Ne sortisce un appello teso allo «sforzo supremo di produrre un pensiero ecocentrico» e l’idea di un’arte e di una letteratura capaci di «immaginare vie d’uscita» dalla situazione di decadenza generalizzata. Nella storia-che-non-finisce si tratta di recuperare la strada e, al di là di ogni smarrimento, ritrovare «fiducia nella parola»: la letteratura può salvarci, curando «il nostro sguardo» e rimandando la nostra «sparizione». Ma questa qualità ideologica del logo NIE non consiste, paradossalmente, nel proporre forme capaci di attivare la fantasia ad un alto grado di consapevolezza intellettuale, o di sollecitare creativamente la percezione del lettore, invogliandolo a sacrificare le sue certezze. Consiste, piuttosto, nell’orientare religiosamente l’attenzione, disponendo l’opera all’attivazione di uno scambio di tipo empatico. E, in particolare, nell’ammaliante copertura con cui l’autore offre le sue immagini letterarie. Anche in questo senso, il logo è efficace, poiché, esattamente come ogni altro “logo”, determina i suoi temi portanti sulla base del gusto pubblico e si impone proprio in quanto risponde alle attese dell’acquirente-lettore; attrae a sé il lettore e, anziché stritolarlo, lo trattiene amichevolmente: lo in-trattiene, appunto. Che cos’è «l’efficacia di primo acchito» se non la facile piacevolezza? Un godimento di questo tipo, però, riduce il lettore a un fantoccio, proprio perché non gli permette l’esperienza spiazzante dell’enigma. L’opera, in questo modo, evitando accuratamente ogni eccedenza (è nell’eccedenza che accade il senso, scrive Nancy), non si dispone come trappola tesa a porre in scacco il lettore, proponendosi quindi come fonte di conoscenza mediante crudeltà (Artaud), ma soggiace alla necessità di affermarsi come godimento immediato. Il lettore può solo riconoscersi in essa. In questo quadro, non stupisce la diffidenza nei confronti della «comunicazione gnostica» e, per contro, la simpatia per la «liturgia» di stampo cattolico. Mentre la prima si basa su un procedimento che verte sulla creazione non di «un libro aperto», ma di «un cifrario che esige di essere violato», e che trova il suo codice stilistico nella non linearità e nell’opacità del tessuto verbale destinato a impedire ogni armonia, la seconda fa palpitare passivamente l’attenzione, eccitando il fruitore con un andamento ripetitivo e facilmente assimilabile e finalizzato alla conversione per atto di fede più che per atto di scelta intellettuale. Non a caso, il finale del saggio, dopo avere evocato situazioni catastrofiche e speranze salvifiche riposte nell’arte e nella letteratura, riporta il mantra «Dono. Compassione. Autocontrollo. / Shantih shantih shantih», che è, per quanto non dichiarata come tale, una citazione del finale de La terra desolata di Eliot. È qui importante evidenziale la traduzione che lo stesso Eliot fa della parola Shantih: «pace che sorpassa l’intelligenza» (resa in nota da Alessandro Serpieri in La terra desolata, Rizzoli 1982). E ciò in linea con le stesse Upanishad da cui Eliot riprende l’invocazione, dove la “pace” è il risultato di un processo che parte dal donarsi all’altro per trovare con questo un accordo condiviso e quindi tornare in se stessi ritemprati. È la pacificazione del lettore con se stesso e con l’opera; ma è soprattutto un modo di far venire meno l’efficacia “antagonista” delle premesse, e non solo perché la litania addormenta i sensi, ma anche perché, come Lacan ha dimostrato, quando una parola nomina un “oggetto” con l’intento di spiegarlo (la “storia” nel caso del NIE), anziché rivelarlo nel profondo, in realtà lo neutralizza. Ecco che allora la conflittualità abbozzata in questo saggio non è affatto radicale, ma anzi perfettamente in linea – oserei dire congeniale – alle banalità proposte dal mercato editoriale. È la trasgressione intrinseca di cui parla Slavoj Žižek: nel mentre si costruisce in apparente sovversione, in realtà l’opera conferma l’oggetto stesso che vorrebbe rovesciare: «perde il suo valore scioccante ed è completamente integrata nel mercato artistico ufficiale» (in Il godimento come fattore politico, Raffaello Cortina Editore).

Il Bello è tale quando è traumatico; altrimenti è Spettacolo.

92 commenti a questo articolo

La nuova epica italiana
2009-03-11 18:46:30|di Valerio Cuccaroni

@ andrea

sì, sono cuccaroni. ben trovato! grazie di aver sintetizzato alcuni snodi critici. lavoro ingrato e molto generoso.

delle 3, condivido soprattutto la 2° critica.

per ciò che riguarda la 1°: oltre a citare testi non inclusi, bisognerebbe dimostrare perché gli altri non dovrebbero stare in quella mappa, partendo però dall’intenzione dichiarata dal cartografo - noi dobbiamo attenerci a quella per deontologia professionale - che era appunto quella di mappare la narrativa “popular-ibrida”, ovvero identificare un gruppo di testi portatori di una certa poetica. evidentemente, è questa stessa poetica che non convince. in questo caso la critica n. 1 non avrebbe motivo di sussistere.
concordo con lello: perché rivendicare l’inclusione di altri testi, a maggior ragione se la poetica della nuova epica italiana non convince?
a questo punto credo di capire cosa intende wm1 quando parla di casta: si rivendica l’inclusione di autori appartenente a una costellazione amata, quasi fossero in ballo seggi in un fantomatico parlamento neo-epico. e ciò è paradossale visto che la richiesta viene da chi non condivide la validità della poetica neo-epica. ma forse mi sbaglio: mi piacerebbe che ribadissi la tua posizione rispetto alla poetica neo-epica, lasciando stare il suo mediatore. sull’uso della parola casta, invece, ritornerò alla fine.

sulla 3° critica: non voglio fare l’avvocato del diavolo, ma non è vero che wm1 si ostina a escludere aperture al teatro e alla poesia. non appena uscì il memorandum 2.0, scrissi a wm1 dicendogli che non condividevo la definizione di epica che dava e che - una volta chiaritala - si sarebbe potuta compiere una ricognizione anche nell’ambito della poesia. wm1 confessò di non averne gli strumenti, ma di essere cursioso e mi chiese di scrivere un saggio da pubblicare su carmillaonline. i mesi sono passati, ed essendo impegnato a tempo pieno (per mia fortuna!) sul fronte scolastico come lello, non ho avuto modo di completare né le ricerche né tantomeno il saggio, così ho pubblicato il contributo da cui questo di nevio è poi scaturito. se non l’avevi ancora letto, lo trovi qui

a mio avviso, wm ha colto una tendenza realmente in atto. un mio amico pittore mi ha detto che anche certa pittura internazionale mostra di parteciparvi. ed è proprio per questo innegabile merito che in tanti hanno risposto e continuano a rispondere, nonostante da posizioni diversissime e apparentemente inconciliabili. questa tendenza forse è stata solo intuita da wm1 e andrebbe definita meglio, soffermandosi sui suoi caratteri precipui, ovvero, come ricordi giustamente tu, il problema dell’autorialità cioè la matrice collettiva delle opere che si vanno producendo da qualche anno - tipica dell’epica originaria, da cui, nonostante tutti i vocabolari del mondo, non si può prescindere -, il ritorno alla narrazione, il timbro epico. ecco le forme, christian.

@ andrea + nevio

per ciò che riguarda i riferimenti all’industria culturale: mi ricordano, chissà perché, gli interventi sdegnati di antonio di pietro.

come ben sai, nevio, il manifesto del futurismo fu pubblicato anche su le figaro, ovvero uno degli organi di punta dell’industria culturale dell’epoca. e wm si oppone proprio alla produzione letteraria corrente, da lui identificata con il cosiddetto post-modernismo. hai fatto bene a citare guido: mi sembra rafforzare la mia ipotesi. o forse no?

è chiaro che a wm1, come esponente di un gruppo che vuole affermare se stesso e i propri principi di poetica, in chiave eteronoma rispetto alla letteratura (proprio ciò che infastidisce i critici e i letterati, compreso il grande modernista tiziano - segno che il gesto rientra perfettamente nella logica avanguardista) e politica (lasciamo perdere i colori, ché il futurismo sappiamo a quali tinte si associò), a lui e al suo gruppo (e all’esercito che si riconosce nella bandiera del nie) non importa più di tanto degli altri.

ormai i manifesti si possono scrivere solo rimembrando. da qui l’opportunità e l’intelligenza comunicativa di chiamarli memorandum.

@ wm1

a te, invece, chiedo per favore di lasciar perdere la parola casta. davvero. scagliamoci contro quelle vere, quelle di chi si arricchisce a dismisura conservando i propri privilegi, sulla nostra pelle. nella nostra devastata repubblica italiana delle lettere, o meglio delle banane sparte, la parola casta suona davvero ridicola. io avevo usato il termine corporazione, parlando della poesia in scatola, ma non lo rifarei: facciamo nomi e cognomi, individuiamo bersagli da colpire e da cui eventualmente difenderci, non generalizziamo.

e soprattutto non trasformiamo questa bellissima occasione per la nostra letteratura e la nostra critica nell’ennesima guerra tra pezzenti. anche perché ripeto, se è vero quel che è stato scritto e se non è solo marketing l’interesse mostrato all’estero per questo fenomeno, che ha la sua punta - ricordiamolo - in gomorra, sacrificheremmo una delle rare occasioni di sprovincializzarci.

una rottura c’è stata, se non altro della coltre languida che da anni avvolgeva i nostri battelli alla deriva: questo dovevate provocare come gruppo e questo avete provocato.


NEW ITALIAN EPIC
2009-03-11 12:31:23|

@ nevio:
"Ne prendo atto rilevando però che Berlusconi, quando e attacca la magistratura, dice le stesse identiche cose … Forse non è un caso che Berlusconi sia il suo editore …"

Questa cosa che hai scritto, secondo me, è pornografia.


NEW ITALIAN EPIC
2009-03-11 09:28:24|di Nevio Gambula

Prendo atto che per Wu Ming 1 chi critica il NIE:

a) difende una corporazione o una casta;

b) è mentalmente poco sano.

Ne prendo atto rilevando però che Berlusconi, quando e attacca la magistratura, dice le stesse identiche cose … Forse non è un caso che Berlusconi sia il suo editore …

Vorrei salutare queste perle di saggezza usando quell’«affanculo» che finemente usa il WM 1 nel finale inebriante del suo andar de panza; non essendo però nelle mie corde, preferisco salutare rubando alla Jolanda Insana una terzina:

«io odoro di giglio

e tu di stocco baccalà e garum in bottiglia

e dunque non ti seguo»

Nevio Gàmbula

PS:

Certo, l’allegoria è una modalità espressiva che mette in relazione il procedimento con le “storie” … Però, però, però … Quando Benjamin dice che avviene nella forma della rovina (il frammentario, il disordinato, la polverizzazione, il disgregato, le disiecta membra), intende chiaramente che l’allegoria è la corte confusa «degli emblemi» … Non contano cioè i “caratteri” o “destini”, ma come il testo si dispone … Conta la de-formazione … Insomma, tutto il contrario della «galanteria» dei romanzi à-là-Manituana …


NEW ITALIAN EPIC
2009-03-10 23:53:28|di Wu Ming 1

L’attesissima seconda parte di "New Italian Epic: reazioni de panza":
http://www.carmillaonline.com/archi...
Buona lettura! :-)


http://www.carmillaonline.com/archi...

NEW ITALIAN EPIC
2009-03-10 08:21:07|di fabiandirosa

Questo qui sotto sono io.

Correggo: l’articolo della Benedetti è già uscito sul numero di sabato scorso ne L’Espresso..


NEW ITALIAN EPIC
2009-03-09 23:55:10|

Di entrare nell’agone politico che questa discussione interessa beh proprio non me la sento, causa lacune colmabili solo nel medio lungo periodo - per chi si fosse preoccupato: alla fine ho dato una risposta alla mia laurea in economia -

Ringrazio Nevio Gàmbula per la risposta e segnalo l’articolo sul Nuovo epico italiano di Carla Benedetti che mi risulta essere in uscita nel prossimo numero de L’Espresso giovedì 12 marzo 2009.

A rileggervi :)


NEW ITALIAN EPIC
2009-03-09 22:26:35|di Andrea Cortellessa

Il problema,in questa discussione, non è affatto il Canone. O meglio, il Canone potrebbe essere la conseguenza (futura, che non saremo noi a governare, e pensare alla quale ci porterebbe davvero fuori strada) di questa e altre discussioni. Non di molte altre, penso io peraltro. Per questo apprezzo molto la tenacia di Wu Ming 1 e di Dimitri nel rispondere colpo su colpo. Spero che quanto segue non venga tacciato di ansia canonizzatrice, perché come non fa piacere a Wu Ming 1 venire interpretato in modo difforme dai suoi desideri e dalle sue intenzioni di poetica e in sostanza dalla sua auto-ricostruzione a posteriori, non fa piacere neppure a me essere tacciato di ansie canoniche che non ho, almeno al momento. Al riguardo aggiungo una notazione relativa a un settore della discussione sul quale si continua ostinatamente a non rispondere (invece), ed è quello relativo all’industria culturale. Come ho detto su Nazione Indiana (ma è preoccupazione assai diffusa, e a livelli di consapevolezza e di esperienza ben maggiori del mio: si veda per es. "Eutanasia della critica" di Lavagetto) se oggi qualcuno si attiva operosamente in vista della costruzione, e dell’imposizione, del Canone questo è precisamente l’Industria culturale. Non credo ci sia bisogno di ricordare le campagne mediatiche - transmedialissime, con uso assai spregiudicato dei litblog in particolare - che hanno preceduto (con risultati assai alterni, sul mercato) l’uscita dei libri (libri a loro volta, come ognun vede, qualitativamente assai diseguali) di Piperno, Colombati, Genna, Babsi Jones e buon ultimo (in tutti i sensi) Giordano. Tutte operazioni patrocinate dai due principali gruppi industriali, che hanno un controllo pieno e spregiudicato di tutta la filiera: stampa (e critica) compresa. Dunque non sono io, e non sono quelli come me, i biechi Canonizzatori. Se la critica del passato peccava senz’altro di consorteria, mutue affiliazioni, ideologia (nell’accezione peggiore del termine), e si teneva stretta questa funzione, la critica di oggi avrà altri difetti (a partire dalla perdita d’autorevolezza, che pure ognun vede) ma non spetta certo a lei, oggi, l’onere e l’onore, dubbio onore, del Canone.
Passiamo allora ai testi, come sin dal principio ci si raccomanda di fare. Al memorandum sono state mosse, mi pare, tre critiche principali. CRITICA NUMERO UNO (sulla quale ho insistito io, fino alla noia): cattiva scelta dei testi narrativi da analizzare e sui cui esemplare il memorandum. "Santa Mira" di Frasca, è stato fatto notare da Gambula, non è dell’87 e nemmeno del 2006 se è per questo, bensì del 2001 (l’edizione che ho fatto io da fuoriformato gli aggiunge solo il cd dei ResiDante che a sua volta modifica in minima parte una pubblicazione autonoma del 2003). Ed è un testo completamente innervato sull’"emozione culturale" della guerra mediale: a partire dai jet italiani inviati sulla Serbia di Babsi Jones.
Di qui, CRITICA NUMERO DUE (mossa da Tiziano Scarpa, ma in termini che non mi convincono): periodizzazione subalterna all’agenda della storia dettata dal Potere. Personalmente trovo molto più inesatta di quella di Wu Ming 1 quella di altri storici e critici che molto piattamente hanno visto una cesura improvvisa e decisiva nell’11 settembre del 2001 (qualcuno ricorderà forse la polemica più lacerante e impegnativa che abbia preceduto la presente, che per me è stata quella relativa a "Scrivere sul fronte Occidentale" a cura di Moresco e Voltolini, nel 2002). Wu Ming 1 ha ragione nel retrodatare tale soluzione di continuità ai primi anni Novanta, ma in gioco non è affatto Tangentopoli (fenomeno solo italiano) bensì la Prima guerra del Golfo e quella che vorrei definire "Paranoia da derealizzazione" che ne è seguita (rileggere Baudrillard anche dopo l’11 settembre: coi suoi difetti ma anche le sue intuizioni, straordinarie). Ne ha riassunto i tratti Scurati nella "Letteratura dell’inesperienza" (e altri prima di lui se ne erano ampiamente occupati). L’incrinatura nelle poetiche postmoderniste, la ricerca affannosa di "effetti di presenza" (ed "effetti di realtà", per continuare a parlare in rolandbarthesiano), viene tutta da lì, da quella volontà di reale che s’è perseguita, da allora in poi, un po’ in tutti i campi, coi connotati psicotici intravisti da Hal Foster nel 1996 (e da Perniola ancora prima), riassunti di recente da Daniele Giglioli. Non sono Tangentopoli e gli squallori berlusconoidi nostrani che ne sono conseguiti, ad aver fatto storia ed emozione culturale - da noi come altrove. E’ invece la sostanza traumatica della guerra (come sempre, in tutto il secolo che precede). Non solo ma anche per questo, il libro migliore, fra quelli proposti alla nostra attenzione da Wu Ming 1, è quello di Babsi Jones: che insiste sul principale seguito di fatti bellici degli anni Novanta. PROPRIO PER QUESTO l’assenza di Frasca, autore ma soprattutto teorico delle "nevrosi di guerra in tempo di pace" ("La scimmia di Dio" è del 1996), è di particolare gravità, e indebolisce il quadro teorico di Wu Ming 1 in un settore decisivo. Non insisto sull’accusa che ho fatto altrove a Wu Ming 1, di aver voluto intenzionalmente scotomizzare un teorico di primo livello che si confrontava (lì e nel successivo "La lettera che muore", 2005) proprio sulla transmedialità, il concetto di autore, il rapporto col "popular" e insomma l’Epic: a un livello straordinario di consapevolezza teorico e politica acuminatezza. Lui risponde di non conoscere questi lavori, dunque sospendiamo qui; PECCATO PERO’.
CRITICA NUMERO TRE (fatta da Gambula e altri): l’esclusione di testi poetici e teatrali dal memorandum. Risponde Wu Ming 1 che suo intento precipuo è lavorare sulla narrativa, e su quella "popular" in particolare. Ma, si è detto e ribadito, proprio questa ristrettezza di campo è la pecca principale del memorandum. Proprio in una prospettiva transmediale, che ricodifica in continuazione linguaggi e formati, perché (se non in una subalternità all’industria culturale che ho a più riprese rimarcato, senza risposta appunto) a tutti i costi limitarsi a un genere e anzi a un sottogenere (il noir e post-noir ecc.), laddove appunto in versi o in azioni teatrali circola oggi molta della migliore narrazione contemporanea? Mantenere rigido questo compartimento stagno contraddice frontalmente, a modo di vedere non solo mio, l’istanza anfibia e provvidamente trasgressiva (in vari sensi) che Wu Ming 1 professa e spesso pratica. La impoverisce, la irridisce, le conferisce in definitiva quell’aspetto normativo-prescrittivo che in tutti i mondi dichiara aliena dai propri intenti ma che non a caso, credo, molti lettori (non necessariamente e aprioristicamente ostili) si ostinano ad avvertirvi.


NIE
2009-03-09 19:22:09|

@WuMing1

a me sembra condivisibile gran parte del ragionamento che fai sulla NIE.
sono NIE opere con determinate caratteristiche [Epic], tra cui l’accuratezza della ricerca storiografica, la coralità e i caratteri mitopoietici; scritte in un determinato contesto storico-politico-sociale [NEW]; che rappresentano e testimoniano un Popolo, e le sue brutture e sconfitte [Italian].

e sono d’accordo anche su Saviano e sulla molteplicità degli io di Gomorra - e Saviano, diciamolo chiaramente *è* il motivo del contendere, da tempo, con quelli che Evangelisti chiama: gli scrittori "pulp" degli anni novanta.
[anche se non so se sarà d’accordo Saviano stesso, che sceglie "con chi stare" all’interno del suo libro. ovvero con il Pasolini dell’"io so i nomi", più che con quello *epico* di Petrolio].

il problema è che la NIE è un insieme, più che un genere.
e in matematica un insieme deve possedere una logica ferrea: o un elemento (libro) appartiene all’insieme, o non appartiene.
e l’appartenenza deve dipendere da proprietà soddisfatte.
come è vero che, seguendo la medesima logica, lo stesso libro può appartenere a più insiemi (può essere epico e postmoderno, per dirne una).

e quindi il problema - che molti si sono posti sulla NIE - è: possibile che sia corretto soddisfare proprietà ogni volta diverse,ed essere NIE?

ovvero - arrivo al punto:
chi decide se un libro è NIE?

perché se la logica è valida e stringente, tutti devono essere in grado, applicando quella logica, di attribuire una NIEpicità.

non so: io credo che questo sia il nocciolo delle posizioni critiche [quelle sane, intendo] rispetto alla New Italian Epic... e capisco la difficoltà tua, Roberto, nello stabilire una logica stringente. ma è il prezzo da pagare, per una catalogazione per libro e non per autore - che ha molto meno a che fare con la logica: basterebbe dire "i libri di WuMing sono NIE" e nessuno potrebbe dire nulla.

e capisco anche che sia poco immaginifico stabilire una *regola*; e più affascinante decidere - per esempio - che un’opera è NIE se catalogata come tale dagli utenti Anobii. ma, probabilmente, in questo tipo di teorizzazione serve una regola più precisa...

e.


NEW ITALIAN EPIC
2009-03-09 19:05:15|di Nevio Gambula

@ Wu Ming 1

È che, da sardo, ho la testa un po’ dura, e certe cose proprio non entrano; però c’è sempre la possibilità che le cose che dovrebbero entrare sono talmente deboli da non riuscire ad aprire una breccia …

Il problema non è nei nomi, ma nel fatto che tu scrivi (pag. 20 versione 3.0) che le «energie» anti-postmoderno si esprimono dapprima nei generi “paralleterari” e successivamente in quelle opere da te individuate come NIE. Siccome ciò non corrisponde a vero, ti viene fatto notare che altri autori e altre opere in realtà si opponevano ...

Mi pare che ti siano stati mossi anche altri rilievi, ma va bene lo stesso; non mi sento in guerra con te e se tu non ritieni utile aprire un dialogo, non me ne dolgo … Nel grande freddo ogni grido è uno strazio.

Uscendo dalla letteratura, e te lo dico da militante sempre in prima fila, segnare uno «spartiacque» nel 1993 è accettare la periodizzazione – tra l’altro mediatica – del vincitore; ed è fermarsi all’apparenza sovrastrutturale di mutamenti che in realtà nascono ben prima di quella data … La storia non inizia, semplicemente procede. Ma lasciamo perdere …

Martelli di spugna? Domenica sera, al derby (sono un inguaribile popular anch’io, anche se certamente più tendente al proletar-truzzo) mi sono allenato con quelli gonfiabili, sono di plastica ma ti assicuro che il rumore che producono è assordante …

E poi “Santa Mira” di Frasca è del 2006 …

ng


NEW ITALIAN EPIC
2009-03-09 17:28:15|di Wu Ming 1

@ Lello

Esatto, il mio intento - più volte dichiarato - era iniziare a mappare una certa narrativa popular/ibrida (perché io mi occupo soprattutto di quella, e quella prevalentemente scrivo e leggo) uscita in Italia nella "seconda repubblica". Post-Tangentopoli, ma se ci pensate anche post- arrivo del web, instaurazione di un nuovo "regime scopico" (la TV che va direttamente al governo) etc.
Il 1993 è lo spartiacque che ho deciso di utilizzare, perché è l’anno in cui viene giù la baracca, l’anno in cui finisce traumaticamente il pentapartito, in cui Craxi si becca le monetine, in cui Berlusconi "sdogana" il MSI (preludio alla discesa diretta in campo).

Io voglio vedere quali tracce degli sconvolgimenti degli ultimi tre lustri si siano depositate in quella narrativa, e in quali forme.

Che senso ha continuare a rimproverarmi di non aver incluso opere che non sono di narrativa, o di non aver incluso questa o quella opera scritta negli anni Settanta o Ottanta (un romanzo di Frasca uscito nell’87, il tale libro di Volponi etc.)

Ma non si riesce a farglielo entrare in testa, ai Gambula e Cortellessa... Continuano a battere su quel chiodo, con un martello di spugna.

In realtà "Il Cristo elettrico" nella nebulosa ci può stare, e provocare interessanti reazioni. Se ancora non me ne sono occupato in questa chiave, è perché questo lavoro è tutto in fieri, come anche l’elenco delle opere. Il memorandum è un insieme di appunti, un testo aperto, programmaticamente pieno di buchi che altri colmeranno. Il "canone" ce lo vede solo chi ragiona con quelle categorie (per confermarle o negarle, poco importa). Io mi muovo in un altro modo, su un altro terreno.


http://www.wumingfoundation.com

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