Absolute Poetry 2.0
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NEW ITALIAN EPIC

O della trasgressione intrinseca

Articolo postato martedì 3 marzo 2009
da Nevio Gambula

Ogni sguardo letterario, per quanto «obliquo», è impossibile, per lo meno nel senso dell’impossibilità della letteratura di narrare altro dallo sguardo stesso. L’orizzonte dell’autore non è la “storia” o la “realtà”, ma «la lingua colta in una situazione storica» (G. Guglielmi). Per così dire, lo sguardo letterario punta là dove la lingua duole … Sulla base di questo assunto, per me irrinunciabile, ho provato a leggere il saggio New Italian Epic di Wu Ming 1 (Versione 2.0, pubblicato qui), come propedeutica alla lettura della Versione 3.0 cartacea. La lettura è stata stimolante, permettendomi anche di precisare il mio giudizio sulle opere collettive 54, Asce di guerra e Manituana. E proprio a seguito di queste letture, e ovviamente in relazione ad altre differenti, mantengo come valida la distinzione tra opere d’intrattenimento e opere d’arte. Come ho già detto in un mio precedente commento, ogni opera ha una sua legittimità; però è altrettanto vero che non possiamo catalogare allo stesso modo Vasco Rossi e John Zorn (o L’ottava vibrazione di Carlo Lucarelli e Le mosche del capitale di Paolo Volponi, tanto per stare sul letterario). Quello che segue è un primo appunto – sistematico come può essere un appunto preso velocemente – che riguarda un aspetto, per me importante, del saggio di WM 1. Non sono riuscito a leggere tutte le discussioni che in rete si sono svolte attorno al saggio sul NIE; non ho tutto questo tempo a disposizione. Spero di essere riuscito ad affrontare una questione non ancora presa di mira.

***

«Stendono prose piane i professori, narrano storie tonde, scrivono aulici elzeviri, decorano le accademiche palandre di placche luccicanti (...). I tristi imbonitori, trame, panie catturanti, gerghi scaduti o lingue invase, smemorate (...). Questo accanimento nel trovare il senso
Vincenzo Consolo

Non dissimile da un ritornello di una canzone alla moda, il NIE di Wu Ming è un quasi-nulla teorico che acquista il proprio senso solo attraverso la sua ripetizione. Possiede, insomma, le qualità essenziali di un logo ben riuscito; riassume su di sé una tale moltitudine di riferimenti che desta attenzione e suscita animate discussioni. Così, se è facile per un critico avveduto smontarne l’apparato teorico, è nel suo incedere nell’universo frastagliato del post-teorico – e in particolare in quel “plesso opaco” che sono le conversazioni su Internet – che trova la sua consacrazione. Non c’è da stupirsi se un “popolo” poco avvezzo alle noiose dispute accademiche, e per altro generalmente non interessato all’avventura ermeneutica, quand’anche “altra” dall’ufficialità, lo abbia difeso e acclamato ben oltre i suoi meriti. Forse per il “fascino discreto” della ribellione che sottende. E infatti, il logo si giustifica per una certa qualità ideologica: la sua stessa presenza fa trasparire la possibilità di una funzione resistenziale, e quindi di articolare la scrittura come meccanismo di conflitto. È difatti chiaro che alla base del saggio c’è l’idea della non neutralità dell’opera letteraria: la letteratura «non deve mai credersi in pace». Ancora una volta si tratta di "sollecitare il tumulto del nuovo" per intervenire, con altre «storie», nella situazione attuale. Ancora una volta si suppone che esistano opere-trucco, le quali, anziché svelare i caratteri auto-distruttivi dell’attuale sviluppo, offuscano "il vero orrore". Ne sortisce un appello teso allo «sforzo supremo di produrre un pensiero ecocentrico» e l’idea di un’arte e di una letteratura capaci di «immaginare vie d’uscita» dalla situazione di decadenza generalizzata. Nella storia-che-non-finisce si tratta di recuperare la strada e, al di là di ogni smarrimento, ritrovare «fiducia nella parola»: la letteratura può salvarci, curando «il nostro sguardo» e rimandando la nostra «sparizione». Ma questa qualità ideologica del logo NIE non consiste, paradossalmente, nel proporre forme capaci di attivare la fantasia ad un alto grado di consapevolezza intellettuale, o di sollecitare creativamente la percezione del lettore, invogliandolo a sacrificare le sue certezze. Consiste, piuttosto, nell’orientare religiosamente l’attenzione, disponendo l’opera all’attivazione di uno scambio di tipo empatico. E, in particolare, nell’ammaliante copertura con cui l’autore offre le sue immagini letterarie. Anche in questo senso, il logo è efficace, poiché, esattamente come ogni altro “logo”, determina i suoi temi portanti sulla base del gusto pubblico e si impone proprio in quanto risponde alle attese dell’acquirente-lettore; attrae a sé il lettore e, anziché stritolarlo, lo trattiene amichevolmente: lo in-trattiene, appunto. Che cos’è «l’efficacia di primo acchito» se non la facile piacevolezza? Un godimento di questo tipo, però, riduce il lettore a un fantoccio, proprio perché non gli permette l’esperienza spiazzante dell’enigma. L’opera, in questo modo, evitando accuratamente ogni eccedenza (è nell’eccedenza che accade il senso, scrive Nancy), non si dispone come trappola tesa a porre in scacco il lettore, proponendosi quindi come fonte di conoscenza mediante crudeltà (Artaud), ma soggiace alla necessità di affermarsi come godimento immediato. Il lettore può solo riconoscersi in essa. In questo quadro, non stupisce la diffidenza nei confronti della «comunicazione gnostica» e, per contro, la simpatia per la «liturgia» di stampo cattolico. Mentre la prima si basa su un procedimento che verte sulla creazione non di «un libro aperto», ma di «un cifrario che esige di essere violato», e che trova il suo codice stilistico nella non linearità e nell’opacità del tessuto verbale destinato a impedire ogni armonia, la seconda fa palpitare passivamente l’attenzione, eccitando il fruitore con un andamento ripetitivo e facilmente assimilabile e finalizzato alla conversione per atto di fede più che per atto di scelta intellettuale. Non a caso, il finale del saggio, dopo avere evocato situazioni catastrofiche e speranze salvifiche riposte nell’arte e nella letteratura, riporta il mantra «Dono. Compassione. Autocontrollo. / Shantih shantih shantih», che è, per quanto non dichiarata come tale, una citazione del finale de La terra desolata di Eliot. È qui importante evidenziale la traduzione che lo stesso Eliot fa della parola Shantih: «pace che sorpassa l’intelligenza» (resa in nota da Alessandro Serpieri in La terra desolata, Rizzoli 1982). E ciò in linea con le stesse Upanishad da cui Eliot riprende l’invocazione, dove la “pace” è il risultato di un processo che parte dal donarsi all’altro per trovare con questo un accordo condiviso e quindi tornare in se stessi ritemprati. È la pacificazione del lettore con se stesso e con l’opera; ma è soprattutto un modo di far venire meno l’efficacia “antagonista” delle premesse, e non solo perché la litania addormenta i sensi, ma anche perché, come Lacan ha dimostrato, quando una parola nomina un “oggetto” con l’intento di spiegarlo (la “storia” nel caso del NIE), anziché rivelarlo nel profondo, in realtà lo neutralizza. Ecco che allora la conflittualità abbozzata in questo saggio non è affatto radicale, ma anzi perfettamente in linea – oserei dire congeniale – alle banalità proposte dal mercato editoriale. È la trasgressione intrinseca di cui parla Slavoj Žižek: nel mentre si costruisce in apparente sovversione, in realtà l’opera conferma l’oggetto stesso che vorrebbe rovesciare: «perde il suo valore scioccante ed è completamente integrata nel mercato artistico ufficiale» (in Il godimento come fattore politico, Raffaello Cortina Editore).

Il Bello è tale quando è traumatico; altrimenti è Spettacolo.

92 commenti a questo articolo

NEW ITALIAN EPIC
2009-03-06 19:48:57|di dimitri

@Cortellessa e Valerio.

Vi ricordo che un manifesto ha sempre un carattere prescrittivo (persino i manifesti dissimulati come "Postille al Nome della Rosa"). Questo non è il caso del memorandum.
Vi ostinate a vedere un testo conchiuso. Non è così. Io stesso faccio parte di un laboratorio critico (composto da filologi, semiologi, antropologi, studiosi di filosofia) che, partendo dal memorandum, cerca di comporre un quadro teorico più definito. Roberto Bui si è confrontato con noi in assoluto rispetto, senza mai cercare di imporci un diktat. Come lui molti altri autori. Noi facciamo analisi narratologiche, linguistiche, storiche etc, non discorsi sul senso della vita (o se li facciamo abbiamo il buon gusto di metterli alla fine, e non all’inizio).
Vogliamo confrontarci anche con voi, ma non ascoltiamo più le ramanzine (abbiamo superato i trenta tempo fa).


NEW ITALIAN EPIC
2009-03-06 19:32:33|di Andrea Cortellessa

@ Dimitri
Non condivido affatto la tua critica a Gambula. E’ lo stesso diktat di Bui: o si discute degli autori che decido io (disquisendo su nonsense come gli ottonari con o senza sineresi) o non si discute. Quello che sta discutendo Gambula è, per l’esattezza, l’opportunità di restringere il campo di osservazione di NIE fuori dalla poesia, fuori dal teatro, fuori da tutto ciò che non sia narrativa di genere e "popular". E’ questa la sostanza del NIE, come del resto non si stancano di ripetere i suoi apologeti: la connessione, l’instaurazione d’un campo (ossia, in termini più correttamente fenomenologici, la sua "istituzione": come diceva molto old fashion Luciano Anceschi, quarant’anni e passa fa, a proposito di...) fra opere diverse. Ecco: questa connessione si contesta, questo campo, questa scelta di campo.


NEW ITALIAN EPIC
2009-03-06 19:21:27|di dimitri

@Nevio

Per argomentare bene un discorso di teoria letteraria occorre mirare a qualcosa di molto concreto: il testo.

Quindi mi sarei aspettato almeno un confronto su alcuni dei romanzi oggetto di discussione (magari mostrando almeno una differenza tra l’io narrante di Gomorra e quello di Dies Irae) invece tiri fuori Zizek, Eliot, Nancy, Artaud e le Upanishad per articolare una teoria generale etico-estetica (in 7595 battute).
Su cosa ci confrontiamo?
Sul senso della vita?
Come faccio a prenderti sul serio?


NEW ITALIAN EPIC
2009-03-06 19:19:12|di Andrea Cortellessa

@ Valerio(Cuccaroni, presumo)
Interessante questo tuo ultimo commento. Se però vai a vedere il dibattito su Nazione Indiana cui ha partecipato Wu Ming 1 (che sarebbe peraltro ora di cominciare a chiamare col suo nome anagrafico, dal momento che si sa qual è e che i suoi scritti li pubblica ormai da tempo come autore individuale, giungendo addirittura a specificare quali frasi, nel suo testo, siano di pertinenza del suo compagno Wu Ming 2) c’è chi ha mostrato come il testo detto memorandum non abbia alcun senso fuori dal suo contenuto di poetica, e dunque di "manifesto", e dunque d’avanguardia. Ma Roberto Bui metodicamente ha negato quest’ultima connotazione spingendosi persino, per farlo, a negare la matrice situazionista dei suoi testi e delle sue performance degli anni Novanta (quando aveva infatti altra, in tal senso connotatissima, denominazione). Allora, capisco benissimo che sia "old fashion" ma, se una cosa è una cosa, chiamarla in altro modo non sposta i termini della questione. Tu stesso formuli in maniera ambigua, alla fine del tuo commento, questo stato di cose.
E poi: se di avanguardia si tratta, come mai proprio la tradizione delle avanguardie, storiche e non, è quella più attentamente scotomizzata da Bui (nomen omen)? Gli si sono fatti molti nomi, al riguardo. Anche qui Nevio Gambula giustamente richiamava l’esperienza del Gruppo 93 (io su Nazione indiana citavo Lello Voce, che Bui ben conosce). Il fatto è che c’è un punto sul quale Bui non vuole aprire nessuna discussione, ed è la sua totale subalternità all’industria culturale che era partito, quando si chiamava Luther Blissett, volendo destabilizzare dall’interno. Oggi l’industria culturale (non così negli anni Sessanta, ma già così negli Ottanta e Novanta, come le sfortune del Gruppo 93 stanno lì ampiamente a dimostrare) non ha alcun interesse a dare spazio a proposte conflittuali, cioè d’avanguardia. Così Bui fonda un’avanguardia sui testi di De Cataldo e Camilleri, e reseca del tutto la genealogia delle avanguardie dal suo manifesto nonché, persino, dalla sua storia come autore.
Questo , in prosa "popular", si chiama volere la botte piena e la moglie ubriaca.


NEW ITALIAN EPIC
2009-03-06 16:54:02|di Valerio

Il ragionamento di Scarpa muove da una premessa sbagliata come Scarpa stesso ritiene sbagliata la premessa di WM1 (il NIE è un fenomeno post-tangentopoli): il saggio di WM1 non è un saggio di storia della letteratura.

A me sembra, ma sicuramente altri l’avranno fatto notare, che il saggio di WM1 sia stato profondamente frainteso a partire dall’appartenenza di “genere“. Esso non è un saggio scientifico di storia della letteratura. WM1, prima ancora che i suoi critici, ha dimostrato di non essere capace di farla e, da quel che ha scritto, ha dimostrato di non aver nemmeno avuto intenzione di farla.

Il NIE è un manifesto di poetica. Ogni affermazione va ricondotta dunque all’autore e alla sua propria visione del mondo e della letteratura. Per questo è sbagliata alla radice l’analisi di Scarpa. Per questo i tuoi rilievi, Nevio, sono pertinenti soltanto in parte. Hai criticato in WM1 lo storico e il critico della letteratura, mentre la sua è una presa di posizione da scrittore, che solo per affermare la propria produzione indossa i panni del critico della letteratura, nel suo caso stretti e inappropriati, per altro, essendo altri gli strumenti più aggiornati che WM1 è capace di padroneggiare.

Il NIE è un manifesto di poetica che potremmo definire trans-pop. E come tale andrebbe trattato. Esso guarda alle strategie della comunicazione, alle spinte eteronome della letteratura, più che alla genealogia degli stili.

È ora che si dissolva una volta per tutte l’equivoco in cui stanno sguazzando ormai alcuni dei più valenti critici italiani: il NIE va preso come una dichiarazione di poetica di un gruppo di avanguardia, cioè un gruppo che compie gesti politici.

Nevio, se citi Guido, dovresti conoscere la distinzione fra avanguardia e modernismo. Nessuna opera d’avanguardia è stata mai all’altezza dei suoi principi ispiratori. Perché l’avanguardia è interessata alla politica, auspica l’uscita dal sistema letterario, per il quale prova repulsione (gli altri scrittori sono stronzi, infatti), in uno slancio titanico (titani contro dei).

Confondere il NIE con un saggio di storia della letteratura sarebbe come voler paragonare, da un punto di vista strettamente estetico, le poesie di Filippo Tommaso Marinetti con l’Ulisse di Joyce.

Sin dalle sue origini l’avanguardia è stata invischiata con il Potere, la Comunicazione e la Pubblicità. Che lo si voglia o no. È divertente andare a caccia di lucciole. Ma non spacciamole per lanterne.

Guido ha fatto critica letteraria. WM1 ha scritto un manifesto. E lo ha furbescamente chiamato memorandum. Perché manifesto oggi non vuol dire più nulla, o meglio è terribilmente old fashion.

Alcuni sicuramente no, ma i più avvertiti faranno fatica a riconoscere a WM lo statuto di gruppo di avanguardia. Neanche WM stesso, probabilmente. Associando al nome più che il suo statuto, la sua storia e la sua sussunzione nella tradizione.


NEW ITALIAN EPIC
2009-03-06 16:50:22|di Vanni

Ho trovato su Carmilla di oggi un link a un testo interessante, che analizza le parti del "memorandum" sull’allegoria in un modo che mi sembra antitetico al tuo:
http://marcoghelardi.wordpress.com/...


NEW ITALIAN EPIC
2009-03-06 15:20:26|di Vanni

Wu Ming 1 ha annunciato che la seconda parte della sua trattazione sulla critica sarà dedicata alla "fallacia del riduzionista", e ha spiegato in alcuni commenti su blog che si tratta dell’atteggiamento di chi scompone gli elementi di una sintesi e si mette a cercarli UNO PER UNO in altre opere, anziché guardare al loro concatenarsi, al tutto che non è solo somma delle parti, alla reazione chimica che si produce mettendoli insieme in certe quantità. Mi sembra che questo sia l’atteggiamento di molti "detrattori" e non mi pare molto produttivo, perché è chiaro che con un simile criterio nessuna opera (letteraria o artistica) risulterà mai non soltanto innovativa, ma nemmeno particolare. Scusate ma, se "Dies irae" somiglia più a opere sue contemporanee che a - per fare un esempio a caso - qualunque libro scritto negli anni Sessanta o Settanta, dovremmo capire quale sia "l’aria di famiglia" che si ritrova oggi, non metterci a smontare il libro per dire che, in fondo, tutti i suoi fondamenti erano già presenti nelle opere del passato. Allora anche "Il nome della rosa" era interamente composto di cose già fatte prima. E’ il modo di metterle insieme a essere inedito.


NEW ITALIAN EPIC
2009-03-06 10:53:33|di fabiandirosa

“(…) in quel “plesso opaco” che sono le conversazioni su Internet che trova la sua consacrazione ” ci sono anche quelli come me e non sono neanche fra i più loquaci sostenitori.

Già perché con fare tutto italico siamo al solito pro o contro qualcosa, per carità anche ben argomentato o dovrei dire architettato. C’è chi è stato incluso chi escluso dalla nebulosa di NIE chi ha esultato o è rimasto deluso per l’una o l’altra delle due cose. Non avendo mai pubblicato, se non in qualche remoto blog non mi si pone questo problema eppoi adesso preferisco leggere, in pubblico (!), ciò che Voi scrittori narrate..

Non voglio dire che queste diatribe siano inutili, lo stesso Pasolini nella stagione (ahimè) finale della sua vita preferì ‘rivolgersi’ alla classe intellettuale, provocandola, invece che al popolo dei comuni mortali lettori (penso al film Salò e l’incompiuto Petrolio).

Forse NIE ha perduto l’effetto sorpresa a tre anni dalla sua prima uscita? Può darsi.
Forse si potrebbe obiettare che la retorica usata da WM1 nel saggio è accompagnata da toni lirici che rendono il suo sguardo un racconto di racconti più che una critica letteraria in senso stretto.

Ecco ci son cascato anch’io: per capire o dimostrare di aver capito ho bisogno di un’idea, pur banale, da verbalizzare (C. Sinicco). Mi scuso per l’OT.
Temo che gli italiani, e quindi anche i suoi scrittori, non perderanno mai quel peculiare senso individualistico che visto da fuori confine ci rende così intelligenti e sciocchi ad un tempo. Com’era la storia? Ho passato la palla all’avversario perché nessuno dei miei compagni era libero_


NEW ITALIAN EPIC
2009-03-06 09:38:38|di ng

Perché è facile per un critico avveduto smontare l’impianto teorico di NIE:

• Perché è facile verificare che “immagini e riferimenti” possono essere condivisi da migliaia di libri. Basta decidere un tema e provare a scovarlo tra le parole.

Perché è facile verificare che negli anni 90 c’erano autori che si contrapponevano frontalmente al Postmoderno, altri e più significativi di quelli citati in NIE. Tra il 1990 e il 1995 fiorivano dibattiti, anche accesi, sulla letteratura come scommessa sul mondo e sull’allegoria come metodo (dibattiti che coinvolsero tutti i critici e i principali quotidiani, oltre che un numero elevato di autori); in quegli anni è per altro ancora attivo il Gruppo 93, che ha rappresentato, almeno nel campo di una posizione conflittuale della letteratura, uno snodo importante. Il saggio NIE rimuove queste esperienze. E non stiamo parlando di convegni elitari o di questioni che furono affrontate «in qualche parnaso di stronzi» … Basterebbe dare un’occhiata fugace agli indici della rivista Allegoria di quegli anni. E si pensi che, addirittura, in un saggio di Margherita Ganeri pubblicato nel N. 26 (maggio-agosto 1997, pagg. 112-120) si parla, con sorprendente somiglianza anche di termini, del «romanzo neostorico» come uno dei generi più praticati (gli autori citati sono Consolo, Malerba, Vassalli, Maraini, etc.).

• Nel 1995 esce presso Einaudi un libro, “Il leone e la volpe”, che è insieme un saggio letterario, un racconto, un libello politico, un dialogo intimo tra due dei massimi scrittori antagonisti: Francesco Leonetti e Paolo Volponi. Un “oggetto narrativo non-identificato” che da solo smerda i titoli citati in NIE.

• Perché l’accezione di “epico” per come proposto in NIE è limitata e limitante. Ed è anche, per contro, talmente vaga che dentro potrebbe starci qualsiasi romanzo.

• Perché la “tradizione” a cui il NIE rende omaggio è francamente monca e irritante.

• Nel paragrafo “Accade in Italia” si menzionano come uniche “energie” alternative, che “parlano male della società in cui si sviluppano”, e quindi anticipatrici del NIE, opere che rientrano nel genere del giallo, del noir, del fantastico, e dell’orror … Questa è una palla, come chiunque può verificare; basta avere curiosità per farlo. C’erano altri che si opponevano, e in maniera ben più sostanziale ...

• Le caratteristiche delineate per distinguere il NIE sono riscontrabili in migliaia di libri. Se poi, come scrive WM 1, basta condividerne almeno la metà, allora l’elenco si allarga a dismisura. La miscela dei generi, tra l’altro, è una delle tensioni forti di tutte le avanguardie. Altro esempio: in "Le mosche del capitale" di Volponi parla in prima persona una valigetta ventiquattrore … Ma, davvero, con un po’ di pazienza, quelle “caratteristiche” possono essere accertate anche in libri che mai-e-poi-mai WM 1 farebbe rientrare nel suo concetto di NIE; ad esempio possono essere riscontrate in “La macinatrice” di Parente.

• Come altri hanno già fatto notare, il concetto di “allegoria” per come esposto in NIE non ha niente a che vedere con quello di Benjamin e per come è stato discusso negli ultimi 20 anni. Anche qui, per i curiosi, consiglio di scaricare (lo si può fare liberamente dal sito della Palumbo) le intere annate della rivista Allegoria di quel periodo, dove si trovano centinaia di saggi dedicati alla questione. E poi ha ragione Scarpa: ogni romanzo è allegorico.

E questo non è tutto, ma può per ora bastare …

ng


NEW ITALIAN EPIC
2009-03-05 23:19:31|di ng

@Vanni

non ho scritto "non è letteratura"; al limite che trattasi di letteratura d’intrattenimento.Quindi non ha senso rimandare alle "reazioni de panza" ...

Mi pare che il centro del mio appunto sia però un altro ...

ng


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