Absolute Poetry 2.0
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PASSANDO PER NEW YORK

Diego Zandel a proposito del libro di Sinicco

Articolo postato mercoledì 13 dicembre 2006
da Luigi Nacci

Ringrazio Diego Zandel per la gentile concessione della presentazione al libro di Christian Sinicco fatta alla quinta Fiera della piccola e media editoria di Roma il 10 dicembre scorso.

***

Christian Sinicco è un giovane poeta triestino. L’ho conosciuto attraverso un altro giovane poeta triestino, Luigi Nacci, suo sodale. Almeno così penso perché, tranne oggi, qui, li ho incontrati sempre insieme. Certamente fanno parte di una banda di poeti, gli Ammutinati, che raccoglie, a mio avviso, il meglio dei poeti triestini della nuova generazione e rappresenta il futuro della poesia triestina e, più in generale, giuliana.

Questo lo dico non per dare una connotazione locale alla poesia o tutt’al più, come si usa per quelle lande del nord, una connotazione mitteleuropea. Anzi! Lo dico per quel di innovativo che rappresentano per la poesia di lingua italiana, a livello nazionale, provenendo da un luogo - Trieste - che alla poesia ha dato un grandissimo poeta come Umberto Saba e, più in generale, una letteratura che porta i nomi di Svevo, Slataper, Stuparich, Quarantotti Gambini, Tomizza, Magris.

Letteratura in cui di locale c’è solo la geografia dei luoghi, l’humus di una cultura multicentrica, che come le grandi navi del Loyd Triestino, una grande compagnia storica, partivano dal porto di quella città per attraversare gli oceani, raggiungere l’Asia, l’Australia, le Americhe. Quindi una letteratura, e una poesia nello specifico, di grandi, grandissime aperture.

Ed è quella che, non a caso, fin dal titolo del libro, Passando per New York, fa le pagine di questa prima raccolta di versi di Christian Sinicco.

Credo, però, sia necessario, proseguire nella conoscenza del nostro poeta e, più in generale, della banda degli Ammutinati.

La quale, al di là delle nobili origini, ha però un altro merito: quello di costituire una rottura, più che con una tradizione, con una condizione culturale ormai asfittica che negli ultimi anni sembra essersi fissata su, appunto, questa tradizione, ripiegata su se stessa, orgogliosa di essa fino al punto da non conoscere, o riconoscere, questi giovani poeti.

Sembra quasi che a Trieste il tempo si sia fermato, non dico a Saba, perché più recentemente ci sono stati altri poeti di valore, dalla vecchia Lina Galli, grandissima, a Marcello Fraulini, ai meno vecchi, diciamo della mia generazione, come Claudio Martelli, Sergio Brossi, ma anche poeti dialettali come Claudio Grisancich e, molto prima di lui, Guido Sambo oppure, il coetaneo di Saba, Virgilio Giotti.

Ma tutti, questi ultimi, per quanto anche innovativi, brillanti e vigorosi, sono figli di un certo modo di intendere la letteratura triestina come un orto concluso. Per cui, sia a livello editoriale che, più generalmente, ufficiale, vuoi nelle cerimonie, vuoi negli eventi, vuoi sulla stampa, si ritorna sempre a loro, come se la grossa novità che Sinicco, Nacci e il resto degli Ammutinati non esistesse. O non esistesse ancora.

Per fortuna, c’è una giovane e importante studiosa, Cristina Benussi, docente di letteratura al dipartimento di lettere e spettacolo della università di Trieste, dei quali i nostri sono stati allievi, che li ha seguiti e continua a farlo. Tant’è che, non a caso, anche la prefazione a questo libro di Sinicco che oggi presentiamo porta la sua prefazione.

Ma, al di fuori, di questo circolo universitario ristretto, isolato - se possibile - anche all’interno della stessa università, non hanno audience, sono poco conosciuti, a dispetto del casino che, per farsi sentire, gli Ammutinati pure fanno in città.

Si sono battuti, ad esempio, con tanto di raccolta di firme prestigiose, affinché alla direzione del Teatro Stabile di Trieste fosse cacciata la pur dolce e simpatica Maria Giovanna Elmi. La quale, con un passato semplicemente di annunciatrice televisiva, nulla sa - per sua stessa ammissione - di teatro.

Al suo posto si chiedeva fosse messa la vicedirettrice Cristina Benussi che sul teatro ha più di un titolo, per l’insegnamento, i libri che ha scritto e l’autorevolezza.

La Elmi, viceversa, era stata scelta solo per essere, da una parte, un nome televisivo e, dall’altra, per i legami di famiglia con una parte politica, la destra, che oggi amministra Trieste. La quale parte politica, naturalmente, sguazza nella maniera più banalmente locale in quella tradizione triestina di cui abbiamo detto.

Una tradizione che, invece, avrebbe tutte le ragioni per non sclerotizzarsi, per non fermarsi a se stessa.

Ebbene, nonostante la battaglia degli Ammutinati, vistosa per i nomi che hanno sostenuto la necessità del cambio - Sinicco ce li può fare - non ha avuto, si può dire, nessuna eco ufficiale in città. E se la testa della Elmi è poi caduta, è avvenuto semplicemente per evidenti incapacità (senza che ciò, comunque, abbia finito col premiare la Benussi).

L’impegno culturale degli Ammutinati naturalmente continua per altre vie e finisce, spesso, per incontrarsi con l’impegno politico. Lo stesso Sinicco si è addirittura presentato alle ultime elezioni amministrative. Con ciò non volendo assolutamente definire politica la loro poesia. O se lo è, non è partitica o di parte, bensì politica in quanto rompe schemi preordinati.

Per spiegarlo meglio, colgo qui l’occasione per fare un inciso che riguarda una poesia contenuta in Passando per New York, e cioè i versi di Argentina, su una poesia di Carmen Yanez, con la quale Christian sottolinea la contraddittorietà di una poesia della cilena Carmen Yanez la quale aveva scritto “La poesia non serve a niente”, per poi scoprire che nel 1975 - per altro, anno di nascita di Christian - la poetessa scompare nelle mani della polizia politica di Pinochet.

Per cui, altro che, la poesia non serve a niente! È il massimo del paradosso. E Christian lo esprime, cogliendo, credo, il momento delle grandi proteste di popolo in Argentina per la bancarotta a cui il governo aveva portato quel grande Paese, costringendo la gente a scendere in piazza.

Argentina, io vedo / Sulla strada che porta al nulla / Che il bisogno è poesia, / l’osso della verità. /Argentina, /io scaglio i tuoi morti per questo bisogno / sul parlamento dei poeti.

E questo nella convinzione del potere salvifico e politico, in senso lato, della poesia e dei poeti, con questa visione di un loro parlamento più degno di quello governato da Menem.

La sua, naturalmente non è una visione utilitarista della poesia. Piuttosto esprime il grande valore testimoniale che la poesia ha quando non si adagia su se stessa, ma si spinge oltre ai limiti. Oltre ai limiti, sia ben inteso, in tutti i sensi, linguistici, di composizione, di rappresentazione, di proiezione, di strumenti.

Non solo o, addirittura, niente affatto secondo gli schemi del vecchio impegno politico, del cosiddetto engagement, di sartriana memoria.

La poesia di per se stessa, nel momento in cui rompe gli schemi per uscire dai confini che la tradizione vuole gli siano dati, è rottura, e quindi impegno.

Ritorno un attimo al sodale di Christian, Luigi Nacci.

La scorsa estate, qui a Roma, in una galleria d’arte, anzi nella cantina di una galleria d’arte, Nacci ha fatto una rappresentazione, durata alcuni giorni, della sua poesia. C’erano dei cartoni, quelli grossi, di scatola, che percorrevano la cantina a mo’ di pannelli. Su questi cartoni c’erano qui e là ritagliati a varie altezze dei buchi. Il visitatore metteva gli occhi su uno di quei buchi e vedeva dall’altra parte, proiettati su una parete i versi di alcune poesie dell’autore, con dei disegni che, se la memoria non mi tradisce, dovrebbero essere dello stesso pittore che ritroviamo sulla copertina di Passando per New York. Il fruitore della poesia poteva così, attraverso i buchi, leggere, proiettati sulla parete i versi, ma nello stesso tempo udire voci diverse, di uomini e donne stranieri o di semianalfabeti e così via, recitare come potevano, non senza naturali e attraenti storpiature, quei versi.

Si può definire tutto ciò “poesia visiva”, ma è qualcosa di più. E’ un rompere gli schemi della poesia, che per essere giudicata tale dovrebbe per forza seguire delle regole. Ma le regole valgono proprio perché si possono rompere.

Sinicco lo fa in un altro modo, suo personale. E lo fa addirittura rompendo gli schemi di chi già a sua volta rompe gli schemi.

Mi riferisco in particolare alla poesia che apre la raccolta, cioè a Primo passaggio su New York - in risposta ad un Arcano di Jack Hirschman.

Innanzi tutto, bisogna sapere chi è Jack Hirschman. È un grande poeta americano, comunista, il che lo fa un soggetto raro negli USA e mal tollerato. Viene spesso in Italia, e parla anche abbastanza bene l’italiano. Io sono andato un paio di volte con lui a mangiare una pizza perché a Roma abita a casa di un mio amico, giornalista del Manifesto. Anziano, un po’ sdentato, vestito in maniera molto informale, vive per lo più a San Francisco in una camera d’albergo di terza categoria. E’ un tipo molto allegro e di grande acume politico, straordinariamente critico nei confronti non solo della politica imperialista americana, ma anche nei confronti dello stile di vita estremamente consumistico, omologato e conformista, degli americani.

È tanto duro con il suo paese che Christian Sinicco, che non è conformista né filo americano, polemizza in qualche modo con lui attraverso la poesia che ho citato, scritta, paradossalmente, due giorni prima dell’11 settembre. Ed è una poesia, che vi invito poi a leggere, in risposta ai versi di Hirschman che Sinicco spiega così nelle note, molto interessanti, ai propri versi che concludono il suo libro.

Scrive Sinicco:

“Domenica 8 settembre incontrai Jack Hirschman al Teatro Sloveno di Trieste dove si teneva la manifestazione di poesia Sidaja. Non ero minimamente d’accordo, sui toni finali di quella poesia, L’Arcano Baghdad-San Francisco, né sull’utilizzo del materiale organico-mediatico di Carlo Giuliani/G 8 per quel suo nuovo e simbolico Arcano politico letto la sera. Basta con i martiri - scrive Sinicco - basta ricordare i morti in nome di ideologie. Essi non respirano, hanno dimenticato il loro dolore.”

E, dopo aver confrontato la poesia di Jack Hirshman con quella di Rafael Alberti di cui “molti versi illustri possono essere considerati di sinistra”, ma “non si barrica contro quello o quell’altro, trovando slancio oltre il proprio confine o confino ideologico”, arriva a criticare i versi finali della poesia di Hirshman, in quanto “l’uso del simbolo con quelle modalità andava a creare un out-out retorico (o stai di qua o stai di là) insensato”.

“Hirshman, scrive Sinicco, come un patriot impazzito, avrebbe voluto che ci sollevassimo per distruggere la piovra fascista alimentata dagli State”, ma “la verità” - ed ecco la critica di Sinicco - “è che la procedura poetica utilizzata da Jack Hirshman scarica spesso l’emotività nel finale in un concetto generale, che può risultare banale - e nel caso sopraccitato ha distrutto banalmente una grande poesia”.

Questo, per dire che, per essere politica, autenticamente politica, la poesia deve liberarsi del fardello ideologico che finisce per rendere banale, o più precisamente conformista, direi io, anche la poesia migliore.

Ovvero, la poesia, per avere un suo valore anche politico, rivoluzionario, deve rompere il conformismo a cui rischia di portarci l’ideologia a cui apparteniamo, qualunque essa sia, nel momento in cui, nel fare versi, facciamo rigidamente riferimento ad essa. Insomma, bisogna andare oltre. La poesia deve andare oltre.

Non è facile. Il poeta è innanzitutto un uomo con tutto il suo portato, anche ideologico. Quello di Hirshman poi è stato conquistato in un paese che vede il comunismo come il nemico per antonomasia e, quindi, per lui ha un valore fortemente identitario e va rispettato (soprattutto, per capirlo pienamente non dobbiamo vederlo con occhi europei).

Tuttavia, il messaggio di Sinicco indica una direzione per la poesia, che è l’indicazione, appunto, di un ammutinato.

Ed essere un ammutinato in questa Trieste di oggi, una città in qualche modo clonata, che non è più la stessa di Svevo, Saba, Stuparich ecc., ma che si ostina a considerarsi quella, ferma a quei nomi, assomiglia un po’ - senza esagerare - all’essere comunista di Hirshman in America.

D’altra parte, per restare adesso a Trieste e Sinicco e Ammutinati, la situazione di isolamento è tale che, ad esempio, lo stesso Claudio Magris che rappresenta una inversione di tendenza rispetto al clone cittadino, e che potrebbe dare una scossa all’ambiente, vive a sua volta isolato rispetto al contesto, per cui per questi giovani non c’è incontro, non c’è una sponda a cui approdare.

E, forse, tutto sommato, può anche un bene perché questo libera Sinicco e gli Ammutinati dal rischio di appartenere a una corrente di pensiero, a quel “o di qua o di là”, che li renderebbe meno liberi.

Quando ero giovane e andavo a Trieste, vedevo che c’erano sempre un tre, quattro salotti che si scontravano tra loro. C’era quello della Gruber Benco, figlia, ormai orfana, di uno scrittore molto considerato come Silvio Benco che aveva i suoi fedeli da una parte. C’era il salotto di Anna Pittoni, donna e amante per molti anni di Stuparich, che aveva i suoi. C’era la Società Artistica di Trieste di Marcello Fraulini e Lina Galli, che si incontravano tutti i lunedì al Tommaseo, che avevano i loro accoliti. E c’era una forte rivalità tra i vari gruppi. Tutti si cibavano in qualche modo dei resti di qualcuno che aveva fatto grande Trieste. E gli outsider erano pochi. Tanto da suggerire a qualcuno, tipo il grande Bobi Bazlen, consulente prestigioso e ascoltato della prima Einaudi, tra i fondatori dell’Adelphi, ad andarsene per sempre, senza voler mai più far ritorno.

Dico questo perché riconosco le difficoltà di Sinicco e degli altri giovani a fare poesia a Trieste e, soprattutto, farla fuori dagli schemi.

Ora non voglio qui parlare di ogni singola poesia della raccolta, perché la poesia - e soprattutto questa di Sinicco - va letta e meditata. E il libro acquistato.

Vedrete poi come essa sia molto matura, sorprendentemente matura rispetto all’età di Christian Sinicco.

Voglio solo, in conclusione, esprimere una mia impressione dopo aver letto il libro. Conosco Christian come un ragazzo allegro, qualche volta ridanciano. Tante volte parliamo tra noi per battute. Affrontiamo anche discorsi seri, ovviamente. Comunque, prima di leggerlo, proprio per il carattere di Christian, mi aspettavo una poesia molto ironica. Invece, l’ho trovata fortemente riflessiva, dolorosamente incazzata, intellettualmente polemica, anche nelle note, ampie e importanti, che chiudono il libro. E questo costituisce un po’ la mia sorpresa. Forse perché, oltre al carattere che gli imputavo, è un ammutinato. E dagli ammutinati mi aspetto sicuramente ferocia ma fatta, per così dire, in baldoria.

Grazie.

***

Libro è acquistabile qui.

La mia recensione qui.

11 commenti a questo articolo

> PASSANDO PER NEW YORK
2006-12-13 20:36:35|di Christian

Ci sono delle inesattezze (che Diego non ha fatto in tempo a cambiare): la Elmi non è stata cacciata, si è dimessa e il posto di Presidente dello Stabile era vacante perché non riuscivano a trovare una persona che accettasse il posto, che è senza gettone, cioè gratuito, di pura rappresentanza, anche se poi è un posto di responsabilità perché il Presidente va a caccia degli sponsor per il teatro. La Benussi, per le sue conoscenze e capacità, era la persona più adatta - ed era vicepresidente al momento. La sottoscrizione, firmata da un centinaio di nomi importanti, era un modo per sottolineare nuovamente l’inesistenza della politica culturale del comune.

Sul libro: solo il primo verso del "primo passaggio su new york, in risposta ad un arcano di Hirschman" è stato scritto qualche giorno prima dell’11 settembre, sennò qualcuno potrebbe pensare io sia Nostradamus - e visto il fatto in questione non mi farebbe molto piacere.

Infine: non mi sento così isolato, come spiega Diego (che però intende la comunicazione culturale come qualcosa che accade ancora sui giornali) e credo sia così anche per Nacci, per parlare di quelli che un libro sono riusciti a pubblicarlo; però c’è da dire che sul quotidiano di Trieste se ci va un nome diverso da quelli di Saba Svevo Slataper Giotti Joyce Magris Roveredo, è un miracolo - e questo non è un qualcosa che dipende dall’essere ammutinati o meno, semplicemente ci deve essere l’investitura di un nume tutelare o essere morti.


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