Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

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PROMETEO A GAZA

(contro l’aquila che abbaglia e incatena)

Articolo postato sabato 10 maggio 2008
da Nevio Gambula

Tornerà la calma?
No, non c’è calma per te, non puoi riposare
e di giorno e di notte solo un crollo continuo e fughe
per gli altopiani, nell’attesa infinita
della calma. E la terra?
Ritornerà mai tua, la terra?
Questo labirinto inospitale di recinti avversi, questi muri sordi, questi burroni
senza conciliazione, ahimè la tua terra ha tormento d’eco sonoro
di esplosioni, nell’impari lotta brucia la terra
da cui sei bandito. Fuggi,
dimenticando i precipizi. Nell’attesa infinita
della calma. E la terra
coincide con i tuoi piedi, i piedi si incollano alla terra
e riesci a dire un flebile BASTA correndo da solo nella terra
pietrificata. È una fiaba?
È la fiaba di un insetto che insorge?
Così, senza garanzie, fuggi
con lo sguardo rivolto al cielo, verso quell’ombra dissonante, tra le pietre
cerchi riparo; ti chiedi: sarà la vendetta divina?
Giunto al limite d’ogni roccia sei legato alla roccia dai vincitori, gli basta indicarti col dito teso per farti colpevole. Nessuna via alla calma. Perché dovresti riuscire?
Tutta brava gente. Il civile consorzio preferisce
l’eleganza delle ali scintillanti. Tu distrai lo sguardo, ma quella brava gente
non ha dubbi: sei segno di orrore e di colpa. E odi,
bloccato ormai alla roccia, la cantilena della stella di Davide e il tanfo del tuo sudore.
Resistere? Qual è il senso?
Per punirti il gesto è perfetto, d’inaudita eleganza: l’aquila ha occhi dolci e verso melodico
d’elicottero. Vortice di vento, vibrazione
che toglie speranza, ti fiacca e irrigidisce modulando con gran clamore
d’esplosioni un concerto barocco, il caos dell’Occidente
vendicativo. Resistere
è fuori dalla tua portata.
Altrettanto feroce
è la nostra abitudine: vediamo il becco, lo vediamo molto bene mentre penetra le tue carni con sanguinosa normalità, lo vediamo restando insensibili. Resistere?
Nessuna traccia di te, qui da noi. Siamo tutti poeti …
Sei solo. Tu e l’aquila contagiosa.
Di ritornare dalla madre, di misurare l’ironia, di comporre al piano, di lanciare sassi sullo stagno, di inseguire aquiloni, di ricevere doni, di raccogliere datteri, di iniziare in degno modo ad essere bambino: in un giorno solo ricordi ciò che non hai mai avuto, legato alla roccia, nel posto buio dove sei ora dimenticato.
Dimenticato da tutti, ma non da lei. Scende a spirale, scorge il tuo piede, si avventa
con gli artigli. La furia d’Occidente rimbomba
nel sacro verso dell’aquila. Ti aggredisce
rabbiosa e ottenebra il tuo sguardo,
per sempre: è questa la punizione, il segno minaccioso
della ritorsione?


Il salone del libro contestato, di Valerio Evangelisti

Aharon Shabtai
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