Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

Coordinamento: Luigi Nacci & Lello Voce

Redatta da:

Luca Baldoni, Valerio Cuccaroni, Vincenzo Frungillo, Enzo Mansueto, Francesca Matteoni, Renata Morresi, Gianmaria Nerli, Fabio Orecchini, Alessandro Raveggi, Lidia Riviello, Federico Scaramuccia, Marco Simonelli, Sparajurij, Francesco Terzago, Italo Testa, Maria Valente.

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Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)

Articolo postato martedì 19 dicembre 2006

Scrivere: perché?

Perché non è vanità: benché lo scrittore, come tutti, sia polvere che torna in polvere. Scrivere, senza l’ambizione di lasciare una traccia: cosa che ha diritto di dire solo chi si è trovato in uno degli inferni terrestri, come Anne Frank (e neanche Anne scriveva ingenuamente: voleva comporre un’opera, perché Anne sapeva di essere scrittrice); o ne è emerso, come Celan; o lo antivedeva, come Kafka; o vi si immergeva, come Pasolini. In questi autori, la traccia da cui assentarsi è più forte della traccia da dare al mondo. Che non scrive a chi gli scrive. E tu sai che il marchio sulla pelle - propria - resterà più evidente del marchio sul mondo. Ho scritto «sa Chiara, deve», forzando il contesto di un libro che dice l’abbandono, privatissimo, di alcune speranze. Sei l’unica persona viva nominata in quel libro, che ora è inedito, e che non ha ancora un titolo, stranamente (perché il titolo è nome, dunque individuazione: ma, lì, l’individuo è finito, propriamente: eppure esiste un libro). Hai mai pensato che la poesia italiana nasce dalla bocca di un santo piagato, Francesco che loda le creature del Bon Signore, e dalla Magna Curia di Federico II? L’alter Christus in Umbria e l’Anticristo scomunicato a Palermo. E con fortissime pàtine locali. In principio c’è l’amore, in un modo e nell’altro; in principio c’è una Piccola Patria da estendere; e in principio c’è qualcosa di più grande dell’Io: o Dio o l’Impero.

Scrivere: per chi?

Non per me, e mai per me. Né esaltarsi troppo, dicendo «io scrivo per gli altri». Quali altri? E per gli altri del presente (e di quale nazione?) o per quelli del futuro? Non è la stessa cosa. In realtà bisognerebbe scrivere sempre e solo ad maiorem Dei gloriam, e dimenticarlo nell’atto stesso in cui si è scritto. Ché è sempre vizio umano, humana cosa che affligge, questo fare virtù della necessità, e lodarci di ciò che deve essere fatto. Scrivere per scrivere, e BASTA. E compiere gli atti giusti nella forma giusta. A chi ha fame bisogna porgere cibo, non carta (a meno che il tuo amore non sia tanto grande da incendiare o simulare un incendio: come il fioretto di Francesco invitato a pranzo da Chiara, e quel giorno il vero pasto fu la parola del «piccolo Francesco, Ciccu»). Non oso dire che scrivo per «dare voce a chi non ha voce». Chi ha voce, oggi? Solo le persone molto illuse e quelle molto cattive possono veramente credere di avere una voce. E Massimo ha scritto e scrive per togliere la parola a Sannelli: cioè a tutto quello che in lui è retaggio, malattia, passato, tradizione (e ancora: storia di esclusione, storia di aggressione). Massimo ha anche abbandonato la sua italianità; di certo non polemicamente; non è né orgoglioso né scontento di essere italiano; e il suo scritto non è italiano. Ha studiato musica per anni. Quando parla, a meno che non legga una pagina (il supporto della voce, l’estensione della memoria), è esitante, come uno straniero che tenti di esprimersi. Si è riconosciuto; e ha amato gli scrittori in cui l’invenzione della lingua proviene un sentimento acuto (acuminato; lancinante; e tutti i sinonimi possibili) della realtà e del corpo.

Poesia non è

Poesia non è la mancanza di qualcosa. Poesia non è manifesto. La poesia esiste. La poesia non è prosa.

Verso: uguale...

La posizione che cerca l’opposizione alla vita sessuata e normale. Una non-vita organizzata in ritmo più forma più suono più pensiero; che si protende verso la vita che pesa, che tintinna senza carità, ecc.

Cantautori: in una parola

Nei testi migliori: la commozione, che si lega alla memoria. Una canzone si ricorderà meglio.

Sarei voluto essere...

Un padre di figli. Capace di adorare nei figli una presenza continua nella mia vita; e quindi, in me: la vita completamente riempita. Ma i figli sono Vita, appunto: e quello che faccio va nella direzione di una non-vita (che non è la morte), o di un secondo-corpo e armatura (il cavaliere inesistente: eppure combatte). Allora delle due, l’una. Ho scelto, senza scegliere. Come sai: nessuna strategia e nessun intervento. La non-vita non è la morte, ma una seconda direzione. Che costringe ad atti di bontà anche chi, come me, non è nato buono e non ha fatto sempre cose buone. Impedirmi di diventare, impedendomi di agire al di fuori di ciò che devo-voglio-posso fare. Fuori della poesia, io non sono nulla. Non voglio essere nulla fuori della poesia. Ho messo il mio io tra due mani che adoro.

Per fortuna non sono...

Un maschio. Una carne invasa dal pensiero: un possesso che perde dignità anche pronunciando, male, una sola parola. Un sesso che desidera male, anche quando desidera santamente ciò che è legittimo. Un prostituto legale e slegato, che svende ciò che non ha.

Albero

Addolcisce e piace. Presente e non assente. Il tiglio che cresceva davanti al mio terrazzo, da bambino: coperto di foglie e nudo, e mai potato, dunque ramificato come una ragnatela. Da novembre in poi era questa ragnatela fine, tra i cui filamenti appariva il cielo (ligure ed esteso; anche troppo largo sopra Albenga). Tutti gli altri alberi fatti nascere da un nòcciolo, nell’infanzia; la scoperta che la terra non è solo metaforicamente «madre terra». E che io potevo agire: la terra si serviva delle mie mani.

Zampogna

L’umile, l’umiltà, l’umile Italia.

Donne in gonna o donne in giambo?

O donne in gamba? E dominae, non dominatrici. La donna-donna o la donna-che-scrive? Il giambo è un piede ascendente. Qui l’accento si pone sulla seconda sillaba: e dunque un primo movimento è fatto, e il secondo, che segue (secundus perché sequitur), si farà. E’ molto di donna: ma di donna che sappia muoversi, avere orecchio, e danzare.

Un applauso

A chi sa darsi, e dare, senza perdere, e perdersi.

Un conato

Se di azione, continuare a fare, compulsivamente. Rendere alimento la necessità, come, del resto, è già. Se il conato è di vomito - ma vedi che la sfida alimentare è stata già abbozzata: se il conato è di vomito, è contro una poesia che aspira a dire i fatti, e si limita ai fatti (piccoli), di una vita, e solo di quella, e solo di una vita che sia grigia. Non è la peggiore delle tragedie, ed è l’unica che non faccia vittime; ma non è da poca cosa

Il tuo orgoglio...

I libri: per averli scritti. Questa casa, per averla potuta comprare: e sai che cosa - e chi - rappresenta. La mia solitudine, dopo aver capìto che non ho veramente un’altra sistemazione possibile. Forse l’orgoglio è questo: avere intorno oggetti e lavori che nascono come cose, e che possono essere simboli.

Il tuo pregiudizio...

Che chi sta bene non si muove. Che chi non si muove, non fa. Che chi non fa, sta bene. Ma è un benessere che, sui tempi lunghi, crolla, e non ne resta pietra su pietra.

Se fossi un metro saresti...

Un piede ascendente: il giambo e l’anapesto. Ma pronunciato senza enfasi, e sùbito interrotto da pesi dattilici e trocaici. Non uno senza l’altro!

Se fossi un libro...

Il misterioso libro - fascicolato, al limite dell’impossibilità - di Emily Dickinson. La cui ricostruzione filologica è arbitraria. Non si tratta di un libro da bruciare - come l’Eneide e i manoscritti di Kafka, nell’intenzione degli autori - ma dell’esatto contrario del monumento aere perennius. Nessuna docenza, nessuna monumentalità, nessuna intenzione, nessuna pratica; nessuna cosa che non sia devozione: e anche questa, fatta con la mano destra, è già dimenticata dalla mano sinistra.

Se fossi un verso

«L’Amore che una vita può mostrare», di Emily Dickinson, con quello che segue.

Se fossi un animale

Anni fa, l’airone cinerino. Non qualunque esemplare, ma quello (a cui ne seguirono altri) che quindici, dieci, cinque anni fa vedevo nel Polcevera, dal ponte della ferrovia, all’altezza di quella che fu - e non è - l’Ansaldo. Immagina che cosa mangiava e dove era: eppure scelse quel posto.

Penna: uguale

La grazia, vera e propria, nel dire, ad esempio: «Ho trovato una cosa gentile». O volevi dire la penna? Degli strumenti è meglio tacere: sono tali, non servono.

Senso: uguale

Ciò che deve essere continuamente glossato e redento. Cioè noi, le nostre vite e i nostri comportamenti.

Il poetico si trova

Non nelle cose poetiche. Ma non è nemmeno la poesia ad illuminare le cose: si tratta di piccole illusioni umane.

Si deve tacere...

Del miracolo. Di ogni miracolo: per il pudore che dovremmo avere sempre, di fronte a ciò che non è uomo e non dell’uomo.

Di getto dice...

Dico che i morti uccidono i vivi... E questa è una citazione, tra le maggiori al mondo... E non ti è grande occhio, una tomba o l’altra; balbettare ancora, appena si esce dalla poesia. Balbettare anche dopo, appena uno, un frate-asino, appoggia la testa dove si riposa.

Di Getto dici...

Il Maestro di chi fu - e non è più - il mio maestro.

...e i Gatti?

Un gatto viene ogni tanto a trovarmi, dal tetto. La gatta Priscilla abita ai piedi della Salita degli Angeli, e sta accompagnando gli anni di vita qui.

Libertà di

Organizzare la vita per qualcosa che non è biologia stretta e sistema di guadagno e consumo. Libertà di scrivere, e scrivere molto, e non guadagnare nulla, nel caso. Libertà di dire: «e vissero felici e contenti; e a me, niente mi dettero». Cioè il Narratore fiabesco della felicità degli altri (Reucci, Reginotte, principi e principesse) si pone al di là della retribuzione. Ne ha bisogno: non la reclama; ma se reclama, non perde dignità. Può viverne: ma organizza la sua vita nella direzione del fare - miles cavaliere monaco -, come se non dovesse guadagnare nulla. Se guadagnerà, meglio. Ma se non guadagnerà - perché siamo «in tempi bui», perché manca l’accesso alla ‘grande’ editoria, ecc. - la sua vita sarà solo meno comoda: non, e mai, meno creativa. Si chiama RESA l’atto di arrendersi. Ma anche: RE (nel suo mestiere, e solo in quello, e mai in altro) SA, e ciò che si sa non si perde. Questo uomo libero e questa donna libera sembrano meno che disoccupati: addirittura una donna e un uomo che non si occupano. Alcuni «rimano stoltamente» (stolta-mente), e sono nel campo dell’arte, e hanno la stessa mentalità, di chi disprezza. Si illudono di essere reali, perché volano basso, orgogliosi di questo.

Rispetto per

I pochi, i pochissimi, poeti. Le prostitute dei vicoli di Genova: bisognerebbe vedere come vivono in Via della Maddalena e nel dedalo intorno. Il trans nei pressi della stazione di Rimini; che si rende angelo, in un comportamento che è oltre la sua professione (e chiede: hai gli occhi tristi? perché hai gli occhi tristi?). Guai a chi le disprezza (ma le compra, secondo il proverbio) (e Dio le ama). Il bambino timido, che a casa si ingozza di cibo (non ne gode, vuole solo scoppiare e dimenticarsi) guarda la televisione suona studia scrive, che per avere libri (perché non può avere amici), raccoglie i suoi compagni nella carta della Raccolta Differenziata: anche davanti agli altri, ché non gli importa. Rispetto per la coppia di omosessuali che ama Cristo, ma a cui la benedizione della casa è negata. Rispetto per le menti malate e per ogni segnatura che si impone - e li marca - sui corpi. Poco o nessun rispetto per chi ha voluto, ostinatamente, essere meno di ciò che poteva essere.

Un saluto

«Vivete felici». Dopo il rispetto, il saluto.

Un sassolino

Non una grande pietra d’inciampo, quindi (se i filosofi scendessero dalle loro Pose solenni, inciamperebbero in Eraclito - o Michelangelo - che si sdraia per terra). Si inciampa nell’Ossimoro permanente e nell’Ambiguo (e nel Fuoco). Ma il sassolino è mio: la mia imperfezione nel non poter ancora dimenticare atti mediocri, e me stesso nel compierli, tollerarli e promuoverli. Non è più così, spero.

Una pernacchia

Dunque a me, prima di tutto: tutte le volte che non sono stato ciò che si deve (devo), si vuole (voglio), e si può (e posso) essere e fare. E che tu viva felice: con tutti quelli a cui è dovuto il Rispetto.

(29 novembre-18 dicembre 2006)

P.s. Chiedo scusa per l’interruzione al lauto pasto onanistico...

In attesa di esser portata (rOssa - e di traverso!-) preferisco: cercare.

Svelare. E stendere un velo (pietoso)sulle misure e che NON sono poetiche.

Chiara Daino

80 commenti a questo articolo

> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-23 19:33:23|di Gabriele Pepe

Mah è un po’ di tempo che su molti blog ci si accapiglia. Perché? Cos’è la resa dei conti? Conti di che poi... boh!
Ho letto le poesie di MS e le trovo di un’intensità e un valore assoluto. Tutto il resto mi interessa fino a un certo punto.

pepe asino e basta... ;o))


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-23 18:12:18|

Urgente: che c’entra la poesia con l’umiltà??????

Aiuto, qui c’è una confusione radicale tra il volere vivere forse in una cella di clausura e sottrarsi al dovere greve del mondo e la stanza della retorica-stilistica...
sono stata in una stanza del genere di passaggio per visita obbligata:
non ho visto umiltà e nemmeno teoria dell’umiltà e nemmeno legge dell’umiltà, e nemmeno luce dell’umiltà....
non ho visto in girò il mascherone
dell’umiltà....

dove avete desunto questa idea che l’essere poeti implichi l’essere "umili"?
Questo concetto per me è arabo: non lo connetto a nulla, nulla. Ma da dove prendete questa idea e con quale diritto la diffondete in rete? E che significa per il poeta essere umile?
Mah! Chi è poeta è, per grazia di dio, (si fa per dire) tutto, tranne che "umile" e modesto....
Lasciamo alle zitelle e ai zitelloni umiltà e modestia. Non sono fatti per il palcoscenico dell’arte gli umili e i modesti ma per la sagrestia (nemmeno per l’altare, perché pure per stare in piedi davanti all’altare come prete ci vuole un certo orgoglio, un certo fisico del ruolo).
Francesco M.


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-23 18:00:15|

lorenzo, in Vested Voices, Literary Transvestism, (il volume di saggi di estetica di letteratura che ho curato con Rossella Riccobono), parlo appunto di Flaubert e di Emma, e faccio vedere quanto sia falso che Emma sia per Flaubert egli stesso: dire "Madame Bovary ’c’est moi!" è da una parte una posa e dall’altra il modo per Flaubert di scagionarsi in tribunale dall’imputazione di avere ritratto persona reale!....anzi nel mio saggio - e spero di fartelo leggere in qualche modo - dico il contrario: che Flaubert è l’occhio della borghesia maschilista misogina ed impietosa che giudica e manda al patibolo la concubina....
che giudica e condanna Emma....l’oggettivizza...Non usa la prima persona ma la terza proprio per questo..è un voyeur...

Jarry? Che genio. Ubu Ubu e ancora Ubu sulla mia mensa, please. Merdra!
Ubu Ubu please, more Ubu, please....Ma perchè....è buona la Merdra....


qui quo qua
2006-12-23 17:04:03|di lorenzo

dato che sto all’aereoporto e ho un po’ di tempo (e ho mangiato pollo e patatine), aggiungo qualcosa sull’umilta’: davvero essere umile - per un poeta - richiederebbe cancellare il proprio nome? j’en doute. primo perche’ il piacere del poeta e’ suscitato dall’apprezzamento altrui dei propri testi, non dall’essere riconosciuto per strada. l’umilta’ non puo’ coincidere con l’elazione. e concetti limite come "essere nessuno" e "cancellare il proprio nome" sono prossimi all’elazione, al delirio. forse la sfida dell’umilta’ vera sta nel tenersi il proprio nome e tenerselo e percepirlo come un nome qualunque. cio’ significa restare umani e poter essere umili come puo’ essere umile l’uomo, ossia qua uomo, ossia qua individuo con un nome.

ciao,
lorenzo


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-23 16:50:48|di lorenzo

"Lorenzo vorrei davvero leggesse un po’di Chiara Daino cartacea...Sarà quel che dovrà essere!" ... ma certo, io leggo tutto con interesse ... mi sai dire per caso in che libreria posso trovare il tuo romanzo a roma? (cosi’ mi risparmi giri a vuoto) poesia cartacea non l’hai pubblicata, no?

auguri,
lorenzo

p.s. per massimo: grazie per lo sforzo fatto nel rispondermi in un momento in cui, a quanto pare, la tua calma e’ messa alla prova. niente di cio’ che tu dici cambia il quadretto trans+frate asino (la pute et le jeune poe’te, etc.). dire "la prostituzione e’ solo un lavoro, lei ha un fidanzato" e’ ancor piu’ ingenuo. ma non discutiamone piu’, almeno qui, tanto a nessuno interessa.

p.p.s. erminia, la tua opinione sulla distinzione tra autore e personaggio va benissimo ma il problema non e’ - naturalmente - tanto piano. tanto per cominciare una discussione (probabilmente da continuare altrove): tu citi Beckett... ma che dire del tuo amato Jarry, e di Flaubert?


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-23 12:37:54|di Christian

Massimo, nel momento in cui ci si mette in relazione, ciò che tu pensi essere la tua integrità, l’unico, non si muove più nel senso e nei valori che appunto tu, uomo, integrità nel senso di intero-unico, attribuisci.
Il tuo pensiero morale, per questo motivo, può non rappresentare un’etica, ad esempio.
Altra suddivisione: una cosa sono i testi, un’altra cosa il riferire il testo, un testo.
Le mie critiche, te le muovo da questo; altri ti hanno mosso domande, e poi più o meno le stesse critiche, con guanto e morbidezza.

E’ chiaro inoltre che, qui, alcuni scriventi non cercano amicizie (ognuno lo può fare legittimamente, certo), non stanno implementando la distruzione, o si stanno autodistruggendo, semplicemente osservano, oltre il dato tuo personale, questo scritto.
Il mio giudizio generale - ora integrato da queste osservazioni - lo conosci già.


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-23 11:24:34|di Chiara Daino

Gentile Francesco Marotta,
non mi riferivo a lei. Non mi sarei mai permessa. Mi dispiace: evidentemente (e ancora una volta) non sono stata Chiara.
Incomprensioni da post..
Lorenzo vorrei davvero leggesse un po’di Chiara Daino cartacea...Sarà quel che dovrà essere!
Oggi non voglio far polemica: oggi è il lato dolce e luminoso della scrittura.
I libri viaggiano liberi e una chiamata intercontinentale mi ha ricordato PERCHè crediamo e amiamo (anche tra le incomprensioni)scrivere.
Una proposta inaspettata che mi ha reso felice. Un lavoro che si basa sulle parole. Cosa chiedere di più?
Il sacrificio è servito, il superfluo scivolato via.
Felicità, pura e semplice: ve la regalo perchè sia per tutti noi. Meno incomprensioni, più condivisioni.
Auguri di tutto felice a tutti.
Chiara Daino


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-23 10:42:36|di massimo sannelli

caro Lorenzo... vedi: se una persona si prostituisce, si prostituisce. che sia trans o no, non c’è un ragionamento da fare per identificarla: in quel momento, e non con mio disprezzo (anzi), fa quel lavoro (è solo un lavoro: la signorina in questione mi disse di avere anche un FIDANZATO). quanto all’umiltà: nessuno di noi è in grado di predicarla. se fossimo umili smetteremmo di scrivere; se scrivessimo, pubblicheremmo senza nome. frontespizi bianchi: abbiamo abbastanza coraggio per autodistruggerci così? è quello che fanno i monaci certosini, ad esempio. al signore che mi dice: non ti farai amici comportandoti così; rispondo: non vengo a cercare amici in una piazza pubblica, li cerco nel privato (ho dato apposta l’email). se mi fa i conti in tasca: ho scritto in fretta, non ho speso 4 euro, ho mangiato biscotti a pranzo. va bene così. chi aggredisce ha tanta paura che il frate asino sia diverso, perché la sua voce è diversa; è brutta, è sincopata, ecc., ma è diversa. e se questa voce passasse nel tempo? è inaccettabile. meglio distruggerla prima; d’altronde, esiste così poco! al di fuori di internet, l’asino non c’è. continuo a dire: caro Satana, una pupilla meno irritata. forse ti tolgo qualcosa, ma non ti prendo nulla. e aggiungo: lo sai, lo sai che vado avanti. ultimo messaggio, per quanto mi riguarda. rimando alla mail privata. e vivete felici.
massimo sannelli


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-23 10:32:10|

noi (credo Nevio e io) si discuteva di poeti mistici perché è stata citata appunto la figura del frate-(asino) e della povertà francescana, laddove è vero che san francesco era poeta, ma era altrettanto vero che si era reso frate, che si era reso povero.

Trovo giusta l’osservazione di Lorenzo in generale (ma anche nello specifico del post). Lo cito:

"che tu percepisca te stesso come "frate asino", non lo metto in dubbio, come non metto in dubbio la tua umiltà. metto in dubbio l’opportunità (retorica, concettuale, estetica) del tuo dichiararti tale, del tuo abbassarti, in scritti per il pubblico."

E’ altrettanto vero che la “testimonianza” verbale che una persona (noi tutti) che si dice e fa il poeta produce (non c’è polemica: sapete che per me la poesia è un "fare" il poeta e non un esserlo: si è solo persona) è continua e ininterrotta: è un testo unico che include le poesie nella loro esistenza formale, ma anche le lettere, le interviste, gli interventi seppur minimi, i bigliettini d’auguri r di Natale, le dediche, gli sms, insomma tutta la vasta gamma di tracce che una persona, che usi la parola all’interno di un dato/i registro/i e genere/i e di una data comunità, comporta.

Detto questo, non si può distinguere e dire come fa Massimo (che spero un giorno di conoscere, leggendolo o incontrandolo): "andate a leggere la mia poesia o scrivetemi in privato", perché, infatti, come molto acutamente ha dimostrato Francesco Marotta, disponendo il testo di Sannelli, in uno dei suoi commenti, nella " forma" di una poesia, suddividendo in versi di quella che era una semplice dichiarazione prosastica di Sannelli a proposito del tema del "Rispetto", e definendo Marotta questa scansione esempio della "migliore poesia" di lui, ha esattamente sostenuto quello che sostiene Lorenzo Carlucci.

Non si può fare il distinguo. E nemmeno forzare (pena, il comico involontario) l’Io che recita i nostri testi con il nostro personale Io sociale: sono persone distinte. Se è vero che nei testi di Massimo S. c’è lo spirito di un frate-asino, lo si lasci nei testi, e non lo si porti per le strade delle nostre metropoli, dove sarebbe totalmente accecato da fari e dalla folla, attaccato dai cinici che siamo diventati, non lo si porti su un’autostrada, dove finirebbe certamente investito come una povero bestiola abbandonata, e nemmeno lo si porti a casa a mangiare la pasta da mammà o in ufficio a ritirare lo stipendio (benché minimo).
Parlo di “Frate-asino” come parlo anche dei miei personaggi che dichiaro essere dramatis personae. Se dovessi essere io coincidente con questi folli che di aggirano nei miei testi, starei fresca. E poi, se io mi immedesimassi in loro e dovessi portare coerenza con una figura pubblica. I personaggi, le dramatis persoane, ne risulterebbero (appunto) drammaticamente inibite e censurate dalla stessa istanza di coerenza che il vivere nella dimensione sociale richiede. Frate-asino è solo un frate di carta, le mie “Pazze” sono solo finte pazze, eccetera eccetera, senza che noi come persone si debba rispondere della loro povertà, della loro santità, della loro follia della loro incoerenza.

Il cercare una coincidenza tra se stessi e le proprie dramatis personae non è cosa che si è mai sognato di fare Beckett, ad esempio, che era serio e rigidissimo ed efficientissimo ed esigentissimo personaggio pubblico, nel proprio ambiente di teatro, nel suo tempo e nella propria sfera sociale. Mica si è messo a fare Molloy, Kropp, Vladimiro, Estragone, Lucky o Pozo anche nella vita?!

Pertanto, secondo me il poeta come persona non è (ed è preferibile che non sia) tutt’uno con le dramatis personae che il poeta crea e che elegge a suoi portavoce, coerenti o incoerenti che siano.

Credo e spero che il discorso sia rimasto sulle generali senza intendere offesa a nessuno.

saluti, erminia


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-23 02:16:54|di vocativo

Piccolo parere personale: dai testi di Sannelli si può solo imparare.

Per quanto riguarda molti modi di commentare negli ultimi tempi:

A forza di spaccare il capello in quattro si finisce per fare dietrologia e si attribuiscono cose non dette e non scritte né tantomeno pensate da un uomo.

L’impressione è che qualunque cosa dica un poeta o intellettuale, la si veda come posa e quando non è così si attacca il suo modo di vedere la vita e la poesia. La cosa più triste è quando la si vede come posa e nello stesso tempo la si attacca perché assunta come vera.

Fin quando si sollevano questioni in tono civile è un conto, ma quando si attacca deliberatamente è fascismo.
E lo sapete bene.


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