Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

Coordinamento: Luigi Nacci & Lello Voce

Redatta da:

Luca Baldoni, Valerio Cuccaroni, Vincenzo Frungillo, Enzo Mansueto, Francesca Matteoni, Renata Morresi, Gianmaria Nerli, Fabio Orecchini, Alessandro Raveggi, Lidia Riviello, Federico Scaramuccia, Marco Simonelli, Sparajurij, Francesco Terzago, Italo Testa, Maria Valente.

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Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)

Articolo postato martedì 19 dicembre 2006

Scrivere: perché?

Perché non è vanità: benché lo scrittore, come tutti, sia polvere che torna in polvere. Scrivere, senza l’ambizione di lasciare una traccia: cosa che ha diritto di dire solo chi si è trovato in uno degli inferni terrestri, come Anne Frank (e neanche Anne scriveva ingenuamente: voleva comporre un’opera, perché Anne sapeva di essere scrittrice); o ne è emerso, come Celan; o lo antivedeva, come Kafka; o vi si immergeva, come Pasolini. In questi autori, la traccia da cui assentarsi è più forte della traccia da dare al mondo. Che non scrive a chi gli scrive. E tu sai che il marchio sulla pelle - propria - resterà più evidente del marchio sul mondo. Ho scritto «sa Chiara, deve», forzando il contesto di un libro che dice l’abbandono, privatissimo, di alcune speranze. Sei l’unica persona viva nominata in quel libro, che ora è inedito, e che non ha ancora un titolo, stranamente (perché il titolo è nome, dunque individuazione: ma, lì, l’individuo è finito, propriamente: eppure esiste un libro). Hai mai pensato che la poesia italiana nasce dalla bocca di un santo piagato, Francesco che loda le creature del Bon Signore, e dalla Magna Curia di Federico II? L’alter Christus in Umbria e l’Anticristo scomunicato a Palermo. E con fortissime pàtine locali. In principio c’è l’amore, in un modo e nell’altro; in principio c’è una Piccola Patria da estendere; e in principio c’è qualcosa di più grande dell’Io: o Dio o l’Impero.

Scrivere: per chi?

Non per me, e mai per me. Né esaltarsi troppo, dicendo «io scrivo per gli altri». Quali altri? E per gli altri del presente (e di quale nazione?) o per quelli del futuro? Non è la stessa cosa. In realtà bisognerebbe scrivere sempre e solo ad maiorem Dei gloriam, e dimenticarlo nell’atto stesso in cui si è scritto. Ché è sempre vizio umano, humana cosa che affligge, questo fare virtù della necessità, e lodarci di ciò che deve essere fatto. Scrivere per scrivere, e BASTA. E compiere gli atti giusti nella forma giusta. A chi ha fame bisogna porgere cibo, non carta (a meno che il tuo amore non sia tanto grande da incendiare o simulare un incendio: come il fioretto di Francesco invitato a pranzo da Chiara, e quel giorno il vero pasto fu la parola del «piccolo Francesco, Ciccu»). Non oso dire che scrivo per «dare voce a chi non ha voce». Chi ha voce, oggi? Solo le persone molto illuse e quelle molto cattive possono veramente credere di avere una voce. E Massimo ha scritto e scrive per togliere la parola a Sannelli: cioè a tutto quello che in lui è retaggio, malattia, passato, tradizione (e ancora: storia di esclusione, storia di aggressione). Massimo ha anche abbandonato la sua italianità; di certo non polemicamente; non è né orgoglioso né scontento di essere italiano; e il suo scritto non è italiano. Ha studiato musica per anni. Quando parla, a meno che non legga una pagina (il supporto della voce, l’estensione della memoria), è esitante, come uno straniero che tenti di esprimersi. Si è riconosciuto; e ha amato gli scrittori in cui l’invenzione della lingua proviene un sentimento acuto (acuminato; lancinante; e tutti i sinonimi possibili) della realtà e del corpo.

Poesia non è

Poesia non è la mancanza di qualcosa. Poesia non è manifesto. La poesia esiste. La poesia non è prosa.

Verso: uguale...

La posizione che cerca l’opposizione alla vita sessuata e normale. Una non-vita organizzata in ritmo più forma più suono più pensiero; che si protende verso la vita che pesa, che tintinna senza carità, ecc.

Cantautori: in una parola

Nei testi migliori: la commozione, che si lega alla memoria. Una canzone si ricorderà meglio.

Sarei voluto essere...

Un padre di figli. Capace di adorare nei figli una presenza continua nella mia vita; e quindi, in me: la vita completamente riempita. Ma i figli sono Vita, appunto: e quello che faccio va nella direzione di una non-vita (che non è la morte), o di un secondo-corpo e armatura (il cavaliere inesistente: eppure combatte). Allora delle due, l’una. Ho scelto, senza scegliere. Come sai: nessuna strategia e nessun intervento. La non-vita non è la morte, ma una seconda direzione. Che costringe ad atti di bontà anche chi, come me, non è nato buono e non ha fatto sempre cose buone. Impedirmi di diventare, impedendomi di agire al di fuori di ciò che devo-voglio-posso fare. Fuori della poesia, io non sono nulla. Non voglio essere nulla fuori della poesia. Ho messo il mio io tra due mani che adoro.

Per fortuna non sono...

Un maschio. Una carne invasa dal pensiero: un possesso che perde dignità anche pronunciando, male, una sola parola. Un sesso che desidera male, anche quando desidera santamente ciò che è legittimo. Un prostituto legale e slegato, che svende ciò che non ha.

Albero

Addolcisce e piace. Presente e non assente. Il tiglio che cresceva davanti al mio terrazzo, da bambino: coperto di foglie e nudo, e mai potato, dunque ramificato come una ragnatela. Da novembre in poi era questa ragnatela fine, tra i cui filamenti appariva il cielo (ligure ed esteso; anche troppo largo sopra Albenga). Tutti gli altri alberi fatti nascere da un nòcciolo, nell’infanzia; la scoperta che la terra non è solo metaforicamente «madre terra». E che io potevo agire: la terra si serviva delle mie mani.

Zampogna

L’umile, l’umiltà, l’umile Italia.

Donne in gonna o donne in giambo?

O donne in gamba? E dominae, non dominatrici. La donna-donna o la donna-che-scrive? Il giambo è un piede ascendente. Qui l’accento si pone sulla seconda sillaba: e dunque un primo movimento è fatto, e il secondo, che segue (secundus perché sequitur), si farà. E’ molto di donna: ma di donna che sappia muoversi, avere orecchio, e danzare.

Un applauso

A chi sa darsi, e dare, senza perdere, e perdersi.

Un conato

Se di azione, continuare a fare, compulsivamente. Rendere alimento la necessità, come, del resto, è già. Se il conato è di vomito - ma vedi che la sfida alimentare è stata già abbozzata: se il conato è di vomito, è contro una poesia che aspira a dire i fatti, e si limita ai fatti (piccoli), di una vita, e solo di quella, e solo di una vita che sia grigia. Non è la peggiore delle tragedie, ed è l’unica che non faccia vittime; ma non è da poca cosa

Il tuo orgoglio...

I libri: per averli scritti. Questa casa, per averla potuta comprare: e sai che cosa - e chi - rappresenta. La mia solitudine, dopo aver capìto che non ho veramente un’altra sistemazione possibile. Forse l’orgoglio è questo: avere intorno oggetti e lavori che nascono come cose, e che possono essere simboli.

Il tuo pregiudizio...

Che chi sta bene non si muove. Che chi non si muove, non fa. Che chi non fa, sta bene. Ma è un benessere che, sui tempi lunghi, crolla, e non ne resta pietra su pietra.

Se fossi un metro saresti...

Un piede ascendente: il giambo e l’anapesto. Ma pronunciato senza enfasi, e sùbito interrotto da pesi dattilici e trocaici. Non uno senza l’altro!

Se fossi un libro...

Il misterioso libro - fascicolato, al limite dell’impossibilità - di Emily Dickinson. La cui ricostruzione filologica è arbitraria. Non si tratta di un libro da bruciare - come l’Eneide e i manoscritti di Kafka, nell’intenzione degli autori - ma dell’esatto contrario del monumento aere perennius. Nessuna docenza, nessuna monumentalità, nessuna intenzione, nessuna pratica; nessuna cosa che non sia devozione: e anche questa, fatta con la mano destra, è già dimenticata dalla mano sinistra.

Se fossi un verso

«L’Amore che una vita può mostrare», di Emily Dickinson, con quello che segue.

Se fossi un animale

Anni fa, l’airone cinerino. Non qualunque esemplare, ma quello (a cui ne seguirono altri) che quindici, dieci, cinque anni fa vedevo nel Polcevera, dal ponte della ferrovia, all’altezza di quella che fu - e non è - l’Ansaldo. Immagina che cosa mangiava e dove era: eppure scelse quel posto.

Penna: uguale

La grazia, vera e propria, nel dire, ad esempio: «Ho trovato una cosa gentile». O volevi dire la penna? Degli strumenti è meglio tacere: sono tali, non servono.

Senso: uguale

Ciò che deve essere continuamente glossato e redento. Cioè noi, le nostre vite e i nostri comportamenti.

Il poetico si trova

Non nelle cose poetiche. Ma non è nemmeno la poesia ad illuminare le cose: si tratta di piccole illusioni umane.

Si deve tacere...

Del miracolo. Di ogni miracolo: per il pudore che dovremmo avere sempre, di fronte a ciò che non è uomo e non dell’uomo.

Di getto dice...

Dico che i morti uccidono i vivi... E questa è una citazione, tra le maggiori al mondo... E non ti è grande occhio, una tomba o l’altra; balbettare ancora, appena si esce dalla poesia. Balbettare anche dopo, appena uno, un frate-asino, appoggia la testa dove si riposa.

Di Getto dici...

Il Maestro di chi fu - e non è più - il mio maestro.

...e i Gatti?

Un gatto viene ogni tanto a trovarmi, dal tetto. La gatta Priscilla abita ai piedi della Salita degli Angeli, e sta accompagnando gli anni di vita qui.

Libertà di

Organizzare la vita per qualcosa che non è biologia stretta e sistema di guadagno e consumo. Libertà di scrivere, e scrivere molto, e non guadagnare nulla, nel caso. Libertà di dire: «e vissero felici e contenti; e a me, niente mi dettero». Cioè il Narratore fiabesco della felicità degli altri (Reucci, Reginotte, principi e principesse) si pone al di là della retribuzione. Ne ha bisogno: non la reclama; ma se reclama, non perde dignità. Può viverne: ma organizza la sua vita nella direzione del fare - miles cavaliere monaco -, come se non dovesse guadagnare nulla. Se guadagnerà, meglio. Ma se non guadagnerà - perché siamo «in tempi bui», perché manca l’accesso alla ‘grande’ editoria, ecc. - la sua vita sarà solo meno comoda: non, e mai, meno creativa. Si chiama RESA l’atto di arrendersi. Ma anche: RE (nel suo mestiere, e solo in quello, e mai in altro) SA, e ciò che si sa non si perde. Questo uomo libero e questa donna libera sembrano meno che disoccupati: addirittura una donna e un uomo che non si occupano. Alcuni «rimano stoltamente» (stolta-mente), e sono nel campo dell’arte, e hanno la stessa mentalità, di chi disprezza. Si illudono di essere reali, perché volano basso, orgogliosi di questo.

Rispetto per

I pochi, i pochissimi, poeti. Le prostitute dei vicoli di Genova: bisognerebbe vedere come vivono in Via della Maddalena e nel dedalo intorno. Il trans nei pressi della stazione di Rimini; che si rende angelo, in un comportamento che è oltre la sua professione (e chiede: hai gli occhi tristi? perché hai gli occhi tristi?). Guai a chi le disprezza (ma le compra, secondo il proverbio) (e Dio le ama). Il bambino timido, che a casa si ingozza di cibo (non ne gode, vuole solo scoppiare e dimenticarsi) guarda la televisione suona studia scrive, che per avere libri (perché non può avere amici), raccoglie i suoi compagni nella carta della Raccolta Differenziata: anche davanti agli altri, ché non gli importa. Rispetto per la coppia di omosessuali che ama Cristo, ma a cui la benedizione della casa è negata. Rispetto per le menti malate e per ogni segnatura che si impone - e li marca - sui corpi. Poco o nessun rispetto per chi ha voluto, ostinatamente, essere meno di ciò che poteva essere.

Un saluto

«Vivete felici». Dopo il rispetto, il saluto.

Un sassolino

Non una grande pietra d’inciampo, quindi (se i filosofi scendessero dalle loro Pose solenni, inciamperebbero in Eraclito - o Michelangelo - che si sdraia per terra). Si inciampa nell’Ossimoro permanente e nell’Ambiguo (e nel Fuoco). Ma il sassolino è mio: la mia imperfezione nel non poter ancora dimenticare atti mediocri, e me stesso nel compierli, tollerarli e promuoverli. Non è più così, spero.

Una pernacchia

Dunque a me, prima di tutto: tutte le volte che non sono stato ciò che si deve (devo), si vuole (voglio), e si può (e posso) essere e fare. E che tu viva felice: con tutti quelli a cui è dovuto il Rispetto.

(29 novembre-18 dicembre 2006)

P.s. Chiedo scusa per l’interruzione al lauto pasto onanistico...

In attesa di esser portata (rOssa - e di traverso!-) preferisco: cercare.

Svelare. E stendere un velo (pietoso)sulle misure e che NON sono poetiche.

Chiara Daino

80 commenti a questo articolo

> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-22 21:45:11|

ah lello... PROAT!


p.s.
2006-12-22 20:08:35|di lorenzo carlucci

p.s. chiedevi anche "chi sono i borghesi?". dai ci capiamo: per es. quelli che usano l’inferenza "trans implica prostituta"...

lorenzo


coincidentia oppositorum....?
2006-12-22 20:03:00|di lorenzo carlucci

caro massimo, io davvero mi chiedo: se non ti piace il tono delle discussioni nei blog e concludi offrendo la tua email privata, per quale ragioni "avalli" la pubblicazione di ben due tue interviste sullo stesso blog, a tanto breve intervallo di tempo? davvero non capisco.

più in generale, vorrei dire e dirti questo: alcune cose, dichiarate in pubblico, risultano - indipendentemente dalla loro verità - nel migliore dei casi un vaniloquio. chiamare se stessi "frate asino", dire cose come "sto in ginocchio", "non tiro l’acqua al mio mulino (nemmeno ho un mulino!)", "perdo anziché prendere", "ho digiunato", "sono povero" etc. mi pare qualcosa di davvero fuori luogo e inutile, chiunque sia a farlo. perché? pensa a quanto sarebbe brutto dire le cose opposte, di sé: chiamarsi "er volpe" etc.. [se vogliamo estendere il discorso anche a "sorella chiara", lo stesso vale per cose del tipo "io sono cosi, cosi e cosi, e molto di più!" et sim..]
in generale, si sa, le auto-definizioni sono quasi sempre fallaci e nel caso delle particolari qualità in questione, quasi contraddittorie.

tu chiedi che si parli dei testi, e hai ragione, ma anche questa intervista è ovviamente un testo pubblico (e concepito come tale). ed è come tale che ne discuto. discuto l’uso di questa retorica (termine usato qui in modo affatto neutro).

l’abbassamento pubblico di sé è lo specchio perfetto dell’incensamento di sé. la figura da discutere (per erminia e nevio) non è quella del poeta mistico, ma quella del poeta che si presenta e autodefinisce pubblicamente come mistico o spirituale, che predica di sé l’umiltà (piuttosto che predicare l’umiltà).

ora, per quanto vita e letteratura possano essere tutt’uno, resta una fondamentale differenza, che è quella tra pubblico e privato, tra comunicazione richiesta e comunicazione offerta.

che tu percepisca te stesso come "frate asino", non lo metto in dubbio, come non metto in dubbio la tua umiltà. metto in dubbio l’opportunità (retorica, concettuale, estetica) del tuo dichiararti tale, del tuo abbassarti, in scritti per il pubblico.

porgere l’altra guancia prima della percossa potrebbe essere molto simile alla guerra per ’difesa preventiva’ di G.W.B. (se qualcuno ha le stesse iniziali, me ne scuso).

saluti,
lorenzo

p.s. dici che il lavoro di C. Daino non è semplicemente un "épater les bourgeois". dato che riprendi l’espressione che avevo usato io qui dopo aver assistito alla sua recita a Roma, ti vorrei dire che il mio giudizio era ovviamente limitato al suo lavoro da attrice, giudicato in base ad un singolo lavoro. all’epoca neanche sapevo che scrivesse ed anche ora non ho elementi per giudicarla come scrittrice. come "poster" di blog ne giudico la scrittura chiusa in poche forme ripetute fino all’eccesso e talvolta forse a sproposito (o meglio: "E. Talvolta forse: a spro-posito"), e con un netto interesse per il proprio ombelico (dal quale forse sorge il sole, ma solo in camera sua).


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-22 19:02:15|di Lello Voce

GONG!

lv.


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-22 17:57:02|di Christian

Buon natale anche a te!


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-22 17:54:22|

Egregia Chiara Daino, visto che da sempre sono abituato a firmarmi, in rete e, soprattutto, nella vita (leggasi: ad assumermi le mie responsabilità: e forse, senza nessuna presunzione, ho iniziato un po’ prima di lei), mi preme dirle che non mi piace finire nel mazzo, di qualunque genere sia. Forse sarebbe opportuno lei facesse dei distinguo: in caso contrario, a mio modo di vedere, commette lo stesso errore (leggasi: segue la stessa prassi) che, giustamente o meno che sia, contesta agli altri.

Qui, e in altri due o tre blog dove ho lasciato misere tracce del mio passaggio, fm ha sempre indicato me, cioè Francesco Marotta. Glielo confermeranno nove persone su dieci. Esattamente come A.P., L.V., M.G., L.N., C.S., corrispondono a persone reali, ben precise, riconoscibili e riconosciute da tutti.

Se qualcuno ha le mie stesse iniziali (e non è, questo, né un prilegio né un crimine) e non sente il bisogno di distinguersi in presenza di analoga sigla (ma mi sembra che, in seguito, correttamente l’abbia fatto), beh, questi sono affari vostri. Lei, di grazia, a chi si sta rivolgendo? Faccia nomi e cognomi, così come chiede agli altri di fare. Dia l’esempio, visto che è "chiara" di nome e di fatto.
Io sono "francesco", di nome e di fatto: un uomo libero.

Saluti.

francesco marotta


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-22 17:50:38|di Marco

Christian, buon natale!


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-22 17:39:24|di Christian

Marco, a chi ti stai riferendo?


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-22 17:00:22|di Chiara Daino

La dignità dove l’avete persa?
Vasco Rossi. Nome e cognome.

Cari Anonimi che mischiate sigle,
mi è stato detto: sii superiore.
Mi è stato detto: non aspettano altro.
Chi nasce tondo non può morir quadro. Chi nasce tonno non può morir pescecane. Io sono nata Daino e Chiara. Voi?
Dal momento che non siete agenti segreti (forse qualcuno sì: per foraggiare un poter "machamente" fare i conti in tasca agli altri?)
Sono di razza bastarda (emo misto : il mio!) ma se volete imbastardire un - mio!- testo: abbiate la cortesia filologica/professionale di citare fonti pro-plagio.
E se non avete rispetto per me (emerita ultima arrivata!- e QUANTO FASTIDIO!) attaccatemi pure. Non aspetto altro che irritarvi e acquisire da Voi, Vetero Illuminati la diagnosi: psichica/psichiatrica.
Se nemmeno riuscite, umanisti-onanisti a nutrire HUMANITAS per Massimo (che si merita come uomo. Come artista: libero giudizio in libera editoria), abbiate rispetto per i curatori del sito, per i lettori.
Firmatevi.
Coraggio del proprio pensiero. Ogni parola torna al mittente. Risulta patetica se: omette.
E poi?
Come macelli bene, caro senza volto-penna in mano.
La tanta e odiata Luce del Sole:ho corone d’aglio e una croce. Vi aspetto.

Chiara Daino

p.s. Se volete la mia testa spiccata dal collo, voglio vedere negli occhi i miei boia. Scriverne a sangue i nomi. Poi, potrò prendere in considerazione l’idea di sparire e spi(ffe)rare al vento.


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-22 16:11:43|di Marco ::: sf


la non conoscenza, lieta o appagata di non conoscere, produce odio, aggressione, roba piccina, mi sembra. provare a conoscere gli autori e studiarli - prima di agganciare incisivi e molari al primo tessuto che viene offerto in un blog - può essere una buona prassi per avvicinare contesti (e testi).


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