Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

Coordinamento: Luigi Nacci & Lello Voce

Redatta da:

Luca Baldoni, Valerio Cuccaroni, Vincenzo Frungillo, Enzo Mansueto, Francesca Matteoni, Renata Morresi, Gianmaria Nerli, Fabio Orecchini, Alessandro Raveggi, Lidia Riviello, Federico Scaramuccia, Marco Simonelli, Sparajurij, Francesco Terzago, Italo Testa, Maria Valente.

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Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)

Articolo postato martedì 19 dicembre 2006

Scrivere: perché?

Perché non è vanità: benché lo scrittore, come tutti, sia polvere che torna in polvere. Scrivere, senza l’ambizione di lasciare una traccia: cosa che ha diritto di dire solo chi si è trovato in uno degli inferni terrestri, come Anne Frank (e neanche Anne scriveva ingenuamente: voleva comporre un’opera, perché Anne sapeva di essere scrittrice); o ne è emerso, come Celan; o lo antivedeva, come Kafka; o vi si immergeva, come Pasolini. In questi autori, la traccia da cui assentarsi è più forte della traccia da dare al mondo. Che non scrive a chi gli scrive. E tu sai che il marchio sulla pelle - propria - resterà più evidente del marchio sul mondo. Ho scritto «sa Chiara, deve», forzando il contesto di un libro che dice l’abbandono, privatissimo, di alcune speranze. Sei l’unica persona viva nominata in quel libro, che ora è inedito, e che non ha ancora un titolo, stranamente (perché il titolo è nome, dunque individuazione: ma, lì, l’individuo è finito, propriamente: eppure esiste un libro). Hai mai pensato che la poesia italiana nasce dalla bocca di un santo piagato, Francesco che loda le creature del Bon Signore, e dalla Magna Curia di Federico II? L’alter Christus in Umbria e l’Anticristo scomunicato a Palermo. E con fortissime pàtine locali. In principio c’è l’amore, in un modo e nell’altro; in principio c’è una Piccola Patria da estendere; e in principio c’è qualcosa di più grande dell’Io: o Dio o l’Impero.

Scrivere: per chi?

Non per me, e mai per me. Né esaltarsi troppo, dicendo «io scrivo per gli altri». Quali altri? E per gli altri del presente (e di quale nazione?) o per quelli del futuro? Non è la stessa cosa. In realtà bisognerebbe scrivere sempre e solo ad maiorem Dei gloriam, e dimenticarlo nell’atto stesso in cui si è scritto. Ché è sempre vizio umano, humana cosa che affligge, questo fare virtù della necessità, e lodarci di ciò che deve essere fatto. Scrivere per scrivere, e BASTA. E compiere gli atti giusti nella forma giusta. A chi ha fame bisogna porgere cibo, non carta (a meno che il tuo amore non sia tanto grande da incendiare o simulare un incendio: come il fioretto di Francesco invitato a pranzo da Chiara, e quel giorno il vero pasto fu la parola del «piccolo Francesco, Ciccu»). Non oso dire che scrivo per «dare voce a chi non ha voce». Chi ha voce, oggi? Solo le persone molto illuse e quelle molto cattive possono veramente credere di avere una voce. E Massimo ha scritto e scrive per togliere la parola a Sannelli: cioè a tutto quello che in lui è retaggio, malattia, passato, tradizione (e ancora: storia di esclusione, storia di aggressione). Massimo ha anche abbandonato la sua italianità; di certo non polemicamente; non è né orgoglioso né scontento di essere italiano; e il suo scritto non è italiano. Ha studiato musica per anni. Quando parla, a meno che non legga una pagina (il supporto della voce, l’estensione della memoria), è esitante, come uno straniero che tenti di esprimersi. Si è riconosciuto; e ha amato gli scrittori in cui l’invenzione della lingua proviene un sentimento acuto (acuminato; lancinante; e tutti i sinonimi possibili) della realtà e del corpo.

Poesia non è

Poesia non è la mancanza di qualcosa. Poesia non è manifesto. La poesia esiste. La poesia non è prosa.

Verso: uguale...

La posizione che cerca l’opposizione alla vita sessuata e normale. Una non-vita organizzata in ritmo più forma più suono più pensiero; che si protende verso la vita che pesa, che tintinna senza carità, ecc.

Cantautori: in una parola

Nei testi migliori: la commozione, che si lega alla memoria. Una canzone si ricorderà meglio.

Sarei voluto essere...

Un padre di figli. Capace di adorare nei figli una presenza continua nella mia vita; e quindi, in me: la vita completamente riempita. Ma i figli sono Vita, appunto: e quello che faccio va nella direzione di una non-vita (che non è la morte), o di un secondo-corpo e armatura (il cavaliere inesistente: eppure combatte). Allora delle due, l’una. Ho scelto, senza scegliere. Come sai: nessuna strategia e nessun intervento. La non-vita non è la morte, ma una seconda direzione. Che costringe ad atti di bontà anche chi, come me, non è nato buono e non ha fatto sempre cose buone. Impedirmi di diventare, impedendomi di agire al di fuori di ciò che devo-voglio-posso fare. Fuori della poesia, io non sono nulla. Non voglio essere nulla fuori della poesia. Ho messo il mio io tra due mani che adoro.

Per fortuna non sono...

Un maschio. Una carne invasa dal pensiero: un possesso che perde dignità anche pronunciando, male, una sola parola. Un sesso che desidera male, anche quando desidera santamente ciò che è legittimo. Un prostituto legale e slegato, che svende ciò che non ha.

Albero

Addolcisce e piace. Presente e non assente. Il tiglio che cresceva davanti al mio terrazzo, da bambino: coperto di foglie e nudo, e mai potato, dunque ramificato come una ragnatela. Da novembre in poi era questa ragnatela fine, tra i cui filamenti appariva il cielo (ligure ed esteso; anche troppo largo sopra Albenga). Tutti gli altri alberi fatti nascere da un nòcciolo, nell’infanzia; la scoperta che la terra non è solo metaforicamente «madre terra». E che io potevo agire: la terra si serviva delle mie mani.

Zampogna

L’umile, l’umiltà, l’umile Italia.

Donne in gonna o donne in giambo?

O donne in gamba? E dominae, non dominatrici. La donna-donna o la donna-che-scrive? Il giambo è un piede ascendente. Qui l’accento si pone sulla seconda sillaba: e dunque un primo movimento è fatto, e il secondo, che segue (secundus perché sequitur), si farà. E’ molto di donna: ma di donna che sappia muoversi, avere orecchio, e danzare.

Un applauso

A chi sa darsi, e dare, senza perdere, e perdersi.

Un conato

Se di azione, continuare a fare, compulsivamente. Rendere alimento la necessità, come, del resto, è già. Se il conato è di vomito - ma vedi che la sfida alimentare è stata già abbozzata: se il conato è di vomito, è contro una poesia che aspira a dire i fatti, e si limita ai fatti (piccoli), di una vita, e solo di quella, e solo di una vita che sia grigia. Non è la peggiore delle tragedie, ed è l’unica che non faccia vittime; ma non è da poca cosa

Il tuo orgoglio...

I libri: per averli scritti. Questa casa, per averla potuta comprare: e sai che cosa - e chi - rappresenta. La mia solitudine, dopo aver capìto che non ho veramente un’altra sistemazione possibile. Forse l’orgoglio è questo: avere intorno oggetti e lavori che nascono come cose, e che possono essere simboli.

Il tuo pregiudizio...

Che chi sta bene non si muove. Che chi non si muove, non fa. Che chi non fa, sta bene. Ma è un benessere che, sui tempi lunghi, crolla, e non ne resta pietra su pietra.

Se fossi un metro saresti...

Un piede ascendente: il giambo e l’anapesto. Ma pronunciato senza enfasi, e sùbito interrotto da pesi dattilici e trocaici. Non uno senza l’altro!

Se fossi un libro...

Il misterioso libro - fascicolato, al limite dell’impossibilità - di Emily Dickinson. La cui ricostruzione filologica è arbitraria. Non si tratta di un libro da bruciare - come l’Eneide e i manoscritti di Kafka, nell’intenzione degli autori - ma dell’esatto contrario del monumento aere perennius. Nessuna docenza, nessuna monumentalità, nessuna intenzione, nessuna pratica; nessuna cosa che non sia devozione: e anche questa, fatta con la mano destra, è già dimenticata dalla mano sinistra.

Se fossi un verso

«L’Amore che una vita può mostrare», di Emily Dickinson, con quello che segue.

Se fossi un animale

Anni fa, l’airone cinerino. Non qualunque esemplare, ma quello (a cui ne seguirono altri) che quindici, dieci, cinque anni fa vedevo nel Polcevera, dal ponte della ferrovia, all’altezza di quella che fu - e non è - l’Ansaldo. Immagina che cosa mangiava e dove era: eppure scelse quel posto.

Penna: uguale

La grazia, vera e propria, nel dire, ad esempio: «Ho trovato una cosa gentile». O volevi dire la penna? Degli strumenti è meglio tacere: sono tali, non servono.

Senso: uguale

Ciò che deve essere continuamente glossato e redento. Cioè noi, le nostre vite e i nostri comportamenti.

Il poetico si trova

Non nelle cose poetiche. Ma non è nemmeno la poesia ad illuminare le cose: si tratta di piccole illusioni umane.

Si deve tacere...

Del miracolo. Di ogni miracolo: per il pudore che dovremmo avere sempre, di fronte a ciò che non è uomo e non dell’uomo.

Di getto dice...

Dico che i morti uccidono i vivi... E questa è una citazione, tra le maggiori al mondo... E non ti è grande occhio, una tomba o l’altra; balbettare ancora, appena si esce dalla poesia. Balbettare anche dopo, appena uno, un frate-asino, appoggia la testa dove si riposa.

Di Getto dici...

Il Maestro di chi fu - e non è più - il mio maestro.

...e i Gatti?

Un gatto viene ogni tanto a trovarmi, dal tetto. La gatta Priscilla abita ai piedi della Salita degli Angeli, e sta accompagnando gli anni di vita qui.

Libertà di

Organizzare la vita per qualcosa che non è biologia stretta e sistema di guadagno e consumo. Libertà di scrivere, e scrivere molto, e non guadagnare nulla, nel caso. Libertà di dire: «e vissero felici e contenti; e a me, niente mi dettero». Cioè il Narratore fiabesco della felicità degli altri (Reucci, Reginotte, principi e principesse) si pone al di là della retribuzione. Ne ha bisogno: non la reclama; ma se reclama, non perde dignità. Può viverne: ma organizza la sua vita nella direzione del fare - miles cavaliere monaco -, come se non dovesse guadagnare nulla. Se guadagnerà, meglio. Ma se non guadagnerà - perché siamo «in tempi bui», perché manca l’accesso alla ‘grande’ editoria, ecc. - la sua vita sarà solo meno comoda: non, e mai, meno creativa. Si chiama RESA l’atto di arrendersi. Ma anche: RE (nel suo mestiere, e solo in quello, e mai in altro) SA, e ciò che si sa non si perde. Questo uomo libero e questa donna libera sembrano meno che disoccupati: addirittura una donna e un uomo che non si occupano. Alcuni «rimano stoltamente» (stolta-mente), e sono nel campo dell’arte, e hanno la stessa mentalità, di chi disprezza. Si illudono di essere reali, perché volano basso, orgogliosi di questo.

Rispetto per

I pochi, i pochissimi, poeti. Le prostitute dei vicoli di Genova: bisognerebbe vedere come vivono in Via della Maddalena e nel dedalo intorno. Il trans nei pressi della stazione di Rimini; che si rende angelo, in un comportamento che è oltre la sua professione (e chiede: hai gli occhi tristi? perché hai gli occhi tristi?). Guai a chi le disprezza (ma le compra, secondo il proverbio) (e Dio le ama). Il bambino timido, che a casa si ingozza di cibo (non ne gode, vuole solo scoppiare e dimenticarsi) guarda la televisione suona studia scrive, che per avere libri (perché non può avere amici), raccoglie i suoi compagni nella carta della Raccolta Differenziata: anche davanti agli altri, ché non gli importa. Rispetto per la coppia di omosessuali che ama Cristo, ma a cui la benedizione della casa è negata. Rispetto per le menti malate e per ogni segnatura che si impone - e li marca - sui corpi. Poco o nessun rispetto per chi ha voluto, ostinatamente, essere meno di ciò che poteva essere.

Un saluto

«Vivete felici». Dopo il rispetto, il saluto.

Un sassolino

Non una grande pietra d’inciampo, quindi (se i filosofi scendessero dalle loro Pose solenni, inciamperebbero in Eraclito - o Michelangelo - che si sdraia per terra). Si inciampa nell’Ossimoro permanente e nell’Ambiguo (e nel Fuoco). Ma il sassolino è mio: la mia imperfezione nel non poter ancora dimenticare atti mediocri, e me stesso nel compierli, tollerarli e promuoverli. Non è più così, spero.

Una pernacchia

Dunque a me, prima di tutto: tutte le volte che non sono stato ciò che si deve (devo), si vuole (voglio), e si può (e posso) essere e fare. E che tu viva felice: con tutti quelli a cui è dovuto il Rispetto.

(29 novembre-18 dicembre 2006)

P.s. Chiedo scusa per l’interruzione al lauto pasto onanistico...

In attesa di esser portata (rOssa - e di traverso!-) preferisco: cercare.

Svelare. E stendere un velo (pietoso)sulle misure e che NON sono poetiche.

Chiara Daino

80 commenti a questo articolo

> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-21 16:37:53|

ragazzi, calma: Chiara, non rispondevo a Massimo! come devo dirvelo...ma a Nevius! sorrryryyyyyy!
Nulla di quello che ho detto si riferisce a Massimo poichè non so nulla di lui. E i poeti "tardo-aulici" a cui mi riferisco non sono mie conoscenze esclusive, ma gente nota alla maggior parte di voi. Di cui oltretutto stimo l’opera...e di cui non giudico, ma semplicemente esamino il comportamento, senza per questo contestarlo. Solo de-scri-ven-do-lo.
A bit irritable, are you?
Insomma:
ufffff, Nevio è il target. Non Massimo.
ah!(understood?)

ermi


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-21 16:19:43|

Caro Massimo, lo so, può essere irritante, ma nella struttura e nella dinamica di un post di un blob può accadere che chi interviene si senta più ispirato a rispondere ad un sub-commentatore che al protagonista principale del post. I am sorry if that was the case, here.

Non era intesa offesa. Potrebbe lei venire a leggere la mia intervista e sentirsi più ispirato a rispondere alle sollecitazioni di Luca Paci e Luigi Metropoli, che a me, rispetto al tema del No Global. E allora? Dove sta il problema? E dobe la chiamata in causa della filologia?

Libertà di parola e di intervento. Spero.

Dunque, ripeto. non rispondevo a lei, ma a Nevius. Al discorso di lui sull’essere poeti di un certo tipo. Era un indice di deriva. Mi scuso se l’ ha ritenuta una deriva precoce rispetto all’evoluzione normale del post (oltre il decimo, è naturale), ma rispondevo solo e soltanto a Nevius.

Non ho letto i suoi testi, ma quest’intervista non ne contiene e quello che lei dice è discorsivo e generalizzato, e spazia tra molti ambiti che legittimano il mio intervento: un appunto me lo deve consentire: lei è stato intervistato per dire la sua su troppi tempi per chiamare poi in causa rigide questioni filologiche rispetto al mio intervento.

Lei ha aderito a rispondere oltre l’ambito poetico, e comunque nel mio intervento ho citato anche da sue espressioni ed impressioni, impiantando la mia risposta tuttavia soprattutto sulle reazioni alle sue risposte di Gambula. Il testo di Nevio era lungo ed articolato e mi ha indotto ad una risposta. Che male c’è.

Cosa ci vede di inconseguenziale? Il fatto che io abbia chiamato in causa uno “squilibrio psichico” a sostegno di una mia tesi sul poeta sedicente mistico, ed il fatto che lei sostenga di averne uno non impedisce a me di potare avanti il mio discorso e nemmeno implica che lei debba sentirsene ferito. Io non sapevo che lei soffrisse di depressione. E davvero mi dispiace se questo è il caso. Non conosco nulla di quello che ha fatto come del resto lei non conosce nulla di me. Non c’è da offendersi.

Tuttavia, sebbene il post sia una intervista a lei, mi sento libera in un contesto bloggato aperto ai commenti di chiamare in causa delle idee, senza dovermi angosciare se e quale dato neo sul petto di chi affligga e offenda possibili targets involontari.

Lo stesso vale per me... Ho precisato che non era risposta diretta a lei, personalmente. E certamente mi leggerò le sue poesie. Nulla osta che io le trovi stupende. Prima devo leggerle...Ma mia analisi sulla poesia “ mistica” è presente non solo qui dunque può avere certezza che non sia stata mirata a offendere nessuno in particolare.

Quanto a me, trovo logico che venga chiamata in causa in un blog il nome di Emily Bronte (di cui ho tradotto in italiano le poesie senza troppa enfasi sul processo che porta questoa quello). Dove sta l’oltraggio? Non capisco...ecco appunto, non ho tendenze mistiche bensì materialistiche...e dunque non trasformo persone in miti....testi e parole, in sequenze di Vangeli...

ermi


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-21 16:06:58|di Chiara Daino

Cara Ermi - e.,

Non capisco: in primis - i testi di Massimo Sannelli non sono volutamente occultati e riservati alla stretta cerchia degli adepti...E l’occasione che lei non ha avuto ("purtoppo") è: la rete stessa.
In merito alla sua osservazione post-post: non sono d’accordo. Io in quanto Io: Chiara Daino.
Io-me: l’Ego. Tutto ciò che possiedo ( e che nessuno può strapparmi).
Vede: che io reciti, serva cappuccini e Martini, canti heavy metal, sfili, vendemmi o... scriva - sono.
Tutto questo e molto altro. Ho fatto.
E ho: SCELTO. Chi (continuare ad) essere e a chi/cosa - mostrare.
Se il sabato sera un’amica mi chiede : "Com’è?" - Le rispondo ( a seconda del mio noto buon umore) "Solita mMerda/fotte un cazzo/sminchiata e via sboccando", ma - se un estraneo, un professionista, un superiore mi interpella...
Cambio tono.
Educazione e rispetto.
Un esempio? Massimo. Sannelli - a livello professionale gode di tutta la mia stima (appurato - una volta per tutte! - che NON vergheremmo una riga l’uno/a dell’altro/a), inoltre è: amico. Un fratello. E le posso garantire che quando ci beviamo una birra non filosofeggia di mistica speculativa... Tanto meno: tesse lodi per partito preso. Lei non lo conosce, ma ha la buona abitudine di leggermi togliendo le mani dal pacco (cazzo/fallo/nerchia/scettro/verga/randello/mazza/minchia...per essere: Chiara).
Per cui: il problema (se problema le crea) è dato dai poeti/poetesse che frequenta.
Un altro esempio?
Aldo Busi. Ho avuto l’onore di conoscerlo: al di là della sua imponente letteratura e della messa - in - scena mediatica.
E ogni ninfa sarebbe sembrata volgare e triviale, al suo cospetto.
Lo Scrittore Busi può mischiare farfalle e fiche, cazzi e canguri, metrica e minchia. Con la Grazia: perché è. Un Uomo che ha il coraggio di Essere. Aldo Busi. Piaccia o meno.
E scusi - se è poco.
La sensibilità di Emily Dickinson è diversa da quella dello spacciatore di Piazza delle Erbe, così come la malattia di Kafka è diversa da quella dei pazienti di mio padre - che è un ARTISTA ospedialiero ( e ,gli unici Trans che bisogna temere-conferma- sono i GRASSI... e non la spiego! La medicina non è un’opinione).
Scritto questo: che nel mio stomaco volino le farfalle o si attivi un Maalox
credo non basti "dire" per plagiare.
Bisogna: essere.
Convincenti e convinti. Sia echeggiando un sonoro Vaffanculo sia Versificando uno scontrino.
E a tutti auguro solo questo: battere.
La propria strada, fino in fondo.
Siamo e siate: sani/diversi/mistici/metrici/malati...
Alla fine dei giochi ( di tutti i giochi) o si è fieri di sé o non (lo) si è.
Chiara Daino
(marchio e merca)


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-21 16:03:40|

Io invece ritengo questo scritto, in ogni caso, commovente.
Davide Nota


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-21 15:43:06|

cara "Ermi" (Erminia?), dice che non mi ha letto, ma associa le sue riflessioni a questa intervista al "frate asino". siamo filologici, se possibile: lei ha scelto un contesto, dunque il suo discorso è dato come attinente. se la questione è psichiatrica, non ho NESSUN problema a farla mia: non ho bisogno di inventare metafore ardenti per dire come sto. sto male, di solito. cose normalissime mi costano una fatica terribile. la mia malattia è comune, ma è tale, e così la chiamo: in un libro, "Santa Cecilia e l’angelo", troverà il suo nome: "depressione, dai venti a trent’anni" (e continua!). rifiuto - sarà delirio mistico - l’idea della cura. non ho bisogno di atteggiarmi a poeta perché a 21 e 22 anni traducevo per Crocetti; a 23 e 24 per il Melangolo; prima dei 25 avevo scritto su riviste filologiche - ero un filologo - internazionali... ma è acqua passata, è un decennio fa. per dire: sono abituato più a PERDERE che a PRENDERE uno spazio. la questione è la bravura e la bellezza dei testi (e siamo di nuovo filologici): i poeti sono tutti uguali? Emily Dickinson è pari a Valduga (ad esempio)? La sofferenza psico- è un marchio per tutti e per tutte quelli/e che tocca: ma i testi che ne nascono non sono sullo stesso piano. Un uomo è malato e/o artista; ma l’arte non è un uomo. Psichiatria o estetica? Se vuole leggere i miei testi, li troverà gratis tra gli e-books di Cepollaro e di Feaciedizioni, ad esempio. e scusi queste righe, che sono già peccatrici... il fatto è che vedere il nome di Dickinson piegato ai nostri microcontesti-blog, alla nostra piccola italianità senza estetica, è un piccolo dolore. se, dopo aver letto le mia pagine, le troverà mediocri, mi dica, con tutto il cuore: sei mediocre. e io, con tutto il cuore, le risponderò: grazie di aver sopportato la mia scrittura al punto di poterla giudicare. con ogni bene, davvero
massimo sannelli


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-21 15:02:41|

Il secondo passo del processo di immedesimazione nel prototipo del poeta mistico è convincere gli altri che questo sia il caso, un caso autentico, e lì entra in causa una “costanza” ed una “fede” in sé davvero sovraumana, bisogna ammetterlo, di persuasione occulta dei testimoni. Compito non del tutto difficile, visto il pubblico già è al 50 per cento disposto a credere a questo esemplare di poeta, essendo colui il quale, appunto grazie a questa costanza e fede in sé, si è riuscito a imporre con la forza della fede e del delirio nella cultura e nell’immaginario popolare.

Che c’entra con Massimo? Nulla. Nemmeno lo conosco...e a parte questa intervista non ho purtroppo avuto l’occasione di leggere nulla scritto da lui, dunque vi prego di considerare questa mia una mera continuazione del post di Nevius...
e.


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-21 14:49:23|

Faccio una riflessione del tutto generale, e saluto i presenti....

Vi sono persone, molte persone, che scrivono dipingono danzano recitano, insomma danno espressione a qualcosa di creativo (anche solo vagamente creativo) che sentono in sé. Sentendo dentro di sé, allo stesso tempo, anche qualche altra cosa, una spinta, una emozione, una dimensione che anima la motivazione espressiva, dimensione diversa da quelle necessarie alla sussistenza bruta, credono che tale oscura emozione, o “cosa”, sia strettamente connessa alla manifestazione della loro umana creatività, e la interpretano di conseguenza come segno di elezione: "sono artista e dunque provo, io e massimamente io, quel tipico sentimento, che mi fa creare Arte." ; "Sono artista, dunque (s)ragiono, ovvero "sovra-intendo" le cose, allegorizzo continuamente, come in preda ad un orgasmo ininterrotto."

Costoro, quando gli chiedi “Come va?”, ti rispondono (soprattutto se ti sanno ugualmente artista), “Va in modo lieve, le foglie del giardino sono tappeto efficace ai miei pensieri oggi, che il vento mi suscita un sentimento culinario che m’ indurre il delirio.”

NB (cito quasi testualmente risposte di questo tipo che ho effettivamente ricevuto a mie domande molto terra-terra, rivolte a certi poeti-poetesse...)

Costoro, per coerenza, quindi concentrano intorno a questa dimensione tutta la propria immagine, identità lingusitica, intensità comunicativa, ed espressiva, credendo che per essere ballerini, attori, poeti, insomma artisti di qualche genere, sia necessario il connubio tra la disciplina scelta e la “cosa” oscura irrazionale che sentono dentro: un ponte tra le due dimensioni - una pratica, l’altra psicologica - viene così stabilito ed una logicità creata tra questa e quella cosa, producendo un certo tipo di poeta alla Dickinson/Bronte,un certo tipo di artista alla D’Annunzio, eccetera. Non vedono volentieri, costoro, che la loro eventuale iper-sensibilità (quelle farfalle e quei deliri) a cui attribuiscono genesi artistica, potrebbe eventualmente essere semplicemente un disturbo psichico, un’instabilità e dunque, interpretando il disturbo positivamente come una manifestazione spirituale, miracolosa, elettiva, si credono effettivamente mistici santi a ninfe farfalle o anche loschi figuri della notte.

Insomma veri poeti, o poeti per antonomasia, la cui peculiarità è sragionare, ovvero produrre spontaneamente metafore allo stato puro appena aprono la bocca e su qualsiasi cosa parlino.

Ma non è, questa mia, una critica,... affatto: solo una semplice osservazione.

Tanti saluti, Ermi


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-21 14:16:47|di Christian

@ T.: Sannelli non è Cristo; e i poeti, a mio giudizio, non hanno bisogno di definire i limiti del rispetto, quindi della poesia. Questo scritto rispecchia una visione moraleggiante, e personale, di un uomo.
Ritengo questo scritto, in ogni caso, mediocre.


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-21 12:58:11|di massimo sannelli

risposta a T.: sì


> Peana Per Poeta (Chiara Daino intervista Massimo Sannelli)
2006-12-21 12:53:16|

"vedo anche la tua lettera, Lorenzo... e adesso il tempo stringe proprio. non vorrei descrivere troppo la scena notturna e la persona; ma ci sono delle cose da considerare: non c’è stato scambio di denaro, ma solo di una reciproca pietà, non untuosa; non c’è stato adescamento, ma solo un incontro tra due persone sole (massimo aspettava un treno alle 2.30 di notte a Rimini, e di solito non prende alberghi: non per una posa da maudit, ma per necessità: la mia amica di due ore era certamente lì per lavorare, ma con me non ha ’lavorato’: il suo tempo è denaro, esattamente come quello di un professionista che lavora alla ’luce’). ma io volevo proporre, soprattutto, un’allegoria. non mi piace parlare di una diversità da albatros dell’artista; preferisco vedere i segni di non-vita, di rinuncia alla riproduzione e allo stomaco pieno, o di mente massacrata... ma ora devo proprio volare fuori di qui... scusa se parlo male, senza logica (e questa mi è negata) massimo"

Imbarazzante serie di confessioni...ma, sarà il caso spifferare questi dettagli?
T.


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