di Stefano La Via

Stefano La Via si è formato presso le Università di Roma "La Sapienza" e di Princeton.
È professore associato di Storia della poesia per musica presso la Facoltà di Musicologia di Cremona (Università di Pavia).
Ha pubblicato numerosi saggi sul rapporto fra poesia e musica in varie epoche storiche, dal medioevo ad oggi.
Fra i suoi libri:
Il lamento di Venere abbandonata. Tiziano e Cipriano de Rore, Lucca, Libreria Musicale Italiana, 1994;
Poesia per musica e musica per poesia. Dai trovatori a Paolo Conte, Roma, Carocci, 2006

pubblicato giovedì 24 marzo 2011
Anche se ultimamente il mio interesse sta decisamente calando, ho sempre seguito il Festival, sì quello di Sanremo, e per almeno due motivi. Il (...)
pubblicato mercoledì 26 gennaio 2011
La Libreria Koob di Roma (via L. Poletti 2) è qualcosa di più d’una libreria. Vi si ritrovano non solo lettori e bibliofili, ma anche scrittori, (...)
pubblicato sabato 25 dicembre 2010
È successo giovedì 9 dicembre, a Cremona, Facoltà di Musicologia, Corso di Storia della poesia per musica, nel pieno delle (sacrosante) (...)
 

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a cura di Massimo Rizzante e Lello Voce

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Articolo postato lunedì 31 maggio 2010

A volte le parole ‘antiche’ sono così potenti, nella loro sintetica eloquenza, da rivelarsi semplicemente insostituibili; tanto da scavalcare parole solo in apparenza più ‘moderne’ e acquisire risonanza universale. È questo anche il caso di un vocabolo greco classico come Mélos (da non confondersi con Melodía, unione di mélos e odé, a significare qualcosa di più simile al nostro ‘canto’ o ‘melodia vocale’). Almeno nella sua accezione platonica, mi è sembrato questo l’unico termine capace di riassumere non solo il nascente nucleo tematico di questo blog ma anche lo spirito di fondo che vorrebbe, sin dalle premesse, animarlo.
Mélos significa infatti unione, in un sol corpo, di parola (lógos) musica (armonía) e ritmo (rhythmós). Definizione apparentemente cristallina (in Platone, Repubblica, III: 398 d), che però, nel corso dei secoli, si è prestata alle più varie interpretazioni, potendo in linea di principio riferirsi sia alla poesia concepita per essere cantata (o ‘poesia per musica’), sia a una ‘poesia pura’ che chiede solo di essere letta e ‘ascoltata’ così com’è.
Nel primo caso, come ad esempio in una canso trobadorica o in un’aria d’opera, in un Lied romantico o in una moderna canzone d’autore, il testo verbale (lógos) tende a fondersi con quello musicale (armonía) nella pur varia scansione metrica e organizzazione ritmica (rhythmós) di un comune flusso temporale, così da dar vita a una ‘terza dimensione’ linguistico-espressiva: non solo poetica, non solo musicale, ma, appunto, ‘poetico-musicale’. Nel secondo caso, quello cioè di una poesia di Petrarca o Montale, Villon o Mallarmé, Goethe o Rilke, la parola poetica (lógos) non sembra aver bisogno di alcun rivestimento propriamente ‘musicale’ in quanto essa possiede già in sé quella ‘musicalità verbale’ (fatta di armonía e rhythmós) che non a caso alcuni letterati moderni hanno voluto chiamare melopoeia. A riprova di ciò, basti ascoltare le letture a voce alta proposte dagli stessi poeti: da Dylan Thomas a Ungaretti, da Haroldo de Campos a Pasolini, da Neruda a Borges.
Il bello è che anche una ‘poesia per musica’, quando semplicemente letta, può talora rivelare insospettate qualità di pura melopoeia verbale: basti declamare una canzone a scelta di Bernart de Ventadorn e Jaufré Rudel, o di Georges Brassens, Fabrizio De André, Leonard Cohen, Chico Buarque, per fare solo qualche esempio. Allo stesso modo, compositori quali Cipriano de Rore o Claudio Monteverdi, Schubert o Schumann, Debussy o Schönberg, ma anche i già citati cantautori, oppure Leo Ferré, Astor Piazzolla, Dori Caymmi (e tanti altri), hanno ampiamente dimostrato come un’intonazione propriamente ‘musicale’ possa anche servire all’esaltazione sonora e e all’amplificazione espressiva di testi poetici ‘puri’, di per sé già musicalissimi, come quelli di Petrarca o Tasso, Goethe o Schiller, Mallarmé o Rilke, Cecco Angiolieri o Villon, Guimaraes Rosa o Baudelaire, Borges o Pessoa.

Nella nostra epoca, per fortuna, vi sono anche poeti-performer, quale ad esempio Lello Voce, capaci di muoversi in bilico fra questi due mondi, alla stregua di abilissimi acrobati circensi, sentendosi liberi di attingere alla grande letteratura passata e presente come al linguaggio comune, al dialetto come allo slang di strada, alla canzone come al rap e all’hip-hop; in questo caso, testi poetici di alta qualità non vengono né ‘cantati’ né ‘recitati’, quanto semmai ‘musicalmente detti insieme alla musica’; il poeta-esecutore esalta, senza bisogno di cantare, l’intrinseca melopoeia (ritmico-metrica, fonico-timbrica, prosodica, melodica) dei suoi versi, in profonda sintonia con una musica strumentale che non funge da mero ‘sottofondo’ o ‘cornice’, né da tradizionale ‘accompagnamento’, essendo stata originata in ogni suo dettaglio dalla poesia stessa. Francamente, credo che pochissimi altri poeti-musicisti della stessa generazione, cantautori inclusi, abbiano ottenuto risultati altrettanto efficaci e innovativi. Il ché non mi impedisce di continuare a credere (anche) nel filone più tradizionale della ‘canzone d’autore’: attualmente in profonda crisi, soprattutto ma non solo in Italia, nonostante la presenza di molti degnissimi eredi di Tenco o De André. Le ragioni del loro oblio, della loro latitanza dai palcoscenici ufficiali, naturalmente, sono così molteplici e complesse da meritare pagine e pagine di analisi e discussioni… perché non iniziare a farlo anche in uno spazio come questo?

Lo specifico ma anche assai vasto campo tematico di Melosblog è, come si sarà capito, l’incontro fra poesia e musica in ogni sua possibile manifestazione, tipologia formale, fenomenologia culturale, al di là di qualsivoglia barriera ideologica, schema prefabbricato, velo pregiudiziale. S’intende proporre e stimolare riflessioni, illustrare esempi, ma anche e soprattutto entrare in comunicazione per dialogare, confrontare prospettive diverse, incoraggiare ogni tipo di sperimentazione creativa. Da musicologo-chitarrista e docente di poesia per musica, non potrò fare a meno via via di promuovere il mio personale repertorio d’idee, teorie, letture, analisi, suoni, visioni, in un ambito che spazia liberamente, senza limiti di genere, dal medioevo ad oggi, fra ‘colto’ e ‘popolare’, ‘erudito’ e ‘popular’. In questa sede, tuttavia, non vorrei tanto ‘insegnare’ quanto semmai condividere e imparare, provocare e confrontare, finendo magari anche per mutare radicalmente alcune mie convinzioni. E ciò, se possibile, con l’aiuto della più ampia varietà d’interlocutori e compagni di gioco: dall’ascoltatore appassionato all’autore militante, dal poeta al compositore al poeta-musicista, dal giornalista al sociologo, dallo studente al docente, dal discografico allo strumentista, dal musicologo al linguista, etc. etc. Mi aspetto risposte e reazioni autentiche, anche discordanti; ma anche proposte e collaborazioni attive: chiunque abbia (realmente) qualcosa da dire in materia di Mélos—ossia non di musica o di poesia, prese separatamente, ma della terza dimensione generata dal loro incontro—ebbene, questo spazio sarà anche il suo.

Vivete felici

27 commenti a questo articolo

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