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Piccolo Questionario “Atti Impuri” sugli autori italiani
1/ Andrea Inglese – Luigi Socci

di Sparajurij

Articolo postato lunedì 10 gennaio 2011

Condividi o rifiuti un’idea di scrittore come testimone del proprio tempo, anche dal punto di vista linguistico?

A. I. Testimone è colui che vede ed è partecipe, è coinvolto, ma sufficientemente a distanza per aprire una visuale su ciò che gli accade. La figura del testimone è quindi ambivalente: è uno che è dentro e fuori la lingua che gli è contemporanea, è con e contro quella lingua. Non sono giochi di parole. Quando scrivo, lo faccio con i materiali linguistici del mio tempo e contro di essi (li esaspero, ad esempio, con intento polemico).

L. S. Beh certo, mica sono venuto qui a cambiare aria. Un mio non illustre concittadino, dedito come me al vizio della scrittura in versi, cercava di convincermi, alcuni anni fa, che in poesia non si dovessero usare parole che non si riferissero a concetti e a oggetti perennemente esistiti, in modo da assicurare al frutto del nostro lavoro un’altrettanto perenne durata. Mettiamola così: una concezione di questo genere denuncia un pelino di sopravvalutazione del proprio operato.

Che rapporto c’è tra il reale e l’immaginario, tra la storia e la fantasia nel tuo lavoro?

A. I. Qui rispondo con le parole di un altro, Danilo Kiš. La risposta dice quello che io vorrei riuscire a fare. In realtà è Kiš che cita Borges: “la forma moderna del fantastico è l’erudizione”. La storia sono gli archivi. Negli archivi riposa tutto quanto di fantastico una mente umana possa concepire. Con parole mie: la forma moderna dell’immaginazione è l’archivio. Tutto ciò, ovviamente, non ha nulla a che vedere con la cronaca o con il mero (e a volte rispettabilissimo) reportage.

L. S. Se dico, sulla scorta di Montale, “suscitare iridi su ragnateli”, potrei essere tacciato di una visione della letteratura come evasione, quindi non lo dirò. Certo è che il mio sogno da prigioniero, rileggendomi almeno nelle mie cose più recenti, mi sembra sostanziarsi di un ossessivo rapporto di incontro-scontro tra queste due dimensioni. Un rapporto nel quale realtà e fantasia si illuminano e delegittimano vicendevolmente trasformandosi da dimensioni di norma parallele in brutalmente perpendicolari.

Molti scrittori coltivano una visione pacifista del mondo. Ma l’atto stesso di scrivere è poi così pacifico o innocuo?

A I. Non so che cos’è una “visione pacifista del mondo”. Io ho una visione tragica del mondo. Nei giorni migliori, una visione tragi-comica. Quanto all’atto di scrivere, uno lo può immaginare a volte come un guerra contro qualcuno, spesso contro se stessi. Altre volte, sembra persino l’espressione di un imprevedibile e misuratissimo accordo.

L. S. Per questa domanda c’è una citazione di Antonio Porta bella e pronta: “All’inizio ho cercato di intervenire in questa situazione con azioni terroristiche; i versi erano come bombe che dovessero portare luce in una stanza: luce ne hanno portata, ma si è visto che tutti erano morti, oramai, e forse lo meritavano.”

La parola ha, e ha sempre avuto, un valore fondante anche nella sfera del sacro. Ne è rimasta traccia nel tuo lavoro o nel tuo approccio alla scrittura?

A. I. Di sacro e scrittura, argomento serissimo e di levatura antropologica, se ne dovrebbe parlare con una certa parsimonia. (Alle spalle, abbiamo una svariata eredità di studi, dalla scuola francese di Callois e Le iris sino ai nostrani Zolla e, in una diversa prospettiva, Tagliaferri.) E invece in Italia è oggi un tema molto di moda, per trattazioni dilettantesche e impressionistiche. Come argomenti d’osteria, però, al sacro e al bello, io ho sempre preferito il pornografico e l’orribile.

L. S. Dando l’ateismo e il materialismo come inevitabili condizioni di partenza (o di arrivo, comunque inaggirabili) non posso riconoscere alla scrittura se non una funzione sostitutiva, o meglio palliativa, o meglio ancora di placebo del sacro. Nelle procedure compositive che mi sorprendo talvolta ad attuare, l’effetto psichedelico o di mantra, è tutto quel che resta di quella lontana parentela con la dimensione del “mistero”. Un effetto, appunto. Un rapporto di mera somiglianza che tende a incrementarsi nella fase attuativa (di lettura cioè ad alta voce) del testo, fase in cui il senso di comunità che viene a crearsi unito agli elementi ritualistici e quasi celebrativi dell’accadimento possono talvolta riprodurre una perfetta imitazione di una qualche sacralità. Ma siamo già nell’ambito del teatro.

Tratto dal primo numero di “Atti Impuri”, che contiene una prosa inedita di Andrea Inglese e una sostanziosa antologia poetica di Luigi Socci.
Il secondo fascicolo già disponibile per abbonati e pionieri, sarà in libreria a fine gennaio, con una selezione di versi di Fabrizio Bajec.
Cfr. www.attimpuri.it

2 commenti a questo articolo

Piccolo Questionario “Atti Impuri” sugli autori italiani
1/ Andrea Inglese – Luigi Socci

2011-10-05 12:46:17|di Giangiacomo

Grazie per il riferimento alla libreria online dove acquistare il quaderno. Sono certo che un sacco di lettori troveranno utile questa segnalazione (me compreso). Giangiacomo da off the shoulder tops site.


Piccolo Questionario “Atti Impuri” sugli autori italiani
1/ Andrea Inglese – Luigi Socci

2011-01-26 09:22:27|

il quaderno è disponibile in questi giorni a prezzo scontato qui: http://www.ibs.it/code/978888915547...


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