Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

Coordinamento: Luigi Nacci & Lello Voce

Redatta da:

Luca Baldoni, Valerio Cuccaroni, Vincenzo Frungillo, Enzo Mansueto, Francesca Matteoni, Renata Morresi, Gianmaria Nerli, Fabio Orecchini, Alessandro Raveggi, Lidia Riviello, Federico Scaramuccia, Marco Simonelli, Sparajurij, Francesco Terzago, Italo Testa, Maria Valente.

pubblicato martedì 19 novembre 2013
Blare Out presenta: Andata e Ritorno Festival Invernale di Musica digitale e Poesia orale Galleria A plus A Centro Espositivo Sloveno (...)
pubblicato domenica 14 luglio 2013
Siamo a maggio. È primavera, la stagione del risveglio. Un perfetto scrittore progressista del XXI secolo lancia le sue sfide. La prima è che la (...)
pubblicato domenica 14 luglio 2013
Io Boris l’ho conosciuto di sfuggita, giusto il tempo di un caffè, ad una Lucca Comics & Games di qualche anno fa. Non che non lo conoscessi (...)
 
Home page > e-Zine > Precondizioni per un discorso sul canone

Precondizioni per un discorso sul canone

Articolo postato domenica 16 settembre 2007

di Andrea Inglese

(Questo articolo è apparso su La clessidra (1/2007) nel contesto di una riflessione sulla possibilità di definire un canone per la poesia contemporanea)

“Canone” è parola da far tremare i polsi, soprattutto se l’intento che ci si prefigge è quello di formulare una definizione prospettica, rivolta al presente e al futuro, di un canone per la poesia. Canone vuol dire “norma”, oppure “opera modello”, oppure “lista” degli autori di riferimento. Posto che sia possibile discutere sul canone della poesia novecentesca, diventa molto problematico discutere di un canone della poesia del XXI secolo. Ma la parola compare per dare voce ad una necessità: quella di solidificare minimamente un paesaggio altrimenti sfuggente e gassoso. Ecco allora che, senza lasciarmi intimidire da un tale termine, lo utilizzerò semplicemente per indicare una discussione possibile sulla “lista” delle opere o degli autori che, senza dover fungere direttamente da modelli, costituiscono per la poesia odierna dei punti di riferimento.

Il problema di fondo è duplice: stabilire quali sono le attuali tendenze della poesia e, inevitabilmente, rischiare delle gerarchie. Il puro fenomenologo non si spingerebbe fino alle gerarchie, ma colui che, implicitamente o meno, si orienta secondo una poetica determinata, finisce inevitabilmente per introdurre giudizi di valore. Questo lo dico, perché andando a parlare di autori e opere di riferimento, si vuole anche determinare lo spazio di legittimità, all’interno del quale siamo convinti che abbia senso intraprendere un lavoro di scrittura poetica.

Potremmo impostare il nostro discorso così: quali sono le acquisizioni, in termini pratici e teorici, che ci sembrano incontestabili e che, nel contempo, consideriamo come prerequisito di un’attività poetica interessante? Mi è difficile rispondere direttamente a questa domanda, perché dovrei innanzitutto interrogare quelle che, nella mia scrittura poetica, sono le acquisizioni permanenti. Ma ora vorrei affrontare la questione in modo più impersonale. E voglio provare a dire ciò che mi pare ancora non acquisito nel mondo della poesia italiana, con riferimento a coloro che scrivono tra i trenta e cinquant’anni. Questi limiti sono coerenti con il nostro discorso. È difficile parlare delle acquisizioni di un poeta di ventisei anni, in quanto egli è, generalmente, in una fase di continua acquisizione, e di mese in mese sposta il fronte della sua curiosità. I poeti che hanno superato i cinquanta sono radicati in un panorama più definito, sul quale è meno arduo interrogarsi.

La cultura critica Nonostante i reiterati tentativi di fornire a colui che scrive versi una maggiore legittimità sociale, sottolineando il suo lato professionistico – presentandolo insomma come specialista di qualcosa, della metrica ad esempio –, l’attività poetica mi è sempre sembrata selvaggiamente dilettantesca, ostile ad ogni specialismo. Questo attitudine viene spesso accolta nella sua versione più svalutata: se il poeta è libero da mestieri, codici, strumentazioni, allora a tutti è dato entrare nella poesia, attraverso il gran portone del verso libero. Di contro, ecco molti poeti seri e di talento che issano muri di neometricismo, per ricordare, non ingiustificatamente, che esiste un mestiere, una tradizione, un’abilità. Questa situazione ha fatto sì che da un po’ di anni a questa parte talune delle produzioni poetiche migliori si collochino all’interno di un orizzonte manierista. (Penso ad autori quali Gabriele Frasca, Marco Berisso, Enzo Mansueto, Giacomo Trinci, ecc.). L’opzione, invece, dilettantesca, nella sua versione più esigente, ha a che fare con un confronto serrato tra la specificità della lingua poetica (e dei suoi codici) e la pluralità di saperi che caratterizzano il nostro mondo. Quando parlo di molteplicità di saperi, non mi riferisco ad un’idea enciclopedica dei saperi. Tutti i saperi possono contare per un poeta, ma in special modo quelli che lo orientano ad uno sguardo sulla totalità. Totalità è un termine ormai tabù, di ascendenza hegeliana e marxista. Eppure solo dei saperi orientati alla totalità possono oggi fornire strumenti critici nei confronti dei saperi settoriali.

Ma tutto questo cosa c’entra con la poesia? Per quanto riguarda la più recente tradizione, almeno da Fortini in poi, le verità extrapoetiche, frutto di determinati saperi, diventano materiali legittimi, anzi indispensabili, nella costruzione del discorso poetico. Questo implica un’oscillazione costante, ad esempio, tra percezione e riflessione, tra abbandono e vigilanza, tra un orientamento incentrato sulla mente individuale e uno incentrato sul mondo materiale. (Un’oscillazione che in termini diversi ritroviamo anche in poeti come Majorino e Zanzotto, per parlare sempre dei capostipiti.) La cultura critica impone al poeta di lavorare su materiali stratificati e complessi: su esperienze immediate, legate alla sua particolarità biografica, ma anche su mediazioni intellettuali molteplici, legate invece all’attualità politica , o alla ricerca storica, sociologica, ecc.

Tutto ciò non so se c’entri con quanto viene definito poesia “civile”. A dirla tutta credo che la società, così com’è fatta, non permetta oggi uno zoccolo di valori condivisi abbastanza ampio da costituire il punto di riferimento per una poesia civile. I valori per cui più urgentemente mi sento di battermi sono valori di minoranza. Inoltre, il terreno dentro cui affonda l’itinerario mentale del poeta è per me un terreno principalmente impolitico, dove ad ogni passo si pone l’interrogativo di come non solo connettere l’io al noi, ma anche i diversi momenti di uno stesso io. Ma questo muovere dal sé individuale non può ignorare un punto teorico fondamentale (in Marx, ma anche in molta sociologia contemporanea): la coscienza del singolo è un prodotto sociale, e come tale non può essere esplorata che sullo sfondo di quella totalità sociale che in buona parte la determina.

Gli sconfinamenti Tra ciò che non è stato sufficientemente acquisito, credo ci sia molto di quanto è stato fatto e viene fatto al di là dei nostri confini linguistici e geografici. (Per ragioni di spazio non mi occuperò qui dei rapporti tra poesia e altri generi letterari, o tra poesia e arti visive o musica.) Un’eccessiva insistenza sulla nostra anche ricca tradizione poetica recente e meno recente, ci ha precluso uno sguardo, che non sia episodico ed eclettico, a quanto viene scritto in altre lingue. Faccio riferimento in primo luogo alla poesia francese e statunitense, ma il discorso si potrebbe allargare alla poesia francofona, anglosassone, tedesca, in lingua spagnola, ecc. La mia ignoranza non mi permette di avanzare una riflessione che non sia relativa ai soli orizzonti della poesia francese e statunitense. Alcune correnti della poesia francese, ad esempio, hanno deciso di battere, sia in forma teorica sia di procedimenti specifici, terreni per noi poco usuali. Si sono inoltrate in scritture che abbandonano il verso, senza per questo essere riconducibili al poème en prose o alla prosa d’arte. (Penso a certi testi di Ghérasim Luca e Jacques Roubaud, o a tutta la produzione di Christophe Tarkos, o dei più giovani Caroline Dubois e Éric Suchère.) Più in generale, certa poesia francese contemporanea pare aver sufficientemente assorbito sia l’esperienza della pop art sia delle avanguardie più recenti, in modo tale da ripudiare in forma sistematica la postura lirica incentrata sull’espressione di esperienze individuali “autentiche”. Non per questo però è una poesia che si limita a giochi di smontaggio linguistico, di dissoluzione della sintassi e di apoteosi del significante.

Questi ed altri atteggiamenti sarebbero per noi utili da indagare, in quanto ci permetterebbero di sfuggire, ad esempio, a quell’ossessione poco fruttuosa dello stile personale, della cifra inconfondibile. La pretesa di manifestare nella propria scrittura tratti stilistici inconfondibili e permanenti si accompagna, infatti, ad un’idea ingenua dell’espressione autentica, legata ad un sé profondo che funge da zona franca rispetto alle influenze invasive dello spettacolo, della lingua mercificata, o rispetto agli automatismi della lingua poetica ereditata. Da questo punto di vista sono di grande interesse tre raccolta poetiche pubblicate in questi anni: Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco, Prossimamente di Giancarlo Majorino e Guerra di Franco Buffoni. Si tratta di tre opere tra loro molto diverse, ma che mostrano come si possa realizzare una lavoro poetico efficace e rigoroso, sganciandosi dall’ossessione della cifra stilistica individuale.

Lo sconfinamento è quindi un’esigenza importante per qualcuno che non ha rinunciato all’idea della scrittura poetica come critica e innovazione delle forme ereditate, e quindi costante ridefinizione dei caratteri stessi del genere “poesia”. È sconsolante vedere, allora, quanto la corporazione, critici compresi, sia distratta rispetto a certe operazioni. Eppure in tempi recenti, vanno ricordate non poche iniziative editoriali lodevoli. Sul fronte anglosassone, stanno uscendo per Mondadori una serie di antologie dedicate alla “Nuova poesia americana” (leggi: statunitense) curate da Luigi Ballerini e Paul Vangelisti. Nel frattempo disponiamo di altre due antologie statunitensi, una per Einaudi, curata da Elisa Biagini, e un’altra da Minimum Fax, curata da Mark Strand e Damiano Abieni. Il materiale, insomma, c’è, ma va anche digerito.

Sul fronte francese la situazione è più povera, ma è uscita per “Nuovi Argomenti” una miniantologia curata da me e Andrea Raos, che presentava in Italia testi di autori poco conosciuti (o per niente) e non tradotti. Poi vi è il lavoro di poeti come Gherardo Bortolotti e Michele Zaffarano che stanno proponendo per la piccola casa editrice Arcipelago traduzioni di francesi e statunitensi (Espitallier, Cadiot, Tarkos, Mohammad, Toscano, ecc.). Ma va ricordato anche il lavoro di Massimo Rizzante per la collana “Biblioteca di poesia” dell’editore Metauro, che ha pubblicato antologie di Jan Skacél (uno dei massimi poeti cechi del Novecento) e di Haroldo de Campos, il grande modernista delle letteratura brasiliana. Anche le edizioni Atelier cominciano a dare spazio alla poesia straniera, traducendo il lavoro di una giovane poetessa finlandese, Johanna Venho.

In generale, se tralasciamo il lavoro di riviste specializzate come Semicerchio e Testo a fronte, è sulla rete che si possono fare incontri interessanti. Segnalo la rubrica “dispatrio”, creata su Nazioneindiana e dedicata soprattutto alla presentazione di traduzioni inedite di autori stranieri. Allo stesso modo, tra i blog di poesia, quello più proiettato verso il mondo anglossassone e francofono è Gammm (animato da i già citati Bortolotti e Zaffarano, assieme a Broggi, Giovenale e Sannelli).

La moltiplicazione di questi sconfinamenti, insomma, non può che giovare ad un rapporto più consapevole con la nostra lingua d’uso e letteraria. Ma sarebbe auspicabile che la conoscenza di poeti stranieri importanti si traducesse anche in una riflessione critica e militante, in grado di ridiscutere categorie e procedimenti assodati.

La critica La riflessione critica serve a capire chi siamo o chi vorremmo essere rispetto a chi ci ha preceduto e a chi ci sta intorno. E anche serve a dire perché non vogliamo più scrivere in un certo modo. Ed infine serve a giustificare, per quanto è possibile, perché alcuni versi hanno la forza di stamparsi nella memoria rispetto a tanti altri che leggiamo. La critica ci porta a descrivere, ma anche a giudicare, creando gerarchie. Ora, la critica può essere latitante, oppure essere falsata, ma non si può pensare che essa scompaia come accessorio intellettualistico e superfluo. Essa è connaturata all’attività dello scrivere e del leggere. In particolar modo, essa continua e prolunga il gesto della lettura, attraverso il quale lo stesso scrivente torna su di sé, scoprendosi come altro, come testo. Sopprimere la critica, significa amputare la figura stessa del poeta: come se questi scrivesse ciecamente, senza leggersi, senza poter tornare su di sé in modo inatteso.

La mia impressione è che in Italia esista anche una generazione di validi e giovani critici militanti, così come esiste ancora un critica accademica di ottimo livello. Ma né la critica militante né, a maggior ragione, quella accademica sono in grado di esplorare approfonditamente o in modo esaustivo l’esistente. Inoltre, spesso, prevale nella nostra critica la prospettiva filologica, estremamente attenta a problemi di ascendenze stilistiche. Ciò lascia scoperto lo spazio per una critica di tipo filosofico, che sappia stringere dappresso questioni inerenti alla figurazione e all’apporto conoscitivo specifico del discorso poetico. Questa situazione ha spinto Biagio Cepollaro e me ad avviare in rete un progetto chiamato Per un critica futura. (Si tratta di quaderni di critica dalla scadenza più o meno trimestrale, presentati in formato pdf sul sito www.cepollaro.it). L’idea che ci ha mosso è quella, ambiziosa e nel contempo elementare, di orientare poeti, critici o semplici lettori ad una fenomenologia della lettura del testo poetico. Che cosa avviene, quando leggo un testo poetico? Che tipo di esperienza posso fare attraverso di esso? In che cosa la lettura di un testo poetico si differenzia, ad esempio, da un testo non poetico? Quali temi sono connaturati con il genere della poesia? Crediamo che questo tipo di domande apparentemente semplici vadano poste di nuovo, senza per questo aspirare a qualche risposta definitiva, di tipo essenzialistico. In conclusione, credo che misurare il lavoro poetico alla luce di queste tre grandi direttrici: cultura critica, poesia straniera, fenomenologia della lettura, sia un modo per predisporre il campo frastagliato della poesia contemporanea ad uno sguardo orientato, e non passivo, di pura registrazione dell’esistente.

67 commenti a questo articolo

Precondizioni per un discorso sul canone
2007-09-26 14:46:17|di Martino

Dall’Università del Michigan son sempre usciti giocatori di basket belli tosti!


Precondizioni per un discorso sul canone
2007-09-26 08:30:04|di lorenzo

auguri per il dottorato, davide. immagino che sia stressante.

saluti,
your sucks


Precondizioni per un discorso sul canone
2007-09-25 16:09:22|di Davide

Un po’ di censura, dopo il ranger ci va pure bene. Un sito da segnalare: sucks & rangers.


Precondizioni per un discorso sul canone
2007-09-25 15:44:43|di Davide

Caro Lorenzo, quelli come te qui vengono chiamati "sucks": hanno queste caratteristiche: infestano forum e mailing list del campus, si prendono tremendamente sul serio e seminano solenni ovvietà. Poiché hanno la dialettica del Pan Troglodytes e l’ironia della mosca cavallina, appena sono contraddetti o fiutano la presa in giro, si prodigano in "Suck!".

I Sucks hanno l’esigenza assoluta di predominare almeno in qualcosa nella vita: quindi devono avere, almeno nel mondo virtuale, l’ultimo insulto.

Quando fai un PHD e passi tempi morti durante la stesura del lavoro, ti adotti un Sucks. Ne individui uno e lo ingaggi in una fantasmatica polemica. Vince quello il cui Sucks si rende conto più tardi degli altri che è stato addomesticato. Alcuni Sucks possono continuare a rispondere per alcune settimane.

Qualche Sucks, non sapendo che pesci pigliare, chiede spesso di declinare le proprie generalità, credendosi di colpo il ranger della situazione. In genere, gli si spedisce a casa copia di passaporto per usi consentiti dalla legge. Prego segnalarmi tuo indirizzo postale. Spese a carico tuo.


Precondizioni per un discorso sul canone
2007-09-24 18:22:26|di lorenzo

va bene davide allora mandami le frotte d’autori che non ritieni di valore. farò un gran servizio a tradurli. ti aspetto.
ancora non mi hai detto chi sei. un altro dubbio: ma perché non ti rimbocchi le maniche anche tu con noi?

stammi bene,

lorenzo

p.s. le cose di vita prima di tutto. anche senza virgolette intorno a "vita".


Precondizioni per un discorso sul canone
2007-09-24 17:22:47|di Davide

Il fatto che tu riconosca "frotte" di poeti di valore non mi fa pensare bene, ma leggere fa sempre piacere.

Caro Lorenzo, come pedante sei scarsino, io ho soltanto detto di di poeti statunitensi giovani e non ancora conosciuti in Italia ce ne sono a frotte. Che siano poi di valore, sarà il traduttore che si sceglie i suoi autori, e poi il letttore italiano che ne legge le traduzioni, a dirlo.

Mi sembri più pertinente nel parlare di "cose di vita".


Precondizioni per un discorso sul canone
2007-09-24 17:03:46|di lorenzo

Davide, io non so chi tu sia ma a quanto pare tu mi conosci per filo e per segno.

Ti consiglio di usare le parole con attenzione, perché la paranoia è una patologia piuttosto seria. Ti prego anche di non prendermi per il culo in modo così banale, perché è noioso. La tua proposta di fare una sezione di "aborti traduttivi" qui sotto, con l’inciso sul bilinguismo e la frecciatina sulla "querelle traduttologica" mi sembra parlare da sola.

Ad ogni modo, io mi rimbocco le maniche quando meglio credo e posso, e per cose che mi danno vitalità ed entusiasmo. Se sei serio, mandami pure un po’ di queste frotte di poeti statunitensi da Ann Arbor, così magari "mi do alla traduzione". La mia email sta qui sotto, o magari già la conosci. Il fatto che tu riconosca "frotte" di poeti di valore non mi fa pensare bene, ma leggere fa sempre piacere.

Il paradosso resta: mi prendi in giro come un idiota e poi mi proponi un impegno serio. T’è andata di traverso un po’ di sborra?

Bye,
Lorenzo


Precondizioni per un discorso sul canone
2007-09-24 15:30:46|di Davide

caro lorenzo, avevo con sorpresa notato in te tratti senili, ma ora anche deliziosamente paranoici. Chi mai ti fa una colpa del bilinguismo? Anzi, perché non ti dai alla traduzione. Io sta lavorando all’università di Ann Arbor, e ti assicuro che di poeti statunitensi giovani e non ancora conosciuti in Italia ce ne sono a frotte. E tu che conosci già bene il mondo anglosassone lo sai meglio di me, dunque tirati su le maniche, invece di impermalosirti come un bimbo ogni tre secondi. Devo dire che su questo Sinicco mi piace, mostra un grande entusiasmo, una vitalità. Che giustamente non si vuole spendere senza fondi, ma che sa ideare incontri veri, frontali...


Precondizioni per un discorso sul canone
2007-09-23 21:04:01|di lorenzo

christian ma dici a me? mi sa che dici a davide, perché io non ti ho chiesto niente.

a presto,
lorenzo


Precondizioni per un discorso sul canone
2007-09-23 18:25:00|di Christian Sinicco

E’ molto semplice Lorenzo. Vado alla fiera del libro di Pola, o al festival di poesia di Zagabria, oppure fra poco in Austria, in Inghilterra, e incontro molti poeti, e ascolto, e poi vado a fondo su ciò che mi interessa - poi si fanno delle proposte, e alla fine riesco a portare a Trieste delle persone, farle conoscere ad altri, fare in modo che ci si renda conto, che per me ha a che fare molto di più con l’ascolto (non dei due tre che chiaccherano di poesia, ma delle persone che potrebbero essere attirate). E’ questo il circuito di cui parlo...e c’è da dire che a li poeti stranieri poco gliene importa dei blog, perché è un fenomeno del tutto italiano che ha a che fare con la mancanza di critica - altro che critica che impone! - e di sensibilità nell’editoria. Se guardi poi i poeti della nostra età che circuitano all’estero ti accorgerai che hanno diverse pubblicazioni alle spalle - cosa che qui in Italia non è possibile - e sono tradotti perché quando li invitano all’estero vengono approntate le traduzioni, vengono pubblicate delle antologie, etc.
All’estero usano rispettare così i poeti stranieri, in Italia non c’è questa cura per i particolari. Poi, il discorso è questo: su una cosa ha ragione Inglese, su Gamm ci sono delle traduzioni, c’è un progetto che desidera sondare un tipo di produzione (forse non riesce ancora a discuterla, ma di certo c’è del materiale), si può andare lì a visionare, etc... Questo ha pure a che vedere con il fatto che un gruppo di autori (di cui io stimo la poesia di qualcuno, ma critico molte delle impostazioni di partenza) si è dato un progetto, e dalle attività che fanno a Roma, si vede pure che fanno arrivare autori, si fanno conoscere nel modo più opportuno. Quindi, se absolute vuole darsi dei progetti, e ragionare in questo senso, con un dibattito largo e aperto, finalizzato a qualcosa di tangibile (più di un clic di mouse) mi impegno, altrimenti passo e mi dedico con noncuranza a ciò che sento più urgente. Dopo più di due anni di blog bisognerebbe domandarsi cosa quest’attività ha prodotto - parlo dell’attività del blog che entra, propone delle attività in altri contesti. Ciao!


Commenti precedenti:
1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 |>

Commenta questo articolo


moderato a priori

Questo forum è moderato a priori: il tuo contributo apparirà solo dopo essere stato approvato da un amministratore del sito.

Un messaggio, un commento?
  • (Per creare dei paragrafi indipendenti, lasciare fra loro delle righe vuote.)

Chi sei? (opzionale)