Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

Coordinamento: Luigi Nacci & Lello Voce

Redatta da:

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Si può criticare MILO DE ANGELIS?

(gli intoccabili - numero I)

Articolo postato martedì 22 maggio 2007
da Luigi Nacci

They were all torn
and cover’d with
the boy’s
blood
(Dino Campana, Canti orfici)


Se ci sono autori intorno ai quali si è formato un vasto consenso, uno di quelli è fuor di dubbio Milo De Angelis. Il poeta milanese è apprezzato indistintamente da vecchie e nuove generazioni, oltre che da autori dalle poetiche più disparate - dai Cucchi ai Nove, per capirci. Ma è soprattutto tra i giovani che mi è capitato di riscontrare una sorta di adorazione nei suoi confronti (in molti lo chiamano semplicemente "Milo"), come se fosse un untouchable, come se bisognasse soltanto ad orare, toccarlo e portarlo all’os-bocca, attingere alla sua parola, ricevere come un’ostia la sua parola. Quando mi ritrovo a parlare di De Angelis con qualche altro poeta o critico, e ad un certo punto provo a svelare candidamente il mio pensiero - "a me non piace", esordisco - ottengo in risposta uno sguardo torvus, e mi sento prossimo ad una scomunica. Nel tempo quegli sguardi mi hanno indotto a chiedermi: ma allora è colpa mia? Perché non riesco a vedere la sua grandezza? E così via. Poi però ogni volta - senza accenni di fierezza - rivendico la mia dis-sonanza, ritrovandomi a fare mente locale ripensando ai versi di Ivano Ferrari:

In quanto siamo liberi
o internamente sorpresi,
incantatori a fior di pena
di questi spazi rovinosi,
sull’esempio dei rami morti
contendiamo la vittoria al muschio.


(mi chiedo tra me e me: è un poeta tragico De Angelis, come molti dicono? se lo è, che cosa ci vuole comunicare il refrain della sua canzone del capro? non c’è il rischio di una magnificazione del dato misterico? non c’è il rischio di una parolamagicagrottainiziatica in cui rifugiarsi dal dolore del mondo, in cui evitare un discorso sul nostro tempo? non c’è il rischio di un’ossessiva e claustrofobica monotonia di sguardi?)

***


Milo De Angelis ha avuto un ruolo nella poesia italiana degli ultimi vent’anni. E’ lui, infatti, il maggiore responsabile della deriva neo-estetizzante degli anni Ottanta, del cosiddetto neo-orfismo. Il suo primo libro (Somiglianze, 1976) è un caso eccezionale per molti aspetti. Si tratta di un libro che propone un modello di poesia talmente alto che i nessi del discorso non sono (o non sarebbero) importanti, ma allo stesso tempo (spesso) contiene poesie riuscite perché segnate da una densità emotiva del tutto inusuale. […] La caduta, o la sottovalutazione, dei nessi del discorso in nome dell’altezza lirica, nei meno dotati di De Angelis (cioè quasi tutti), ha provocato esiti disastrosi. Malgrado il titolo, infatti, Somiglianze poteva essere letto, e di fatti è stato letto, come un esempio di libertà assoluta: si potevano scrivere libri in cui nulla somiglia a niente, essendo l’arbitrio la modalità che regna sovrana nell’accostamento di immagini e concetti. […] De Angelis vuole essere un’idea di poesia in carne e ossa. De Angelis è disposto a rischiare la vita per essere la reincarnazione del Poeta, l’ombra di Hölderlin o di Novalis. E vive così, e soffre così, ed è questo che ha reso credibile la sua poesia, questa colossale finzione “vera”: un’ideologia della poesia che si incarna in una persona che crede come un monaco tibetano o un mistico medievale di essere in contatto privilegiato con l’assoluto. Un equivoco spaventoso, in fondo tragico, per De Angelis. Comico nei suoi imitatori (compreso Cucchi, che dopo Il disperso si è messo a fare il verso a De Angelis). Tragico, e quindi affascinante, come è affascinante ogni figura eroica quanto più il suo eroismo è insensato, inutile, gratuito, infondato. (Giorgio Manacorda, La poesia italiana oggi. Un’antologia critica, Roma, Castelvecchi, 2004, pp. 175-180).


De Angelis nasce come Atena dalla testa di Zeus, già adulto e armato. Somiglianze è infatti un libro in cui si mostra un autore già straordinariamente maturo, raccolto attorno ad alcuni temi che saranno le storie continuamente (ossessivamente) narrate nell’intero corso della sua avventura poetica: il confronto con la donna-amazzone e con la donna desiderata, il gesto sportivo che concentra l’apertura verso l’alterità, l’erranza attraverso una Milano vestita di grigio e di cenere, insieme distinta e confusa tanto da comprendere infinite altre città. Una mitologia, se vogliamo, ma fatta di miti poco sfiorati dal morbido dell’elegia o dallo scandito dell’epos: di miti – insomma – inesorabilmente tragici, contratti nella tensione fra finalità e finitudine. […] La tradizione convocata da De Angelis non è quindi né quella dei mistici, né quella degli stoici […], posizioni queste incompatibili con il sentimento del tragico […]. Non c’è dubbio che – nel tirare le fila circa una delle esperienze poetiche più vertiginose del nostro tempo – si debba cautelare il lettore notificando un certo rischio di fiducia in una parola risolutiva, effata come fosse in diretto contatto con l’essere: questo magari sembrerebbe testimoniare la natura impositiva della lingua di De Angelis, il suo tono imperativo, l’abbondanza di futuri quasi profetici (ma piuttosto schiavi della necessità), la perentorietà di immagini lontane dalla usuale logica percettiva, bordeggianti una aporetica sintesi dei contrari, o almeno dei dissimili […]. Per sfuggire dalla banalizzazione dei dati storici imposta dal potere politico-economico che si manifesta attraverso i media e il loro ossessivo ricorso al continuo gettito di notizie presentate come la verità assoluta e in realtà disegnate a tavolino, si ricorre a un tono altrettanto violento e impositivo per tracciare la possibilità di una resistenza non – per carità – nella sfera del privato, ma in un’ontologia del quotidiano in senso blanchotiano: in un diario delle cose che offre i nudi dati restituendoli a un primario stupore, lo stupore dell’esserci, condiviso dalla comunità acefala degli uomini, uniti dalla loro finitudine. (Paolo Zublena, s.t., in Parola plurale, a cura di G. Alfano, A. Baldacci, C. Bello Minciacchi, A. Cortellessa, M. Manganelli, R. Scarpa, F. Zinelli, P. Zublena, Roma, Luca Sossella Editore, 2005, pp. 173-176).


La monotonia è un pegno di sincerità, amava ripetere Pavese, osservando che la bellezza del nuoto è la ricorrenza di una posizione, il peso invariato di una massa da cui prendono forma i movimenti mutevoli dell’acqua […]. Credo che il nuovo nasca da questa ossessione, dal suo punto più estremo e insostenibile, dallo squarcio che in essa si apre, pena la vita. Credo cioè che non sia possibile dare vita a una parola sprezzandone le regole e l’ordine profondo, ma portando tale ordine a una tensione così forte da sfigurarlo, da farne un’altra figura. (Milo De Angelis, La chiarezza di ogni tragedia, in La parola ritrovata. Ultime tendenze della poesia italiana, a cura di Maria Ida Gaeta e Gabriella Sica, Venezia, Marsilio, 1995, p. 89).


187 commenti a questo articolo

Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-21 09:39:46|

Luigi, l’idea è ottima, ma sono letteralmente sommerso da impegni. Preferisco, comunque, aspettare la fine delle attività scolastiche per avere più tempo a disposizione, anche per leggere. Come ti dicevo, avevo intenzione di scrivere sull’esperienza di Baldus: si potrebbero mettere assieme le due cose e preparare, anche con l’aiuto di altri, una serie di contributi specifici. Di più adesso, anche per una serie di altri problemi, non posso, e non mi piace fare le cose tanto per farle.

Cercherò di ritornare, spero oggi, sul tuo ultimo commento, perché, incredibilmente, contiene la stessa riflessione e il riferimento allo stesso testo che avevo utilizzato ieri, mentre scrivevo il pezzo postato, prima che un calo di tensione dell’impianto elettrico mi cancellasse il tutto.

Buona giornata.

fm


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-21 00:21:27|di luigi



per Silvia:

non giudico nulla secondo parametri di presunta novità o decrepitezza (non sono un allegro incendiario che dà fuoco agli scaffali delle biblioteche!); quello che cerco nell’opera è il suo sforzo di lettura delle realtà, e non posso che riallacciarmi a Francesco, il quale ha centrato il punto:

Quello che manca, in quest’ultima prospettiva, non è il “reale storico” o la sua ricezione e ridefinizione in chiave di contraddizione; ma è preminente, invece, la tendenza a pacificare, o ad allontanare sullo sfondo, i contrasti, relegando lo “scontro” a livello di conflitto interiore, rispetto al quale il “paesaggio” non si fa storia, vicenda concreta degli uomini, ma scenario impassibile dove si giocano enigmi, vicende e proiezioni affatto personali, riguardate nel crogiuolo di passioni di un io che tende non a storicizzarsi, ma a eternarsi e a porsi come soggetto universale, simbolo buono per tutte le stagioni.

Rifiuto l’opzione orfico-mistica in quanto livellatrice di conflitti: ne deriva un appiattimento a mio giudizio pericoloso, non tanto in De Angelis, che è poeta talentuoso e serio, ma nei suoi epigoni meno talentuosi e corazzati culturalmente (penso a Fortini: Gli oppressi / sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli / parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso / credo di non sapere più di chi è la colpa: insomma, penso che l’appiattimento su uno scenario impassibile porti a non sapere più di chi è la colpa).

Su Cucchi: nel post ho scelto due nomi, Cucchi e Nove, diversi per anagrafe e poetica (e che notoriamente non si amano molto, l’un l’altro) che stimano molto De Angelis, solo per far capire quanto l’apprezzamento verso di lui sia indiscriminato e trasversale.

**

per Antonella:

liberissima di esprimere la tua opinione, da lettrice. Ho solo una curiosità: hai comprato Tema dell’addio perché già conoscevi il poeta, perché consigliata, per caso...?

**

Francesco,

ci tornerò (magari potremmo proporre assieme un altro post specifico, se ti va), ma fin d’ora ti dico che secondo me hai sollevato due questioni pregnantissime della scrittura di Lello:

1)la dimensione del silenzio;

2)la prospettiva utopica screziata di reminiscenze blochiane. Potremmo dire che Voce sta a De Angelis come Bloch al pensiero contemplativo. La semplicità è il comunismo di Lello porta in sé l’apparente semplicità del principio speranza blochiano: la materia vociana è percorsa da spinte che la indirizzano continuamente verso nuove forme, compulsivamente proiettata nel presente e nel futuro, sballottata, dinamica, mai doma, mai rivolta al passato o alla fissità. E forse, questo richiamo a Bloch, giustificherebbe anche le correnti non razionali che ogni tanto affiorano e che Lello fa in modo di non rendere visibili...


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-20 23:08:03|di silvia

Non ho ancora letto tutto fm ma vediamo.
Intanto rispondo a tue obiezioni, Louis:

nessuno ha detto proprio precisamente orfico=superato, ma per le leggi dell’analogia tu dici, nel post discusso (cito):

"parolamagicagrottainiziatica in cui rifugiarsi dal dolore del mondo, in cui evitare un discorso sul nostro tempo?"

E questo evitamento di un discorso sul nostro tempo (che viene accoppiata all’orfismo) mi sembra la principale mancanza imputata, dalla tua analisi, al De Angelis.

Poi: ci mancherebbe che Cucchi c’entrasse con la stima universale! Io rilevo: Cucchi, lineare e asciuttino com’è s’è preso De Angelis a, come dire, cuore? L’avete detto voi! Io avrei invertito i termini, ma tant’è.

Poi: i fornitori di verità-chiavi spesso sposano generi. Quello della poesia cosiddetta civile ne è un esempio.
Ma nessun "orfico" mi pare fornisca verità-chiavi, indi, essendo, a mio avviso e come volevasi dimostrare con la glossa su "L’idea centrale", De Angelis un fornitore di chiavi, De Angelis è poco niente orfico. Almeno su queste basi.
Tu dici che è una "classificazione" arbitraria? A me sembra in linea con buona parte dell’analisi fatta sin qui.

p.s. tra gli ultimi interventi letti ho molto apprezzato il contributo di Guglielmin (la rovina). Prima ancora quello di Massari (il ribaltamento).


http://silviamolesini.splinder.com

Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-20 20:59:10|di antonella

a me non piace, è noioso, il tema dell’addio non mi ha preso. nessuna analisi critica e nessuna motivazione, è nel mio diritto esprimere la mia opinione senza motivazione critica, ci sono i poeti, i critici e i lettori. io sono una lettrice che ha comprato il suo ultimo e osannato libro, l’ha letto e poi l’ha sistemato nello scaffale della libreria. in genere quando mi prendono li tengo a portata di mano così se mi viene voglia li rileggo. antonella


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-20 20:35:28|di maria

anch’io, un po’ latitante in questi giorni, giusto due parole: complimenti al Marotta per le sue analisi, come al solito, acute e di grande sensibilità e a Luigi per il post, e a quanti sono finora intervenuti: una delle più interessanti, serie e pacate riflessioni degli ultimi tempi
- mi dispiace non poter soffermarmi di più al momento per aggiungere un contributo, ma non se ne sentirà affatto la mancanza, davvero bella discussione, grandi! ;-)


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-20 18:57:56|di luigi



CHAPEAU Francesco!

Hai messo tantissima carne al fuoco, oggi (e poi dicono che la domenica è giorno di riposo, altro ché!). Avrò bisogno di un po’ di tempo per elaborare la tua analisi e - al caso - continuare da dove tu hai lasciato.

Intanto aspettiamo l’intervento di Lello e di chi voglia inserirsi.

A questo punto sarebbe bello che anche De Angelis arrivasse qui. Mai dire mai, anche se dubito...

Ancora grazie, Francesco, per il tuo pesante contributo.


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-20 18:14:54|

Me ne vado. Non prima di avervi "rivelato", però, che, molto probabilmente, anzi, sicuramente, quel "la trada", al penultimo capoverso, è un più banale e niente affatto poetico "la strada".

I miei omaggi.

fm


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-20 18:09:36|

Ritornando alla chiusa dell’intervento precedente, ecco alcuni degli "elementi" di novità che mi sembra di ravvisare nell’ultima produzione "vociana" (del Lello, non della rivista d’antan).

*

La dimensione del “silenzio”: non come fuga dalla storia e chiusura ermetica, ma come scoperta e utilizzo di un “senso altro” di lettura del reale: lo sguardo che si sofferma su ciò che resta, sul vuoto carico di “voci possibili”, dopo che la “atroce particola di corpo” (la “croce di sangue graffiata sul timpano fulminato”), da “vittima sacrificale” della storia e delle logiche di reificazione (a partire dal linguaggio della comunicazione), riemerge, in proiezione, come “offerta condivisa”, cioè come “materiale” di costruzione di una vicenda umana “altra”.

Il “costante silenzio”, intorno al quale il canto ruota, è già “scienza dei nostri sentimenti” (i.e.: un sapere, del “sentire”, che produce azione e non contemplazione): un “sapere” nel quale le parole, “sospese nel vortice della materia”, sono “scorciatoie del corpo e dell’anima” (che mi richiama insistentemente - ma tu guarda un po’! – l’analogia con un “oggi fare anima mette quasi paura” dell’ultima produzione di Cepollaro).

Si tratta, a mio modo di vedere, della precisa indicazione, con relativo tentativo di iniziale mappatura, di una porzione non indifferente di “territorio” (a trecentosessanta gradi: “sommerso” compreso) tutto da esplorare, senza rinunciare all’utilizzo degli strumenti di analisi e di ricerca posseduti, da una parte, ma anche nella piena coscienza della necessità di forgiarne di nuovi. Che contiene, a ben leggere, una sostanziale indicazione di percorso, se non di poetica complessiva, che lo stesso Voce sintetizza (non ricordo più dove, ma me l’ero segnata) nella volontà di “scoprire una piega inedita, scomoda, inaspettata del reale e comprenderne il senso”

Credo che siamo nel solco, con le dovute cautele, di quella che Guglielmi, recensendo il “Cristo elettrico”, individuava come propensione all’utilizzo di “inserti sapienziali”, dove l’aggettivo immagino sia da intendersi nell’accezione di quel “sapere/sentire” di cui parlavo sopra. (“c’è bisogno piuttosto di bruciarsi i polpastrelli alla luce”).

*

Una nuova “sensibilità”, in merito alla possibilità di accedere a nuovi orizzonti e dimensioni dello “specifico linguistico” (se vogliamo, dallo “experimentum verbi” agli “esperimenta verbi”, dove la scelta del numero è tutto tranne che un orizzonte neutro di mediazioni linguistiche esperibili).

Si accentua, quindi, in chiave di scavo, lo studio sul linguaggio, alla ricerca di una “neolingua” che, pagato e saldato il debito nei confronti della grande tradizione gaddiana, si ridifenisce nella consapevolezza che il primo edificio ad essere frantumato da questa “talpa storica” è il linguaggio stesso: perché solo frugando tra le macerie e gli scarti si recuperano percorsi di senso obliqui e devianti; quelli che, ancora intatti, sono l’unico frutto superstite della assoluta mercificazione dei “raccolti” in cui, storicamente, la museificazione linguistica disarma, disarticola e scarica le produzioni culturali . Ed ecco che l’eccesso sintattico, da una parte, e la cura “maniacale”, filogica, del particolare, dall’altra, chiaramente avvertibili nell’ultimo romanzo, si declinano, nella più recente produzione poetica, come approfondimento delle stratificazioni semantiche, a partire da un lessico apparentemente più limitato e meno vistoso, per nutrire di nuova sostanza verbale l’immaginario; e di un immaginario, ricostruito su nuove basi, la stessa sostanza verbale che lo esplicita e lo comunica. E infatti, “c’è bisogno piuttosto di bocche che sappiano che dire / di lingue che sappiano come soffrire di lettere di fuoco / che sale sappiano mettere sulla coda del male”.

*

Si apre a nuove prospettive anche la “dimensione utopica”, già implicita, come un marchio di fabbrica, nella sua produzione. La “novità” (magari la colgo solo io) è in quella che chiamerei una “accentuazione” degli elementi blochiani presenti nei testi poetici. A partire, comunque, da una (consapevole, personale) ridefinizione del “tempo storico”. Negli “Short Cuts”, la dimensione temporale, piuttosto che espandersi, trascinando e dilatando all’infinito la componente utopica, si contrae, a volte vertiginosamente, in un presente visto come unicum di elaborazione progettuale, non più affidata alla “lunga durata” dei possibili, ma tutta giocata come “oltranza utopica concreta” nell’hic et nunc della contingenza storica con la quale, antagonisticamente, ci si confronta. Non ho tempo per cercare ora altri testi e per delineare, in base ad essi, l’argomentazione complessiva che si può intuire, ma credo di non essere molto lontano dalle precise intenzioni dell’autore.

*

Un ultimo (ma non ultimo) elemento. L’utilizzo di strumenti e di mezzi espressivi differenziati (parole, musica, immagini), che da sempre accompagna la sua scrittura poetica, risulta ultimamente più raffinato e teoricamente fondato, tanto che i testi ne risentono in maniera fortemente connotata.
Sto solo dicendo che “dizione”, impostazione vocale e scelta sonora non sono più, soltanto, elementi che definiscono un “contesto”, quello finalizzato unicamente alla “performatività” dei testi, ma sono diventati, senza soluzione di continuità, parte essenziale dell’opera stessa, segmenti di un “epos in fieri” i cui confini netti sfuggono (per fortuna) al controllo totale dell’autore. Segno di una ulteriore apertura e della validità, anche dal punto di vista dello studio e dei fondamenti teorici, di questo inesauribile “esperire”.

*

Il punto nodale (uno dei) dunque, dove si gioca il parallelo e la differenza possibile tra le due poetiche? Eccolo: da una parte, una corporeità viva che, scrivendo, traccia il profilo e la materialità del suo farsi parola, segno scritto, storico; dall’altra, una parola che sa, da sempre, a prescindere dalle forme in cui il “vivente” storicamente si dà, la trada per definire il sembiante di un corpo che può anche non appartenergli.

fm

Luigi, qualora queste succinte note (che prima o poi cercherò di sviluppare in modo meno aleatorio),contengano (troppe) cazzate, ho sempre un alibi che mi ripara dalla prevedibile caterva di insulti e ortaggi: posso sempre dire, ad esempio, che “fm” non sono io, cioè non sono “colui che voi credete io sia”.

Amen.


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-20 13:34:52|

Scrivo qui delle note senza nessuna presunzione di linearità del discorso, solo un ragionare a voce alta, digitando sulla tastiera e avendo cura di evitare di ripetere ciò che è stato già ampiamente detto. Mi ero ripromesso, durante l’estate, di ritornare, per un mio personale interesse, sulla riedizione di “Baldus”, a partire da alcune suggestioni colte nello studio introduttivo di Massimo Rizzante (veramente un gran lavoro). Mi si aggiunge, ora, grazie a questo post, un’ipotesi alla quale non avevo nemmeno lontanamente pensato: quella di una lettura in parallelo di Voce e De Angelis. Butto lì qualche considerazione, lasciando volutamente sullo sfondo l’ultima produzione di De Angelis, sulla quale molto, e molto in profondità, si è scritto in questo thread.

*

Lello Voce utilizza la poesia come chi armeggia con chiavi e strumenti di lava, incandescenti; li forgia in forme sempre nuove, metamorfiche, ma li utilizza, sostanzialmente, come cunei ermeneutici, mai neutri o fini a se stessi, per scalfire la superficie e il volto di un reale che si dà come grumo irrisolto di contraddizioni: cioè orientati a un canto che, prima ancora di essere scelta politica di campo ben definita, è “sapienza” di un dettato civile dove libertà e speranza si rovesciano l’uno nell’altro, fino a rendersi indistinguibili, in ogni componimento. L’impossibilità di rendere alla poesia una neutralità che non le appartiene, per la sua innata vocazione alla rivolta (e in ciò si definisce la natura eminentemente “etica” dei suoi scritti, di un’etica che definirei di ascendenza chariana, che sempre richiama il poeta alla sua missione di opposizione e di denuncia del presente), si traduce in una prassi di scrittura, inoppugnabilmente attestata dai suoi lavori (faccio rientrare nel termine non solo la pagina scritta, ma anche i materiali musicali e la scelta dei registri vocali più adatti alla loro partecipazione diffusa, orale), dove l’interpretazione della storicità nella quale siamo immersi è sempre una proiezione all’oltranza, a un superamento che si declina in termini e in progetto di utopia, palese o dissimulata che sia.

Qui, a mio modo di vedere, sta la differenza sostanziale rispetto ad altri percorsi di ricerca nati più o meno negli stessi anni, a cominciare da quello di cui De Angelis rappresenta, emblematicamente, la punta più alta. Quello che manca, in quest’ultima prospettiva, non è il “reale storico” o la sua ricezione e ridefinizione in chiave di contraddizione; ma è preminente, invece, la tendenza a pacificare, o ad allontanare sullo sfondo, i contrasti, relegando lo “scontro” a livello di conflitto interiore, rispetto al quale il “paesaggio” non si fa storia, vicenda concreta degli uomini, ma scenario impassibile dove si giocano enigmi, vicende e proiezioni affatto personali, riguardate nel crogiuolo di passioni di un io che tende non a storicizzarsi, ma a eternarsi e a porsi come soggetto universale, simbolo buono per tutte le stagioni. Dal mio punto di vista, l’analisi di Zublena in “Parola Plurale” rimane uno degli inquadramenti migliori e più esaustivi di questo percorso. E il problema del condividerla o meno, questa prassi di scrittura e questa poetica, la banalità del piace o non piace, rimane questione assolutamente marginale (Sinicco in hoc docet).

Un altro elemento di forte differenziazione è quello che si dà nell’utilizzo della “memoria”, storica o individuale, e negli effetti della sua “persistenza” nel corpus poetico dei due autori: in Voce è movimento e produzione di senso, spendibile nel “qui e ora”, è sostanzialmente “progetto”, alternativa; in De Angelis è sempre “paradigma”, ipostasi di universale significazione di ogni detto. Ma il discorso andrebbe approfondito con ben altri strumenti e letture comparate, piuttosto che con una nota di commento che vuole solo porre il problema, lo snodo di un possibile confronto. Il fine dovrebbe sempre essere, in questi casi, nient’altro che vedere in che modo, da una stessa “tradizione”, nell’accezione che Padua dà al termine, anche se recepita e utilizzata in modi affatto differenti, si diramano poetiche e percorsi specularmene contrapposti e rovesciati. Quello che manca, secondo me, è uno studio serio, condotto con rigore di analisi, del “versante in ombra”, quello che non gode né dei favori della critica accademica né della visibilità delle riviste di grido e dell’editoria che conta: quello che oggi affida all’oralità e alla trasmissione “per contrasto” la sua ragion d’essere. Fino a quando ciò non sarà fatto (molti giovani studiosi, parlo di quelli ancora “non compromessi”, sembrano però poco interessati o in tutt’altre faccende affaccendati: basta vedere il quasi assoluto disinteresse in cui è passata la riedizione di “Baldus”, fino a questo momento un’occasione irripetibile “tragicamente” sprecata), fintanto che il gap non sarà colmato, il quadro degli sviluppi della letteratura poetica dell’ultimo trentennio rimarrà incompleto e l’attraversamento, “necessario”, “critico”, “dialettico” delle logiche novecentesche, rimandato a data da destinarsi. Gli effetti? Ancora più devastanti di quelli di oggi: il proliferare di epigoni (inutili e dannosi a sé e agli altri) e di studi (inutili rimasticazioni del già digerito) in un campo; la più totale marginalità e rimozione nell’altro.

*

Sperando di poterci ritornare con più calma, con altre considerazioni, magari in serata (ma sono semisommerso da una marea di “casi” e “casini”), anche per avere il conforto o la smentita dell’autore su una mia interpretazione della sua ultima produzione, ricopio quanto avevo scritto, di getto, qui su Absolute, subito dopo la mia prima lettura di “La rosa e la voce”, che ritengo, “anche”, una sorta di manifesto, la traccia di un’impercettibile “svolta”.

“Nel suo storicissimo, dolente fluire; nella sua dolce urlata cadenza di acqua che assalta scogli insensibili all’onda; nel suo furore trattenuto a fior di pelle, come la spina trattiene il morso e il volo; nel suo recitato scandito, sillabato, quasi una laica preghiera cantata sulle/dalle rovine del presente - il testo mi sembra elevarsi (con una consapevolezza tutta sua, che sembra sottrarsi, fuggire al controllo della voce) a perenne, metastorica dichiarazione di intenti, di consapevolezza e mistero, di poetica. ("...una voce è soltanto una croce di sangue graffiata sul timpano fulminato...")”.

Buona giornata a tutti.

fm


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-20 00:01:58|di luigi



Caro Francesco,

ti ringrazio, anche se davvero penso di averne "sparate". A parte ciò, concordo con te: La rosa e la voce è un testo bellissimo, al pari degli altri testi/pezzi nuovi di Lello. Mi piacerebbe, se hai tempo, che mettessi tu in luce quei groppi e nodi sottesi di cui parli (e che sento anch’io). E pure mi piacerebbe - per non andare troppo fuori tema - che cercassi di annodarli con alcuni tartari deangelisiani, nell’ardimentoso intento di continuare la comparazione tra questi due autori...


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