Absolute Poetry 2.0
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Si può criticare MILO DE ANGELIS?

(gli intoccabili - numero I)

Articolo postato martedì 22 maggio 2007
da Luigi Nacci

They were all torn
and cover’d with
the boy’s
blood
(Dino Campana, Canti orfici)


Se ci sono autori intorno ai quali si è formato un vasto consenso, uno di quelli è fuor di dubbio Milo De Angelis. Il poeta milanese è apprezzato indistintamente da vecchie e nuove generazioni, oltre che da autori dalle poetiche più disparate - dai Cucchi ai Nove, per capirci. Ma è soprattutto tra i giovani che mi è capitato di riscontrare una sorta di adorazione nei suoi confronti (in molti lo chiamano semplicemente "Milo"), come se fosse un untouchable, come se bisognasse soltanto ad orare, toccarlo e portarlo all’os-bocca, attingere alla sua parola, ricevere come un’ostia la sua parola. Quando mi ritrovo a parlare di De Angelis con qualche altro poeta o critico, e ad un certo punto provo a svelare candidamente il mio pensiero - "a me non piace", esordisco - ottengo in risposta uno sguardo torvus, e mi sento prossimo ad una scomunica. Nel tempo quegli sguardi mi hanno indotto a chiedermi: ma allora è colpa mia? Perché non riesco a vedere la sua grandezza? E così via. Poi però ogni volta - senza accenni di fierezza - rivendico la mia dis-sonanza, ritrovandomi a fare mente locale ripensando ai versi di Ivano Ferrari:

In quanto siamo liberi
o internamente sorpresi,
incantatori a fior di pena
di questi spazi rovinosi,
sull’esempio dei rami morti
contendiamo la vittoria al muschio.


(mi chiedo tra me e me: è un poeta tragico De Angelis, come molti dicono? se lo è, che cosa ci vuole comunicare il refrain della sua canzone del capro? non c’è il rischio di una magnificazione del dato misterico? non c’è il rischio di una parolamagicagrottainiziatica in cui rifugiarsi dal dolore del mondo, in cui evitare un discorso sul nostro tempo? non c’è il rischio di un’ossessiva e claustrofobica monotonia di sguardi?)

***


Milo De Angelis ha avuto un ruolo nella poesia italiana degli ultimi vent’anni. E’ lui, infatti, il maggiore responsabile della deriva neo-estetizzante degli anni Ottanta, del cosiddetto neo-orfismo. Il suo primo libro (Somiglianze, 1976) è un caso eccezionale per molti aspetti. Si tratta di un libro che propone un modello di poesia talmente alto che i nessi del discorso non sono (o non sarebbero) importanti, ma allo stesso tempo (spesso) contiene poesie riuscite perché segnate da una densità emotiva del tutto inusuale. […] La caduta, o la sottovalutazione, dei nessi del discorso in nome dell’altezza lirica, nei meno dotati di De Angelis (cioè quasi tutti), ha provocato esiti disastrosi. Malgrado il titolo, infatti, Somiglianze poteva essere letto, e di fatti è stato letto, come un esempio di libertà assoluta: si potevano scrivere libri in cui nulla somiglia a niente, essendo l’arbitrio la modalità che regna sovrana nell’accostamento di immagini e concetti. […] De Angelis vuole essere un’idea di poesia in carne e ossa. De Angelis è disposto a rischiare la vita per essere la reincarnazione del Poeta, l’ombra di Hölderlin o di Novalis. E vive così, e soffre così, ed è questo che ha reso credibile la sua poesia, questa colossale finzione “vera”: un’ideologia della poesia che si incarna in una persona che crede come un monaco tibetano o un mistico medievale di essere in contatto privilegiato con l’assoluto. Un equivoco spaventoso, in fondo tragico, per De Angelis. Comico nei suoi imitatori (compreso Cucchi, che dopo Il disperso si è messo a fare il verso a De Angelis). Tragico, e quindi affascinante, come è affascinante ogni figura eroica quanto più il suo eroismo è insensato, inutile, gratuito, infondato. (Giorgio Manacorda, La poesia italiana oggi. Un’antologia critica, Roma, Castelvecchi, 2004, pp. 175-180).


De Angelis nasce come Atena dalla testa di Zeus, già adulto e armato. Somiglianze è infatti un libro in cui si mostra un autore già straordinariamente maturo, raccolto attorno ad alcuni temi che saranno le storie continuamente (ossessivamente) narrate nell’intero corso della sua avventura poetica: il confronto con la donna-amazzone e con la donna desiderata, il gesto sportivo che concentra l’apertura verso l’alterità, l’erranza attraverso una Milano vestita di grigio e di cenere, insieme distinta e confusa tanto da comprendere infinite altre città. Una mitologia, se vogliamo, ma fatta di miti poco sfiorati dal morbido dell’elegia o dallo scandito dell’epos: di miti – insomma – inesorabilmente tragici, contratti nella tensione fra finalità e finitudine. […] La tradizione convocata da De Angelis non è quindi né quella dei mistici, né quella degli stoici […], posizioni queste incompatibili con il sentimento del tragico […]. Non c’è dubbio che – nel tirare le fila circa una delle esperienze poetiche più vertiginose del nostro tempo – si debba cautelare il lettore notificando un certo rischio di fiducia in una parola risolutiva, effata come fosse in diretto contatto con l’essere: questo magari sembrerebbe testimoniare la natura impositiva della lingua di De Angelis, il suo tono imperativo, l’abbondanza di futuri quasi profetici (ma piuttosto schiavi della necessità), la perentorietà di immagini lontane dalla usuale logica percettiva, bordeggianti una aporetica sintesi dei contrari, o almeno dei dissimili […]. Per sfuggire dalla banalizzazione dei dati storici imposta dal potere politico-economico che si manifesta attraverso i media e il loro ossessivo ricorso al continuo gettito di notizie presentate come la verità assoluta e in realtà disegnate a tavolino, si ricorre a un tono altrettanto violento e impositivo per tracciare la possibilità di una resistenza non – per carità – nella sfera del privato, ma in un’ontologia del quotidiano in senso blanchotiano: in un diario delle cose che offre i nudi dati restituendoli a un primario stupore, lo stupore dell’esserci, condiviso dalla comunità acefala degli uomini, uniti dalla loro finitudine. (Paolo Zublena, s.t., in Parola plurale, a cura di G. Alfano, A. Baldacci, C. Bello Minciacchi, A. Cortellessa, M. Manganelli, R. Scarpa, F. Zinelli, P. Zublena, Roma, Luca Sossella Editore, 2005, pp. 173-176).


La monotonia è un pegno di sincerità, amava ripetere Pavese, osservando che la bellezza del nuoto è la ricorrenza di una posizione, il peso invariato di una massa da cui prendono forma i movimenti mutevoli dell’acqua […]. Credo che il nuovo nasca da questa ossessione, dal suo punto più estremo e insostenibile, dallo squarcio che in essa si apre, pena la vita. Credo cioè che non sia possibile dare vita a una parola sprezzandone le regole e l’ordine profondo, ma portando tale ordine a una tensione così forte da sfigurarlo, da farne un’altra figura. (Milo De Angelis, La chiarezza di ogni tragedia, in La parola ritrovata. Ultime tendenze della poesia italiana, a cura di Maria Ida Gaeta e Gabriella Sica, Venezia, Marsilio, 1995, p. 89).


187 commenti a questo articolo

Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-19 21:48:51|

Luigi, io mi son copiati tutti i tuoi commenti. Altro che cazzate! La tua analisi al n.65, ad esempio, la trovo, dal mio punto di osservazione, estremamente convincente. Io avrei solo scavato un po’ più a fondo, per quanto riguarda Lello, in un testo come "La rosa e la voce" (splendido), che, al di là del suo valore in assoluto, contiene, sottotraccia, il tentativo di riannodare parecchi fili, alcuni anche molto antichi, in una sintesi per molti aspetti "nuova". E’ una mia lettura, s’intende (dando per scontato che sono d’accordo sulla sostanza complessiva dell’itinerario "esplorativo" che hai tracciato).

fm


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-19 20:40:01|di luigi



Silvia,

dici: che Cucchi l’abbia preso, il De Angelis, ad esempio e "maestro" la dice lunga - la dice lunga, pardon, su che cosa? Il fatto che Cucchi stimi ("a maestro" mi pare eccessivo) De Angelis, fa del secondo un poeta degno di stima universale? Mah...

Orfico=superato: chi l’ha mai detto, qui?

Sulla questione della chiave - fornirla/non fornirla al lettore - non sono d’accordo: messa così come la metti tu, i poeti si dividerebbero tra dispensatori di verità e certezze & spacciatori di dubbi e misteri... again, forgive me: mah!


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-19 20:30:16|di Luigi Nacci

Caro Lello,

da lettore, mi permetto di dissentire. Credo cioè che la tossicità (che preferisco a tossicodipendenza) sia una buona cartina di tornasole: mentre in De Angelis è, in accordo con Stefano, “metafora della vita che pulsa”, occasionale ostia della dannazione che conferisce al gesto sacerdotale una maggiore tragicità, nella tua scrittura la tossicità è elemento naturale, cotidie anti-tragico, come aria impregna ogni corpo e ogni voce, perché prima erano i tempi di “quando Pasolini era un ricchione Balestrini un terrorista”, e “fascisti alla porta”, “chiavi inglesi e noi sporti fuori bordo a vomitare” (Rap di fine secolo), e oggi tutto s’annerisce, “nera la bocca i denti nere le labbra nella cianosi decisiva salto al buio”, “respiro incartapecorito e sporco” (lai del ragionare caotico). In De Angelis la tossicità è incandescenza/concentrato di materia (in lui più nel senso di mater, in te di particle of matter), fa lievitare/levitare la sensazione di vertigine, il vortice delle analogie e dei salti logici, eccezione ascensionale (Tommaso Lisa dice: “allucinazione sintetica/sinestetica”), come nel caso di chi sfida i suicidi accanto al letto e le pastiglie che cadono dalle mani e dice che l’isola sarà guardata nella sua bellezza (L’isola sarà guardata nella sua bellezza), o la fuoriuscita del liquido delicatissimo dalla bocca a cui segue l’immagine della canoa verso l’isola corallina (T.S.) o il sangue in piena che tace (Se un urlo ha visto), o la goccia che diviene “unica sostanza esterrefatta, un fervore di secoli” (Anno), oppure: “ogni nudità s’ingrandiva, il sangue era lucente, la vita era viva” (Luogo intero); in te invece è materia che si scioglie, si fa liquido e fumo, per configgersi o spandersi nelle cose in tensione, nelle fratture che venano i conflitti. Come dice Guglielmi a proposito de Il Cristo elettrico, usi “un linguaggio armato contro se stesso, sempre pronto a dirottare in devianze proibite, a annegarsi in eccessi sintattici, a infettarsi di ogni sorta di virus”: allora la tossicità è oxygen nella tua scrittura, permette la creolizzazione infettiva delle lingue e dei linguaggi, getta gli sguardi in scenari di marginalità, alza (giacché da più giù veniamo, dalla terra) rabelaisianamente le nostre esistenze all’altezza che loro competono, in uno spazio di "fisicità esasperata" (Ottonieri dixit). In De Angelis la tossicità euforizza la parola proveniente dal basso (dal mare junghiano) per schizzare (sempre più leggera) nell’Assoluto; in te l’euforia e la sonnolenza/catalessi coesistono fuse come in una colata di lava/sperma che schizza in tutte le direzioni: “sono un fosso strozzato”, “la posa del caffè sul fondo della tazzina” e poi di colpo "sono morfina polverina scintillante", “una mosca che ronza e non si posa” – ti posi e ti riposi e riscatti e ti abbatti senza sosta, senza paura del sudore, degli umori...

Sul timbro/colore orfico-mistico, siete indiscutibilmente lontani tu e De Angelis, ma qualche residuo c’è, forse, in te, e la tua affermazione - “ho fatto in modo che non fosse visibile” – mi mette la pulce nell’orecchio… ad esempio: “io venni tra gli uomini al tempo della sconfitta nell’era catodica”, “il tuo sguardo cieco verso un’altra terra la siderale vertigine del male l’ira sciocca dei negligenti l’atomo oscuro”(Shortcuts n.4), “l’abisso che lo contiene il tempo che viene” (Shorcuts n. 3), “questo silenzio che fa risuonare la voce di quest’onda” (La rosa e la voce). Ma forse ho scelto gli esempi sbagliati. Lello, se dici che hai fatto in modo che non fossero visibili, significa che delle spinte in quella direzione ci sono - mi piacerebbe approfondire, se tu hai voglia…

(ho azzardato, spero di non aver sparato troppe cazzate!)

Luigi


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-19 17:21:34|

Caro Luigi

la tossicodipendenza non ha alcun ruolo nella distanza che separa la mia poetica da quella di De Angelis. la differenza è assolutamente ’formale’ e ’politica’ e affonda le sue radici nel 900, in ciò che ciascuno di noi ritiene importante o meno del Moderno.

Per quanto riguarda la mia prosa, il tema è evidente, nella mia poesia, che è tutto tranne che ’orfico-mistica’ il tema forse c’è ma ho fatto in modo (ad evitare equivoci alla ’Bellezza’ o alla ’Pasolini’) che non fosse visibile.

In linea generale ciò che penso è ciò che Aldo Nove disse recensendo un mio romanzo. «l’intellettuale, giù dal suo latarino, è un tossico che si guarda morire». De Angelis compreso.

Lello Voce


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-19 17:20:47|di silvia molesini

Guarda Luigi, che Cucchi l’abbia preso, il De Angelis, ad esempio e "maestro" la dice lunga.

Non voglio imbarcarmi sull’interessantissima nave dell’orfismo, che se Campana avesse in qualche modo dato il contributo che poteva, anche a livello pedagogico, alla poesia italiana non saremmo qui a parlarne come di una tara ma piuttosto come di una, diceva Padua, tradizione. Voglio dire , dei maledetti simbolisti francesi stiamo ancora salmodiando, e ci hanno sconquassato i sogni, Campana è orfico e quindi superato?

MA: Cucchi non è orfico e De Angelis, se lo è, lo è per sbaglio. Io, nel mio piccolo, li ho classificati entrambi tra i "rinascimentali". Dove, Saba è troppo reattivo e appartiene al mondo sconquassato dalle guerre per entrarci, le cose vengono codificate e definite con la razionalità di chi ha studiato la geometria umana, dopo le guerre e dopo le restaurazioni varie (Roberta diceva qualcosa a proposito).

Sulla chiave de "L’idea centrale": nessun ermetico lascia chiavi di apertura. Spesso non le conosce manco lui. Chi sa darti la chiave ( e te la fa cercare) è un umanista, un amante delle questioni antropologiche che ha già capito qualcosa di quello che sta dicendo. Un Dante, un Machiavelli, un Parini, un Foscolo, un Manzoni...temo che soltanto gli orfici, o chi per loro, abbiano saputo non lasciarle, queste chiavi.

Per me è un gran principio di bellezza e libertà (non avere chiavi), domando ai poeti dubbi e quando De Angelis me li da (abbiamo visto, incostantemente), invocando una improbabile madonna degli insonni, lo ringrazio.


http://silviamolesini.splinder.com

Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-19 17:18:35|di gugl

secondo me è, al tempo stesso, metafora della vita che pulsa, ma anche racconto autobiografico che - per i suoi cortocircuiti interni (leggi autocensure) - preferisce mascherarsi nella scheggia ermetica.
In un certo senso, questa scheggia, recuperando la tradizione colta, normalizza un conflitto io-mondo che ha invece una natura selvatica, dirompente e probabilmente dannosa per lo stesso poeta (come dicevo qualche post fa)


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-19 16:32:59|di luigi



ok, stefano, adesso è charo. e ti chiedo: secondo te, all’interno della trama testuale deangelisiana, la metafora della tossicodipendenza, che funzione e che peso ha?

(mi piacerebbe che anche lello rispondesse a questa domanda, magari facendo notare le differenze e le distanze dalla propria poetica)


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-19 16:12:06|di gugl

luigi, la tossicodipendenza è scritta nei suoi testi, non ne facevo una bandiera superficiale. ovvio che le medaglie non fanno la poesia. e ovvio che ci vuole la stoffa, altrimenti carcere guerra, eroina non diventano poesia.


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-19 13:07:42|di Adriano Padua

visto che nessuno c’è ancora riuscito se volete posso insultare io nacci e mandare in vacca questa interessante discussione. La tradizione è la cosa più importante secondo me. :-)

PS. continuo a leggervi, ci vuole tempo, attendendo istruzioni. grazie a luigi e a tutti gli intervenuti


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-19 10:38:29|di luigi



Cara Silvia,

graze per la glossa. Ma non fai che confermare quanto pensassi; nonostante ciò, la tua lettura mi ha aiutato ad approfondire il punto di vista di chi gode del testo di De Angelis. Il godimento, correggimi/correggetemi se erro, sta anche nell’intuire la chiave del testo. Lo dici tu stessa: quando indivudui l’idea dentrale, oplà, eccola, la chiave. L’apertura del tabernacolo: De Angelis te lo indica, o ti fa annusare da lontano l’odore dell’ostia (che non c’è, in realtà), ma ti lascia anche completamente solo e scombussolato all’ingresso della chiesa (sconsacrata). Ed è per me apparentabile (con le pinze, per carità, le pinze!) alla gioia fulminea del risolutore di rebus. Sbaglio a dire che la poesia in questione (L’idea centrale) è ermetica? Tu Silvia dici che è una poesia delle più lineari. Libera di pensarlo, ma proviamo a istituire dei paragoni, solo per stabilire le scale di linearità: se L’idea centrale è lineare, Città vecchia di Saba cos’è?

per Stefano:

intendevo intoccabile criticamente, non mi riferivo a De Angelis uomo/autore. Ti chiedo, però: a chi legge o cerca di leggere criticamente un testo, cosa importa che in vita De Angelis sia stato tossicodipendente? (en passant: c’è un giovane poeta, di cui ora mi sfugge il nome, scoperto da De Angelis, che è in carcere, a Milano; la cosa bella è che nelle sue note biografiche, almeno quelle che ho visto io, non c’è alcun riferimento alla sua condizione).

per Martino:

c’ho ripensato a quello che hai detto, hai ragione: Biografia sommaria poteva chiudere il ciclo. Tema d’addio è il frutto di un’urgenza (grande, più grande delle urgenze precedenti). Da sincero lettore di De Angelis quale sei, ti chiedo: secondo te pubblicherà ancora?


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