Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

Coordinamento: Luigi Nacci & Lello Voce

Redatta da:

Luca Baldoni, Valerio Cuccaroni, Vincenzo Frungillo, Enzo Mansueto, Francesca Matteoni, Renata Morresi, Gianmaria Nerli, Fabio Orecchini, Alessandro Raveggi, Lidia Riviello, Federico Scaramuccia, Marco Simonelli, Sparajurij, Francesco Terzago, Italo Testa, Maria Valente.

pubblicato martedì 19 novembre 2013
Blare Out presenta: Andata e Ritorno Festival Invernale di Musica digitale e Poesia orale Galleria A plus A Centro Espositivo Sloveno (...)
pubblicato domenica 14 luglio 2013
Siamo a maggio. È primavera, la stagione del risveglio. Un perfetto scrittore progressista del XXI secolo lancia le sue sfide. La prima è che la (...)
pubblicato domenica 14 luglio 2013
Io Boris l’ho conosciuto di sfuggita, giusto il tempo di un caffè, ad una Lucca Comics & Games di qualche anno fa. Non che non lo conoscessi (...)
 
Home page > e-Zine > Si può criticare MILO DE ANGELIS?

Si può criticare MILO DE ANGELIS?

(gli intoccabili - numero I)

Articolo postato martedì 22 maggio 2007
da Luigi Nacci

They were all torn
and cover’d with
the boy’s
blood
(Dino Campana, Canti orfici)


Se ci sono autori intorno ai quali si è formato un vasto consenso, uno di quelli è fuor di dubbio Milo De Angelis. Il poeta milanese è apprezzato indistintamente da vecchie e nuove generazioni, oltre che da autori dalle poetiche più disparate - dai Cucchi ai Nove, per capirci. Ma è soprattutto tra i giovani che mi è capitato di riscontrare una sorta di adorazione nei suoi confronti (in molti lo chiamano semplicemente "Milo"), come se fosse un untouchable, come se bisognasse soltanto ad orare, toccarlo e portarlo all’os-bocca, attingere alla sua parola, ricevere come un’ostia la sua parola. Quando mi ritrovo a parlare di De Angelis con qualche altro poeta o critico, e ad un certo punto provo a svelare candidamente il mio pensiero - "a me non piace", esordisco - ottengo in risposta uno sguardo torvus, e mi sento prossimo ad una scomunica. Nel tempo quegli sguardi mi hanno indotto a chiedermi: ma allora è colpa mia? Perché non riesco a vedere la sua grandezza? E così via. Poi però ogni volta - senza accenni di fierezza - rivendico la mia dis-sonanza, ritrovandomi a fare mente locale ripensando ai versi di Ivano Ferrari:

In quanto siamo liberi
o internamente sorpresi,
incantatori a fior di pena
di questi spazi rovinosi,
sull’esempio dei rami morti
contendiamo la vittoria al muschio.


(mi chiedo tra me e me: è un poeta tragico De Angelis, come molti dicono? se lo è, che cosa ci vuole comunicare il refrain della sua canzone del capro? non c’è il rischio di una magnificazione del dato misterico? non c’è il rischio di una parolamagicagrottainiziatica in cui rifugiarsi dal dolore del mondo, in cui evitare un discorso sul nostro tempo? non c’è il rischio di un’ossessiva e claustrofobica monotonia di sguardi?)

***


Milo De Angelis ha avuto un ruolo nella poesia italiana degli ultimi vent’anni. E’ lui, infatti, il maggiore responsabile della deriva neo-estetizzante degli anni Ottanta, del cosiddetto neo-orfismo. Il suo primo libro (Somiglianze, 1976) è un caso eccezionale per molti aspetti. Si tratta di un libro che propone un modello di poesia talmente alto che i nessi del discorso non sono (o non sarebbero) importanti, ma allo stesso tempo (spesso) contiene poesie riuscite perché segnate da una densità emotiva del tutto inusuale. […] La caduta, o la sottovalutazione, dei nessi del discorso in nome dell’altezza lirica, nei meno dotati di De Angelis (cioè quasi tutti), ha provocato esiti disastrosi. Malgrado il titolo, infatti, Somiglianze poteva essere letto, e di fatti è stato letto, come un esempio di libertà assoluta: si potevano scrivere libri in cui nulla somiglia a niente, essendo l’arbitrio la modalità che regna sovrana nell’accostamento di immagini e concetti. […] De Angelis vuole essere un’idea di poesia in carne e ossa. De Angelis è disposto a rischiare la vita per essere la reincarnazione del Poeta, l’ombra di Hölderlin o di Novalis. E vive così, e soffre così, ed è questo che ha reso credibile la sua poesia, questa colossale finzione “vera”: un’ideologia della poesia che si incarna in una persona che crede come un monaco tibetano o un mistico medievale di essere in contatto privilegiato con l’assoluto. Un equivoco spaventoso, in fondo tragico, per De Angelis. Comico nei suoi imitatori (compreso Cucchi, che dopo Il disperso si è messo a fare il verso a De Angelis). Tragico, e quindi affascinante, come è affascinante ogni figura eroica quanto più il suo eroismo è insensato, inutile, gratuito, infondato. (Giorgio Manacorda, La poesia italiana oggi. Un’antologia critica, Roma, Castelvecchi, 2004, pp. 175-180).


De Angelis nasce come Atena dalla testa di Zeus, già adulto e armato. Somiglianze è infatti un libro in cui si mostra un autore già straordinariamente maturo, raccolto attorno ad alcuni temi che saranno le storie continuamente (ossessivamente) narrate nell’intero corso della sua avventura poetica: il confronto con la donna-amazzone e con la donna desiderata, il gesto sportivo che concentra l’apertura verso l’alterità, l’erranza attraverso una Milano vestita di grigio e di cenere, insieme distinta e confusa tanto da comprendere infinite altre città. Una mitologia, se vogliamo, ma fatta di miti poco sfiorati dal morbido dell’elegia o dallo scandito dell’epos: di miti – insomma – inesorabilmente tragici, contratti nella tensione fra finalità e finitudine. […] La tradizione convocata da De Angelis non è quindi né quella dei mistici, né quella degli stoici […], posizioni queste incompatibili con il sentimento del tragico […]. Non c’è dubbio che – nel tirare le fila circa una delle esperienze poetiche più vertiginose del nostro tempo – si debba cautelare il lettore notificando un certo rischio di fiducia in una parola risolutiva, effata come fosse in diretto contatto con l’essere: questo magari sembrerebbe testimoniare la natura impositiva della lingua di De Angelis, il suo tono imperativo, l’abbondanza di futuri quasi profetici (ma piuttosto schiavi della necessità), la perentorietà di immagini lontane dalla usuale logica percettiva, bordeggianti una aporetica sintesi dei contrari, o almeno dei dissimili […]. Per sfuggire dalla banalizzazione dei dati storici imposta dal potere politico-economico che si manifesta attraverso i media e il loro ossessivo ricorso al continuo gettito di notizie presentate come la verità assoluta e in realtà disegnate a tavolino, si ricorre a un tono altrettanto violento e impositivo per tracciare la possibilità di una resistenza non – per carità – nella sfera del privato, ma in un’ontologia del quotidiano in senso blanchotiano: in un diario delle cose che offre i nudi dati restituendoli a un primario stupore, lo stupore dell’esserci, condiviso dalla comunità acefala degli uomini, uniti dalla loro finitudine. (Paolo Zublena, s.t., in Parola plurale, a cura di G. Alfano, A. Baldacci, C. Bello Minciacchi, A. Cortellessa, M. Manganelli, R. Scarpa, F. Zinelli, P. Zublena, Roma, Luca Sossella Editore, 2005, pp. 173-176).


La monotonia è un pegno di sincerità, amava ripetere Pavese, osservando che la bellezza del nuoto è la ricorrenza di una posizione, il peso invariato di una massa da cui prendono forma i movimenti mutevoli dell’acqua […]. Credo che il nuovo nasca da questa ossessione, dal suo punto più estremo e insostenibile, dallo squarcio che in essa si apre, pena la vita. Credo cioè che non sia possibile dare vita a una parola sprezzandone le regole e l’ordine profondo, ma portando tale ordine a una tensione così forte da sfigurarlo, da farne un’altra figura. (Milo De Angelis, La chiarezza di ogni tragedia, in La parola ritrovata. Ultime tendenze della poesia italiana, a cura di Maria Ida Gaeta e Gabriella Sica, Venezia, Marsilio, 1995, p. 89).


187 commenti a questo articolo

Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-18 10:39:49|di Luigi Nacci

Ancora sull’orfismo - riporto la recensione di Andrea Cortellessa a Tema dell’Addio, uscita un paio d’anni fa su "Il Manifesto":

Milo De Angelis, Orfeo lombardo

È questo il primo, vero libro «orfico» di De Angelis, di un orfismo però in negativo, in cui la parola, schiacciante necessità e insieme scacco, è sempre insufficiente: come le cure mediche che non sono riuscite a richiamare in vita la moglie del poeta.

Da sempre la poesia di Milo De Angelis possiede la misteriosa proprietà di apparire, a un tempo, inattesa e necessaria. La sua irruzione, a metà degli anni settanta, segnò la più traumatica discontinuità col visibilismo oggettuale lombardo, lo sperimentalismo realistico di «Officina», la gestualità intellettuale della neoavanguardia: tutti d’accordo nel liquidare l’obscurisme post-simbolista dell’ermetismo fiorentino come l’attrezzo più impresentabile d’un Novecento precocemente invecchiato. Figurarsi quanto potesse apparire eversiva una parola - come quella di De Angelis - che riattizzava l’incendio dell’analogismo puro, della verticalizzazione più esilarante. Non stupisce che si guadagnasse, più che lettori, un manipolo di fanatici. Ma la sua assoluta alterità non era solo diacronica. Mentre altri si reincantavano dell’io» che la neoavanguardia (almeno nei programmi) aveva «ridotto», la poesia di Somiglianze e dei tre libri seguenti non lasciava margini ad alcuna indulgenza narcisistica. Nel saggio Poesia e destino De Angelis si poneva agli antipodi rispetto all’orfismo, fumosa categoria alla quale sùbito la sua poesia era stata ricondotta. Perentoria la sua definizione di Rimbaud e Campana (phares, certo, altamente indiziati) come «due tra le posizioni più matematiche del furore mediterraneo». Perentorietà: ecco una categoria-chiave di questa poesia (che forse spiega la contrastata passione, per essa, di Franco Fortini). Dove la metafora matematica’ traduce il proprio stesso inconfondibile «tono tra gnomico e iussivo, che contrassegna - ha scritto Paolo Zublena - «l’inesorabilità del fato». È la morsa spietata dell’ananke a guidare questa parola: verso un approdo che è, infatti, inequivocabilmente tragico.Questi caratteri disegnano una figura d’indubbio rilievo storico. Eppure, con tutta l’ammirazione per il talento dispiegato in quei primi libri, quel De Angelis non mi ha mai convinto del tutto. È stato detto (da Giovanni Raboni) che nella sua scrittura albergava, più che una sintesi, un cozzare continuo tra sospensione del senso e «ricerca di una folta e dolente concretezza espressiva: «contrappesi terrestri» alla sua «ardita e a volte (per rastremazione o accelerazione) inafferrabile tensione analogica». Verissimo. Ma mi appariva deontologicamente ingiustificato, per così dire, che determinati catalizzatori di senso venissero ostinatamente celati, per essere offerti solo all’esterno del testo: pratica ’esoterica’, alla lettera, cara all’ermetismo di tutte le epoche e latitudini. Penso per esempio, in Somiglianze, a un episodio come «T.S.»: fuga a ritroso nel tempo nella quale si susseguono immagini di bruciante bellezza. Ma tutto acquista senso "narrativo" (fra molte virgolette) solo una volta che si sappia che quella sigla va sciolta in «Tentato Suicidio».Segnano una soluzione di continuità i due ultimi libri, Biografia sommaria del ’99 e questo Tema dell’addio («Specchio» Mondadori, pp. 85, ÷ 9,40). Nei due titoli occorrono termini - biografia, tema - che alludono proprio a una qualche forma di narratività, denotata anche dai tempi verbali: mentre nei primi libri prevaleva il presente assoluto (con lampeggiamenti di futuro apocalittico’), negli ultimi due si fa strada la più sfumata tavolozza dei passati e, in particolare, dell’imperfetto. Tuttavia sarebbe un errore interpretare tale svolta del respiro nella chiave d’un memorialismo chiarista’, à la page. La forza di questi componimenti (soprattutto nella prima e folgorante, ma anche nelle altre cinque sezioni dell’ultimo libro, troviamo una decina fra le poesie più belle degli ultimi anni) continua a consistere nell’arduo equilibrio tra figuratività (ispessita col ricorso alla toponomastica lombarda e al «paesaggio che fu di Sironi») e suo contrario. «Abbiamo visto laperto e il nascosto di un attimo», recita un verso del primo componimento: ed è una sigla che vale per tutto De Angelis (per questo appaiono maiuscoli i suoi versi più lunghi, nei quali i due versanti hanno modo di congiungersi, sprizzando scintille; mentre quelli più brevi tornano, talora, a posture vaticinanti).La vera novità del libro è nel «tema» enunciato nel titolo. L’addio è quello dato alla fine del 2003 alla moglie, la poetessa Giovanna Sicari. S’intuisce che alcuni testi siano stati scritti prima, forse durante il terribile decorso del male, ma la brutalità del dato (ribadito dalla dedica «a Giovanna») non può che ingiungere la lettura dell’intero libro alla nera luce del lutto. Proprio questa, in ogni caso, cambia la prospettiva di De Angelis. Specie nella prima sezione martellano il verso ossessivi indicatori di realtà, applicati con lancinante volontà ’documentaria’ a segmenti sovrilluminati della biografia condivisa («È avvenuto, certamente / è avvenuto»; «C’è stato un compleanno, all’inizio, certamente. / [...] C’è stato, quello c’è stato»; «Il luogo era quello. Era lì / che stavi morendo»). Questa percussività dell’Erlebnis adotta lo strumento dell’iterazione: come nella squassante terza poesia (forse la più bella di tutte), dilacerata fra l’anafora dell’incipit, «Non è più dato», e l’eco che strangola gli ultimi quattro versi: «Non è più dato. Uno solo è il tempo, una sola / la morte, poche le ossessioni, poche / le notti d’amore, pochi i baci, poche le strade / che portano fuori di noi, poche le poesie».Così, en abîme, i singoli componimenti riproducono la funzione strutturante del «tema»: cioè la sua tendenza a saturare tutti i luoghi del libro, a ricondurli a un’unica chiave (interna, dunque, oltre che esterna). La spietata letteralità della morte colma il verso, lo satura delle sue lucenti stimmate negative (Non è più dato... Non c’era più tempo...). Viene da pensare a Campana, all’incanto allucinatorio dei Canti Orfici ma soprattutto (per l’esplosivo incontro di catatonica iterazione e tragica negatività) alla terza poesia per Sibilla Aleramo («In un momento / sono sfiorite le rose / [...] le rose che non erano le nostre rose / le mie rose le sue rose». Si veda, qui, la formidabile poesia sull’asfalto di pagina 26).Allora è questo il primo, vero libro orfico di De Angelis: beninteso ove s’intenda, l’ominosa categoria (come per il Campana più essenziale), in negativo. Cioè, appunto, tragicamente. Non l’ontologia della parola ma la sua schiacciante necessità e, insieme, il suo scacco ineluttabile. È per questo che le poesie sono poche. Non nel numero, bensì in quanto costitutivamente insufficienti: nell’operazione di richiamare a sé coloro che non sono più. Poesia e cure mediche, così, si sovrappongono - ma entrambe sconfitte: «queste poesie tornano nella loro grammatica, [...] / Sono morte. Si radunano lì. Hanno sbagliato, / hanno sbagliato l’operazione»; «non si trova la via per la sorgente, ma / non si trova la vena, dio mio, non si trova». Cecidere manus. Così recita l’incredibile finale di un’altra poesia di colore stigio, daere perso (vi torna, infatti, il Leitmotiv dell’asfalto): «torna, non tornare più / qui, nella nostalgia dei viventi, torna, / non tornare, ritorna, mai, più». Il destino di Orfeo è in sé contraddittorio e insufficiente: è lui stesso che, voltandosi (come, etimologicamente, fa ogni verso...), decreta la fine del suo sogno d’onnipotenza - cioè d’eternità. Per condannarsi alla strage del tempo.


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-18 10:24:38|di sm

sì nacs . sono quell’ sm lì .. scusa l’abbreviazione . gli esempi concreti ce ne sono a migliaia . basta leggere i libri di milo . tutti i libri .. guardare dentro i frammenti narrativi - le intersezioni di tempo dentro uno stesso verso - la costrizione di tutto il dettato quasi sempre soltanto al tempo presente .. leggere e ripetere minuziosamente ti accorgi dell’incredibile concretezza e tensione all’estrema prossimità di questa poesia . altro che orfico .. sm


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-18 10:05:01|di Luigi Nacci

caro sm (stefano massari, forse? anche se gli sm/ms potrebbero essere molti, ma dallo stile...),

grazie dell’intervento. dici: "ho proprio la sensazione di un determinato anti-orfismo se non addirittura di un comportamento anti-metafisico (lo so è grossa ) di questa poesia" - mi potresti fare degli esempi concreti?


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-18 09:47:54|di sm

non c’è una sacralizzazione di una verità, ma al limite la sacralizzazione della propria esperienza": sempre sacralizzazione è, no? Che importa se non viene messo sull’altare un assioma o un dogma, è il cerimoniale che colpisce l’occhio o l’orecchio di chi si trova d’innanzi alla celebrazione della sua poesia: una messa cantata sommessamente e sottovoce da un sacerdote che custodisce con cura maxima la chiave del tabernacolo, nonostante quest’ultimo sia vuoto, buio, gelido......

nacs . sta tutta qui invece la grande e cruciale questione che impedisce alla poesia di milo di verticalizzarsi e estinguersi definitivamente . eccola invece puntualmente restituire il suo e il nostro tempo . spesso in ogni suo verso è il destino a parlare (il suo destino certamente - ma essendo uomo di questo tempo - noi che leggiamo riconosciamo ’atavicamente’ i segni che appartengono anche a noi e partecipiamo come in una incessante - non comandata - corale) laddove esso si pietrifica ed emette le sue sentenze - .. e il destino va interrogato ad occhi aperti .. va scavato - cercato - ascoltato .. quindi la forza centripeta di queste poesie sta tutta nella tensione dall’interno (di sé) verso l’esterno (il reale) .. è un andamento a uscire ..
. credo poi che la componente orfica ci riguardi tutti .. anche quando più o meno consapevolmente la rigettiamo . è inevitabile . è nel dna . tutto sta nel misurarla con quel grado di verità che sempre chiediamo alla nostra poesia . esiste nella poesia di milo anche una tensione ’orfica’ anche una tensione ’mistico-monacale’ ma sono strumenti della voce .. e non sono assolutamente componenti primarie del senso ultimo del suo lavro . anzi .. a volte ho proprio la sensazione di un determinato anti-orfismo se non addirittura di un comportamento anti-metafisico (lo so è grossa ) di questa poesia ..

poi .. quello che tu chiami cerimoniale altro non è che il progressivo avvicinarsi ad ogni gesto ad ogni elemento del ’reale’ - per ascoltarne e catturarne il grumo ritmico di destino - e per farlo la lingua deve potenziarsi - deve assumere una intonazione certamente rituale ma contemporaneamente anche concretissima e carnale .. e nei suoi gesti che cosa celebra? la circolarità di ogni destino ? il ritornare sempre incessante di ogni archetipo che ogni volta si reincarna in noi e ci restituisce il senso di ogni tempo umano ? .. questo e molto altro .. ma il rituale qui ha un senso antico e tragico .
ognuno di noi custodisce in sé un tabernacolo - un luogo intimo e profondo - segreto e sacro dove custodiamo e celebriamo i nostri personali riti .. di ogni tipo . questo ci rende semplicemente e profonamente umani .. questo ci consente anche in seguito di condividere la nostra umanità . la poesia di milo non parla da questo tabernacolo .. ma a partire da sé - da questo tabernacolo muove . esce per andare a interrogare il destino (proprio o di tutti non ha importanza .- che tanto è uguale) .. qui io non vedo niente di orfico o neo orfico . tutt’altro . s


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-18 08:12:28|di Martino

Simplicio, nella Fisica, a proposito di Anassagora:

Tutte le altre [cose] hanno parte a tutto, mentre l’intelletto è alcunché di illimitato e di autocrate e a nessuna cosa è mischiato, ma è solo, lui in se stesso. Se non fosse in se stesso, ma fosse mescolato a qualcos’altro, parteciperebbe di tutte le cose, se fosse mescolato a una qualunque. Perché in ogni [cosa] c’è parte di ogni [cosa], come ho detto in quel che precede: le [cose] commiste ad esso l’impedirebbero di modo che non avrebbe potere su nessuna cosa come l’ha quand’è solo in se stesso. Perché è la piú sottile di tutte le cose e la piú pura: ha cognizione completa di tutto e il piú grande dominio e di quante [cose] hanno vita, quelle maggiori e quelle minori, su tutte ha potere l’intelletto. E sull’intera rivoluzione l’intelletto ebbe potere sí da avviarne l’inizio. E dapprima ha dato inizio a tale rivolgimento dal piccolo, e poi la rivoluzione diventa piú grande e diventerà piú grande. E le [cose] che si mescolano insieme e si separano e si dividono, tutte l’intelletto ha conosciuto. E qualunque [cosa] doveva essere e qualunque fu che ora non è, e quante adesso sono e qualunque altra sarà, tutte l’intelletto ha ordinato, anche questa rotazione in cui si rivolgono adesso gli astri, il Sole, la Luna, l’aria, l’etere che si vengono separando. [...]


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-17 23:39:45|di Luigi Nacci

ancora sull’orfismo:

in una (bella, lunga) recente intervista realizzata da Luigia Sorrentino, è De Angelis stesso a non smentire:

"Diciamo che qui [in Tema dell’addio] sicuramente è stato uno sguardo orfico, uno sguardo sapiente quello che mi ha impedito di avvicinarmi a Giovanna e quindi di perderla. Poi la poesia orfica è forse Rilke, è forse Campana, è un altro mondo espressivo… ci sono dei segmenti improvvisamente orfici che si aprono anche in una poesia metropolitana e moderna come la mia".


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-17 22:54:54|di Martino

Per sacralizzazione non intendevo l’aspetto ritualistico, cerimoniale, quanto il potenziamento, l’allontanamento e l’oggettivazione di qualcosa. In questo caso l’esperienza individuale.

Comunque l’apertura d’occhi è progressiva da dopo Millimetri in poi ed è chiarissima in particolare in Biografia sommaria, che è - sarebbe stato, sarebbe forse anche voluto essere - un libro d’addio, una richiesta di assoluzione (a se o agli altri... non lo so nemmeno io), un congedo. Quasi un libro di penitenza.
Poi è arrivato l’addio, quello vero, e una nuova necessità. Altrimenti sono sicuro che De Angelis non avrebbe scritto poesia per anni.


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-17 17:36:50|di Luigi Nacci

Effettivamente, in questo concordo con te, Martino, Tema dell’addio è un’apertura d’occhi. Si tratta di un libro (quello che preferisco tra tutti i suoi) che imprime una svolta nel percorso di De Angelis. Forse perchè qui non emergono simboli come onde anomale, sparse, distanziate, bensì un’unica grande onda, dalle sembianze umane, un corpo liquido e assente, che sta in fondo al dirupo e l’io poetante apre gli occhi per fissarlo e farcelo fissare. Quella che nelle altre raccolte mi pare una forza cieca e casuale e centrifuga, in questo libro si convoglia verso un centro: prima nel burrone c’era la Fine-Morte-Nulla, ora c’è Quella fine, Quella morte, Quel nulla - una condensazione vertigonosa.

Invece non capisco cosa intendi quando dici che "non c’è una sacralizzazione di una verità, ma al limite la sacralizzazione della propria esperienza": sempre sacralizzazione è, no? Che importa se non viene messo sull’altare un assioma o un dogma, è il cerimoniale che colpisce l’occhio o l’orecchio di chi si trova d’innanzi alla celebrazione della sua poesia: una messa cantata sommessamente e sottovoce da un sacerdote che custodisce con cura maxima la chiave del tabernacolo, nonostante quest’ultimo sia vuoto, buio, gelido...


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-17 15:04:54|di Martino

Adotto il botta e risposta “alla Giovenale”

Stai dicendo che la dinamicità è data dall’andare su e giù sulle vie per la verità senza arrivare mai. Potremmo anche immaginare un cane che si morde la coda, no?

No, non dico che la dinamicità è far su e giù, bensì dico che la dinamicità è non star seduti su una bolla di verità (positiva o negativa che sia).

come dici che orfica è ogni domanda sui fondamenti

non dico questa cosa anzi, se leggi bene, la contesto (se fosse così, allora sarebbe orfica anche la critica del giudizio di kant)

egualmente ti posso ribattere dicendo che la poesia tout court, perlomeno e con maggior forza da Rimbaud in poi, è indagine e canto del soggetto centrato/scentrato/concentrato, io/Io è Altro/altro. Mentre direi che è peculiarmente deangelisiano il tema del destino. In questo forse sta primariamente il suo alone tragico.

l’alone tragico sta nell’impossibilità, quindi sì, se vuoi, in un destino di impossibilità. Ma il “destino” è semplicemente una coscienza che espone le proprie acquisizioni a “+ infinito”, per ansia di totalità. Il tema del destino (negato o affermato in mille modi diversi) è, in fondo, io credo, il tema unico di tutta l’arte, che è sempre una proiezione metonimica, di un qualcosa per il tutto, di una propria coscienza per un valore universale. Bisogna vedere cosa si proietta...

De Angelis attende che i simboli si compiano, si manifestino, escano dall’oscurità. A me sembra che lui stia sull’orlo del burrone e nell’attesa dell’emersione non contempli il vuoto. Ad occhi chiusi attende l’evento.

Anche Estragone e Vladimiro attendevano l’evento.
Io credo che gli occhi chiusi, in De Angelis, finché sono chiusi (nelle prime due raccolte, soprattutto in Millimetri), siano per sentire meglio, ma chiudere gli occhi per sentire meglio è cosa che possiamo fare tutti di fronte a qualsiasi musica (a meno che - come scriveva Bigongiari - non ci accontentiamo di sentire "solo gli strumenti").
La tensione rimbaudiana è innegabile ma ti scrivevo nel post precedente: arriva la coscienza critica e l’esperienza esistenziale a mettere le croci e i segni a matita blu sui sogni di Rimbaud.
In particolare, Tema dell’addio, è assolutamente “una apertura di occhi”. Basta assistere a un reading di testi dal Tema per assistere a una cosa ben precisa: il dolore alza gli occhi. Chi ha il coraggio di guardarci dentro?
Allora come la mettiamo? E’ profetico tenere gli occhi chiusi e attendere l’evento o alzare gli occhi e guardarci dentro?

Come fai, Martino, a negare la componente monacale/mistica di De Angelis?

Non la nego. Non la vedo come una risultanza medianica perché alla fine De Angelis media soltanto se stesso, quindi non media proprio niente oltre quello che media il linguaggio poetico di per sé. Per questo è poesia con P maiuscola. Non c’è una sacralizzazione di una verità, di una acquisizione universale (per cui il poeta è un medium tra gli uomini e una verità), ma al limite la sacralizzazione della propria esperienza (“Sembra di tutti questa piazza. Ma è incredibile / è mia” - cito ancora a memoria e posso sbagliare). E questo, De Angelis volente o De Angelis nolente; ma non giudico un poeta da quel che vorrebbe scrivere, né pretendo di saperlo giudicare per quel che effettivamente scrive, bensì da quello che io leggo in quel che scrive.

P.S. Poi... scusa l’argomentazione occasionale e disordinata, ma come sai non sono uno che si mette a riflettere sistematicamente sulla poesia altrui. La sento ad occhi chiusi. :-)


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-17 12:05:49|di Luigi Nacci

Martino,

tu dici: La sospensione del giudizio non è staticità epistemologica né tantomeno autosacralizzazione medianica. De Angelis si situa fuori completamente da ogni strada della verità. Casomai è un testimone della sconfitta di ogni "via per la verità", delle vie all’ingiù come delle vie all’insù. Stai dicendo che la dinamicità è data dall’andare su e giù sulle vie per la verità senza arrivare mai. Potremmo anche immaginare un cane che si morde la coda, no? Dici che in questo spazio su/giù o come dico io "circolare", si dispiega la discussione della centralità del soggetto, di apertura all’alterità, di dialettica tra destino individuale e teleologia non individuale che non si può dire "non morale". Va bene, ma così come dici che orfica è ogni domanda sui fondamenti, egualmente ti posso ribattere dicendo che la poesia tout court, perlomeno e con maggior forza da Rimbaud in poi, è indagine e canto del soggetto centrato/scentrato/concentrato, io/Io è Altro/altro. Mentre direi che è peculiarmente deangelisiano il tema del destino. In questo forse sta primariamente il suo alone tragico.
De Angelis attende che i simboli si compiano, si manifestino, escano dall’oscurità. A me sembra che lui stia sull’orlo del burrone e nell’attesa dell’emersione non contempli il vuoto. Ad occhi chiusi attende l’evento. Di cui non è altro che un ambasciatore, e non portando pena non si preoccupa di far sì che i nessi logici (e con essi le tecniche per costruire un ponte che porti dall’altra parte, o una fune, o chiodi per attaccarsi alla parete e non precipitare, o una tenda per la notte) tengano. Come un attimo prima di morire lo attraversano flussi di immagini che a guizzi affiorano: li blocca e li traduce in scrittura. Il lettore, dice De Angelis, deve essere sprovveduto, deve abbandonarsi(fidarsi) e cogliere senza difese, abbandonare i filtri. La poesia è dunque più simile a una preghiera. Una prece senza Dio, in cui perdersi. Come fai, Martino, a negare la componente monacale/mistica di De Angelis?


Commenti precedenti:
... | < 10 | 11 | 12 | 13 | 14 | 15 | 16 | 17 | 18 | 19 |>

Commenta questo articolo


moderato a priori

Questo forum è moderato a priori: il tuo contributo apparirà solo dopo essere stato approvato da un amministratore del sito.

Un messaggio, un commento?
  • (Per creare dei paragrafi indipendenti, lasciare fra loro delle righe vuote.)

Chi sei? (opzionale)