Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

Coordinamento: Luigi Nacci & Lello Voce

Redatta da:

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Si può criticare MILO DE ANGELIS?

(gli intoccabili - numero I)

Articolo postato martedì 22 maggio 2007
da Luigi Nacci

They were all torn
and cover’d with
the boy’s
blood
(Dino Campana, Canti orfici)


Se ci sono autori intorno ai quali si è formato un vasto consenso, uno di quelli è fuor di dubbio Milo De Angelis. Il poeta milanese è apprezzato indistintamente da vecchie e nuove generazioni, oltre che da autori dalle poetiche più disparate - dai Cucchi ai Nove, per capirci. Ma è soprattutto tra i giovani che mi è capitato di riscontrare una sorta di adorazione nei suoi confronti (in molti lo chiamano semplicemente "Milo"), come se fosse un untouchable, come se bisognasse soltanto ad orare, toccarlo e portarlo all’os-bocca, attingere alla sua parola, ricevere come un’ostia la sua parola. Quando mi ritrovo a parlare di De Angelis con qualche altro poeta o critico, e ad un certo punto provo a svelare candidamente il mio pensiero - "a me non piace", esordisco - ottengo in risposta uno sguardo torvus, e mi sento prossimo ad una scomunica. Nel tempo quegli sguardi mi hanno indotto a chiedermi: ma allora è colpa mia? Perché non riesco a vedere la sua grandezza? E così via. Poi però ogni volta - senza accenni di fierezza - rivendico la mia dis-sonanza, ritrovandomi a fare mente locale ripensando ai versi di Ivano Ferrari:

In quanto siamo liberi
o internamente sorpresi,
incantatori a fior di pena
di questi spazi rovinosi,
sull’esempio dei rami morti
contendiamo la vittoria al muschio.


(mi chiedo tra me e me: è un poeta tragico De Angelis, come molti dicono? se lo è, che cosa ci vuole comunicare il refrain della sua canzone del capro? non c’è il rischio di una magnificazione del dato misterico? non c’è il rischio di una parolamagicagrottainiziatica in cui rifugiarsi dal dolore del mondo, in cui evitare un discorso sul nostro tempo? non c’è il rischio di un’ossessiva e claustrofobica monotonia di sguardi?)

***


Milo De Angelis ha avuto un ruolo nella poesia italiana degli ultimi vent’anni. E’ lui, infatti, il maggiore responsabile della deriva neo-estetizzante degli anni Ottanta, del cosiddetto neo-orfismo. Il suo primo libro (Somiglianze, 1976) è un caso eccezionale per molti aspetti. Si tratta di un libro che propone un modello di poesia talmente alto che i nessi del discorso non sono (o non sarebbero) importanti, ma allo stesso tempo (spesso) contiene poesie riuscite perché segnate da una densità emotiva del tutto inusuale. […] La caduta, o la sottovalutazione, dei nessi del discorso in nome dell’altezza lirica, nei meno dotati di De Angelis (cioè quasi tutti), ha provocato esiti disastrosi. Malgrado il titolo, infatti, Somiglianze poteva essere letto, e di fatti è stato letto, come un esempio di libertà assoluta: si potevano scrivere libri in cui nulla somiglia a niente, essendo l’arbitrio la modalità che regna sovrana nell’accostamento di immagini e concetti. […] De Angelis vuole essere un’idea di poesia in carne e ossa. De Angelis è disposto a rischiare la vita per essere la reincarnazione del Poeta, l’ombra di Hölderlin o di Novalis. E vive così, e soffre così, ed è questo che ha reso credibile la sua poesia, questa colossale finzione “vera”: un’ideologia della poesia che si incarna in una persona che crede come un monaco tibetano o un mistico medievale di essere in contatto privilegiato con l’assoluto. Un equivoco spaventoso, in fondo tragico, per De Angelis. Comico nei suoi imitatori (compreso Cucchi, che dopo Il disperso si è messo a fare il verso a De Angelis). Tragico, e quindi affascinante, come è affascinante ogni figura eroica quanto più il suo eroismo è insensato, inutile, gratuito, infondato. (Giorgio Manacorda, La poesia italiana oggi. Un’antologia critica, Roma, Castelvecchi, 2004, pp. 175-180).


De Angelis nasce come Atena dalla testa di Zeus, già adulto e armato. Somiglianze è infatti un libro in cui si mostra un autore già straordinariamente maturo, raccolto attorno ad alcuni temi che saranno le storie continuamente (ossessivamente) narrate nell’intero corso della sua avventura poetica: il confronto con la donna-amazzone e con la donna desiderata, il gesto sportivo che concentra l’apertura verso l’alterità, l’erranza attraverso una Milano vestita di grigio e di cenere, insieme distinta e confusa tanto da comprendere infinite altre città. Una mitologia, se vogliamo, ma fatta di miti poco sfiorati dal morbido dell’elegia o dallo scandito dell’epos: di miti – insomma – inesorabilmente tragici, contratti nella tensione fra finalità e finitudine. […] La tradizione convocata da De Angelis non è quindi né quella dei mistici, né quella degli stoici […], posizioni queste incompatibili con il sentimento del tragico […]. Non c’è dubbio che – nel tirare le fila circa una delle esperienze poetiche più vertiginose del nostro tempo – si debba cautelare il lettore notificando un certo rischio di fiducia in una parola risolutiva, effata come fosse in diretto contatto con l’essere: questo magari sembrerebbe testimoniare la natura impositiva della lingua di De Angelis, il suo tono imperativo, l’abbondanza di futuri quasi profetici (ma piuttosto schiavi della necessità), la perentorietà di immagini lontane dalla usuale logica percettiva, bordeggianti una aporetica sintesi dei contrari, o almeno dei dissimili […]. Per sfuggire dalla banalizzazione dei dati storici imposta dal potere politico-economico che si manifesta attraverso i media e il loro ossessivo ricorso al continuo gettito di notizie presentate come la verità assoluta e in realtà disegnate a tavolino, si ricorre a un tono altrettanto violento e impositivo per tracciare la possibilità di una resistenza non – per carità – nella sfera del privato, ma in un’ontologia del quotidiano in senso blanchotiano: in un diario delle cose che offre i nudi dati restituendoli a un primario stupore, lo stupore dell’esserci, condiviso dalla comunità acefala degli uomini, uniti dalla loro finitudine. (Paolo Zublena, s.t., in Parola plurale, a cura di G. Alfano, A. Baldacci, C. Bello Minciacchi, A. Cortellessa, M. Manganelli, R. Scarpa, F. Zinelli, P. Zublena, Roma, Luca Sossella Editore, 2005, pp. 173-176).


La monotonia è un pegno di sincerità, amava ripetere Pavese, osservando che la bellezza del nuoto è la ricorrenza di una posizione, il peso invariato di una massa da cui prendono forma i movimenti mutevoli dell’acqua […]. Credo che il nuovo nasca da questa ossessione, dal suo punto più estremo e insostenibile, dallo squarcio che in essa si apre, pena la vita. Credo cioè che non sia possibile dare vita a una parola sprezzandone le regole e l’ordine profondo, ma portando tale ordine a una tensione così forte da sfigurarlo, da farne un’altra figura. (Milo De Angelis, La chiarezza di ogni tragedia, in La parola ritrovata. Ultime tendenze della poesia italiana, a cura di Maria Ida Gaeta e Gabriella Sica, Venezia, Marsilio, 1995, p. 89).


187 commenti a questo articolo

Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-28 16:17:41|di Christian Sinicco

@ Lello, brevemente: è chiaro che lo studio si può approfondire dove gli strumenti dell’oralità incidono sulla scrittura, poi per me l’oralità è un aspetto della cultura: c’è differenza tra l’essere accompagnati dal mandolino o dalle drum machine, ma questi sono aspetti iscritti nella cultura di un’epoca, che bisogna tratteggiare bene, meglio, nei nostri discorsi (nel mio discorso), che se no rischiano di diventare schematici, e non avere quella forza di indagine sul contemporaneo. Infine, Lello, tu non hai la voce di Mercury, mi sembra chiaro; mi sembra anche giusto dirti che uno apprezza la tua poesia anche per la performance, che è un "esempio" d’esecuzione del tuo lavoro: ci sono ottimi compositori le cui performance non sono all’altezza.
Per me è più importante l’equilibrio di questo lavoro, che specifica il valore, poiché tu morirai e con te la tua voce e rimarranno le opere e questi esempi d’esecuzione. La tua scrittura dà riferimenti ottimali, appunto, per l’esecuzione; i segnali ritmici (accompagnati a temi politici fortissimi, mai atti unilaterali...tra l’altro questo è davvero interessante quando osservo la tua comunicazione in poesia, e poi la relaziono a quella del blog, a tratti lanciata come una fucilazione, come una prima linea, guidata da non so quale mostruosa interpretazione:-), scrivevo, i cui segnali ritmici permettono alle riflessioni sul contemporaneo, su ciò che accade ad uomo e di conseguenza agli uomini, di vibrare, di suonare.

(messaggio di servizio)
Detto questo, invece di cazzeggiare sul blog, mandando in quel paese Massari (a quello ci penso io), mandami la fattura via mail, scannerizzata, vedi tu, mi serve oggi, poi me la spedisci! (scusate il messaggio di servizio)


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-28 16:16:30|di enrico

Caro Voce, ma quali insulti, sempre fermo agli ip, ma le nuocciono tanto? Lasci che ognuno dica, offenda pure, lei ha la sua poesia.
Ho espresso un mio chiaro parere sui suoi testi.
Sono le strade ad essere inavvicinabili. Ci fermiamo qui. Buona continuazione.


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-28 15:55:58|di stefanomassari

non ho detto che voglio sposarti voice - ma che cominci a starmi simpatico - poi sei anche diffidente e questo mi piace ancor di più - e comunque facezie a parte - la griglia ideologica dove costringi la questione - e che io non considero affatto una montatura bensì certo non l’unica ma una tra i fondamentali punti di osservazione delle nostre vicende poetiche - rischia di irrigidire e paralizzare laddove invece l’epoca in cammino può e riesce nonostante tutto a muoversi tra virtuale - materiale e onirico perché tutte spinte umane indissolubili e irrisolvibili . per questo quando dico ’nostra lingua poetica (e mi scuso per non aver chiarito prima) dò per scontato una molteplicità (alla quale sono molto legato) che è e resterà non controllabile o non prevedibile nella contingenza (e meno male) . quello steccato che tu adesso riproponi verrà oltrepassato . da una parte e dall’altra . per far posto magari ad ulteriori margini e steccati - certo dopotutto umano è sempre umano . comuqnue accadrà perché altissima è ancora la domanda di una parola libera - o liberata . la differenza sta solo nello scrivere in nome di.. o nello scrivere il nome di.. (non ho moltissimo tempo sono al lavoro e mi scuso anche per scorciatoie che sono pronto a riprendere e a risolvere successivamente con più calma) . poi gli strumenti sono diversissimi . io per esempio li uso tutti - come e più che posso — testuali - scenici - orali e multimediali - chi mi conosce lo sa .. poi sbagli a considerare la poesia di de angelis fuori dalla storia .. è dentro la storia in un altro modo .. nel luogo dove il tempo che era è trascorso e il tempo che è deve ancora accadere . e la sua maniacale antropologia del gesto le figure che illumina l’interrogazione continua del ’destino’ di cui pronuncia solo il richiamo e la risposta - sono varchi di tensione del presente .. e per fare questo necessariamente il poeta deve procedere dall’interno verso l’esterno . quindi non si estranea bensì partecipa . e rende partecipi ... scusa la fretta ma sono incastrato dal lavoro . tornerò sulle altre questioni . salut .. s


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-28 13:08:59|di Lello Voce

Bene bene, vedo che i soliti amici tornano da noi, più o meno con gli stessi IP, ma rigorosamente in anonimo. Più che rispondere a saper chi sono farebbe piacere querelare... o no?

@enrico
qui l’unica cosa stolta (ATTENZIONE PER TUTTI I LETTORI DISTRATTI. IO NON STO PER INSULTARE ENRICO MA SOLO PER RESTITUIRE UN INSULTO GRATUITO APPENA RICEVUTO) è il tuo modo di intendere ciò che dico, che era problema teorico di qualche momento più complesso di ciò che ne deduci tu. Prova a rileggere e capirai che lì non si sostiene affatto quanto credi di capire. Coraggio, le grandi mete si raggiungono con costanza e sacrifico.

lv


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-28 12:52:11|di Walt Disney

Lello Voce, dimostri ogni giorno che passa di essere solo un prepotente. Che in Italia nessuno ti abbia lasciato grazie a dio un posto di comando, è una fortuna per tutti noi che altrimenti ci troveremmo i peggiori poeti d’Italia pubblicati per Mondadori anzichè confinati a Monfalcone come buon senso vuole. Quel che è certo è che tu non lo avresti di certo rifiutato, come non hai mai rifiutato nulla in vita tua. Da quel che so i finanziamenti per il Festival di Monfalcone non sono di certo pochi e come sa ci sono tanti modi di essere un padre-padrone: offrendo una pubblicazione su Lo specchio ma anche promettendo recensioni su L’Unità o qualche generoso gettone annuale. E che nessuno tra i tuoi piccoli groupies osi qui contraddirti o riprenderti, nonostante il tuo costante impegno a mandare alla malora ogni santa conversazione, la dice lunga.
Buoni pensamenti a tutti.


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-28 12:35:45|di enrico

"...di fronte a un reale che non è più nè materiale, né onirico, ma virtuale e in cui però, paradossalmente, gli immaginari ricominciano a svolgere una funzione decisiva, anche dal punto di vista strutturale. Sacralizzare poeta e poesia, allocare la propria scrittura nel luogo in cui l’ermeneutica è - ermeticamente- demandata tutta al fruitore, celare ancora una volta la storia, per distillarla in unquotidiano bugiardo, mi sembrano vicoli ciechi."

Non ho capito se l’immaginario di Voce è più importante di quello di De Angelis. Realmente, e non virtualmente, l’immaginario di Voce mi pare molto appiattito sul reale, privo di fascino e stoltamente barricadero.
Ora, io non voglio sacralizzare il poeta, ma nemmeno la storia, tantomeno voglio indulgere a credere che la parola porti all’azione, se non nei festival pop di tendenza.

enrico


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-28 12:23:27|di Lello Voce

2a puntata, dopo il caffè e prima del panino pre-scolare (mi tocca perlappunto spiegare in terza la questione della lingua)

@Massari, per l’altra questione che sollevi: Tu dici« li considero [De Angelis Porta e Rosselli] tre polarità poetiche fondamentali che non si esauriranno con la fine del 900 ma che portano in germe potenzialità linguistiche assolutamente determinanti e in grado di seminare la nostra lingua poetica da qui in avanti».
Ora io noto a) che tu ti figuri una LINGUA poetica ’di qui in avanti’, io non posso che prefigurarmene tante. Ciò dipende, a mio parere, dalla scelta, absit iniuria verbis, fideista a cui certe poetiche costringono: una sola è la possibile verità, perchè essa è rivelata e non storica. Non a caso chi pratica oralità si guarda ben dal delegittimare la SCRITTURA (o almeno certi usi della scrittura, io per esempio apprezzoi, Magrelli, o Nove, o Valduga che certo sono più ’scritti’ di me), ma chi fa della poesia una scrittura e basta non può esimersi dal dare dello ’spettacolare’ (e dunque superficiale, impoetico, ecc. completa tu la lista dei luoghi comuni) a chi fa spoken word. I lettori per loro sono tutti nobili. Il pubblico è sempre bue. Eppure Flowers di L. kemp è uno spettacolo, ed anche l’Amleto, o Il principe Costante lo sono, e lo era pure l’esecuzione dell’Iliade e dell’Odissea e dell’Eneide e della Divina Commedia.

Ma andiamo avnti tu citi questi nomi, a me verrenbbero in mente piuttosto Sanguineti, Pagliarani, Zanzotto Fortini, (Jahier lo considero fuori gara, è mio papà), ma non è questo il problema. Il problema è che sia io che tu citiamo autori in realtà inconciliabili: Che c’entra Rosselli con DE Angelis? E fortini, o Zanzotto con Sanguineti? Cosa significa questa nostra ’naturale’ tendenza ad affondare le mani nelle Tradizioni per tirare fuori ciò che ci serve? perchè siamo così postmodernisti? E lo siamo davvero o non siamo piuttosto ROMANICI? Ma se lo siamo, romanici intendo, allora vedi che le lingue della poesia saranno ancora molte e non una sola. Ciò non significa ovviamente cfhe saranno tutte. Tu sei libero di pensare che la mia oratura sparirà, io lo sono di credere che di De Angelis o di Cucchi, Conte, Bellezza, presto saranno evidenti limiti e maschere.

lv


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-28 12:23:07|di Martino

Lello, sai bene che non è vero che per avere groupies (mi scuso per il precedente errore di ortografia) sia necessario gestire del potere vero. Ne basta uno piccolissimo. Basta una piccolissima chiave per aprire una piccolissima porta, ed ecco che ti trovi intorno decine di entusiasti emulatori e vezzeggiatori. A volte non serve nemmeno del potere; bastà un po’ di autorevolezza o di carisma. A tutti fa piacere riscontrare di poter esercitare un certo ascendente sugli altri e vedo pochissima gente resistente alle lusinghe di un rapporto intellettuale che assecondi anche il proprio inevitabile narcisismo. Quanti giovani poeti vediamo inseriti in Quaderni, Antologie, Riviste dopo lunghi "corteggiamenti" a critici, curatori, poeti maggiori. Certo a volte anche in buona fede, ma il narcisismo del "poeta maggiore" che recensisce, favorisce, introduce, ecc. il poeta minore è sempre in agguato. E anche se non si tratta di servilismo del minore ma di reale affinità, sempre di una sorta di "nepotismo" (con le virgolette, per carità!) si tratta. Ognuno tira l’acqua al suo mulino. E questa mi sembra una costante tristissima della nostra società poetica.

Guarda che io non sostengo che il potere, quello vero, ce l’avete tu, Balestrini, Nove o chi altri... Non mi pongo proprio il problema di chi abbia il "potere vero". Non me ne può fregare di meno. Mi pongo piuttosto il problema della relazione con i diversi, e vedo che tutti, quelli che hanno molto potere e quelli che ne hanno poco e pure quelli che non ne hanno alcuno, si comportano allo stesso modo. Vedo tutta gente propensa a partorire generazioni di emulatori, ad armare le proprie poetiche in lotta con quelle altrui, il proprio potere (piccolo o grande che sia) contro quello altrui...

Non ho né ridimensionato il tuo lavoro (per cui non c’è bisogno che lo difendi con me) né sostenuto che gestisci nell’ombra chissà quali trame di potere. Ho detto semplicemente che sarebbe l’ora di abbandonare questa ottica, viziata di partigianeria ad oltranza, per cui si finisce per sostenere - ad esempio - che chi dice qualcosa a favore di De Angelis, è un galoppino di De Angelis. C’è anche chi di questi schieramenti noi/loro, se ne frega altamente. Chi non pensa in termini migliori/peggiori, buoni/cattivi, puri/corrotti. E di solito, ti dirò, sono proprio quelli che lo prendono "in tasca" (eufemismo) da una parte e dall’altra perché alla fine la schiera dei groupies trova sempre il modo di avanzare compatta, magari fa poca strada, ma da qualche parte arriva. La tecnica della scalata col capocordata funziona sempre. Sei sicuro di non comportarti da capocordata anche tu con quelli che ti "stanno a cuore", più che con quelli che non si prendono la briga di svolazzarti intorno?

Ti devo dire la verità: io di critici o poeti o editori che mi sembra abbiano a cuore la sopravvivenza dei pochi che non si mettono in cordata da qualche parte, che non sgomitano, che non graffiano per strappare il loro angolo di visibilità, che non fanno le fusa per addolcire il cuore al maestro, ne vedo davvero pochini pochini. E non ne dico né il numero né i nomi, "perché nessuno dei tanti che li invidierebbero,
possa far loro del male".


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-28 11:22:27|di Lello Voce

@Martino: l’ineffabilità è una gran qualità: è grazie ad essa che, dopo essermi sentito dare del fascista, ora nella tua lettura quello che dà del fascista agli altri sono io. Sei l’incarnazione del ’misreading’ e magari ci costruisci sopra tutta una poetica. Sorry, non ho groupies, per avere groupies bisogna avere potere, quello vero che conta, delle collane che contano e per quanto tu e tanti altri vi ostiniate a pensare che in Italia il potere ce l’hanno Sanguineti, Balestrini o Lello Voce a chiunque voglia usare gli occhi sarà chiara la verità. In tutta la mia vita una sola volta ho avuto accesso a un grande editore, ed è stato grazie alla testardaggine e alla generosità di Aldo Nove e (ma guarda un po’) Lorenzo Jovanotti. Fatti una brevebibliografia degli ’altri’ e poi sappimi dire. Prova piuttosto a pensare come mai, nonostante non abbia mai pubblicato né nello specchio né nella bianca einaudi, nonostante da anni lavori con autoproduzioni su CD, nonostante abbia abbandonato un festival come romapoesia, iul festival della capitale, per scommettere su un paesotto chiamato Monfalcone, dove produco gli altri e non i miei dischi o quelli dei miei ’groupies’, nonostante tutto questo dicevo, prova a domandarti come mai ti tocca lo stesso far i conti con ciò che dico, senza poter fare finta che non esisto. Un po’ d’onestà suvvia: il ridicolo non vi spaventa proprio?

@Massari

Mi fa piacere che io inizi a starti simpatico, anche se devo confessarti che la cosa non era tra i miei principali obiettivi. Certo che mi batto per ciò in cui credo, tu conosci un altro modo per essere un accettabile poeta e un intellettuale almeno mediocre? Ma non sia mai detto che se qualcuno chiede di passare dagli insulti ai ragionamenti io me ne dolga. Sono qua

Intanto riguardo all’oralità: il problema dell’oratura in poesia è un problema determinante, ne va della sopravvivenza stessa della poesia come arte ’non residuale’. Ciò che mi colpisce (e questo vale anche per la poesia su Rete)è l’assoluta indifferenza a una serie di problemi teorici che tutto ciò comporta. La voce non è la voce del profeta, quella dello spirito incarnato, è solo la voce del poeta e se il poeta legge sa che sta compiendo un atto """estetico""", dunque ha una serie di problemi formali da risolvere. La sua voce, la sua dizione, i suoi silenzi, sono forma, una forma poi, assai particolare, la forma ’prosodica’, che con il canto non si identifica, ma nemmeno con la lettura ’espressiva’ attoriale. Mi spiace che Christian non apprezzi le mie qualità vocali, ma il punto è un altro, è precisamente quello che lui chiama ’equilibrio’. Detto questo, quell’oratura eseguita rimane anche un testo scritto ed io, ed es., tendo a presentarlo anche come tale, in absentia vocis, in quanto segno. Che rapporto c’è tra queste due facce della stessa medaglia?

Quello che voglio dire è che in effetti - ma lo blatero ormai da un triennio - non abbiamo gli strumenti critici per leggere, analizzare, giuudicare questa nuova poesia ’al quadrato’e che dovremmo impegnarci a cercarle ea stimolare i critici e gli storici a farlo con noi. Lo stesso vale per la Rete: piuttosto che domandarsi come diventare ’autorevoli’ sarebbe meglio, imho, domandarsi che mutazioni formali induce la Rete sulla scrittura e anche sulla sua fruizione, ricezione, ed analisi critica. Rispetto a questo orizzonte di problemi scritture come quelle di DE Angelis mi pare manchino clamorosamente il bersaglio continuando epigonicamente i cammini dell’analogia post-simbolista che è strumento che può ben poco di fronte a un reale che non è più nè materiale, né onirico, ma virtuale e in cui però, paradossalmente, gli immaginari ricominciano a svolgere una funzione decisiva, anche dal punto di vista strutturale. Sacralizzare poeta e poesia, allocare la propria scrittura nel luogo in cui l’ermeneutica è - ermeticamente- demandata tutta al fruitore, celare ancora una volta la storia, per distillarla in unquotidiano bugiardo, mi sembrano vicoli ciechi.

lv


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-28 10:34:37|di Martino

Non mi sembra che ci sia stata nessuna levata di scudi contro il peccato di lesa maestà. Però, si arriva alla fine con un dubbio opposto: non più se si possa criticare Milo De Angelis ma piuttosto se si possa anche apprezzarlo senza essere considerati fascisti restauratori collaborazionisti berlusconiani servi del potere e quant’altro.

A me pare che, più che della poesia, ci sia parecchia gente innamorata delle proprie idee. Niente di male, ma che lorsignori non diano per scontato che tutti quelli che la pensano diversamente siano fatti come gli fa comodo pensare, ovvero brutti, cattivi, arrivisti, proni e cerimoniosi.

P.S. Visto che di groopies a Lello non ne mancheranno di certo, mi piacerebbe sapere come li tratta... Facile fare gli indignati con i presunti groopies altrui.


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