Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

Coordinamento: Luigi Nacci & Lello Voce

Redatta da:

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Si può criticare MILO DE ANGELIS?

(gli intoccabili - numero I)

Articolo postato martedì 22 maggio 2007
da Luigi Nacci

They were all torn
and cover’d with
the boy’s
blood
(Dino Campana, Canti orfici)


Se ci sono autori intorno ai quali si è formato un vasto consenso, uno di quelli è fuor di dubbio Milo De Angelis. Il poeta milanese è apprezzato indistintamente da vecchie e nuove generazioni, oltre che da autori dalle poetiche più disparate - dai Cucchi ai Nove, per capirci. Ma è soprattutto tra i giovani che mi è capitato di riscontrare una sorta di adorazione nei suoi confronti (in molti lo chiamano semplicemente "Milo"), come se fosse un untouchable, come se bisognasse soltanto ad orare, toccarlo e portarlo all’os-bocca, attingere alla sua parola, ricevere come un’ostia la sua parola. Quando mi ritrovo a parlare di De Angelis con qualche altro poeta o critico, e ad un certo punto provo a svelare candidamente il mio pensiero - "a me non piace", esordisco - ottengo in risposta uno sguardo torvus, e mi sento prossimo ad una scomunica. Nel tempo quegli sguardi mi hanno indotto a chiedermi: ma allora è colpa mia? Perché non riesco a vedere la sua grandezza? E così via. Poi però ogni volta - senza accenni di fierezza - rivendico la mia dis-sonanza, ritrovandomi a fare mente locale ripensando ai versi di Ivano Ferrari:

In quanto siamo liberi
o internamente sorpresi,
incantatori a fior di pena
di questi spazi rovinosi,
sull’esempio dei rami morti
contendiamo la vittoria al muschio.


(mi chiedo tra me e me: è un poeta tragico De Angelis, come molti dicono? se lo è, che cosa ci vuole comunicare il refrain della sua canzone del capro? non c’è il rischio di una magnificazione del dato misterico? non c’è il rischio di una parolamagicagrottainiziatica in cui rifugiarsi dal dolore del mondo, in cui evitare un discorso sul nostro tempo? non c’è il rischio di un’ossessiva e claustrofobica monotonia di sguardi?)

***


Milo De Angelis ha avuto un ruolo nella poesia italiana degli ultimi vent’anni. E’ lui, infatti, il maggiore responsabile della deriva neo-estetizzante degli anni Ottanta, del cosiddetto neo-orfismo. Il suo primo libro (Somiglianze, 1976) è un caso eccezionale per molti aspetti. Si tratta di un libro che propone un modello di poesia talmente alto che i nessi del discorso non sono (o non sarebbero) importanti, ma allo stesso tempo (spesso) contiene poesie riuscite perché segnate da una densità emotiva del tutto inusuale. […] La caduta, o la sottovalutazione, dei nessi del discorso in nome dell’altezza lirica, nei meno dotati di De Angelis (cioè quasi tutti), ha provocato esiti disastrosi. Malgrado il titolo, infatti, Somiglianze poteva essere letto, e di fatti è stato letto, come un esempio di libertà assoluta: si potevano scrivere libri in cui nulla somiglia a niente, essendo l’arbitrio la modalità che regna sovrana nell’accostamento di immagini e concetti. […] De Angelis vuole essere un’idea di poesia in carne e ossa. De Angelis è disposto a rischiare la vita per essere la reincarnazione del Poeta, l’ombra di Hölderlin o di Novalis. E vive così, e soffre così, ed è questo che ha reso credibile la sua poesia, questa colossale finzione “vera”: un’ideologia della poesia che si incarna in una persona che crede come un monaco tibetano o un mistico medievale di essere in contatto privilegiato con l’assoluto. Un equivoco spaventoso, in fondo tragico, per De Angelis. Comico nei suoi imitatori (compreso Cucchi, che dopo Il disperso si è messo a fare il verso a De Angelis). Tragico, e quindi affascinante, come è affascinante ogni figura eroica quanto più il suo eroismo è insensato, inutile, gratuito, infondato. (Giorgio Manacorda, La poesia italiana oggi. Un’antologia critica, Roma, Castelvecchi, 2004, pp. 175-180).


De Angelis nasce come Atena dalla testa di Zeus, già adulto e armato. Somiglianze è infatti un libro in cui si mostra un autore già straordinariamente maturo, raccolto attorno ad alcuni temi che saranno le storie continuamente (ossessivamente) narrate nell’intero corso della sua avventura poetica: il confronto con la donna-amazzone e con la donna desiderata, il gesto sportivo che concentra l’apertura verso l’alterità, l’erranza attraverso una Milano vestita di grigio e di cenere, insieme distinta e confusa tanto da comprendere infinite altre città. Una mitologia, se vogliamo, ma fatta di miti poco sfiorati dal morbido dell’elegia o dallo scandito dell’epos: di miti – insomma – inesorabilmente tragici, contratti nella tensione fra finalità e finitudine. […] La tradizione convocata da De Angelis non è quindi né quella dei mistici, né quella degli stoici […], posizioni queste incompatibili con il sentimento del tragico […]. Non c’è dubbio che – nel tirare le fila circa una delle esperienze poetiche più vertiginose del nostro tempo – si debba cautelare il lettore notificando un certo rischio di fiducia in una parola risolutiva, effata come fosse in diretto contatto con l’essere: questo magari sembrerebbe testimoniare la natura impositiva della lingua di De Angelis, il suo tono imperativo, l’abbondanza di futuri quasi profetici (ma piuttosto schiavi della necessità), la perentorietà di immagini lontane dalla usuale logica percettiva, bordeggianti una aporetica sintesi dei contrari, o almeno dei dissimili […]. Per sfuggire dalla banalizzazione dei dati storici imposta dal potere politico-economico che si manifesta attraverso i media e il loro ossessivo ricorso al continuo gettito di notizie presentate come la verità assoluta e in realtà disegnate a tavolino, si ricorre a un tono altrettanto violento e impositivo per tracciare la possibilità di una resistenza non – per carità – nella sfera del privato, ma in un’ontologia del quotidiano in senso blanchotiano: in un diario delle cose che offre i nudi dati restituendoli a un primario stupore, lo stupore dell’esserci, condiviso dalla comunità acefala degli uomini, uniti dalla loro finitudine. (Paolo Zublena, s.t., in Parola plurale, a cura di G. Alfano, A. Baldacci, C. Bello Minciacchi, A. Cortellessa, M. Manganelli, R. Scarpa, F. Zinelli, P. Zublena, Roma, Luca Sossella Editore, 2005, pp. 173-176).


La monotonia è un pegno di sincerità, amava ripetere Pavese, osservando che la bellezza del nuoto è la ricorrenza di una posizione, il peso invariato di una massa da cui prendono forma i movimenti mutevoli dell’acqua […]. Credo che il nuovo nasca da questa ossessione, dal suo punto più estremo e insostenibile, dallo squarcio che in essa si apre, pena la vita. Credo cioè che non sia possibile dare vita a una parola sprezzandone le regole e l’ordine profondo, ma portando tale ordine a una tensione così forte da sfigurarlo, da farne un’altra figura. (Milo De Angelis, La chiarezza di ogni tragedia, in La parola ritrovata. Ultime tendenze della poesia italiana, a cura di Maria Ida Gaeta e Gabriella Sica, Venezia, Marsilio, 1995, p. 89).


187 commenti a questo articolo

Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-26 23:44:32|di luigi



Caro Mass (o Stefano Massari),

dici che si rischia la chiacchiera da bar dopofestival: hai ragione. Ma io, nella mia piccolezza (non sono ironico, credimi), non pretendevo di scrivere un saggio scuoladifrancofortese. Non sono in grado. Ho solo proposto, anche provocatoriamente, un seme di dibattito. Forse, come dici tu, abbiamo solo chiacchierato, superficialmente, abbiamo cazzeggiato, e sia. Forse, come dici tu, De Angelis merita più attenzione, più profondità, più rispetto: altri gliel’hanno dato, questo peso, e glielo daranno, cosa vuoi che cambi se un signor x come il sottoscritto non l’ha fatto (De Angelis non leggerà mai questo post, né i fantastici signori dell’Accademia che tutto classificano e schedano). Forse, come dici tu, non ho fatto altro che usare residui di teorie altrui per giustificare la mia irremovibile posizione critica, e sia: sono rimasto immobile, sono stato faziosamente fermo sulle mie posizioni. Forse, come dici tu, De Angelis non mi piace perché, ti cito, non si traveste da minatore spaziale. Forse, come dici e pensi tu, De Angelis è un grande poeta e chi non capisce la sua grandezza, quello è un coglione, esattamente come me, uno che non capisce un’acca di poesia. Forse, quasi certamente, certamente è così: dunque, perché continui a parlare con me? Sono uno senza speranza, lasciami stare Mass... credi a me, meglio perdermi che trovarmi!

Un abbraccio,

tuo "nacs"

**

per Stefano (Guglielmin):

dici: non so se ciò farà piacere a qualcuno, ma nella scheda della nuova antologia di poesia italiana contemporanea (carocci), redatta da Andrea Afribo, allievo di Mengaldo, si capisce che De Angelis non c’è. Scusa, Stefano, ma proprio non ti capisco: a chi dovrebbe fare piacere? Perdonami ma vivo benissimo che De Angelis ci sia o non ci sia in quell’antologia. Soprattutto meglio di me vive Milo, che penso sia il primo a strafregarsene! (tuttavia: non è questo il focus della discussione... o qualcuno - dimmi chi - ha detto di depennare D. A. dalle antologie? abbiamo parlato di inclusioni/esclusioni? dove?)


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-26 19:19:21|di gugl

non so se ciò farà piacere a qualcuno, ma nella scheda della nuova antologia di poesia italiana contemporanea (carocci), redatta da Andrea Afribo, allievo di Mengaldo, si capisce che De Angelis non c’è.

"Il testo presenta le voci più significative e influenti dell’ultima scena poetica italiana: Magrelli, Valduga, Frasca, Pusterla, Fiori, Dal Bianco, Anedda e Benedetti. Ampi profili ricostruiscono, interpretano e giudicano le carriere di ciascun autore, e ogni testo poetico è accompagnato da un commento puntuale. L’attenzione è rivolta innanzitutto alla lingua e alle sue irradiazioni ai fatti formali (stile, retorica e metrica), metodo e argomenti per niente secondari se in poesia è senz’altro stretto, e più stretto che in altri generi, il nodo tra significante e significato, tra forma interna del testo e visione del mondo. Il libro ridiscute e prova a disegnare una mappa storico-critica della poesia italiana dell’ultimo Novecento e di questi anni, ma non solo."


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-26 11:00:03|di stefanomassari

luigi . penso che tutti gli autori necessitino di uno studio lunghissimo (se si vuole avere di loro un quadro critico compiuto - il meglio che si può - e quindi trasmissibile) negli anni - anni che porteranno trasformazioni in loro certo ma anche in noi che leggiamo e studiamo . e in ultimo forse anche un ’dialogo’ diretto con ’l’oggetto’ che si studia può aiutare a delineare una tenuta e una collocazione ’critica’ . che non andrebbe - almeno a parer mio e so che di questi tempi è quasi un’eresia - mai disgiunta da una componente indispensabile di ’critica della cultura’ - mi riferisco alla necessaria componente dialettica che deve obbligatoriamente integrare la componente soggettiva percettiva ed emozionale della critica di un’opera . dicevo rispetto a milo che in trent’anni di carriera poetica - la critica comunque fatica e fallisce nel a collocarlo . proprio perché è incollocabile probabilmente . tu ti appoggi a frantumi critici decontestualizzando ed estrapolando gli aspetti che confermano e sostengono la tua impressione . però mi chiedo e ti chiedo se questo basti ad autorizzare l’inizio e l’innesco di una discussione intorno a un’opera così multiforme e complessa . credo che invece si rischi la chiacchiera da bar dopofestival o altro fra schieramenti (peraltro sempre avvincente quando ci sono gli interlocutori e i vini giusti) coi limiti che tu e tutti noi sappiamo bene . potrei controribattere su ogni tua ribattuta ec .. così andremo avanti all’infinito . anche una provocazione va sostenuta (e io cerco di parteciparvi in quanto interessato all’oggetto della provocazione ma messa come l’hai messa tu è un poco ’troppo’ leggera .. e avolte anche un po’ strumentalmente insistita . che capisco fare rumore(cosa lla quale non sono contrario) ma si rischia di venirne travolti . dici di addurre ’proprie’ motivazioni critiche .. bene ma a cosa ? a una disputa da blog ? boh . non capisco .. allora non era forse meglio sviluppare dall’inizio autonomamente e criticamente (con più calma e più tempo ) anche quei nodi critici altrui che ti hanno fornito indizi per lanciare la patata bollita ? dici che la discussione si è aperta e continua e rimpalla ovunque .. certo è innegabile . ma c’era da non aspettarselo ? mah . lo so anch’io come far ’volare’ un blog ... non sarebbe ora di fare ANCHE qualcos’altro invece ? cercare ANCHE un altro modo di lavorare sulla poesia nei blog ? soprattutto intorno a figure così importanti ?- è una domanda naturalmente . e comunque per continuare a stare al gioco -
nell’ordine : Boh, non capisco, a me pare che De Angelis vada molto in giro a leggere (tra parentesi: male) i suoi testi e a parlare di sé.
certo che lo fa . perché non dovrebbe ? dipende - sai benissimo a cosa mi riferivo con ’componente edificante e salottiera’ .. se poi vogliamo a tutti i costi non capirci non c’è problema nacs .. però mi pare abbastanza ovvio dove cada questa affermazione . va a leggere e attenzione .. ad ascoltare ovunque e (quasi) chiunque . cosa che non è certo da tutti . ma non scendo in dettagli personali che non è il caso . ha fame di poesia - ed è davvero un grande cercatore e ascoltatore . quello che è diverso è ’l’atteggiamento’ . dove non va sono proprio invece i ’Salotti’ e se ci va o ci capita .. si defila il prima possibile (testimonianza oculare - più volte coinvolta in fughe improvvise e anche molto divertenti .. ) — ma non mi pare sia dettaglio tanto interessante - tutti noi capitiamo male o bene e andiamo dove ne abbiamo possibilità e occasione .. ma perché ? io sempre in nome della poesia in cui credo . comunque era altro il riferimento e mi sembra stucchevole star lì a precisare il già molto preciso .
Dici: quella di milo non è l’opera adatta a dare il via a un filone neo-innamorato o neo orfico o neo-altro. Sarà, ma puoi addurre una motivazione critica? Io ho portato le parole di critici che a lui così si sono riferiti (Manacorda, Cordelli, Cortellessa, lo stesso Cucchi che non smentisce): o si sbagliano tutti (può essere) o in parte hanno ragione (può essere).

allora tu hai portato motivazioni critiche di una ’precisa’ parte critica .. ce ne sono altre . e visto che sei un cercatore le troverai .. io sto lavorando con lui a un’intervista lunga e complessa che tra qualche tempo vedrà la luce .. abbiamo tempi confusi e lunghi ma ce la faremo spero ... comunque io ho ’mie’ dirette motivazioni critiche . frutto di una lettura ventennale ormai di quest’opera .. a suo tempo - quando saranno compiute verranno fuori da questa intervista .. abbi pazienza .. potrà esserti sicuramente di grande aiuto (per allontanarti o avvicinarti meglio a quest’opera non lo so .. spero che possa essere di qualche utilità per capire meglio questo grande poeta) per intanto ti bastino le mie ribattute .. che non vengono da spunti altrui ma direttamente da me .
chi lo segue e lo stima è ben cosciente della profonda distanza che c’è tra le maglie fittissime di quest’opera è la fantomatica deriva orficomistica. Eh, Stefano, troppo facile! Le analisi devono venire da tutti, indistantamente, anche (io direi: especially) da chi non stima, pur riconoscendo la serietà dell’autore e la rilevanza dell’opera.

certo nacs .. ci mancherebbe . anche qui però parlavo d’altro . stavo dicendo in sostanza che la sua poesia non è emulabile .. è un’opera inimitabile la sua . e che per le sue caratteristiche di segno di tempo di spazio metrico di intonazione che usa strumenti vari (il dialogato - il rituale - il singolare che improvvisamente si apre al plurale - ce ne sono infiniti esempi nei suoi testi etc.. ) non concede spazio a derive orfiche . certo se mal interpretate sue caratteristiche si rischia di finire lì .. ma quest’opera ha in sé una tensione duplice (orizzontale e verticale) che spinge alla massima prossimità al reale (prima della ’realtà’ come concetto - mi riferisco a reale nell’accezione di ’esperienza del reale’ ) ma ne riparleremo . credo anzi addirittura che pur usandone con maestria gli strumenti questa poesia impedisca l’orfico così come impedisce l’elegia .. tende all’altro da sé con la stessa forza con cui tende a sé stessa . mi spiegherò meglio in altro contesto a suo tempo . abbi fede . comunque per dire che se letta con attenzione e precisione oltre le suggestioni che sicuramente induce e costruisce - questa pericolosissima poesia - non spinge a derive orficomistiche . ma anzi libera la realtà dai realismi ...
e comunque sbagli nel dire che milo legge male .. la sua non è una ’lettura’ ogni volta riscrive ’oralmente’ la stessa poesia . a volte addirittura salta o scambia dei versi . provate a seguirlo libro alla mano .. prova di una ricerca continua e mai conclusa .. secondo me .. o forse non ti piace perché non si traveste da minatore spaziale? eheheh (ma quanto bevi nacs??) .. ciao un abbraccio . s


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-26 00:33:18|di silvia molesini

Su quest’ultima questione (visioni diverse della poesia e del mondo).

Parlo per me: io non ho una sola visione della poesia (il solito sofista potrebbe dire: anche questa è una visione, e poi si finirebbe a seghe, per usare un francesismo).

Il Pasolini imperterrito di Terra di lavoro, il vecchio Campana "poesia sorgi sorgi sorgi", Quasimodo nell’oboe sommerso, Eluard del surrealismo sottile, Dickinson delle pause inconcluse e dei concetti forti, Montale dell’asciutto descrittivo, Barnes del bosco, Marziale dell’epigramma trafittivo, il Zanzotto del paesaggio trasformato, Kerouak dell’urlo, Pascoli...

parlo per nomi noti,ovvio, questione di comunicazione del dato. Ma un Villa, che straripa di questioni "storiche e civili" e una Annino, che forse non lo fa, almeno non direttamente, non dovrei comunque amarli perché ho dato un taglio alla visione, e al mondo?

Io penso che la poesia, e comunque questa cosa del fare arte, del prendere la lingua e metterla da qualche parte senza far finta che abbia detto tutto quando viene usata per chiedere o vendere agli altri qualcosa, sia in molti posti.

Non c’è questione peggiore di quando mi si vuol far scegliere: cosa dovrei scegliere, se Orfeo, Ulisse, le mistiche, i concettuali, Malatesta, Bakunin e tutti quanti mi dicono qualcosa?

Ci sono personaggi torbidi, Celine, Pound, D’Annunzio, Proust, gente che nasceva da o si nutriva di ideologie equivoche, che hanno scritto le più belle pagine del mondo.

Scindiamo l’opera dal suo misero autore (vale per tutti noi), dal De Angelis che rilascia interviste faziose e "non sa leggere", scindiamo la potenza del suo testo? E casomai non lo mistifichiamo ma lo rendiamo "uno di quelli che" sanno fare la poesia, per una questione puramente (questa è un’iperbole) letteraria, il sapere usare la parola nei modi che divengono rivelatori di senso?

So che il filologo e il critico fanno anche altre operazioni, e provano a situare sovrastrutture culturali e quant’altro. Ma non si possono sottrarre, mai, e non facciano finta che questo possa essere, da un Bacon che dice ad un Sylvester "Se lei potesse spiegare la sua pittura potrebbe spiegare i suoi istinti".
(Ma Bacon, io posso spiegare i suoi istinti!

Può darsi, ma lei non può fare la mia pittura.Il che prova che la sua spiegazione è ancora un’illustrazione. (cit. P.Sollers 2003))


http://silviamolesini.splinder.com

Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-25 17:34:00|di luigi

Riporto qui di seguito quanto mi ha scritto Luigi Metropoli (e lo ringrazio), perché credo che in particolare l’ultima parte della sua riflessione sia foriera (se c’è ancora la forza..) di una discussione, ovvero: il fatto di apprezzare/amare o no De Angelis si lega al fatto di detenere visioni diverse della poesia, cioè: della vita, del mondo?

**

Sulla discussione deangelisiana, ho ritenuto inutile un mio intevento, per un paio di motivi:

1) dopo quello di Guglielmin e di Marotta la discussione era, nella sostanza, conclusa;

2) avrei potuto citare Baldi e parzialmente Cornacchia, dai quali mi sentivo rappresentato su quanto pensavo circa De Angelis;

3) un discorso del genere, con tutta la buona volontà, non porterà mai ad un cambiamento delle posizioni iniziali di nessuno di noi, ma indicherebbe solo le categorie (procedo schematicamente per economia di discorso) dalle quali ognuno di noi parte per affrontare un testo, un autore o addirittura una poetica.

Detto ciò, capisco il tuo approccio a De Angelis e i motivi che ti portano a non amarlo, anche perché non del tutto contrattaccabili, così come succede con chi invece si sente vicino alla poesia di De Angelis. Si parte da presupposti diversi, difficilmente pacificabili, già a partire dalla validità o meno della categoria "orfismo" o "neo-orfismo" o "neo-ermetismo". Ad un certo punto la questione rischia di essere squisitamente terminologica e non più sostanziale, altrimenti, invece, si può sostare senza tentennamenti nella propria visione della poesia e quindi digerir male una lirica dalla grande portata analogica (magari anche un po’ laccata, come potrebbe essere Tema dell’addio, più che Biografia sommaria, tanto per capirici)...
E ugualmente non si può contestare tale scelta. Non voglio dire che nella discussione gli opposti si annullano, dunque è meglio tacere. Più seplicemente sembra di assistere ad una grande aporia, i cui presupposti sono sempre viziati da visioni "sovrastrutturali" (ma è per forza così, non PUO’ essere altrimenti), tanto da parte di chi l’apprezza, tanto da parte di chi non riesce ad amarlo. E i motivi, sono ben chiari e delineati, fin dall’inizio.


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-25 17:19:25|di luigi



Martino,

dissento! Ora, parlare senza avere la possibilità di una registrazione audio su cui discutere è come parlare del/al vento. Per cui ecco un link dove ascoltare De Angelis che legge alcuni testi da Tema dell’addio:

http://www.casadellacultura.it/site...

Si tratta della presentazione di Parola plurale (che consiglio di ascoltare in toto.. il dibattito è molto interessante) fatta alla Casa dell Cultura di Milano nel novembre del 2005. Per la cronaca: De Angelis inizia a leggere al minuto 48 e 44 secondi e finisce a 53:15.

Prendiamo la prima poesia: le prime due pause sono considerevoli, le ultime invece molto brevi; la lettura potrebbe essere erroneamente definita piatta, per via dell’assenza di ictus o sconvolgimenti nell’altezza e nell’intensità della voce. Erroneamente perché a interrompere la monotonia ci pensa l’epifania della pausa (Martino, parlo di epifania per citare un tuo verso epico...) che, non accadendo sistematicamente in accordo con la punteggiatura o con l’a-capo, assume una forza autonoma: carica di sensi ed emotività il lemma, la sequenza, l’imago successivi. Seguendo quindi le sue pause, la poesia si sarebbe potuta, si potrebbe scrivere così:

Contare

i secondi

i vagoni dell’eurostar

vederti scendere

dal numero nove

il carrello il sorriso il batticuore la notizia la grande notizia

questo è avvenuto

nel 1990

è avvenuto

certamente

è avvenuto

e prima ancora

il tuffo nel ticino

mentre il pallone scompariva

è avvenuto

abbiamo visto l’aperto e il nascosto

di un attimo

le fate tornavano negli alloggi popolari

l’uragano riempiva un cielo allucinato

ogni cosa

era lì

deserta

e piena

per noi che attendiamo

Poi potremmo domandarci se sia riuscito o meno questo tipo di esecuzione. Risponderei dicendo che non si tratta di vera esecuzione giacché, a mio giudizio, De Angelis legge mettendo pause casuali, nate nell’occasione. Diverso sarebbe se le sue letture fossero sempre uguali o quasi: il tono identico, le pause sempre della stessa durata e nello stesso punto, le intensità vocali calibrate allo stesso modo. Quella sarebbe l’esecuzione studiata per quel testo, e solo quello. Ma non credo ciò avvenga. Si tratta di una lettura approssimativa, forse suggestiva alle orecchie di alcuni, ma al mio orecchio appare del tutto improvvisata. Tale grado di improvvisazione si scontra con il profondo carico d’attesa che invece contraddistingue la nascita del testo: lo dice De Angelis stesso che le parole gli emergono, e l’emersione segue un’attesa importante. Tutta quella lentezza e quell’ordine razionale/emotivo che immagino nella configurazione della sua scrittura, si staglia d’innanzi a un disordinato pressapochismo nell’esecuzione. Mi aspetterei da un poeta come lui (= un poeta non sprovveduto) una maggior precisione, una mole di puntigliosità esecutiva non inferiore a quella usata nell’atto di scrivere...


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-25 12:27:59|di Matteo

gran bella discussione, mi dispiace non averla vista prima... dovrò decidermi ad essere un frequentatore più assiduo... non credo di poter aggiungere niente di rilevante a quanto ho letto fino ad adesso. Solo una cosa: quello che mi sconvolse quando lessi per la prima volta De Angelis fu la concentrazione assoluta e intransigente sulla parola (non solo in Millimetri, per me libro bellissimo e sconvolgente), sull’intreccio -è presente in tanti testi- fittissimo tra presente e passato, una specie di cortocircuito della memoria, qualcosa che entrava nei versi costringendoli ad essere così affilati e precisi, a volte allucinati, sempre tesi ad una "traduzione" (è parola che ricorre frequentemente nella sua opera)fedele e senza compromessi di quest’intreccio... insomma, un dialogo costante con il passato, un incontro/scontro frontale, con i versi che riproducono ferreamente questo incontro,a volte vivificante, a volte devastante... cosa c’è di orfico in questo?Io ci vedo solo un’umanità disarmata e non arresa... lo so, è scritto male e di fretta, me ne scuso con tutti.Leggerò tutti gli interventi con attenzione, promesso. Intanto, davvero complimenti a tutti per la passione e la volontà di confronto. a presto


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-25 09:44:04|di Martino

P.S. E a giudicare dalle virgole insensate sparse per il testo, residui di frettolosi tagli e cuci, direi che, oltre a leggere male, scrivo anche peggio.


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-25 09:42:11|di Martino

Mi permetto di dissentire da Luigi. Per me la lettura di De Angelis è molto efficace e quindi legge "bene". La stessa lettura di un testo non si può giudicare con un sistema di parametri estrinseco alle esigenze del testo stesso e alla poetica dello scrittore/lettore. La lettura di "Tema dell’addio" a cui ho assistito a Pistoia è stata, per me sconvolgente. Non soltanto per gli aspetti fonici ma, per esempio, anche per quelli ""recitativi". Le poesie lette alternando due toni che potremmo definire "poetico" e "recitativo" (oppure "verticale" ed "orizzontale", per essere un po’ più suggestivi), a sguardo alto, fissando direttamente negli occhi gli spettatori. E’ stato come fissare negli occhi direttamente il dolore di quei testi. I l testo non esisteva più in quanto testo ma era perfettamente in atto.

A te interessano altri aspetti, ma non si può dire che uno legge male perché non condivide il tuo stesso concetto di poesia. Bisogna vedere cosa interessa far passare attraverso la lettura e se il tentativo riesce oppure no. Per esempio, io leggo male: su questo non c’è dubbio. :-)


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-25 08:38:19|di Christian Sinicco

Giuseppe, Fortini ha spinto Cucchi, Bellezza e De Angelis, già in un articolo su Times, nel 76. Non mi pare un’uscita sottovoce.


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