Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

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Si può criticare MILO DE ANGELIS?

(gli intoccabili - numero I)

Articolo postato martedì 22 maggio 2007
da Luigi Nacci

They were all torn
and cover’d with
the boy’s
blood
(Dino Campana, Canti orfici)


Se ci sono autori intorno ai quali si è formato un vasto consenso, uno di quelli è fuor di dubbio Milo De Angelis. Il poeta milanese è apprezzato indistintamente da vecchie e nuove generazioni, oltre che da autori dalle poetiche più disparate - dai Cucchi ai Nove, per capirci. Ma è soprattutto tra i giovani che mi è capitato di riscontrare una sorta di adorazione nei suoi confronti (in molti lo chiamano semplicemente "Milo"), come se fosse un untouchable, come se bisognasse soltanto ad orare, toccarlo e portarlo all’os-bocca, attingere alla sua parola, ricevere come un’ostia la sua parola. Quando mi ritrovo a parlare di De Angelis con qualche altro poeta o critico, e ad un certo punto provo a svelare candidamente il mio pensiero - "a me non piace", esordisco - ottengo in risposta uno sguardo torvus, e mi sento prossimo ad una scomunica. Nel tempo quegli sguardi mi hanno indotto a chiedermi: ma allora è colpa mia? Perché non riesco a vedere la sua grandezza? E così via. Poi però ogni volta - senza accenni di fierezza - rivendico la mia dis-sonanza, ritrovandomi a fare mente locale ripensando ai versi di Ivano Ferrari:

In quanto siamo liberi
o internamente sorpresi,
incantatori a fior di pena
di questi spazi rovinosi,
sull’esempio dei rami morti
contendiamo la vittoria al muschio.


(mi chiedo tra me e me: è un poeta tragico De Angelis, come molti dicono? se lo è, che cosa ci vuole comunicare il refrain della sua canzone del capro? non c’è il rischio di una magnificazione del dato misterico? non c’è il rischio di una parolamagicagrottainiziatica in cui rifugiarsi dal dolore del mondo, in cui evitare un discorso sul nostro tempo? non c’è il rischio di un’ossessiva e claustrofobica monotonia di sguardi?)

***


Milo De Angelis ha avuto un ruolo nella poesia italiana degli ultimi vent’anni. E’ lui, infatti, il maggiore responsabile della deriva neo-estetizzante degli anni Ottanta, del cosiddetto neo-orfismo. Il suo primo libro (Somiglianze, 1976) è un caso eccezionale per molti aspetti. Si tratta di un libro che propone un modello di poesia talmente alto che i nessi del discorso non sono (o non sarebbero) importanti, ma allo stesso tempo (spesso) contiene poesie riuscite perché segnate da una densità emotiva del tutto inusuale. […] La caduta, o la sottovalutazione, dei nessi del discorso in nome dell’altezza lirica, nei meno dotati di De Angelis (cioè quasi tutti), ha provocato esiti disastrosi. Malgrado il titolo, infatti, Somiglianze poteva essere letto, e di fatti è stato letto, come un esempio di libertà assoluta: si potevano scrivere libri in cui nulla somiglia a niente, essendo l’arbitrio la modalità che regna sovrana nell’accostamento di immagini e concetti. […] De Angelis vuole essere un’idea di poesia in carne e ossa. De Angelis è disposto a rischiare la vita per essere la reincarnazione del Poeta, l’ombra di Hölderlin o di Novalis. E vive così, e soffre così, ed è questo che ha reso credibile la sua poesia, questa colossale finzione “vera”: un’ideologia della poesia che si incarna in una persona che crede come un monaco tibetano o un mistico medievale di essere in contatto privilegiato con l’assoluto. Un equivoco spaventoso, in fondo tragico, per De Angelis. Comico nei suoi imitatori (compreso Cucchi, che dopo Il disperso si è messo a fare il verso a De Angelis). Tragico, e quindi affascinante, come è affascinante ogni figura eroica quanto più il suo eroismo è insensato, inutile, gratuito, infondato. (Giorgio Manacorda, La poesia italiana oggi. Un’antologia critica, Roma, Castelvecchi, 2004, pp. 175-180).


De Angelis nasce come Atena dalla testa di Zeus, già adulto e armato. Somiglianze è infatti un libro in cui si mostra un autore già straordinariamente maturo, raccolto attorno ad alcuni temi che saranno le storie continuamente (ossessivamente) narrate nell’intero corso della sua avventura poetica: il confronto con la donna-amazzone e con la donna desiderata, il gesto sportivo che concentra l’apertura verso l’alterità, l’erranza attraverso una Milano vestita di grigio e di cenere, insieme distinta e confusa tanto da comprendere infinite altre città. Una mitologia, se vogliamo, ma fatta di miti poco sfiorati dal morbido dell’elegia o dallo scandito dell’epos: di miti – insomma – inesorabilmente tragici, contratti nella tensione fra finalità e finitudine. […] La tradizione convocata da De Angelis non è quindi né quella dei mistici, né quella degli stoici […], posizioni queste incompatibili con il sentimento del tragico […]. Non c’è dubbio che – nel tirare le fila circa una delle esperienze poetiche più vertiginose del nostro tempo – si debba cautelare il lettore notificando un certo rischio di fiducia in una parola risolutiva, effata come fosse in diretto contatto con l’essere: questo magari sembrerebbe testimoniare la natura impositiva della lingua di De Angelis, il suo tono imperativo, l’abbondanza di futuri quasi profetici (ma piuttosto schiavi della necessità), la perentorietà di immagini lontane dalla usuale logica percettiva, bordeggianti una aporetica sintesi dei contrari, o almeno dei dissimili […]. Per sfuggire dalla banalizzazione dei dati storici imposta dal potere politico-economico che si manifesta attraverso i media e il loro ossessivo ricorso al continuo gettito di notizie presentate come la verità assoluta e in realtà disegnate a tavolino, si ricorre a un tono altrettanto violento e impositivo per tracciare la possibilità di una resistenza non – per carità – nella sfera del privato, ma in un’ontologia del quotidiano in senso blanchotiano: in un diario delle cose che offre i nudi dati restituendoli a un primario stupore, lo stupore dell’esserci, condiviso dalla comunità acefala degli uomini, uniti dalla loro finitudine. (Paolo Zublena, s.t., in Parola plurale, a cura di G. Alfano, A. Baldacci, C. Bello Minciacchi, A. Cortellessa, M. Manganelli, R. Scarpa, F. Zinelli, P. Zublena, Roma, Luca Sossella Editore, 2005, pp. 173-176).


La monotonia è un pegno di sincerità, amava ripetere Pavese, osservando che la bellezza del nuoto è la ricorrenza di una posizione, il peso invariato di una massa da cui prendono forma i movimenti mutevoli dell’acqua […]. Credo che il nuovo nasca da questa ossessione, dal suo punto più estremo e insostenibile, dallo squarcio che in essa si apre, pena la vita. Credo cioè che non sia possibile dare vita a una parola sprezzandone le regole e l’ordine profondo, ma portando tale ordine a una tensione così forte da sfigurarlo, da farne un’altra figura. (Milo De Angelis, La chiarezza di ogni tragedia, in La parola ritrovata. Ultime tendenze della poesia italiana, a cura di Maria Ida Gaeta e Gabriella Sica, Venezia, Marsilio, 1995, p. 89).


187 commenti a questo articolo

Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-23 10:19:51|di luigi



Gianfranco Fabbri ha postato (grazie!) su "La costruzione del verso & altre cose" un saggio - datato 1985 - del compianto Remo Pagnanelli su De Angelis. Lo ripropongo qui:

Il principio interno e generativo di questa poesia (Terra del viso, Milano, Mondadori, 1985) a me pare consistere in una soluzione più emotiva che tecnica, molto somigliante alle scomposizioni del primo futurismo e di Boccioni in particolare : gli oggetti e le situazioni si trovano ad essere di continuo frammentate e viste da ogni lato per virtù di una quasi prodigiosa facoltà (e velocità) di spostamento e di associazione (e uso questi termini nell’accezione analitica): una metonimia le fruga disperdendole in ogni direzione, con vettore centrifugo, ma la metonimia non è solo un metodo, una “maniera”, bensì la sostanza nuda del reale, attraverso la quale ci si imbatte in modo brutale nella tragicità della storia. Questo è il più importante nodo da sciogliere se vogliamo capire (oltreché sentire) De Angelis: per questo non sono per nulla d’accordo con l’ignoto redattore della bandella, quando afferma che il testo è irrimediabilmente sciolto dal contesto (come se fosse possibile!), per il semplice fatto che pochi sono i riferimenti comunemente omologabili nel concetto di “storia” o di “biografia”: ribadisco che la realtà orribile della nostra generazione vi è presente (certo in forma più mimetica che critica) in quantità copiose e basta abbandonarsi al gioco crudele dei rimandi per rendersene conto fisicamente. Il fondamento epistemologico di tale operazione coinvolge un nuovo sentimento della storia, che altrimenti dà soltanto notizie (p.18), nella sua repentina e rapace velocità di morte, sentimento che risiede nella potenza (identica) concessa alla parola, concentrata in brevissimo spazio ma amplificativi per il numero quasi infinito delle risonanze che produce e assolutamente non enigmatica ( questo è l’altro falso da chiarire: la pretesa, ormai leggendaria sibillinità o orfismo di De Angelis, è tale solo per chi vuole affrontarlo con gli strumenti di una raison cartesiana, non tenendo conto che si tratta di un’altra ragione, legata alla mitologia, alla sostanza arcaica del pensiero poetico, potente e asciutta, spartana – come stavolta sostiene l’ignoto recensore e giustamente -, dato che il polo genotestuale più importante per Milo è proprio la classicità del dionisiaco, dello conio, talvolta temperata dalla gestualità liberatrice di un atletismo sereno e quietamente grande come l’apollineo. Diffatti, la metafora ricorrente in questo libro coinvolge lo struggimento e la nostalgia per il momento altamente gnomico della gara, della corsa in pista, una volta giovane e corretta nel sogno classico, ora piena di tranelli, dimidiata e non catartica, se non fosse per la morte che ci attende già prima del traguardo – ed è nel dialogo di una delle più commoventi poesie; continuazione di un tale immaginario è il comparire frequente di eroi sportivi – da Simpson a Brumel – e di battaglie su campi da gioco tagliati da luci scorciate e infangate, con evidente memoria a una certa tradizione che trapassa la poesia lombarda e triestina. Dunque non siamo davanti a una officina fredda, come potrebbe sembrare, se confondiamo questo lavoro del testo con un ermetismo di ritorno che anche il titolo suggerirebbe, se comprendiamo che la lapidarietà di un io (decentratissimo) e fortemente imperativo, in alcuni incisi, nasconde da una parte una fragilissima costituzione in balìa della malattia e della morte, dall’altra una irritata e minerale contestazione gnomica (impotente e suicida, quando toglie alla poesia stessa una qualsiasi possibilità di salvezza). Per molti sarà un azzardo mistificatorio, ma vedo in De Angelis più di uno stilema continuativo (sotto altre vesti e fatte le debite distanze) del risentito arrochire di Fortini (vista la non casuale preponderanza di una atmosfera bellica e invernale – p.e. p. 36, o la bellissima e “critica” lettura dedicata a Fortini stesso – malgrado il tutto sia più stralunato e molto oltre il surrealismo acido di Fortini). Il preteso travestimento in un codice spezzato non deriva dall’idea che questo sia un libro compattissimo, un discorso, un romanzo segnato dal rincorrersi di icone funebri, di crimini, di sangue, di sagome torturanti di morti (vicini e non – v. le poesie in cui appare la figura del padre).

REMO PAGNANELLI, “STUDI CRITICI”. POESIA E POETI DEL SECONDO NOVECENTO, Mursia, 1991 (apparso in “Marka”, n. 14, 1985).


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-23 10:05:25|di luigi



Nevio,

hai ragione, il poeta non può che essere fazioso nel momento in cui fa e difende la sua poesia (difende la sua vita, in substantia), ma dovrebbe accantonarla, la faziosità, quando si mette i panni dell’educatore, del formatore, vogliamo usare una parola grande e pericolosa? Maestro (con "m" minuscola).

Annibale,

le tue domande avrebbero diritto a risposte icastiche: perché non chiedi a De Angelis di venire a risponderti/ci?

Christian,

è lapalissiano il fatto che il metamorfismo non abbia molto valore nella nostra critica. Bisogna rimboccarsi le maniche, dobbiamo studiare sempre di più e cercare - a testa bassa, modestamente - di scrivere opere, di poesia, di critica, quel che sia: concretizzare gli sforzi, farlo con zelanteria e serietà.

Tiziano,

dalla tua immagine a tinte fosche (mi ricorda THE KINGDOM di lars Von Trier) si capisce già cosa pensi di De Angelis ma, se hai voglia, mi piacerebbe che tu approfondissi le tue ragioni.

**

Su poesia orfica o neo-orfica, riporto un passo da Renato Barilli, focalizzato sull’uso dei vocaboli, da E’ arrivata la terza ondata (Torino, testo&immagine, 2000, pp. 16-17):

[...] l’autore [NON parla di De Angelis] sta bene attento a togliere con il bianchetto ogni vocabolo che sappia di attualità, di prosa volgare, di inquinamento con la banalità cronachistica dell’oggi - tutti quei valori che vicerversa i Novissimi si facevano un punto d’onore di acquisire. E neppure scatta una nota autoironica, come invece avveniva allora nelle operazioni "citazioniste" che si stavano conducendo in arte [...]. Sembra di essere in presenza della traduzione da qualche frammento di lirico greco, come avveniva in piena stagione ermetica [...]. Qui davvero la poesia è innamorata di se stessa, di preziosità che le appartengono quasi per natura, e tenta disperatamente di difenderle, di erigere un cordone sanitario protettivo contro l’intrusione di rozzi vocaboli presi dalla vita.

(se tenessimo la riflessione di Barilli a postulato, dovremmo concludere che De Angelis non è orfico, giacché esplora e incrocia svariati campi semantici, o mi sbaglio?)


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-23 10:01:37|

Sì, nicco, hai perfettamente ragione sulla pochezza delle teorizzazioni, cosa che, a quanto leggo, ha delle ricadute negative anche sulla tua attività. Ma, vedi, si può anche essere dei pessimi teorizzatori e, magari, quando si parla, rispondere senza cercare l’effetto speciale attraverso formulazioni che non significano niente, proprio come avviene nella citata intervista. Comunque, mio carissimo "disoccupato", io avevo fatto delle semplici domande, sperando che qualcuno avesse la bontà di spiegarmi dei passagi che mi sembravano slogan da supermercato. A proposito, tu hai per caso capito cosa mai sia questo "tempo perfetto che va oltre"? Io ho fatto anche delle indagini tra gli orologiai della mia zona e, a quanto pare, a nessuno di loro risulta l’esistenza di un tempo diverso da quello che va oltre.

p.s.

Visto che ci sei, cos’è il ’metamorfismo’?

Con (ti) affetto, tuo A.L.


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-23 06:16:50|di Tiziano Fratus

Quando penso all’amore che circonda la poesia di Milo de Angelis mi dico: però, in certi casi, il poeta, se la cava ancora bene, nei tempi che viviamo...

Quando penso alla poesia di Milo De Angelis mi dico: però, forse tanto seguito è un po’ come quei telefilm in prima serata dove ogni paziente è lì lì per morire, con i dottori carini e in forma che si impegnano fra una dottoressa ed un’infermiera...


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-23 03:18:18|di Christian Sinicco

Ci sono poeti che non sanno teorizzare, caro A.L. cap(r)one, ed è uno dei motivi per i quali ho smesso di fare interviste - per non torturarmi. Scritto ciò, un poeta incapace di trovare soluzioni tecniche diverse, raccolta dopo raccolta, di ripensare la sua scrittura, oggi più che mai, è un poeta mediocre, e la critica l’avrebbe dovuto già valutare negativamente per questo (se Kubrick avesse fatto film tutti uguali, utilizzando sempre le stesse tecniche, le stesse inquadrature, sarebbe stato un grande regista? giusto per fare una domanda). Scusa(te) se sono banale, ma basta leggere per rendersi conto di alcuni fatti...inizia(te) a scremare i poeti del Novecento fino ai giorni nostri così, e poi vediamo tra chi ha tentato di cambiare, di perseguire/aprire vie diverse, chi c’è riuscito. Sempre se il metamorfismo è un valore, altrimenti non se ne esce da quella lettura della neoavanguardia di De Angelis, che se rileggesse A.Porta non sarebbe male.


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-23 00:24:01|

Sì, va bene tutto, però...

Prescindendo pure dai suoi chiari orientamenti ideologici, da quali presupposti culturali parte, De Angelis, quando, ad esempio, afferma che il "gramscismo" è "la peggiore linea della nostra tradizione"? A chi si riferisce e, soprattutto, cosa ha letto di Gramsci?

Che cosa intende per "critica esistenziale" (sic!) che permetterebbe "un rispetto vero della lettera poetica"?

A quali correnti di pensiero si ispira nel momento in cui definisce l’ "eternità", alla Niebo (sic!), come "qualcosa che si verifica nelle lancette dell’orologio, nel tempo cronologico perfetto che però tende oltre"? Cos’è, di grazia, il "tempo cronologico perfetto che però tende oltre"?

E non c’è contraddizione, almeno nei termini utilizzati, quando contrappone una poesia che "chiede di rimanere intatta" (la sua) e una, quella dell’avanguardia, che (parole sempre sue) tende a "tenere in efficienza il linguaggio"? Come fa una parola a rimanere "intatta" senza essere "efficiente", cioè senza avere più la capacità di produrre effetti e, nello specifico, di “dirsi”?

E ancora, perché il "transitorio" non potrebbe essere "oggetto" di poesia? Chi lo ha stabilito, la redazione di Niebo? Cosa c’è di più "transitorio" dell’esistenza stessa? Come è possibile pretendere una "critica esistenziale" (sic!), se il transitorio, cioè l’esserci stesso, in tutte le sue manifestazioni, viene espunto dal novero del poetico?

Come fa uno (in uno coi suoi adepti) a richiamarsi alla grande tradizione romantica e negare quello che è uno dei precipitati meno aleatori e più duraturi di quel movimento, ovvero l’affermazione della storicità, cioè della "transitorietà", delle forme artistiche?

Qual è la "sostanza", in natura e forma, di quelle "sabbie mobili" che porta con sè del percorso che ha come approdo "un frammento di realtà"? Quale, di grazia, se la realtà come storicità è stata negata nella categoria del "transitorio"? E se il “reale”, o un suo frammento, è l’approdo di un percorso, da dove ha preso le mosse il “viaggio”?

E si potrebbe continuare a lungo. Mi chiedo solo se la "fama", meritata o meno che sia poco importa, abbia, o consenta, come suo corollario che si trasforma in effetto ineludibile, la necessità di prendere in giro chi legge con approssimazioni da settimana enigmistica (non l’originale, ma uno dei tentativi venuti peggio): e poi ci si lamenta, anche, dei danni che semiologia e gramscismo (semiologia gramsciana? gramscismo semiologico?), attraverso quei dozzinali manuali privi di istanze critiche esistenziali (sic!) arrecherebbero alle patrie lettere!

Solo un allievo, leggi Cucchi, per sua stessa ammissione, poteva vedere evoluzione e movimento in una poetica parmenidea senza possibilità alcuna di parricidio rituale.

Il problema, per me, da semplice lettore, è riconducibile a questi termini: De Angelis è l’autore di un unico libro, davvero ‘bello’, il primo (non è un male, è capitato anche ad altri), libro di ottima scrittura e di mano talentuosa. Il resto è "maniera". Incantato dalle sirene incensatorie e incensanti, si è presto calato nei panni del “giovane maestro" e ha finito col dimenticare quello che ogni "talento", per sua natura e sostanza, richiede, quasi come lascito invalicabile della sua stessa esistenza: allargare gli orizzonti, spostare più oltre il confine e la percezione-interpretazione del reale, provando la propria voce in quella molteplicità di direzioni e di possibilità (cioè, concretamente: forme) che connotano l’esistenza quale storicamente si dà, giorno dopo giorno, sotto i nostri occhi.

Pacs vobiscum.

A.L.


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-23 00:13:28|

Ogni “visione della poesia”, Luigi, è “faziosa”, nessuna esclusa.

Per De Angelis la parola poetica è il “destino”, direi l’unico spazio vitale che possa resistere allo scadimento del vissuto. Carifi ha parlato, riferendosi a “Somiglianze”, di “valenza eroica del gesto poetico”. Ciò che avviene senza rimedio – ci dice infatti il Nostro – trova la sua unica possibilità (la sua “alterità soggettiva”) nella poesia. Come a dire: solo la poesia ci salva (e, ovviamente, solo un certo tipo di poesia). Ora, senza entrare nei particolari, chiedo: questo atteggiamento – questa idea di poesia – quanto è diffusa? De Angelis è solo la punta di un iceberg talmente pervasivo da risultare dominante. I blog “L’attenzione” e “La poesia e lo spirito”, tanto per fare un esempio, sono programmaticamente costruiti sulla base di questa idea (ma gli esempi sarebbero davvero tanti).

La poesia che tiene dentro di sé ogni possibilità di salvezza non può fondarsi sulla negatività. E l’assenza di negatività – il presentarsi cioè “in sé conciliata” – richiede la sospensione di ogni momento critico-utopico e una adesione sacrale … “Millimetri” è in ciò un esperimento riuscito. Il problema è che la strada è – mi si permetta il termine – reazionaria, e non mi stupisce l’intervista; anzi ha il pregio di rendere esplicita, pur nella sua “oscenità”, la reale essenza di questa poetica: al di là del segno linguistico non c’è nulla (mentre, si sa, avanguardia e marxismo insistono sulla eteronomia della creazione poetica).

De Angelis, essendo poeta di alto livello, è illuminante. Ha fatto bene Luigi a sceglierlo come “tema” di un post. Il lupo è sotto la coperta e occorrono mille commenti per capirlo

Per Luigi:
Ho citato Spatola solo per caso: in libreria è il primo libro in odor di ‘vanguardia (e dunque distante dai riferimenti di de Angelis) che m’è venuto in mano, per di più pubblicato nello stesso anno del “Millimetri” che ho citato. Cercavo un libro che rispondesse, in negativo, alle istanze di De Angelis, tutto qui. Poi mi sono accorto che, nel rileggerli insieme, quello più distante dal mio universo culturale mi piaceva di più. Attenzione però: ciò è valido per i due testi citati, come autore preferisco di gran lunga Spatola (e tra le due scritture poetiche non c’è alcuna affinità).

Nevious


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-22 22:25:41|di luigi



Caro Annibale Letterio (A.L.),

il problema è, secondo me, che interviste come quella contribuiscono a tirare su i muri (e ad alzare quelli che ancora resistono, pericolanti probabilmente, ma in piedi) e a rinfocolare l’astio, perché non muove critiche falsificabili bensì esibisce principi indimostrabili del tipo "la nostra poesia è in rapporto con l’eternità" (e... quando dice NOI, a chi pensa?). Senza contare che è un educatore e si occupa molto dei giovani poeti (oltre alla collana di Niebo, cura, fra le altre cose, la rassegna milanese "Contrasti poetici": il programma di quest’anno - 4/18 giugno - è qui), ragion per cui c’è il rischio di ingenerare nei più giovani visioni della poesia (e del mondo?) faziose (detto ciò, gli riconosco una discreta dose di apertura: invita allo stesso tempo poeti diversi come Bulfaro, Biagini, Bartoli o Pellegatta, etc.).


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-22 21:21:58|di silvia molesini

Rispondo al volo: nessuna critica a te per i molti commenti, anzi! Era un’osservazione sul mezzo. Forse molti commenti, e corposi aggiungerei, scoraggiano la lettura. Ma è vero anche, come dici tu, che permettono altre cose, elaborazione, vitalità e su di lì...

Sul contraddittorio, vabbè, i nomi che fai ci stanno tutti (ho letto, davvero!) ma a me sembrano aver dato soprattutto una sorta di "serietà di base" al dialogo, non ho visto nascere un contradditorio vero.
Che, ripeto, non è sempre indispensabile.


Si può criticare MILO DE ANGELIS?
2007-05-22 21:19:06|

L’intervista riportata da Luigi al n. 103 si può qualificare con un solo aggettivo: oscena. E’ ammessa una sola variante: oscema. Ma come si fa a scrivere quelle castronerie?

A.L.


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