Absolute Poetry 2.0
Collective Multimedia e-Zine

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"Siamo sicuri che l’Italia di Dante sia messa meglio del Sudafrica?"

(se lo chiede Michele Smargiassi; e De Mauro dice: "Per il futuro economico del nostro paese migliorare l’italiano degli imprenditori, dei professionisti, dei politici, è perfino più vitale e urgente che migliorare i salari dei dipendenti"- La Repubblica.it)

Articolo postato mercoledì 6 febbraio 2008
da Luigi Nacci

Un "dottore" su cinque ha difficoltà a scrivere. Per non parlare della lettura, oggetto misterioso

Nell’Italia dei laureati che non sanno scrivere

di Michele Smargiassi

Dirimere un’ambiguità lessicale è un problema per un laureato su cinque. A dir la verità, anche solo comprendere la frase che avete appena letto è un problema per un laureato su cinque. "Termini come dirimere, duttile, faceto, proroga si trovano comunemente sui giornali, ma per molti italiani con pergamena appesa al muro sono parole opache". Luca Serianni, linguista all’università di Roma 3, ne fece esperienza diretta un giorno nell’ambulatorio di un dentista cui s’era rivolto per un’urgenza. "Con le mie lastrine in mano chiamò al telefono un collega per avere un parere: "Senti caro, aiutami a diramare un dubbio..."". E il professore sudò freddo: "Un medico che non sa maneggiare le parole è un medico che non legge, quindi non si aggiorna, quindi forse non sa maneggiare neanche un trapano".

Analfabeti con la laurea. Non è un paradosso. E nessuno s’offenda: ci sono riscontri scientifici. Il report 2006 del ramo italiano dell’indagine internazionale All-Ocse (Adult Literacy and Life Skill), coordinato dalla pedagogista Vittoria Gallina, non lascia spazio a dubbi: 21 laureati su cento non riescono ad andare oltre il livello elementare di decifrazione di una pagina scritta (il bugiardino di un medicinale, le istruzioni di un elettrodomestico).

E non sanno produrre un testo minimamente complesso (una relazione, un referto medico, ma anche una banale lettera al capo condominio) che sia comprensibile e corretto. Una minoranza? Sì: un laureato italiano su due, per fortuna, raggiunge il quinto e massimo livello. Ma è una minoranza terribilmente cospicua, anche se si maschera bene. Negli Usa tre anni fa fu uno shock scoprire che i graduate fermi al livello base sono il 14%. Da noi il buco nero si manifesta a tratti, in modo clamoroso, come un mese fa, a Roma, al termine dell’ultimo dei concorsi per l’accesso alla magistratura. Preso d’assalto da 4000 candidati, in gara per 380 posti. Nonostante questo, 58 posti sono rimasti scoperti: 3700 candidati, tutti ovviamente laureati (magari anche più) hanno presentato prove irricevibili sul piano puramente linguistico. "Per pudore vi risparmio le indicibili citazioni", commentò uno dei commissari d’esame, il giudice di corte d’appello Matteo Frasca.

Il campanello d’allarme dovrebbe suonare forte. Non si tratta più di scandalizzarsi (e divertirsi) per gli strafalcioni nozionistici degli studenti. No, episodi come il concorso di Roma mettono a nudo il grado zero del problema. Stiamo parlando di chi è senza parole. Di chi dopo cinque (sei, sette...) anni di studio universitario non è riuscito a mettere nella cassetta degli attrezzi le chiavi inglesi del sapere: grammatica, ortografia, vocabolario.

Analfabetismo: anche questa parola sembrava scomparsa dal lessico, ma per esaurimento di funzione. Consegnata ai ricordi in bianco e nero del maestro Manzi. Falsa impressione, perché di italiani che non sanno leggere né scrivere se ne contavano ancora, al censimento 2001, quasi ottocentomila. Se aggiungiamo gli italiani senza neanche un pezzo di carta, neppure la licenza elementare, arriviamo a sei milioni, con allarmanti quote di uno su dieci nelle regioni meridionali. Ma almeno sono numeri che scendono. Aggrediti dal lavoro di meritorie istituzioni come l’Unla, capillarmente contrastati dai corsi ministeriali di alfabetizzazione funzionale per adulti dell’Indire (frequentati l’ultimo anno scolastico da 425 mila persone, tra cui, guarda un po’, 30.407 laureati, in gran parte, però, stranieri). Nobilmente contrastato ai livelli più bassi della scala del sapere, però, ecco che l’analfabetismo riappare dove meno te l’aspetti: ai vertici. Gli studiosi, è vero, preferiscono chiamarlo illetteratismo: non si tratta infatti dell’incapacità brutale di compitare l’abicì, di decifrare una singola parola; ma della forte difficoltà a comunicare efficacemente e comprensibilmente con gli altri attraverso la scrittura. Ma non è proprio questo l’analfabetismo più minaccioso del terzo millennio? Nadine Gordimer, per il bene della sua Africa, è di questo analfabetismo relativo che ha più paura: "Saper leggere la scritta di un cartellone pubblicitario e le nuvolette dei fumetti, ma non saper comprendere il lessico di un poema, questa non è alfabetizzazione". Siamo sicuri che l’Italia di Dante sia messa meglio del Sudafrica?

Proprio no. Per niente sicuri. Quanti, del nostro già magro 8,8% di laureati (la media dei paesi Ocse è del 15%), leggono ogni giorno qualcosa di più delle réclame e delle didascalie della tivù? Quanti invece sono prigionieri più o meno consapevoli di quella che Italo Calvino chiamò l’antilingua? Non saper scrivere nasconde il non saper leggere. Sette laureati su cento non leggono mai (e sono quelli che hanno il coraggio di dichiararlo all’Istat: mancano quelli che se ne vergognano). Altri sette leggono solo l’indispensabile per il lavoro: e siamo già vicini al fatidico uno su cinque. Ma andiamo avanti: uno su tre possiede meno di cento libri, praticamente solo i suoi vecchi testi scolastici. Uno su cinque non ha in casa un’enciclopedia. Quasi nessuno (73 per cento) va in biblioteca, e quando ci va, raramente prende libri in prestito. "Manca il tempo", "sono troppo stanco", le scuse più comuni. Ma ci sono anche quelli che non accampano giustificazioni imbarazzate, anzi rivendicano il loro illetteratismo come atteggiamento moderno e aggiornato: "leggere oggi non serve", "è un medium lento", "preferisco altre forme di comunicazione sociale".

"La società sprintata", come la chiama il pedagogista Franco Frabboni, preside di Scienze della formazione a Bologna, uno degli autori della riforma universitaria, è arrivata negli atenei. E gli atenei la assecondano: "La trasmissione del sapere universitario è regredita dalla scrittura all’oralità", spiega. Nelle aule della nostra istruzione superiore, il grado di padronanza della lingua italiana non è mai messo alla prova. Persino l’arte dell’argomentazione orale, ponte fra i due universi semantici, è svanita, racconta Frabboni: "Professori sempre più incerti fanno lezione con diapositive, seguendo una traccia fissa. Ai laureandi si lascia esporre la tesi con presentazioni Powerpoint. I "test oggettivi" d’ingresso sono crocette su questionari". La competenza linguistica non è considerata un pre-requisito indispensabile: "Devi guadagnarti cinque crediti per la lingua straniera, e cinque per l’informatica, ma non c’è alcun obbligo per quanto riguarda la buona pratica dell’italiano". Un tacito accordo fissa tetti massimi di lettura ridicoli per i testi d’esame: "Quando un professore assegna più di 150-180 pagine, davanti al mio ufficio c’è la fila di studenti che protestano".

Protestano, e poi si sfracellano contro il muro dell’esame. Sugli esiti dell’idiosincrasia per la lettura, agenzie private di tutoraggio hanno costruito imperi aziendali, come il Cepu, diecimila studenti l’anno. "Ci chiedono di aiutarli a passare un esame", racconta il responsabile marketing Maurizio Pasquetti, "ma scopriamo quasi sempre che alla radice c’è la difficoltà o la paura di affrontare testi scritti. Escono da scuole superiori abituati a libri di testo ancora simili a quelli delle elementari, con testi spezzettati, già schematizzati, con tante figure e specchietti: di fronte al terribile "libro bianco", fatto solo di pagine di scrittura continua, restano terrorizzati".

"In Francia e Germania gli atenei organizzano gare di ortografia ", sospira il professor Serianni. Da noi è difficile perfino reclutare iscritti per i laboratori di scrittura che alcuni atenei, allarmati, hanno messo a disposizione degli studenti in debito di lingua. Quello di Modena è affidato al professor Gabriele Pallotti: "Di solito comincio da virgole e apostrofi...". Pallotti nel cassetto tiene una cartellina di orrori: email, biglietti affissi alle bacheche, "esito profiquo", "le chiedo una prologa", "attendo subitanea risposta". Ma correggere le asinate non è ancora abbastanza. "Saper annotare correttamente parole sulla carta non è saper scrivere" spiega. "Parlare e scrivere sono due diversi modi di pensare. Troppi ragazzi escono dall’università sapendo solo trascrivere la propria oralità, ovvero un flusso continuo di idee non ordinato e difficilmente comunicabile. Cioè restano mentalmente analfabeti".

Ma se avessero ragione loro? Perché alla fine si scopre che il laureato analfabeta non fa necessariamente più fatica a trovare lavoro rispetto ai suoi quattro colleghi più letterati. le imprese non sembrano granché interessate a selezionare i propri quadri dirigenti sulla base delle competenze linguistiche di base. E non perché non si accorgano delle deficienze dei loro nuovi assunti. Parlare con Carlo Iannantuono, responsabile delle risorse umane per la filiale italiana della Sandik, una multinazionale del ramo macchine per cantieri, reduce da una lunga selezione di personale laureato, è come farsi raccontare una serata allo Zelig: "Quello che se potrei, quello che s’è laureato per il rotolo della cuffia (e si vede), quello che glielo dico così, an fasàn (e io: e dü pernìs...)...". Gli analfabeti conclamati, calcola, sono solo un 3-4 per cento, ma molti altri non sembrano pienamente padroni delle loro parole. E lei li assume lo stesso? "Dipende", si fa serio, "noi cerchiamo bravi venditori. Quello che deve discutere con i dirigenti della Snam è meglio sappia i congiuntivi. A quello che deve convincere un capocantiere della Tav forse serve di più un buon paio di stivali di gomma".

"Non c’è alcuna sanzione sociale verso l’analfabetismo con laurea", commenta con sconforto Tullio De Mauro, il padre degli studi linguistici italiani. Forse perché non si riconoscono immediatamente, si mascherano bene da alfabetizzati. "Fino a cinquant’anni fa l’incompetenza linguistica era palese: otto italiani su dieci usavano ancora il dialetto. Oggi il 95 per cento degli italiani parla italiano. Ma che italiano è? Solo in apparenza parliamo tutti la stessa lingua. Quando si prende in mano una penna, però, carta canta, e le stonature si sentono". Non è una questione di stile: l’analfabetismo laureato può fare danni concreti. Il paziente che legge sulla sua prescrizione medica "una pillola per tre giorni", alla fine del terzo giorno avrà preso tre pillole o una sola? "Ci sono guasti immediati come questo. Ci sono guasti a medio e lungo termine, e ben più pericolosi. Chi non legge smette anche di studiare. In Italia solo un venti per cento di quadri segue corsi di aggiornamento: quattro volte meno della media europea. Una classe dirigente male alfabetizzata, quindi non aggiornata, è la rovina di un paese, molto più di un crollo della Borsa". Chi parla male pensa male e vive male: è ormai un aforisma, quella battuta di Nanni Moretti. Se pensa male anche solo un quinto dell’élite dirigente, per De Mauro è un’emergenza nazionale: "Per il futuro economico del nostro paese migliorare l’italiano degli imprenditori, dei professionisti, dei politici, è perfino più vitale e urgente che migliorare i salari dei dipendenti. E non lo prenda come un paradosso".

(LA REPUBBLICA, 6 febbraio 2008)

27 commenti a questo articolo

"Siamo sicuri che l’Italia di Dante sia messa meglio del Sudafrica?"
2008-02-09 19:26:56|

beh, dante, stai citando wittgenstein, ma certo non ti sfugge che una parola (come in questo caso il verbo ’diramare’, inventato da quel medico in luogo di un altro, che evidentemente - per lapsus - in quel momento, gli sfuggiva) esige un contesto significante, e certamente, dato il contesto di reciproca comunicazione e funzione dei due medici nel loro ambiente di lavoro ha reso perfettamete il senso che il lapsus voleva comunicare...e non è deto che il medico che ha ascolatto il lapsus non lo usi a sua volta, e il termine traslato si diffonda fino a diventare un "usage"...(come suddividere in sezioni, rami, branche...)

c’è sempre un inizio all’impiego e alla diffusione di un nuovo idioma, e forse quella del medico era l’occasione giusta...

mica l’attuale utilizzo del termine napoletano "inciucio" è usato correttamente dai politici e dalla stampa!! si è affermato di recente (l’anno scorso?) su una comprensione sbagliata, traviante, del suo senso reale così come esiste da secoli nella lingua napoletana.

fatemi andare a "diramare" i mie compiti, stasera! a-dio.

erminia


"Siamo sicuri che l’Italia di Dante sia messa meglio del Sudafrica?"
2008-02-09 18:37:40|di Dante

Per Erminia:
diramare per dirimere può anche piacerti come invenzione, come sonorità, come sghiribizzo poetico, ma se poi il tuo interlocutore non capisce cosa vuoi dire la comunicazione è fallita.
Non esiste lingua che uno possa parlare da solo.
La lingua è un corpo vivo che si arricchisce continuamente di nuove parole ma solo se la maggioranza le adotta, le capisce, le accetta e le fa diventare moneta corrente; altrimenti sono solo solipsismi (o scuse per coprire un’ignoranza). Le parole sono unità simboliche utili per lo scambio del pensiero: come le monete per il valore delle cose. I talleri sono splendidi dischetti metallici, ma se nessuno li accetta non ci compri niente, e allora non sono neppure più vere monete. Allo stesso modo puoi anche inventarti monete che nessuno ancora accetta, ma poi torni a casa dalla spesa con la sporta vuota.


"Siamo sicuri che l’Italia di Dante sia messa meglio del Sudafrica?"
2008-02-09 11:20:11|di erminia

oppps, volevo dire le centinaia- (ho aggiunto centinaia dopo aver scritto "i lemmi"). pardon.

e volevo anche aggiungere che, di ritorno da 12 anni continuativi trascorsi in uk, sprovvista a volte della traduzione di una data parola inglese, sono proprio i miei studenti a fornirmi ampie e raffinate scelte di sinonimi. e sempre mi meraviglia di quanto ampia sia la loro competenza, e, quanto ridotta dal disuso, quella di chi non ha praticato il prorpio idioma per degli anni. dunque immagino bene come possa affondare nell’oblio linguistico un termine come dirimere, o duttile, o faceto, che evidentemente non si trovano in un articolo di giornale, o che per anni ed anni non è stato più visto o ascoltato di frequente in tv, letto nei giornali, usato nella conversazione quotidiana, eccetera.

in verità, l’espressione "diramare un dubbio" usata da quel medico come nuovo idioma, mi piace abbastanza. what’s wrong with it! in inglese nuovi ’usage’ nascono ogni anno, mese, giorno...essendo appunto l’inglese una lingua tanto duttile, e gli inglesi tanto ’unfussy’ (diversamente dai troppo e inutilmente fiscalissimi italiani che si fissano su questi quisquilie e facezie, mentre cadono i governi e la loro nazione diventa la casa privata di Mastella e Berlusca).


"Siamo sicuri che l’Italia di Dante sia messa meglio del Sudafrica?"
2008-02-09 10:31:24|

Ritornando a dissentire con questo post sull’ignoranza attuale e presunta dei neo laureati lamentata da letterati e linguisti, dico allora che ci sono molti letterati che nel loro vocabolario non hanno ancora inserito (meno ancora nelle loro prassi quotidiane)i centinaia di lemmi delle nuove tecnologie e dei nuovi linguaggi multimediali, e che invitati ad inviare il loro saggio per via elettronica informa di file, si dicono incapaci di farlo, non solo, addirittura ostili al linguaggio ed al mezzo (non faccio nomi! ma si tratta di noti accademici italiani).

questo per ritornare sull’idea - questa sì reazionaria - che il nuovo laureato di questo decennio sia ‘illetterato’ solo perchè non conosce il significato di parole che spesso sono già diventate e ritenute obsolete.

sì. ho sentito eccome colleghi e amici lamentarsi del fatto che gli studenti non sappiano il significato di questa o quella parola, in sede di esame, ma mi sembra una lamentela oziosa, visto che adesso i nuovi studenti hanno sviluppato competenze e conoscenze multidisciplinari e correlate che vanno ben oltre gli ambiti di studio settoriale alle cui scelte ancora sono costretti attenersi, invece di potere spaziare, come sarebbe giusto che facessero (e che fanno per conto loro) vuoi per l’epoca e vuoi per la forma mentis loro congeniale.

per quanto riguarda dante e il suo senso per noi contemporanei: esiste un percorso formativo di storia della letteratura di cui l’opera di dante riveste solo una parte. credo che la conoscenza sia da svilupparsi per gradi, a tappe e se le tappe le salti, non capisci il senso delle opere presenti: se non studi dante non capisci eliot e nemmeno pound, e tanto meno pasolini, che a dante si attenevano più o meno strettamente, come modello.

erminia


"Siamo sicuri che l’Italia di Dante sia messa meglio del Sudafrica?"
2008-02-09 07:17:32|di pietro citati

a realta’ e’ sempre stata sconvolta dal potere e dante altro non mette in scene che il potere se si fosse ucciso gia’ nell’antichita’ questo tremendo tabu’
non avremmo bisogno di un dante anche nello stile perche’ non lo riconosceremmo questo io predico da sempre! E l’italia e’ riconosciuta nel mondo semplicemente perche la patrai di tutti i poteri; LA MAFIA. qualcuno di voi mi capisce? io parto da stirner per distruggere dante grazie non mi interessa l’estetica ma l’antropologia madre di tutte le battaglie...


"Siamo sicuri che l’Italia di Dante sia messa meglio del Sudafrica?"
2008-02-09 01:36:01|di Molesini

E’ che a fare accadere le cose, e a crederci, ci vuole un po’ di cecità.

La consapevolezza effettiva, terrificante, porta alla paralisi.

Che tutto è vero, ed è vero il suo contrario.

(sono apocalittica qui, lo so. Per quanto piena di buon senso e riformista, disposta a riconoscere il valore delle cose che ci circondano, alla fine-fine mi vien da dire questo: benvenga chi sputa sul passato, da cieco e giovane, se porta con sé un’idea che possa dirsi tale (tipo un " colpo mortale alla mafia italo-americana" (la Repubblica di ieri)), o una specie di speranza, un discorso, un vento futuribile dove il no-future è vecchio ormai di trentanni ed ha portato pare ad un consolidarsi di astrusi pezzi sciancati del passato)

Perché la cecità è condizione, e vera, da ogni parte si vada a sbattere.


"Siamo sicuri che l’Italia di Dante sia messa meglio del Sudafrica?"
2008-02-08 22:30:31|

Quello che stupisce e che davvero si possa ritenere dante anacronistico, o l’attrazione per la “Colpa” sorpassata e digerita, solo per il fatto che l’abbia trattata, come tema, Dostoevskij.

Dunque similmente, siccome la rivoluzione di popolo (francese, inglese, napoletana, eccetera) è stata già vista, trattata, studiata, tradotta in prassi sul piano storico, non dovrebbe più avere presa sugli animi o accadere? Dovrebbe essere stata digerita una volta e per sempre, sollevata dal fardello del tradursi nuovamente in realtà?

Nulla sembra a me anacronistico, really…fin quando si tratta di umanità che si ricicla.

erminia


"Siamo sicuri che l’Italia di Dante sia messa meglio del Sudafrica?"
2008-02-08 22:13:36|

io credo che in Dante lo studente di tutti i tempi, e dunque anche quello contemporaneo, non ricerchi l’ethos, ma il pathos, - la sofferenza, l’emozione che fa svenire dante, l’elemento radicale ed espressionistico.

e nessuno passa il pathos espressionistico come shakespeare o dante agli studenti di liceo o universitari, assuefatti ai linguaggi del computer.

a parte che i miei, qui come in uk, vengono istruiti tramite / e studiano sul computer anche dante e shakespeare.
ed è interessante vedere la commistione di questi diversi linguaggi.

erminia


"Siamo sicuri che l’Italia di Dante sia messa meglio del Sudafrica?"
2008-02-08 21:26:06|di PIETRO CITATI

ANCH’IO SONO INSEGNANTE DI LICEO: A ME GLI STUDENTI NON CHIDONO DANTE E NEANCHE LA PAUSINI MA FERLINGHETTI, GIORNO LA BEAT...CAPITE GLI ANNI SESSANTA NON 1260 MA 1960
COSA HA DI ATTUALE DANTE SE:
- DIO NON E’ IL CREATORE DELL’UNIVERSO
- IL PECCATO DOPO DOSTOJESKY E’ STATO PER COSI’ DIRE DIGERITO
- LE RIME SONO ORMAI DISMESSE ANCHE NEL’HIP-HOP


"Siamo sicuri che l’Italia di Dante sia messa meglio del Sudafrica?"
2008-02-08 21:23:39|di PIETRO CITATI

ANCH’IO SONO INSEGNANTE DI LICEO: A ME GLI STUDENTI NON CHIeDONO DANTE E NEANCHE LA PAUSINI MA FERLINGHETTI, GIORNO LA BEAT...CAPITE GLI ANNI SESSANTA NON 1260 MA 1960
COSA HA DI ATTUALE DANTE SE:
- DIO NON E’ IL CREATORE DELL’UNIVERSO
- IL PECCATO DOPO DOSTOJESKY E’ STATO PER COSI’ DIRE DIGERITO
- LE RIME SONO ORMAI DISMESSE ANCHE NEL’HIP-HOP


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