Absolute Poetry 2.0
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Trent’anni di Novecento

il lavoro di Alberto Bertoni

Articolo postato mercoledì 3 maggio 2006
da Christian Sinicco

Interessante questo lavoro di Alberto Bertoni, che spiega "Trent’anni di Novecento" (Book Editore, pagine 303, 17 euro, circa) dal 1971 al 2000. C’è sicuramente la forma mentis dell’Accademia, quella buona, paziente e preparata, soprattutto precisa nelle motivazioni e finalità di un lavoro antologico, aspetto non riscontrabile nella maggior parte delle selezioni uscite negli ultimi anni, soprattutto quelle young:"Ed è proprio questo il presupposto critico da cui muove la presente selezione antologica, riservata a libri che incorporano un principio forte e riconoscibile di coesione interna, ordinandoli secondo quella disposizione cronologica che pare indispensabile per ricostruire gli effettivi rapporti teorici e ricettivi fra i testi, i loro autori, le tradizioni di lettura e di interpretazione."
Seguono altre affermazioni importanti: "è chiaro che oggigiorno non esistono un canone, una poetica dominanti e che la ricchezza del quadro sta proprio nella sua provvisorietà costitutiva [...] Ed effettivamente un poeta, oggi, anche quando si impone di essere in massimo grado comunicativo, non può mai fermarsi a un livello di superficie, rinunciando a priori alle acquisizioni di un’arte sorprendente e ricchissima come quella novecentesca, con le relative esperienze di choc e appunto di straniamento che ogni tradizione del nuovo ha comportato, con le potenzialità ancora in buona parte inesplorate di una metafora a sfondo conoscitivo e non esornativo, con la visione necessaria di un mondo plurale, contraddittorio, multanime, con un superamento oramai irreversibile della semplice mimesi di un fotogramma immobile del quadro di realtà e con l’obbligo morale di non aderire alla lingua impoverita del tempo presente, saggiando piuttosto le proprietà della propria lingua naturale, una volta che venga sillabata come straniera, tradotta da altra lingua e destinata al "popolo che manca" (Cortellessa) [...]".
Per quanto riguarda invece la situazione editoriale: "Il risutato è che, in realtà, questa antologia è anche un esercizio di archeologia della contemporaneità, perché - dei libri selezionati - se ne possono trovare in vetrina solo pochissimi [...] il poeta di qualche merito e solidità dovrà rivolgersi a editori medio-grandi o medio-piccoli [...]".
Sulla modificazione del concetto di scrittura, nel contesto del suo sviluppo storico: "In ogni caso, la poesia del ’900 ha amato e saggiato in molti frangenti la sfida al modello chiuso e scritto del libro [...] non pochi poeti di qualità hanno inciso cd interattivi di jazz e poesia e sono performer abituali [...] Nessuno, certo, può negare ciò che aveva intuito Pessoa nel 1930: che la poesia, cioè, sa fare musica con l’ausilio della sola parola, abbassandola all’urlo o elevandola al canto."
Altri, brevi, note rubate all’introduzione: "il proliferare a partire dalla metà degli anni ’90 di diversi libri di livello medio-alto - documentati qua con un’apertura costante alla diversità ontologica delle poetiche - è coinciso anche con l’assenza quasi assoluta di nuovi testi capaci di rompere schemi e attese [...] senza però che davanti al libro nuovo di nessuno si provi la sensazione radicale di averne la vita cambiata".

Certamente una discussione, oggi, sul libro, meriterebbe più di qualche approfondimento, visto che i volumi (e gli autori/cantautori) su cui si sofferma Bertoni sono 230 - quindi oltre ad acquistarlo, bisognerebbe saccheggiare numerosi remainder.
Potremmo chiedere inoltre a Bertoni dove "quella coesione interna", frutto dell’operatività di un poeta che si realizza in un libro o in un disco, perduri nel corso di buona parte dell’esperienza formativa (e vitale) dei poeti; probabilmente l’orizzontalità ( e in parte aurea mediocritas, come sottolineato dal critico) su cui misurare la nostra lettura, potrebbe scoprire qualche percorso "elevabile".
Restano i rilievi di un discorso utile, che registra attentamente il reale, e una soggettività della critica che si propone di individuare i punti salienti attraverso cui un poeta fonda il suo discorso nel mondo, che possiamo chiamare "opera".

6 commenti a questo articolo

> Trent’anni di Novecento
2006-05-10 11:47:53|di Christian

Continua; il discorso è interessante!


> Trent’anni di Novecento
2006-05-07 19:00:23|

L’opera è un discorso che viene al mondo, che incontra il mondo nel croce-via della parola: non è una illustrazione del mondo, ma un incontro col mondo, un allineamento al limite, allo "stacco": non una intenzione che vada verso o faccia il verso a una concordia o ad una "unità", ma la sensazione di un processo di incontro in cui c’è trapasso tra visibile e invisibile. A conti fatti si tratta sempre di verificare e sperimentare lo spazio, il nulla, tra fenomeno e percezione dello stesso. La parola allora diventa sigillo di questo processo, come espressione e come croce. Un foglio è, come dice Carlo Sini, un "foglio-mondo" senza autore, meteora: punto di vista e allo stesso tempo punto di fuga dal mondo. Che esprime l’idea di una arte "osmotica" e non "cosmetica" (difatti si parla di "foglio-mondo" e non di "mappa-mondo", così come - è sempre Sini a illuminare - si può parlare in senso pragmatico di scrittura pan-oramica). Ciò che bisogna tentare con l’arte è l’espressione dell’interiorità, cioè dell’attimo: farsi porta-voce dell’attimo, attori dell’attimo nell’atto della "parola", che passa dalla forma di valore che ha, la sua croce, all’essere messa-in-croce. Bisogna tentare la via eccentrica del corpo: l’espressione dell’interiorità senza "ricadere" nella rappresentazione, che è anche intenzione, pre-concetto, persuasione, ideologia, strategia o programma, qualsiasi "ismo" eccetera. Bisogna cercare la potenza del dire: la sensazione che è nel "disdire" le cose, nel tradurle tradendole. Non l’intenzione, non la ricerca di dire "la forma", che ricade nello schematismo dell’informale, e non nell’informe invisibile e vivente. La potenza quindi. E nessun "potere".

Ho scritto di getto Christian, poi magari articolerò meglio, se avrò tempo, una più complessa ed esauastiva circoscrizione del problema.

Ciao
Gianluca


> Trent’anni di Novecento
2006-05-07 12:16:02|di Christian

Ora è già più chiaro. Amplia il discorso tra opera e discorso sul mondo, mi interessa.


> Trent’anni di Novecento
2006-05-06 11:11:33|

Caro Christian
Dicevo che ciò che tu chiami opera nel pezzo, cioè il discorso sul mondo di un autore, che in poesia può essere in maniera dispersiva ma tuttavia comprensibile essere identificato con "la lingua naturale" di un poeta, secondo il pensiero deleuziano, che sottende il ragionamento di Cortellessa citato da Bertoni, non viene destinato al popolo che manca, ma viene a sostituirsi ad esso. E quindi faccio l’esempio di Artaud: pagine famose di Artaud si soffermano sulla necessità politica dell’artista, l’unica, cioè quella di farsi capro espiatorio di tutto ciò che vi è. "Scrivere per gli analfabeti" - qui riprendo Deleuze che spiega Artaud - significa scrivere non tanto per un popolo di non lettori, la comunità analfabeta, ma significa soprattutto scrivere "a posto di" un popolo, quello degli analfabeti. Dare voce a una comunità che non c’è e nello stesso tempo, perdersi nella sensazione di questo vuoto pneumatico. Farsi un "coro", una orchestra.
Il mio era un semplice scrupolo che è saltato fuori vedendo l’inesattezza: non so se Bertoni ha citato male Cortellessa, che come fan di Deleuze è "dentro" l’argomento, oppure se proprio Cortellessa abbia sbagliato ad articolare una suggestione deleuziana.

Gianluca


> Trent’anni di Novecento
2006-05-05 15:00:25|di Christian

Puoi spiegarti meglio Gianluca? Il discorso è un po’ ingarbugliato (nella prima parte!)


> Trent’anni di Novecento
2006-05-05 11:15:06|

Il rimando che il professor Bertoni, citato da Sinicco nel pezzo, fa a Cortellessa è inesatto, perché si interpreta male un assunto molto importante di Deleuze - non so se è Bertoni a citare male Cortellessa opure è Cortellessa direttamente a capire male Deleuze. "Il discorso nel mondo" di un autore si sostituisce al "popolo che manca", lo è, non è che viene destinato a questo "vuoto": p.es. scrivere "per gli analfabeti" significa scrivere anche "a posto degli" analfabeti... ecco perchè si può dire che un opera è anche e soprtattutto un "discorso sul mondo"...
Poi sulla lingua... non è che per divenire "inattuale" debba essere sillabata come "straniera": ma, stando sempre all’insegnamento di Deleuze che sottende le righe che rimandano a Cortellessa, è la "sintassi" e la propria frase che debba risultare "straniera" al proprio idioma e sistema di codici, aggiungo io fino a implodere o esplodere: oppure, se più piace, come dice sempre Deleuze, fino a tracciare una linea-via di fuga. Lingua nel e contro l’idioma, quindi.
Saluti
Gianluca Pulsoni


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